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Da Castelli Romani.


COMUNITÀ MONTANA DEI CASTELLI ROMANI-PRENESTINI

Indice

I. INTRODUZIONE

Il piano socio economico (PSE) rappresenta il documento di programmazione socio economica più rilevante per i territori montani ricadenti entro i confini amministrativi degli Enti montani.

La legge vigente assegna al PSE la facoltà di operare per:

• il riassetto idrogeologico, la sistemazione idraulico-fore¬stale, l’uso delle risorse idriche nonché la bonifica monta¬na, qualora le relative funzioni siano subdelegate dalla pro¬vincia, secondo quanto previsto nei piani di bacino di cui alla legge 18 maggio 1989, n. 183, (norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo) e succes¬sive modificazioni ed alla legge regionale 7 ottobre 1996, n. 39; • lo sviluppo e l’utilizzo delle risorse proprie dei territori montani, sotto l’aspetto produttivo ed ambientale, in modo che sia garantito l’utilizzo plurimo ed integrato delle terre di proprietà pubblica; • la promozione di un adeguato assetto socio-strutturale delle aziende che consenta livelli di reddito e condizioni di vita comparabili a quelli delle altre zone; • la diversificazione delle fonti di reddito, mediante l’incen¬tivazione di attività turistiche, artigianali, di protezione e conservazione dello spazio naturale e lo sviluppo di coltu¬re alternative; • la realizzazione di interventi per la tutela, la gestione e la conservazione del territorio, dell’edilizia e paesaggio rurale e montano, del patrimonio monumentale e dei centri storici; • la tutela della qualità e tipicità dei prodotti agro-alimen¬tari di montagna, al fine di una loro conveniente collocazio¬ne sul mercato.

Nondimeno la valenza aggiuntiva del PSE è rappresentata dalla possibilità di visione d’insieme dell’area sovracomunale e quindi capace di individuare alcuni bisogni -che sfuggono al livello di pianificazione precedente e successivo rappresentati rispettivamente dal livello comunale e da quello provinciale- bisogni non meno importanti per la identificazione culturale, ambientale e produttiva di un territorio e per l’innalzamento della qualità della vita attraverso azioni coordinate e condivise.

Ad esso vengono delegati gli interventi coesivi, sovracomunali e specifici che spesso vengono classificati “rinviabili” in un sistema di pianificazione e di intervento dei Comuni che deve confrontarsi con gli omnipresenti vincoli di bilancio, specie in un modello di continua riduzione dei trasferimenti agli EE.LL, che costringono spesso le Amministrazioni ad operare dolorose scelte.

In uno scenario metodologico e scientifico in continua evoluzione, la pianificazione economica dell’Ente, qui progettata, deve inoltre misurarsi nello specifico, da un lato con i mutati limiti amministrativi che impongono la rimodulazione di parametri e bisogni di area e, dall’altro, con la tendenza in atto di veder operare sul medesimo territorio una serie d’interventi progammatori che prescindono dall’unicità di strumentazione.

Infatti a seguito della crisi degli anno 90, l’urbanistica e la pianificazione socio economica, lasciate principalmente nelle sole iniziative promosse dai Comuni e dalle Regioni, stanno evolvendo –specie a livello sovracomunale- verso modelli cosiddetti “complessi” di intervento per aree geografiche integrate.

Da un lato la spinta alla programmazione dal basso, talvolta purtroppo operata più a livello d’intenzioni che non attraverso veri e partecipati modelli di bottom-up, e dall’altro l’affermarsi dei modelli ampi d’intervento per sistemi sovracomunali per azioni coordinate, hanno portato la pianificazione territoriale a doversi misurare con interventi stratificati che partendo dal singolo strumento comunale, giungono ai piani comprensoriali di livello provinciale ed a quelli territoriali, stentando, nel mezzo, a rappresentare una propria specificazione e valenza unitaria, in assenza di un modello di sviluppo locale condiviso.

Le stesse esperienze coordinate, innescate ad esempio dall’iniziativa dei due GAL sull’iniziativa LEADER II e dai PRUSST, hanno comunque sottolineato concretamente che il coordinamento e la messa in comune di problematiche e di opzioni rappresentano uno strumento capace di dare alle iniziative stesse un notevole valore aggiunto rispetto a quelle esclusivamente locali ed a quelle già praticate in modo condiviso nell’area (ad esempio alcuni servizi di di assistenza e servizio socio assistenziali) integrandole in un sistema concettuale più ampio e maggiormente incisivo per il territorio.

Non a caso l’esperienza affrontata nei GAL (che non molto si discostano dal livello sovracomunale dall’Ente, peraltro rispecchiando la diversità fisica ed economica dell’area tuscolana da quella prenestina), la loro snellezza procedurale favorita dall’iniziativa LEADER II, rappresenta un plusvalore sperimentato e su cui si può fare leva per fare sì che questo PSE rappresenti un momento unificante per l’intero territorio della XI Comunità Montana. Analoga considerazione, anche se non estesa a tutto il territorio dell’Ente, valga per la pianificazione dell’area Parco che rappresenta una stratificazione di competenze, spesso vissute a torto come vincoli, ma suscettibile di rappresentare ulteriore valore aggiunto al territorio, dal punto di vista delle opzioni di utilizzo del bene “ambiente” che, se correttamente utilizzato, rappresenta un ulteriore volano per l’area tutta.

Il compito che riveste questo PSE è quindi duplice: da un lato fare sì che sia uno strumento che consenta di valorizzare e rendere specifici gli interventi propri –istituzionalmente previsti dalla legge vigente- ed al livello decisionale di propria competenza laddove la pianificazione della Comunità Montana assume la massima valenza in termini di costi/benefici/ricaduta, e dall’altro, fornire strumenti che possano facilitare le proposizioni programmatiche che l’Ente avanzerà partecipando ai piani “complessi” ovvero alle scelte ed alle decisioni programmatorie a livello sovracomunale che intervengono o che si presenteranno sul territorio ai vari livelli di concertazione (PRUSST, PATTI TERRITORIALI, altre INIZIATIVE COMUNITARIE …).


I.1. La Comunità Montana: ruolo e funzioni

I.2. Il PSSE: obiettivi e linee guida

La strategia di un progetto o programma di sviluppo è costituita dall’insieme delle scelte di fondo necessarie a realizzare l’obiettivo generale, attraverso le “idee forza” precedentemente individuate. La strategia si declina attraverso la struttura Logica, ovvero uno strumento atto a descrivere la fase di pianificazione del progetto.

La struttura logica indica quello che verrà fatto durante la fase di realizzazione e quello che si otterrà al termine della realizzazione. Essa prevede la suddivisione dei risultati del progetto in quattro livelli:

1° obiettivi generali

2° obiettivi specifici (Assi)

3° risultati attesi (Misure)

4° azioni e relativi interventi (Azioni e progetti)

Tra di essi esiste una relazione logica: le azioni conducono ai risultati attesi, i risultati attesi conducono all’obiettivo specifico e l’obiettivo specifico contribuisce al raggiungimento degli obiettivi generali. Naturalmente, le diverse componenti della strategia devono possedere una stretta coerenza con i risultati dell’analisi della situazione locale ed in particolare dell’analisi Swot. L’obiettivo generale, come accennato, si persegue attraverso una serie di obiettivi specifici. Tra di essi si instaura una forte relazione di complementarietà generando una serie di connessioni logiche utili che li rendono interdipendenti. Gli obiettivi specifici possono essere considerati gli Assi del piano. Il conseguimento degli obiettivi specifici individuati è affidato, sul piano operativo, al raggiungimento dei risultati attesi che rappresentano sostanzialmente le misure del piano. Ciascuno di essi è costituito da un insieme di azioni omogenee, ciascuna delle quali presenta un quadro di descrizione delle modalità attuative, della programmazione di riferimento, dell’individuazione dei beneficiari finali e troverà concreta attuazione nella realizzazione di uno o più interventi che saranno realizzati direttamente dall’Ente o selezionati mediante l’attivazione di procedure concorsuali, cosi da avere una visione programmatica completa ed integrata. Per quanto riguarda gli interventi realizzati da altre Amministrazioni Pubbliche essi potranno essere selezionati con un approccio partenariale mediante l’individuazione diretta delle iniziative volte a conseguire un obiettivo di natura pubblica. In tale caso, nell’ambito del partenariato, gli interventi dovranno essere ordinati per priorità, questa può essere intesa come una combinazione fra l’importanza relativa che gli obiettivi dell’intervento hanno nel conseguimento dei risultati attesi di riferimento (rilevanza per la comunità locale), la probabilità che l’intervento venga effettivamente realizzato (fattibilità alla luce delle circostanze oggettive) e la sua sostenibilità (capacità di offrire una potenzialità sufficiente per il mantenimento dei benefici al termine dell’azione di sostegno esterno).


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Il territorio della XI° Comunità Montana del Lazio presenta un insieme di debolezze specifiche che si riferiscono a fattori di tipo ambientale, strutturale, culturale ed economico.

Dal punto di vista ambientale e strutturale costituiscono punti di debolezza i diffusi processi di degrado ambientale nonché di scarsa valorizzazione del patrimonio archeologico ed architettonico, frutto rispettivamente, di una mancata pianificazione urbanistica e di una scarsa consapevolezza del patrimonio ambientale e culturale come risorsa rilevante per lo sviluppo.

La rete di infrastrutture e del sistema viario costituisce altro punto di debolezza in quanto evidenzia una scarsa funzionalità rispetto a soluzioni sostenibili di fruibilità del territorio. Tuttavia il fenomeno di urbanizzazione che interessato l’area montana ha indotto problematiche anche di tipo culturale ed economico. La pressione esercitata dalla crescente omologazione culturale e dalla contaminazione con modelli di vita urbani compromette l’identità locale e la cultura di appartenenza dei luoghi sebbene in un clima di rinnovata consapevolezza della cultura locale come valore. Infine la struttura economica e produttiva pur se ancora a livelli positivi manifesta segnali di invecchiamento rispetto alle istanze del mercato globale. La scarsa tendenza all’innovazione nelle imprese, l’offerta di competenze professionali posizionate su livelli medio bassi, il limitato radicamento di imprese a conduzione familiare, la scarsa caratterizzazione dell’impresa verso le vocazioni locali rende il tessuto economico e produttivo tendenzialmente poco competitivo e soprattutto incapace di generare nuova imprenditorialità.

Allo stesso modo, esso presenta, come principali punti di forza su cui “fare leva”, un patrimonio di risorse “immobili” naturali ed ambientali, ma anche archeologico e storico architettonico, di grande rilievo; un posizionamento geografico combinato con l’esistenza di un sistema di collegamenti sufficiente ad assicurare una discreta accessibilità, sebbene non sufficientemente integrato ed interconnesso, la presenza di un potenziale umano e di una struttura produttiva relativamente giovani sui quali investire per veicolare una strategia di sviluppo competitivo e di lungo termine, un livello di qualità della vita sostenibile rispetto ai modelli urbani di prossimità.

L’analisi ha quindi messo in luce la necessità di operare verso “un obiettivo generale di riconversione, sviluppo sostenibile e coesione territoriale dell’area” che può essere declinato attraverso tre obiettivi globali:


a) il rafforzamento del contesto strutturale, economico e sociale del territorio, attraverso la promozione dell’integrazione spaziale, economica e funzionale tra aree caratterizzate da “velocità diverse” della dinamica di sviluppo;

b) l’ampliamento e l’innovazione della base produttiva in un quadro di sostenibilità ambientale, attraverso la diversificazione settoriale, l’integrazione fra settori, la competitività delle imprese;


c) la valorizzazione delle vocazioni del territorio attraverso interventi integrati, in primo luogo di natura ambientale e culturale.

Chiaramente, l’articolazione di una strategia a valle di tale obiettivo generale, non può prescindere da un lato, dalle connotazioni specifiche del contesto locale, e dall’altro dalla funzione programmatica del PSE. Partendo quindi da tale obiettivo generale si sono individuati obiettivi specifici, risultati attesi ed azioni funzionali alla situazione del contesto locale.

I.3. La struttura

I.4. La metodologia

Accanto ed in aggiunta ad una analisi “tradizionale” dei principali dati, si è voluto proporre in spirito innovativo una analisi combinata aggiuntiva sulle tematiche che maggiormente appaiono rilevanti nel territorio della XI° Comunità Montana: da un punto di vista economico, demografico e sociale infatti si sono evidenziati tre macro-fenomeni, all’interno dei quali si dispiegano le tendenze e gli aspetti principali ai fini della elaborazione del PSE.

L’obiettivo e la metodologia scelta per l’analisi socio territoriale appaiono funzionali a supportare la definizione d’azioni programmatiche tese alla riduzione degli squilibri o all’individuazione di criteri per l’allocazione di risorse.

La metodologia utilizzata ha l’obiettivo di identificare l’area territoriale distinta per fenomeni complessi e non direttamente osservabili né misurabili, dei quali però si conoscono le manifestazioni specifiche, i presupposti logici ed in alcuni casi gli effetti: sono questi infatti gli aspetti che possono essere descritti attraverso una molteplicità di indicatori.

Dalla prima analisi e conoscenza diretta del territorio della XI° Comunità Montana, per come rilevata dalle più recenti analisi effettuate – PAL dei due Gruppi di Azione Locale (Colli Tuscolani e Monti Predestini) – emerge la considerazione che il territorio non possa essere esclusivamente letto attraverso la pura e semplice interpretazione quali-quantitativa dei principali indicatori socio economici come discendente dai dati statistici.

Pertanto si è ritenuto opportuno applicare alla fase di analisi dei territori montani e rurali una impostazione metodologica più articolata e volta ad evidenziare quei fenomeni considerati maggiormente distintivi e rilevanti per comprendere le dinamiche e le caratteristiche peculiari di un territorio montano e rurale.

In tal senso si sono individuate tre aree tematiche omnicomprensive che fanno riferimento ad altrettanti macrofenomeni qui definiti:

• la marginalità economica e sociale; • la vocazione agricola • la dimensione urbana

Sono stati individuati, per ciascun macrofenomeno, una serie d’indicatori elementari la cui analisi ha permesso di classificare il territorio della XI° Comunità Montana per comune.

In termini generali la procedura adottata si è, per ognuno dei tre macro-fenomeni , articolata nelle seguenti fasi:

• la definizione concettuale del singolo macro- fenomeno; • la segmentazione del singolo macro- fenomeno in elementi via via più dettagliati, secondo uno schema ad albero, fino ad arrivare ad indicatori di tipo elementare ovvero relativi a fenomeni osservabili e misurabili; • la costruzione di un numero limitato di indicatori sintetici per ciascun macro- fenomeno oggetto di studio.

La definizione dei tre macro fenomeni Per ognuno dei tre macrofenomeni considerati, si è scelto di segmentarli secondo tre sottolivelli laddove al terzo livello troviamo gli indicatori elementari (Istat), al secondo troviamo una prima elaborazione degli indicatori elementari secondo sub fenomeni, al terzo livello troviamo il macro -fenomeno.


I° macro fenomeno : la marginalità economica e sociale.

Tale fenomeno, inteso come concetto di isolamento anche fisico, è stato articolato in quattro sub aree:

1. Area economica e della struttura produttiva; in quest’area si è cercato di misurare gli elementi di dinamicità presenti nella realtà produttiva e nel sistema famiglia del comune. A tal proposito sono state misurate la dotazione di attività produttive, i livelli di imprenditorialità della forza lavoro, i livelli di occupazione e disoccupazione ed infine la capacità di reddito e di spesa delle famiglie residenti.


2. Area formativa e sviluppo del capitale umano: a quest’area è delegato il compito di dare conto del livello formativo e complessivo della popolazione, letto quindi in termini di capacità del capitale umano, ma anche come analisi del suo utilizzo con particolare riguardo alle fasce più deboli del mercato del lavoro come i giovani e le donne. A tal proposito si è tenuto conto del tasso di attività femminile e di inoccupazione sia femminile che giovanile, oltre che del livello di istruzione, di analfabetismo incrociato con i consumi per la fruizione culturale.


3. Area demografica; in quest’area si è tenuto conto dei fenomeni legati all’andamento del territorio, inteso come aumento della popolazione residente , il livello di invecchiamento, nonché i flussi migratori.

4. Area attrattività e isolamento: si è cercato di misurare questo fenomeno sia dal lato dei servizi di rete presenti (operatori di servizi e prossimità ai principali nodi delle reti), sia dal lato dei flussi giornalieri (persone che si spostano per motivi di lavoro). Un’altra componente è data dalla % di popolazione che vive in case sparse ovvero dalla dispersione della popolazione sul territorio.


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II° Macro -fenomeno: “la vocazione agricola utilizzata”

Tale ambito è volto a comprendere le caratterizzazioni del territorio montano secondo l’intensità della sua vocazione agricola poiché la semplice definizione di spazio montano e rurale, strettamente legata alle caratteristiche fisiche del territorio e non alla sua utilizzazione, non permette di rilevare l’effettivo contributo che l’agricoltura, specie nella congiuntura attuale, riveste per l’area montana in esame.

La definizione del concetto di vocazione agricola “utilizzata” si articola in ulteriori due aree distinte:

• la rilevanza del settore: in quest’area si è cercato di misurare l’importanza che riveste il settore agricolo secondo tre dimensioni fondamentali : i livelli di attività della popolazione nel settore, la presenza di imprese agricole e il peso dell’utilizzo del territorio in attività direttamente o indirettamente connesse all’agricoltura;

• i livelli di specializzazione del settore: in quest’area si è voluto dare delle risposte alla domanda sulla tipologia dell’agricoltura presente ovvero se trattasi di attività legata a piccole o a grandi realtà produttive, ed infine evidenziare l’eventuale presenza di specializzazioni produttive.


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III° macro-fenomeno: la dimensione urbana


La terza dimensione utilizzata è stata la presenza di fenomeni di urbanizzazione nel territorio montano considerato ed in particolare modo l’esistenza di fenomeni di :

1. vocazione terziaria: articolata in dotazione di imprese di servizi e dotazione di servizi turistici;

2. erosione urbana: gli elementi che caratterizzano la presenza di fenomeni di erosione urbana sono contraddistinti in una elevata percentuale di territorio urbanizzato , una forte dinamica di crescita dell’edilizia ed infine la presenza significativa di seconde abitazioni.


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La presente metodologia (CFR. Saveri Senni, Regione Lazio/Ass.to per le politiche dell’agricoltura & Università degli Studi della Tuscia, Dipartimento economia agroforestale e dell’ambiente rurale- Agosto 2000), applicata al territorio regionale porta a conclusioni – si noti bene: secondo medie ed aggregazioni dell’intero territorio regionale, e quindi calcolata su parametri regionali – inevitabilmente diverse, volendo qui applicarla ad un territorio di 320 kmq e di circa 140.000 abitanti.

Vale quindi la pena di ricordare come le metodologie siano, di per sé stesse neutre rispetto alle situazioni locali, rappresentando un modello condivisibile di analisi che pur tuttavia conduce, proprio per l’effetto “lente di ingrandimento”, a risultati e conclusioni diverse ma “confrontabili” con le medie riscontrate a livello regionale.


I.4.1. Il bottom-up e la condivisione del PSE

La redazione di un piano sovracomunale non può prescindere da una analisi dei fenomeni socio economici in corso – ed in questo caso anche dei parametri fisico strutturali del territorio dato il cambiamento dei limiti amministrativi- e dalla piena partecipazione degli Enti pubblici che animano e compongono il territorio stesso. Accanto alla redazione di una analisi sui parametri fisici del territorio (realizzata con i criteri di cui sopra) il gruppo di lavoro incaricato, ha ritenuto di predisporre un questionario alle Amministrazioni Comunali per ottenere quell’effetto di bottom-up indispensabile alla costruzione di un Piano Socio Economico basato sulle “esigenze” di base a partire da coloro che maggiormente hanno contatto con i bisogni del territorio e della popolazione, ma anche per pervenire alla redazione di uno strumento che sia in grado di calarsi sul territorio in modo calzante e tale da rivestire un effettivo ruolo di motore di sviluppo.

Il questionario sottoposto alle varie Amministrazioni, e specificatamente a Sindaci e capi area comunali per le notizie strettamente di carattere tecnico, si componeva di tre parti: una lettura della situazione e delle problematiche attuali, una informazione sugli interventi in corso, sulle intenzioni programmatorie delle Amministrazioni ed infine una valutazione sulle priorità strategiche e di intervento che l’Ente Comunità Montana dovrebbe assumere, attraverso il presente PSE, per costituire sinergia con gli Enti locali intervistati.

Al di là delle risposte ottenute, che dovranno poi integrarsi con il disposto legislativo e di competenza propria dell’Ente e del PSE, e che vengono illustrate più avanti, un tale approccio costituisce il primo passo per la costruzione di un PSE partecipato e non avulso dalla realtà locale, -o peggio, come visto in numerosi altri piani- per evitare di elaborare ed adottare un mero lungo elenco di possibilità di azioni –una sorta di libro dei sogni- che nulla aggiungono e poco incidono realmente sui fenomeni economici in atto sul territorio.

In quest’ottica di partecipazione dal basso, in allegato alla presente bozza di PSE, è stato anche fornito un modulo da sottoporre ai consiglieri della Comunità Montana per consentire di raccogliere un più ampio ventaglio di opinioni e di valutazioni sui contenuti del PSE e sulle esigenze primarie.

Alla domanda sui settori strategici su cui deve far leva il PSE per lo sviluppo dell’area –domanda con non più di 3 risposte opzionabili- le risposte ottenute si collocano significativamente nei settori dell’ambiente, turismo ed agricoltura che effettivamente rappresentano i cardini di sviluppo del territorio dell’Ente, proprio per la sua valenza di area contermine al polo romano ed alla sua area metropolitana.


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Le esigenze manifestate dalle Amm.ni Comunali in termini di orientamento strategico del PSE, indicano un sostanziale equilibrio tra i settori del Turismo e della Conservazione ambientale intesa in senso lato, seguiti dall’Agricoltura. Dall’esame delle risposte appare evidente che il ruolo che la Comunità Montana dovrà assumere dovrà essere quello rilevante dell’accompagnamento allo sviluppo turistico in stretta connessione con le valenze ambientali dell’area; tale indicazione assume un particolare rilievo, proprio in virtù della presenza dell’area Parco sul versante castellano, ed alle emergenze storico-archeologiche ed architettoniche dell’intero territorio.


MACROFENOMENI RILEVATI

Ciascuno dei tre macro – fenomeni (CFR cap. 1 sulla metodologia di lettura) individuati:

• la marginalità economica e sociale • la vocazione agricola ” utilizzata” • la dimensione urbana


è stato ordinato e caratterizzato in base ad alcune tipologie specifiche per cui si riporta dapprima il commento rispetto all’aggregazione regionale dei dati e del relativo database, e successivamente quello interno ovvero rispetto alla media dei parametri del territorio dell’ Ente.

Vi è subito da rilevare che per i fenomeni economici, sociali e territoriali i Comuni di Frascati e Grottaferrata non possono (sia per l’analisi regionale, come pure per quella effettuata con la media dei parametri di area della XI C.M.) definirsi rurali, bensì aree urbane.

Ma ciò deve rappresentare motivo di interesse in quanto la presenza di tali territori costituisce e rafforza la valenza di polo d’attrazione (per servizi, attività culturali, qualità dell’offerta turistica) con benefici influssi su tutta l’area –specie quella del cosiddetto versante castellano- in termini di appetibilità dell’area.


I.4.2. Marginalità economica e sociale

AREE A GRAVITAZIONE ESTERNA

In questa zona si manifestano elevati fenomeni di pendolarismo evidenziati dalla rilevanza, decisamente superiore a quella media dei comuni laziali Frascati e Grottaferrata, per quanto riguarda gli spostamenti oltre i 60 minuti e gli occupati che lavorano fuori dal comune. Quindi, una gravitazione esterna alla quale si associa un ritmo di incremento demografico superiore alla media.

Tale fenomeno può imputarsi a quella crescente porzione di popolazione che, mantenendo la propria occupazione nei poli gravitazionali urbani, grazie allo sviluppo della rete viaria, supera la crescente difficoltà di trovare una soluzione abitativa in città trasferendosi nelle zone limitrofe. Da notare ulteriormente come all’interno di questo contesto i dati relativi alla dotazione d’impresa denunciano un livello di imprenditorialità locale poco autonomo dal polo gravitazionale urbano e allo stesso tempo intuisce anche la difficoltà di sostenere un processo di sviluppo autonomo.

Il modesto reddito familiare procapite e l’elevato tasso di inoccupazione l’immagine di un’area a sviluppo subordinato e inadeguato a garantire un’opportunità lavorativa ai residenti. Questa considerazione appare attenuata dalla pur difficile stima del lavoro sommerso legato soprattutto all’edilizia e al picco che in ogni caso inibiscono la spinta ad investire in nuove attività imprenditoriali nonostante siano evidenti le potenzialità connesse allo sviluppo di attività specie nei servizi sociali che nei servizi turistici.

Concludendo, secondo l’analisi a base regionale, il territorio appare di tipo “satellitare” con poi, considerato anche il più basso livello di risparmio lordo delle famiglie procapite nel Lazio, con scarse risorse disponibili per investimenti in grado di ridurne la dipendenza esterna. LE AREE A SVILUPPO NON COMPETITIVO

Dette aree (per la nostra area S. Cesareo) sono caratterizzate da un considerevole grado di dispersione dei residenti (residenti in case sparse con valori doppi rispetto alla media regionale), accompagnata da scarsa dotazione di attività produttive.

Sono comunque aree impegnate in una fortissima attività e pulsione al recupero del gap di sviluppo e dell’arretratezza in termini di dotazione di unità locali e di operatori economici. Fa infatti ben sperare la presenza di risorse economiche in grado di ridurre le distanze dalla media laziale.

LE AREE DELL’ECCELLENZA

Le diverse definizioni tipologiche relative alla marginalità economica e sociale - secondo la media regionale- individuano cinque dei Comuni della nostra area (Colonna, MonteCompatri, MontePorzio, Palestrina e Rocca Priora) ascrivibili alle aree d’eccellenza.

La tipologia rurale e montana concentra situazioni di eccellenza sotto molteplici aspetti: alti tassi di imprenditorialità ed attività, notevole crescita demografica ed attrattività, vicinanza alle grandi reti, rilevante fruizione culturale. I livelli di reddito familiare procapite però non sembrano altrettanto brillanti, e ciò probabilmente a causa dell’intensa crescita demografica che assorbe parte della ricchezza disponibile procapite.

Tuttavia, valutando anche il notevole tasso di sviluppo delle attività economiche (unità locali ed operatori economici) unitamente ad un livello di inoccupazione contenuto, un’altra chiave di lettura per capire il non eccedente livello di redditività potrebbe risiedere in una incapacità del contesto di produrre ricchezza in maniera adeguata rispetto al grado di strutturazione. Permane comunque l’immagine di una zona dinamica ed organizzata in grado di valorizzare le proprie risorse , ma ancore alla ricerca di una soluzione valida al fine di realizzare un contesto di eccellenza anche dal punto di vista reddituale.


I.4.3. Vocazione Agricola ”Utilizzata”

AGRICOLTURA AD ALTA REDDITIVITA’

Questa tipologia di agricoltura interessa due dei comuni montani (Colonna e Zagarolo) dell’area della Comunità Montana. L’agricoltura della zona pur caratterizzata da aziende di superficie media assai limitata (3,7 ha), evidenzia un forte grado di specializzazione in quanto l’ordinamento colturale è decisamente orientato verso la produzione di fruttiferi (kiwi, pesche, uva).

Trattandosi di colture ad alta redditività praticate da aziende fortemente specializzate, gli indicatori in termini di resa per ettaro di superficie e per unità lavorativa sia rilevante rispetto a quelli del contesto medio regionale. In questa tipologia si inseriscono anche le aree agricole dei Comuni classificati urbani (Frascati e Grottaferrata), aziende per lo più del settore vino.

Si tratta quindi di una agricoltura pienamente orientata al mercato, non sussidiaria in grado di costituire una valida fonte di reddito. Analizzando inoltre le altre variabili descrittive, si nota come l’incremento demografico avvvenuto negli ultimi anni sia stato rilevante, con tassi di sviluppo sostanzialmente doppi rispetto a quelli medi regionali. Ne possiamo dedurre che la correlazione fra capacità reddituale e attrattività demografica, svela una significativa capaci di produrre ricchezza e, al contempo, di attrarre nuove risorse.

AREE AD AGRICOLTURA DECLINANTE

Questa tipologia si caratterizza per decisi segnali di debolezza, bassi livelli di istruzione, analfabetismo superiore alla media regionale, mentre bassi restano anche gli addetti ai servizi culturali e ricreativi.

Nell’analisi di livello regionale vi è compreso unicamente il territorio di S. Cesareo. e invece nella categoria ad alta redditività per i tipi di produzione –specie ortofrutticoli- innescati e portati organicamente in luce nell’ultimo periodo.

AGRICOLTURA AD INFLUENZA URBANA

Questa tipologia di agricoltura interessa la maggior parte dei comuni montani (Cave, Gallicano, Genazzano, MonteCompatri, MontaPorzio, Palestrina, Rocca di Papa, Rocca Priora) in cui l’agricoltura non sembra caratterizzare fortemente il territorio né in termini di aziende agricole per abitante, né in termini di incidenza della superficie agricola.

La superficie media delle aziende si situano al di sotto di 3,5 ettari contro circa gli 8 Ha medi del totale dei comuni laziali. La quota di aziende a prevalente attività extraziendale del conduttore risulta su livelli più alti della media, con scarso ricorso ai salariati. Inoltre, l’indice di specializzazione è su valori inferiori alla media, anche se un certo rilievo assume la coltivazione della vite per vini doc. tuttavia gli ordinamenti colturali rimangono generalmente di tipo “misto” e poco reddituali in termini di produzione di ricchezza per unità di superficie.

Inoltre, essendo il carico di lavoro impiegato per ettaro piuttosto elevato, anche la remunerazione per unità lavorativa non appare adeguata rispetto ai valori medi regionali. Da tutto ciò ne deriva un’agricoltura poco radicata, con molte realtà pluriattive, che non riesce a conseguire risultati economici di rilievo. Volendo poi anche in questo caso entrare in maggior dettaglio facendo riferimento alle variabili descrittive si può rilevare:

• un livello di erosione urbana più alto della media regionale, la percentuale di territorio urbanizzato è pari infatti al 3,1% contro il 2% circa della media regionale; • un livello di scolarizzazione superiore alla media regionale; • un tasso di incremento demografico assai sostenuto ed una accessbilità alle grandi reti di comunicazione relativamente alta. Da questi elementi, emerge un’agricoltura a carattere interstiziale, che si ritira alla pressione di fatti tipicamente urbani. Tali forze non riescono però a determinare nuove opportunità di lavoro nel comparto al fine di rigenerare la riorganizzazione del settore primario.

Va notato invece, secondo i dati di livello medio locale, per i comuni di Rocca di Papa, Rocca Priora, MonteCompatri ed in parte per MontePorzioCatone detta posizione viene in molta parte mitigata dalla presenza di diffuse attività nella filiera del legno e delle produzioni legnose e prime lavorazioni di castagno, data la notevole estensione superficiale delle superfici boscate.

I.4.4. Il fenomeno della dimensione urbana

Detto fenomeno assume carattere prevalente in tutto il territorio, nel senso che ben 7 dei dodici comuni montani appartengono alla tipologia di erosione urbana e due sono addirittura classificati urbani.

AREE AD EROSIONE URBANA

In questo gruppo si ritrovano sette comuni ricadenti nella comunità montana (Cave, Colonna, MonteCompatri MontePorzio, Palestrina, Rocca di Papa, Rocca Priora). In questo caso il territorio urbanizzato presenta una percentuale doppia rispetto alla media generale (circa il 4%) ed un’elevata propensione alla edificazione. Tale caratteristica si trova associata ad una vocazione terziaria espressa da una dotazione generale dei servizi superiore alla media tranne che nel comparto turistico.

Nella parte che vede i valori locali medi di riferimento, i comuni di MontePorzioCatone e Palestrina “passano” alla categoria delle aree vocate per il turismo data la presenza di due poli ed emergenze archeologiche costituite dal Tuscolo e dalla miriade di punti di presenza di preesistenze nel comune di Palestrina.

AREE NON URBANE

In questa tipologia ricadono i comuni di San Cesareo, Gallicano, Genazzano e Zagarolo. La caratterizzazione fondamentale di questo gruppo, dal punto di vista degli indicatori di dimensione urbana avviene, per così dire, in negativo; si tratta di comuni legati da un profilo generalmente inferiore alla media degli indicatori di dimensione urbana.

Tale classificazione resta confermata nell’analisi con dati di livello di area locale.

AREE A VOCAZIONE TURISTICA

In questa area, e non poteva essere diversamente a livello regionale, non troviamo comuni vocati turisticamente rispetto ai valori medi regionali, anche se il fenomeno dell’utilizzo turistico dei Castelli Romani, per la classica gita domenicale fuori porta –pur ben noto agli studiosi locali- sfugge ai dati statistici individuati.


I comuni di MontePorzio Catone e Palestrina, sebbene con differenti livelli di utilizzo, conoscenza e frequenza di visitatori, risultano vocati per il turismo data le emergenze archeologiche presenti.

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Le procedura di valutazione e di modifica del Piano

Nel caso in cui durante le fasi di valutazione intermedia del Piano si verifichino maggiori eccedenze o minori richieste a valere sulle singole azioni, l’organo esecutivo della XI° Comunità Montana si riserva di operare le seguenti modifiche : • pubblicare nuovamente i bandi (per un periodo di 30 gg) dopo la prima scadenza; • operare il trasferimento delle risorse dalle azioni a minore richiesta verso quelle a maggiore eccedenza, modificandone così l’importo finale, fatto salvo di non modificare la tipologia di beneficiario finale (pubblico o privato); • predisporre per il Consiglio comunitario l’elaborazione della proposta di nuove azioni qualora le prime risultassero non esaurite.


Il Primo Anno di attuazione del presente PSE è considerato sperimentale e pertanto l’Ente si riserva di apportare eventuali migliorie al PSE.

II. IL QUADRO NORMATIVO-ISTITUZIONALE

II.1. Il quadro legislativo di riferimento

II.2. La programmazione e pianificazione territoriale: sovraordinata, nazionale e locale

Gli strumenti normativi e finanziari regionali di supporto al PSE

• La zonizzazione della XI° Comunità Montana del Lazio Nell’ambito della nuova programmazione comunitaria, nazionale e regionale il territorio ricadente nella XI° Comunità Montana è ammesso a beneficiare di una serie di aiuti in base all’appartenenza dei singoli Comuni alle aree obiettivo 2 e phasing out ovvero obiettivo 3. Lo schema seguente riepiloga la diversa appartenenza dei singoli Comuni agli obiettivi di cui sopra.


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Mentre tutti i Comuni sono ammessi a beneficare delle risorse previste per l’obiettivo tre (riferito alla formazione professionale), notiamo che soltanto cinque dei comuni montani sono considerati a pieno titolo svantaggiati (ob.2). I restanti possono beneficiare di un sostegno transitorio, in ragione del fatto che i loro parametri socio economici non giustificano più un significativo aiuto da parte dell’Unione europea ma consentono di destinare risorse minori fino alla totale eliminazione dopo il 2006. Tuttavia il cosidetto accompagnamento morbido per i Comuni non più classificati svantaggiati consente ugualmente a questi sei comuni di attrarre finanziamenti significativi per la realizzazione degli interventi sul proprio territorio. I soli Comuni che beneficiano delle risorse per la formazione e l’occupazione (ob. 3) sono quelli di Frascati , Grottaferrata e San Cesareo, che già nella passata fase di programmazione dei fondi comunitari erano fuori dai parametri previsti per accedere agli aiuti comunitari. L’importanza di rientrare nelle zone ammissibili è direttamente collegata alla possibilità di avanzare richieste di contributo sui principali strumenti di programmazione soprattutto di tipo regionale.


• Gli strumenti finanziari della Regione Lazio per la programma zione 2000-2006 L’area montana è interessata dai seguenti strumenti finanziari messi a disposizione dalla Regione Lazio.


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• Il documento unico di programmazione obiettivo 2

Il documento unico di programmazione è uno dei due strumenti programmatori più importanti della Regione Lazio per il periodo 2000-2006. L’ambito di applicazione di questo documento è molto ampio e va dagli interventi infrastrutturali agli incentivi alle imprese, al sostegno allo sviluppo dell’imprenditorialità giovanile e femminile fino al Terzi settore. L’accesso ai benefici previsti dal Docup ob. 2 è in fase di avvio , pertanto questo significa che sono molte le possibilità di attuare le azioni previste dal PSE attivando la richiesta di finanziamento alla Regione sia da parte dei Comuni che degli operatori privati, nonché della stessa Comunità Montana.

II.3. Lo sviluppo sostenibile

III. IL TERRITORIO

III.1. Analisi delle risorse

III.1.1. Le Risorse naturali e ambientali

III.1.2 LICEO CLASSICO "ELIANO" PALESTRINA

Il territorio prenestino è per buona parte occupato dagli omonimi monti,costituenti un importante anello nella catena Pre-appenninica laziale con la quale condividono l'origine tipica di ambiente marino. L'intera zona è caratterizzata dall'affioramento di rocce di natura prevalentemente calcarea,risalenti a 140 milioni di anni fa,bordate dalle più recenti piroclastiti prodotte dall'attività dell'apparato vulcanico dei Colli Albani.Questi 2 tipi di rocce determinano l'andamento del reticolo idrografico,la distribuzione e la portata delle sorgenti prenestine che ,lungo la fascia pedemontana,alimentano fontane e fontanili. L'ambiente naturale ,un territorio ricco di testimonianze storico archeologiche,ha permesso la costruzione di due percorsi,uno a Palestrina ed uno a Zagarolo,riguardo a fonti di particolari interesse per le caratteristiche chimico-fisiche delle acque e per il loro valore nella storia dei luoghi.

III.1.2. L’assetto idrogeologico Idrogeologia dell'area prenestina

Sui Monti Prenestini lo scorrimento delle acque in superficie e nel sottosuolo è regolato dalle varie tipologie litologiche: calcari-marnosi, marne, piroclasti. Le rocce calcaree presentano discontinuità, dovute alla stratificazione e alle sollecitazioni tettoniche. Nei sedimenti marnosi e calcareo-marnosi la permeabilità è più bassa, a causa della presenza della componente argillosa. Le acque meteoriche penetrano più o meno facilmente nel sottosuolo ed in parte scorrono in superficie, formando un reticolo di incisioni vallive. Il reticolo idrografico è di tipo radicale. Nonostante la ricchezza delle precipitazioni, gran parte dei corsi d'acqua, a carattere torrentizio, è perenne solo a quote basse(300 m s.l.m.). L'attività dei torrenti dà origine a valli dalla classica forma a V con versanti più aperti quando l'erosione interessa i sedimenti di origine marina e con pareti più ripide. La maggioranza dei corsi d'acqua presenti nell'area prenestina si trova nello stadio di giovinezza. Lungo i torrenti si possono trovare cascatelle o marmitte di forma ovale. La frazione di acqua che penetra nel terreno dà luogo a circolazioni idriche sotterranee non molto profonde a quote più elevate e dipendenti da fattori diversi: qualità delle rocce, pendenza, intensità delle precipitazioni. Quando la falda acquifera viene a contatto con la superficie, si originano modeste sorgenti a regime temporaneo. Soltanto sui bordi del complesso montuoso prenestino le sorgenti hanno un carattere di perennità. Di estremo interesse, in tutta l'area prenestina è l'acquifero più profondo formato da sedimenti carbonatici datati al Lias che sono stati raggiunti con la perforazione dei pozzi.

Le sorgenti prenestine

Negli anni '60 Lando Scotoni eseguì lo studio cartografico e i rilevamenti delle sorgenti presenti nell'area dei Monti Prenestini. Dai valori ottenuti risulta un limitato reticolo idrografico perenne per la presenza di fenomeni carsici superficiali uniti a una circolazione sotterranea. Inoltre considerando che circa il 19% della regione è a pascolo, si ha un rapido scorrimento ed una minore infiltrazione delle acque meteoriche con conseguente riduzione dell'alimentazione delle sorgenti. Nel territorio prenestino è possibile individuare quattro bacini idrografici: Empiglione, Fiumicino, Aniene, Sacco, con un totale di 265 sorgenti; tra queste è da rilevare la presenza di due sorgenti minerali riconosciute con analisi chimiche: sono la Fonte Ceciliana che nasce da un cunicolo romano a Palestrina, e la Fonte di Santo Stefano a Cave. Scotoni ha rilevato tutte le sorgenti nello stesso periodo e in condizioni di magra per offrire informazioni sulla portata ai comuni che potrebbero captare le acque non ancora utilizzate per compensare la carenza idrica nei mesi estivi. La densità delle sorgenti e la loro portata diminuiscono con l'aumentare dell'altitudine. La temperatura diminuisce in media di circa 3,1°C su 753 m di dislivello, pari a 1°C ogni 243 m di innalzamento, ovvero 0,4°C ogni 100 m. La temperatura media è di circa 11°C; la portata media è di 13 litri al minuto. Il maggior numero di sorgenti(83%) si riscontra nei bacini idrografici del Sacco e dell'Aniene. La più alta densità appartiene al bacino del Sacco, che da solo fornisce il 50% delle portate totali di tutta la regione. Le sorgenti con più ricca portata, 26 litri al minuto/kmq, sono quelle dell'Empiglione, nella parte nord-ovest della regione. I minimi valori per numero di sorgenti, densità, portata, si hanno nel bacino del Fiumicino(parte nord-ovest). La distribuzione geografica delle sorgenti rispecchia le differenti condizioni altimetriche del livello di base: dove questo è più alto, cioè sul versante orientale dei Monti Prenestini, minore è il numero delle sorgenti. L'altitudine media delle sorgenti è di 396 m, a minori altitudini corrispondono maggiori portate medie. Nella regione è possibile suddividere le sorgenti in quattro tipi. Prevalgono le sorgenti di strato, per numero e per portata totale, però le massime portate medie per sorgente sono date dalle sorgenti di valle; il 74% di tutte le sorgenti di strato appartiene al bacino del Sacco, dove sono diffuse anche le sorgenti di valle. Le sorgenti di trabocco prevalgono nel versante dell'Empiglione e la maggioranza di quelle di deflusso nel bacino del Fiumicino. Pochissime sorgenti possono essere considerate di tipo carsico. Le sorgive prenestine sono da classificare tra le sorgetni fredde ed hanno una temperatura estiva in media inferiore di 3,2°C a quella media annua teorica del luogo di sbocco. Ciò dipende dalla velocità di circolazione dell'acqua, sensibile nei calcari fessurati, quanto dalla provenienza dell'acqua d'infiltrazione da aree elevate, delle quali tende a mantenere le minori temperature. La maggioranza delle sorgenti sgorga da terreni piroclastici(tufi litoidi o pozzolanici) e da rocce calcaree(calcari marnosi, calcareniti e conglomerati calcarei). Un terzo delle sorgenti perenni prenestine non viene utilizzato, essendo privo di qualsiasi manufatto(come condutture, vasche, fontane). La disponibilità giornaliera estiva d'acqua, se fosse tutta captata e consumata nella regione, sarebbe di 171 litri pro-capite giornalieri, che però scendono a soli 144 se si tiene conto che sette grosse sorgenti dei territori di Palestrina e di Ciciliano sono utilizzate fuori della regione. Calcolato soltanto l'acqua effettivamente immessa in acquedotti e consumata nei centri abitati della regione, la disponibilità si abbassa a 34 litri pro-capite giornalieri, inconveniente al quale alcuni comuni cercano di ovviare approvvigionandosi d'acqua potabile fuori del territorio Prenestino. Una ventina delle più cospicue sorgenti potrebbero essere utilizzate per alleviare la deficienza di acqua potabile, ma molte altre sorgenti potrebbero essere proficuamente sfruttate per l'irrigazione nelle aree marginali prenestine, colpite da un preoccupante abbandono dei campi, che qui appare ingiustificato, perchè proprio le aree pedemontane sono quelle dotate di terreni migliori.

PERCORSO FONTANILI DI PALESTRINA

INIZIO PERCORSO: Fontana di Piazza Garibaldi

FINE PERCORSO: Fonte Ceciliana

QUOTA: 350-450 m s.l.m.

SVILUPPO: circa 8 km

TEMPO DI PERCORRENZA: 3 ore a piedi, un’ora in bicicletta

PERIODO CONSIGLIATO: primavera e primi mesi di autunno, da osservare i diversi colori del paesaggio: brillanti fioriture primaverili e accesi toni autunnali di foglie e frutti.

CLIMA: Il percorso si svolge nella regione pedemontana a clima temperato caldo, con inverno mite e periodo estivo, con temperature medie superiori a 20°C, con precipitazioni annue abbondanti ma siccità più accentuata in estate. Questa zona si distingue dalla parte montana a clima temperato fresco, con piovosità annua elevata e precipitazioni nevose per alcuni giorni.

CARATTERISTICHE GEOLOGICHE: Il suolo ha origine dal materiale piroclastico emesso dal Vulcano laziale durante il secondo ciclo, datato intorno ai 480000 anni fa, della prima fase dell’attività. Durante questa fase dell’eruzione è stata prodotta una quantità di materiale di circa 38 km cubi che si è espansa fino ad 80 km dal centro di emissione dei Colli Albani risalendo le pendici dei Monti Prenestini e dei Monti Tiburtini fino a circa 400 m di quota, coprendo le rocce di origine marina di età mesozoica e cenozoica che attualmente costituiscono tutte le strutture presenti a livelli superiori.

I PUNTI DI ACQUA: Il percorso interessa: Fontana di Piazza Garibaldi, Fontana del Pupazzo, Fontanile Formalicchi, Fontanile Forma Le Mura, Fontanile Taglia Le Grotte, Fontanile Covarelli, Fonte Ceciliana. Tutti i fontanili e Fonte Ceciliana ricevono l’acqua dai cunicoli lunghi 100-200 m scavati nel tufo. Dall’analisi risulta potabile l’acqua di Fonte Ceciliana, che viene classificata come oligominerale ed è utilizzata anche per l’imbottigliamento. Nei fontanili le acque non sono idonee agli usi potabili, infatti provengono da acquiferi superficiali che mancano di coperture naturali di protezione. In passato i fontanili vennero usati dalla popolazione locale per usi domestici e come risorsa idrica per l’allevamento.

FONTANILI DI PALESTRINA E UNIVERSITA’ AGRARIA

Il territorio agrario di Palestrina ha una superficie di 4650 ettari, tutto il territorio è diviso in numerose piccole proprietà, che rappresentano circa la quarta parte del territorio, in media proprietà dell’ex feudatario Principe Barberini. Per controllare i vari territori nasce nel 1568 l’Università Agraria a Palestrina come associazione autonoma dal Comune di Palestrina e dai Principi Barberini, che vendevano all’Università Agraria l’erbatico estivo e la metà di quello invernale. Il Pontefice Benedetto XIV approvò l’istituzione della Corporazione negli anni 1749 e 1751, concedendo l’autorizzazione per celebrare la festa di San Gordiano, il protettore dell’arte agraria. Nell’università numerosi erano i proprietari di un certo capitale di bestiame ed i proprietari degli appezzamenti lavorati mediante bestiame proprio, nulla doveva gravare sul proprietario ad eccezione delle tasse; inoltre i terreni dei proprietari erano soggetti alla servitù dello ius pascendi. All’interno dell’Università si potevano distinguere gli Amministratori che erano due giudici; i consoli, due sindaci addetti alla revisione dei bilanci annuali; un esattore; mentre alla dipendenza degli amministratori vi erano i guardiani, i paggi, i messi. Il consolato era la carica più ambita: ogni anno venivano eletti due consoli le cui azioni dipendevano dalle decisioni dei Barberini, i consoli solitamente discendevano dalle famiglie più illustri di Palestrina, tra i quali i Colizzi, i Busca, i Marini e i Caccia. Le rendite della Corporazione si traevano dai pascoli e dai fontanili di sua proprietà; verso la fine del ‘700 l’Università arrivò a condannare la ventata innovativa ed il progressivo restringimento dei fondi, così si crearono una serie di atti che cancellarono quasi completamente l’indicazione del diritto di pascolo goduto nei secoli a favore del consolato. Allora nei primi anni dell’800 i proprietari e i coltivatori terrieri avanzarono al governo centrale denunce e proteste, affinché si sopprimesse l’Università Agraria di Palestrina. In risposta a tali polemiche si propose di accogliere nell’Università un gran numero di proprietari di terre e di bestiame, con eguali diritti ed onori. Nel 1896 l’U.A. eredita i possessi dei fontanili e dei pascoli da parte di alcune istituzioni. Nel 1923 si dichiarò che tutti i terreni dell’Università erano soggetti alla servitù del pascolo; viste le notevoli priorità date a tale corporazione i contadini cominciarono a rivendicare, egualmente, il diritto alla proprietà e alla gestione dei fondi, poiché nel territorio prenestino il possesso della terra e dei pascoli era suddiviso tra i Principi Barberini, l’Università e gli Enti Ecclesiastici. Le polemiche seguirono per anni, ma nonostante queste, l’Università Agraria presenta anche notevoli privilegi come ad esempio la manutenzione dei fontanili che ci sono pervenuti fino ad oggi e tra i quali si distinguono i fontanili di: Forma le Tavole, Formalicchi, Boccapiana, Formalemura, Covarelli, San Gordiano, Taglialegrotte. Oggi l’Università ha presentato un progetto per la valorizzazione dei seguenti fontanili: Formalemura, Forma le Tavole, Boccapiana e Formalicchi.

PERCORSO

Il percorso inizia in Piazza Garibaldi dove troviamo una fontana che nasce in sostituzione della fontana del Pupazzo e dell’abbeveratoio, trasferiti nel 1909 a Porta San Martino. Il progetto di questa fontana fu redatto dal prof. Federico Giorgi, ma di fatto sarà lo scultore Tripisciano a realizzarla nella Fonderia Avanzi, fuori Porta Salaria in Roma. La realizzazione di questa fontana non è certo stata cosa facile, infatti il 7 agosto 1909, in Consiglio comunale, furono esaminati vari progetti circa la distribuzione delle acque a Piazza Garibaldi. Il via libera per la realizzazione del progetto di Tripisciano non arrivò da parte del Sindaco, Pompeo Bernardini, che fu impossibilitato a causa della mancanza del numero di consiglieri. Fu deciso così di disdire la proposta di Tripisciano per orientarsi verso un suddetto modello di fontana in ghisa e più precisamente quello del prof. Giorgi. Si decise quindi per la realizzazione di questa fontana che doveva comporsi di quattro pilastri e altrettanti getti con un’altezza complessiva di 2,5 m e un costo approssimativo di £ 500, oltre naturalmente alle spese necessarie per la messa in opera, che ammontano a circa £ 200. Il Consiglio approvò questa proposta, ma il 4 settembre dello stesso anno, ci fu una richiesta di aumento di prezzo che costrinse il Sindaco ad orientarsi verso l’offerta più ridotta pari a £ 675 che fece aggiudicare a Tripisciano la realizzazione della fontana. Partendo poi da Piazza Garibaldi girare a sinistra in Piazza Regina Margherita, continuare in Corso Pierluigi, quindi andare verso Piazza Gregorio Pantanelli e girando a destra in Via Roma, ci si trova di fronte alla Fontana del Pupazzo nella piazzetta di S. Martino (il percorso è lungo circa 273 metri). La Fontana del Pupazzo è stata costruita circa cinquecento anni fa (1493), dopo la distruzione del 1437, quando terminava la ristrutturazione del Palazzo Baronale e la ricostruzione di Palestrina, è una delle ultime testimonianze dell’epoca dei Colonna. La fontana è detta del “Pupazzo” per la statua del bambino abbracciato ad una colonna, simbolo della nobile famiglia. Il putto originale, rubato nella seconda metà dell’Ottocento, con ogni probabilità rappresentava Sant’Agapito con la palma del martirio appoggiato alla colonna emblema della famiglia dei feudatari; al suo posto ne fu messo uno diverso, che anziché abbracciare la colonna, si appoggiava con la mano sinistra ad un blasone che la raffigurava in altorilievo. All’inizio degli anni ’60 anche questo putto venne rubato e poi ritrovato, fu rimesso al suo posto per poi essere di nuovo trafugato qualche anno dopo, e questa volta definitivamente. La fontana è rimasta così per quindici anni senza “pupazzo”. Finalmente il 9 Dicembre 1984 per opera del Comitato Cittadino per le Opere Artistiche e Culturali, e col finanziamento della Cassa Rurale e Artigiana, un nuovo “pupazzo” è tornato ad abbellire la fontana. L’opera in marmo è stata eseguita dallo scultore Antonio Cotogni che si è ispirato al putto originario. Dopo Fontana del Pupazzo da porta San Martino si deve andare a sinistra per circa 500m , poi proseguire per Viale Pio XII e andare dritti per via della Colombella (questo tratto è servito da bus urbano), continuare in Sp20a per 2 km poi girare a destra su una strada sterrata, via dei Formalicchi, percorrendo una discesa si arriva al fontanile. Qui si possono notare esemplari di piante tipiche della macchia mediterranea che circondano ampi prati. Continuare il percorso in salita, girare a destra in Sp20a, fare circa 1,8 km quindi continuare in Via Prato Bini per 449 metri, andare in Via Colle Silvano per 1,6 km e girare a destra per Palestrina in Via Degli Olmi anche conosciuta come “Olmata” per la presenza di alberi di olmo. Girare a sinistra in Ss155 cioè Via Prenestina nuova, percorrere circa 400 metri, girare a destra per via Formalemura, lungo la quale,sulla sinistra, si incontra il Fontanile Formalemura. Questo fontanile si trova lungo un antico percorso di transumanza usato, fino alla prima metà del secolo scorso, dai pastori quando si dirigevano con le greggi da Caprinica Prenestina verso Colonna per trascorrere l’inverno. Da qui procedere per circa un chilometro, voltare a sinistra su Via della Croce, seguire la strada per circa 2,0 km, girare a destra su Via Taglia le Grotte, dopo circa 1 Km si arriva al fontanile, questo si trova all’inizio di un vallone scavato nel tufo dalle acque di ruscellamento, qui si può notare il sottobosco costituito da specie protette come pungitopo, ciclamini, anemoni. In questo tratto il percorso diventa meno agevole, la strada è sterrata per circa 500 metri, si arriva su via Pedemontana Stella e dopo circa 1,5 km si gira a sinistra per via Rodi, percorrerla tutta fino all’incrocio, voltare a sinistra per via Tende. Dopo 50 m ad una biforcazione, scendere a sinistra in una strada secondaria, via Covarelli, per 100 m circa, qui , in un ampio spazio è presente un fontanile formato da due vasche. Tornare in via Pedemontana Stella, procedere a sinistra lungo la strada romana, l’antica via Prenestina , di cui sono ancora visibili i basoli, dopo circa 700 metri girare a sinistra in via Fonte Ceciliana , subito dopo ancora a sinistra infine, dopo una breve salita, si arriva all’ingresso di Fonte Ceciliana. Questa fu costruita da Marco Visidiano Editalo, prefetto della coorte di Praeneste, e la moglie Visidia Caritusa (come ricorda una lapide rinvenuta a Palestrina nei secoli scorsi) che fecero innalzare un tempio e consacrarono la fonte ad Esculapio ed Igeia, divinità che gli antichi veneravano come tutrici della salute e dell’igiene. L’epigrafe ed il tempio conferirono così al luogo, già sacro per la leggenda che lo associava alla nascita del fondatore di Praeneste, ulteriore sacralità e fama, riconoscendo in modo ufficiale e pubblico le virtù curative dell’acqua. Il nome Ceciliana è da mettere in relazione con il “ Fundus Caecilianus”, appartenente all’antica ed illustre “gens Caecilia” di Praeneste, che non lontano dalla fonte ebbe una villa di cui rimangono ancora i resti. Quella gens aveva assunto il nome di “Cecilia” vantandosi di discendere da Ceculo fondatore e primo re di Praeneste. Secondo la tradizione sarebbe proprio la fonte Ceciliana il luogo ove quel personaggio fu rinvenuto bambino. Purtroppo la decadenza dell’impero romano coinvolse inevitabilmente Praeneste. Le invasioni barbariche e le incursioni saracene indussero i suoi abitanti ad abbandonare le abitazioni e le ville all’esterno della città e a ritirarsi entro la cinta muraria in “opus” poligonale, che fu rinforzata e munita di sovrastrutture tuttora evidenti. Le ville, gli edifici, il foro, l’anfiteatro subirono la furia devastatrice degli uomini e l’azione demolitrice del tempo, alla quale non si sottrasse la fonte, la cui acqua poté essere nuovamente apprezzata quando Palestrina divenne la capitale dei feudi dei Colonna, e successivamente dei Barberini che subentrarono ai Colonna come principi feudatari nel 1630. Una tenacissima tradizione pervenutaci dall’antichità e conservatasi viva nel corso dei millenni ha quindi accompagnato la Fonte Ceciliana. Intorno al 1955 vi furono eseguiti lavori che la dotarono di servizi, ne sistemarono gli spazi interni e il bosco, la resero accogliente, così iniziò la sua valorizzazione moderna e la prima commercializzazione dell’acqua. Una nuova ristrutturazione ha conferito all’intero complesso termale un alone di “antica nobiltà”, un’atmosfera magica, quasi che vi aleggiassero ancora i numi tutelari della salute, cui la fonte in tempi remoti fu consacrata. Fonte Ceciliana è visitabile dal lunedì al venerdì (8.30-12,00 / 14.30-18,00), qui è possibile sostare e bere l’acqua oligominerale.

CONSIGLI PER IL PERCORSO

Per la lunghezza del percorso si consiglia di fare delle soste in corrispondenza dei fontanili, purtroppo mancano strutture adeguate, comunque questa potrà essere un’occasione per osservare con più attenzione l’ambiente naturale circostante. In alcuni tratti è possibile servirsi del trasporto pubblico locale, il costo di un biglietto è di € 1. Si raccomanda la massima attenzione nel percorrere i tratti in aperta campagna per la mancanza di marciapiedi e per le dimensioni ridotte dell’ampiezza stradale. Lungo la via Pedemontana Stella, per evitare il traffico, è preferibile camminare sul basolato dell’antica via Prenestina, con il pensiero si potrà andare indietro nel tempo e sentirsi un po’ “antichi romani” in viaggio per raggiungere le ville di Praeneste.



FONTANILI DI ZAGAROLO

INIZIO PERCORSO: Fontanile di Fontana Nuova

FINE PERCORSO: Sorgente Sulfurea

QUOTA: 176 – 267 m s.l.m.

SVILUPPO: 5 Km

TEMPO DI PERCORRENZA: 2 ore a piedi, 1 ora in bicicletta

PERIODO:Tutto l’anno, evitare in estate le ore centrali della giornata. Ottimo: primavera per le fioriture spontanee ed inizio autunno per la ricchezza delle coltivazioni.

CLIMA: Di tipo mediterraneo con piogge più intense in primavera e in autunno

GEOLOGIA: Sotto lo strato di terreno fertile sono presenti rocce formate dalle piroclastiti emesse dall’apparato vulcanico dei Colli Albani. Lo stesso paese di Zagarolo si trova arroccato su un banco tufaceo di circa 2 Km, ai suoi lati sono presenti due valloni originati dall’erosione del substrato piroclastico di tufi e pozzolane ad opera delle acque dilavanti che degradano verso l’Aniene.

NOTIZIE STORICHE: Il percorso attraversa un territorio di antiche origini, certamente abitato in epoca romana, a Zagarolo vissero i Sagarii, produttori del sagum, veste usata dalle legioni romane. Nel corso dei secoli diverse famiglie controllarono queste terre: Conti di Tuscolo, Colonna, Ludovisi, Rospigliosi e, fino al 1992, Pallavicini. Notizie certe sul territorio si hanno da Andrea Carone che, nel 1637, fece una “Descrizione del territorio di Zagarolo, Colonna, Gallicano e Passarano. Con particolare dichiaratione delle quattro parti nelle quali si divide per comodo della coltivazone d’ogn’anno” , per ordine dei Ludovisi quando questi acquistarono dai Colonna il ducato di Zagarolo. Dal manoscritto, oltre al censimento dei beni terrieri, è possibile ottenere descrizioni precise di luoghi, con particolare riguardo per le emergenze archeologiche e per le numerose sorgenti idriche. A conclusione del suo lavoro, Carone inserisce un elenco di 42 fontane tra cui è possibile individuare: il fontanile del Formale, la fontana di Pietro Colle e la sorgente sulfurea, punti acqua del nostro percorso.

PERCORSO

Cominciamo il nostro viaggio alla scoperta di alcuni fontanili situati sul territorio del comune di Zagarolo. Il primo fontanile, da cui inizia il percorso, è quello di “Fontana Nuova” collocato nel centro storico del paese in prossimità della chiesa dell’Annunziata che fu iniziata nel 1553 da Camillo Colonna e continuata dai Ludovisi. Nel 1586 papa Sisto V la eleva a Basilica minore e Collegiata. La chiesa è a pianta latina con cupola circolare ed è dotata di un’originale torre campanaria a forma ottagonale. All’ interno tra i dipinti sono da segnalare la tela e gli ovali di Pietro da Cortona e le tele di M. Del Forno . Questa chiesa da pochi giorni è stata riaperta totalmente al pubblico. Fontana Nuova propone una struttura muraria curata , attraverso la quale accediamo a due vasche interne che fino a poco tempo fa venivano utilizzate come lavatoio. Proseguendo attraverso il centro del paese, in prossimità di Corso Vittorio Emanuele, oltrepassando l’ arco seicentesco è facile localizzare un lavatoio ora non più utilizzato. Da qui percorrendo circa 400m, oltrepassando piazza di Santa Maria, raggiungiamo Valle del Formale che ci permette di raggiungere il ”fontanile del Formale” in prossimità degli impianti sportivi. Questo fontanile probabilmente fu collocato come punto di ristoro per i viandanti, da questo punto è possibile godere di un’ ottima vista del paese; immerso nel verde riporta il suo apparato murario ben in vista che mette in risalto il recente restauro che ha ridonato bellezza alla struttura. E’ realizzato per intero in mattoni tufacei e comprende nella sua struttura quattro archi che ci permettono di accedere alle due vasche interne. Continuando lungo Valle del Formale, superata la rotatoria, subito sulla sinistra troviamo il “fontanile di Pietro Colle” posizionato all’ interno di un catino absidale decorato con una fantasia a quadri bianchi e neri. Percorrendo da qui circa 1500m è facile raggiungere il “fontanile di Colle Mainello”. Dopo aver attraversato per intero il colle; zona caratterizzata da una rigogliosa flora e dalla presenza nelle vicinanze di una cisterna romana del II secolo d.C, si arriva al fontanile che presenta una struttura in cemento ancora molto solida. E’ costituito da tre vasche, purtroppo con quantità d’acqua minima a causa di una stagione invernale piuttosto asciutta. Percorrendo in direzione nord circa 1500m raggiungiamo il fontanile, posto all‘ incrocio tra la via Zagarolese, la via Prenestina e la strada che porta a Gallicano nel Lazio, indicato sulla carta topografica come “Sorgente Sulfurea”. La presenza di zolfo permette di collegare questo fontanile con altre emergenze di acque mineralizzate presenti nel territorio, per esempio la vicina sorgente sulfurea di Passerano. Per quanto riguarda l’origine di queste acque si pensa alla risalita verso la superficie di fluidi di origine profonda con conseguente arricchimento in sali per la solubilizzazione dei sedimenti carbonatici inferiori e delle piroclastiti vulcaniche più superficiali. Nelle vicinanze del fontanile è possibile trovare diverse testimonianze dell’epoca romana. Una di queste, sul vicino Colle del Pero, è il Tondo che in antichità era una palestra per gladiatori e veniva utilizzata anche come piccolo anfiteatro. La struttura è stata realizzata in opus caementicium e rivestita in reticulatum. E’ ancora visibile gran parte dell’emiciclo con due nicchie contrapposte per le tribune d’onore. Di questo abbiamo notizie anche attraverso gli scritti del Palladio. Scendendo da Colle del Pero si torna sulla via Prenestina e si può osservare il cippo (pietra di confine) n° 528 che segnava il percorso dell’antico acquedotto dell’Acqua Marcia. Proseguendo a destra si entra nella tagliata di Cavamonte dove è possibile osservare la chiesetta di Santa Maria di Cavamonte costruita direttamente sull’antica strada romana. Continuando, poco più avanti è ben visibile Ponte Amato, sul percorso dell’antica via Prenestina, della quale si può osservare ancora il basolato. Dell’antico ponte si può vedere la struttura in opus quadratum con ossatura in caementicium, i blocchi perfettamente squadrati sono in lapis Gabinus, roccia tipica estratta dalle piroclastiti presenti nella zona della vicina e antica Gabii.


• Il territorio

Il territorio ed i limiti amministrativi della Comunità Montana hanno visto alcuni cambiamenti significativi, che ne hanno accentuato la valenza di territorio rurale rispetto alla perimetrazione originaria. Al posto dei Comuni di Roma e di Marino sono infatti subentrati i Comuni di Cave e Genazzano i quali per la dimensione e le caratteristiche fisiche conferiscono al territorio montano una più spiccata ruralità. L’Ente vede adesso la partecipazione dei territori comunali di Cave, Colonna, Frascati, Gallicano nel Lazio, Genazzano, Grottaferrata, MonteCompatri, Monte Porzio Catone, Palestrina, Rocca di Papa, Rocca Priora, Zagarolo e S.Cesareo per una superficie territoriale complessiva di 320 kmq (32.000 Ha) popolata da circa 140 mila persone con una densità residenziale media di 524 ab/Kmq. I Comuni con più estensione territoriale sono quelli di Palestrina e Rocca di Papa, anche se la maggioranza dei Comuni si attesta su una dimensione media di circa 22 KMQ, fatte salvo le eccezioni di Colonna e Monte Porzio Catone che si collocano sotto i 10 KMQ di superficie.


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Tuttavia l’intero territorio montano si articola in due versanti distinti, quello prenestino e quello tuscolano. In particolare i Comuni che fanno parte della XI° Comunità Montana, si distribuiscono lungo due versanti principali:  il versante prenestino è dominato dai Monti Prenestini che costituiscono i primi rilievi che si incontrano procedendo da Roma verso E-SE e che identificano una struttura N-S, lungo la quale si dislocano i Comuni di San Cesareo, Gallicano, Zagarolo, Palestrina, Cave e Genazzano; l’asse viario che attraversa e collega tutti i comuni è la strada statale Prenestina, mentre la statale n°6 Casilina collega l’area direttamente con Roma; la strada Maremmana collega infine il versante prenestino con l’area dei Colli Albani;  il versante dei Castelli Romani posto a SE di Roma si sviluppa intorno ai complessi vulcanici dei Colli Albani e del Monte Tuscolo. Il territorio è caratterizzato da un sistema collinare diffuso che assume carattere montano nei Comuni di Rocca Priora e Rocca di Papa. Il territorio tuscolano si sviluppa quindi intorno al Monte Tuscolo e pertanto i Comuni sono distribuiti intorno al rilievo evidenziando un continuum territoriale che traccia un semicerchio a SE di Roma. Il sistema di comunicazione è in questo caso garantito dalle vie Tuscolana, Anagnina e Casilina che conferiscono un livello di prossimità molto accentuato tra i Comuni di questo versante al punto di fargli acquisire le sembianza di un tuttuno territoriale. I punti di contatto tra i due versanti sono costituiti dai Comuni di Colonna e Rocca Priora.


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Il rapporto tra morfologia, sistema sociale e identità culturale

L’individuazione del versante prenestino e tuscolano connota una diversità di tipo sia morfologico che culturale. I due aspetti sono strettamente interrelati nel senso che la morfologia ed il sistema di comunicazione tra i due versanti ha inciso anche sul sistema di relazioni sociali e sul consolidamento di una qualche forma di identità culturale ascrivibile a ciascuno di essi . I Comuni di Frascati, Monteporzio, Montecompatri, Colonna, Grottaferrata, Rocca di Papa e Rocca Priora sono identificabili come il versante dei Castelli Romani.

Il carattere saliente di questo primo gruppo di Comuni è dato dalla continuità territoriale e da un sistema di comunicazione che favorisce l’interazione tra le singole amministrazioni. E’ significativo sottolineare che la distanza media tra i diversi paesi è di circa 8 km laddove il Comune di Frascati svolge la funzione di polo aggregante soprattutto grazie alla presenza di tutti gli istituti scolastici superiori. La presenza del comune di Frascati posto al centro del sistema territoriale costituisce un punto di interazione e di collegamento sia fisico che sociale rispetto al quale le singole identità comunali trovano una soluzione di continuità mantenendo al contempo le loro caratteristiche locali. Oltre a quest’aspetto si deve considerare l’appartenenza al sistema territoriale dei Castelli Romani grazie alla quale i Comuni in oggetto hanno beneficiato di un’immagine comune consolidata all’esterno dell’area. L’atro versante interessa i Comuni di San Casareo, Gallicano, Cave, Palestrina, Genazzano che sono identificabili come l’area dei monti prenestini. L’elemento di primaria differenziazione rispetto all’altro versante è rappresentato dalla localizzazione e dal collegamento tra questi comuni che passa per la strada statale Prenestina. Tuttavia quest’arteria principale non garantisce l’attraversamento fisico effettivo dei diversi comuni in quanto essa costituisce un asse rispetto al quale è necessario introdursi per tante piccole arterie al fine di raggiungere un comune piuttosto che un altro. Questo significa che i diversi comuni non sono naturalmente collegati e questo aspetto ha inciso storicamente nel sistema di relazioni e di scambio tra le diverse comunità locali. Si intende sostenere che la morfologia di questi luoghi sembra favorire più l’isolamento che l’interazione tra le diverse comunità. Basti ricordare i costoni tufacei sui quali sorgono i Comuni di Gallicano, Zagarolo e Genazzano e che conferiscono a questi comuni il carattere di vere e proprie fortezze. Anche nel versante prenestino esiste un polo aggregante, legato per lo più ai servizi, che è il comune di Palestrina.

• il bosco e le attività connesse

• Dati sulla struttura dei boschi

Per ogni comune afferente alla XI Comunità Montana vengono riportati in apposita scheda, alcuni dati territoriali e di carattere forestale di base riferiti ai dati statistici attualmente disponibili e riferiti alla fonte ISTAT integrati quando necessario da altre fonti (dati uffici tecnici comunali, pubblicazioni degli enti locali, ecc.). Tutti i dati relativi alle superfici sono espressi in ettari (ha).

Dall’analisi dei dati, così come si può osservare nella tabella 1, si possono individuare alcuni aspetti generali del territorio di riferimento che consentono di affermare che i boschi sono essenzialmente presenti nelle zone interne dell’alta collina e della montagna e sono maggiormente concentrati nei comuni di Rocca di Papa, Rocca Priora, Palestrina e Montecompatri.


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Unico comune in cui il bosco risulta assente è Colonna.

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Il coefficiente di boscosità più elevato viene riscontrato nel comune di Rocca di Papa, il cui territorio è coperto da boschi per oltre il 50%. Per contro San Cesareo e Frascati sono i Comuni in cui tale coefficiente risulta più basso e pari rispettivamente a 2,2% e 3,3%. Su una superficie territoriale complessiva di 32.093 ettari, riferita al totale della superficie dei 13 comuni, il bosco occupa una superficie di 5.142 ha, con un coefficiente di boscosità medio complessivo del 13,31 %. Relativamente alla proprietà, quella privata con un totale di 3.176 ettari, rappresenta la categoria prevalente e pari al 61,8% del totale dei boschi, mentre quella comunale è nettamente inferiore con 1701 ha pari al 33% del totale. Tuttavia la quota di proprietà pubblica ha subito un incremento di circa il 50% nell’anno 2000 in seguito all’acquisto da parte del comune di Rocca di Papa di circa 800 ha di boschi privati. I restanti boschi, pari a 265 ettari (5,1% del totale), appartengono alla categoria di proprietà di enti diversi.


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Sotto il profilo quantitativo i soli comuni che presentano una superficie boscata di una certa importanza sono Rocca di Papa (2.050 ha), Rocca Priora (996 ha), Palestrina (638 ha) e Montecompatri (265 ha) che nel loro insieme (3.949 ha), costituiscono il 76,8% di tutti i boschi dell’area comunitaria.

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III.1.2. L’assetto idrogeologico

Idrogeologia dell'area prenestina

Sui Monti Prenestini lo scorrimento delle acque in superficie e nel sottosuolo è regolato dalle varie tipologie litologiche: calcari-marnosi, marne, piroclasti. Le rocce calcaree presentano discontinuità, dovute alla stratificazione e alle sollecitazioni tettoniche. Nei sedimenti marnosi e calcareo-marnosi la permeabilità è più bassa, a causa della presenza della componente argillosa. Le acque meteoriche penetrano più o meno facilmente nel sottosuolo ed in parte scorrono in superficie, formando un reticolo di incisioni vallive. Il reticolo idrografico è di tipo radicale. Nonostante la ricchezza delle precipitazioni, gran parte dei corsi d'acqua, a carattere torrentizio, è perenne solo a quote basse(300 m s.l.m.). L'attività dei torrenti dà origine a valli dalla classica forma a V con versanti più aperti quando l'erosione interessa i sedimenti di origine marina e con pareti più ripide. La maggioranza dei corsi d'acqua presenti nell'area prenestina si trova nello stadio di giovinezza. Lungo i torrenti si possono trovare cascatelle o marmitte di forma ovale. La frazione di acqua che penetra nel terreno dà luogo a circolazioni idriche sotterranee non molto profonde a quote più elevate e dipendenti da fattori diversi: qualità delle rocce, pendenza, intensità delle precipitazioni. Quando la falda acquifera viene a contatto con la superficie, si originano modeste sorgenti a regime temporaneo. Soltanto sui bordi del complesso montuoso prenestino le sorgenti hanno un carattere di perennità. Di estremo interesse, in tutta l'area prenestina è l'acquifero più profondo formato da sedimenti carbonatici datati al Lias che sono stati raggiunti con la perforazione dei pozzi.

Le sorgenti prenestine

Negli anni '60 Lando Scotoni eseguì lo studio cartografico e i rilevamenti delle sorgenti presenti nell'area dei Monti Prenestini. Dai valori ottenuti risulta un limitato reticolo idrografico perenne per la presenza di fenomeni carsici superficiali uniti a una circolazione sotterranea. Inoltre considerando che circa il 19% della regione è a pascolo, si ha un rapido scorrimento ed una minore infiltrazione delle acque meteoriche con conseguente riduzione dell'alimentazione delle sorgenti. Nel territorio prenestino è possibile individuare quattro bacini idrografici: Empiglione, Fiumicino, Aniene, Sacco, con un totale di 265 sorgenti; tra queste è da rilevare la presenza di due sorgenti minerali riconosciute con analisi chimiche: sono la Fonte Ceciliana che nasce da un cunicolo romano a Palestrina, e la Fonte di Santo Stefano a Cave. Scotoni ha rilevato tutte le sorgenti nello stesso periodo e in condizioni di magra per offrire informazioni sulla portata ai comuni che potrebbero captare le acque non ancora utilizzate per compensare la carenza idrica nei mesi estivi. La densità delle sorgenti e la loro portata diminuiscono con l'aumentare dell'altitudine. La temperatura diminuisce in media di circa 3,1°C su 753 m di dislivello, pari a 1°C ogni 243 m di innalzamento, ovvero 0,4°C ogni 100 m. La temperatura media è di circa 11°C; la portata media è di 13 litri al minuto. Il maggior numero di sorgenti(83%) si riscontra nei bacini idrografici del Sacco e dell'Aniene. La più alta densità appartiene al bacino del Sacco, che da solo fornisce il 50% delle portate totali di tutta la regione. Le sorgenti con più ricca portata, 26 litri al minuto/kmq, sono quelle dell'Empiglione, nella parte nord-ovest della regione. I minimi valori per numero di sorgenti, densità, portata, si hanno nel bacino del Fiumicino(parte nord-ovest). La distribuzione geografica delle sorgenti rispecchia le differenti condizioni altimetriche del livello di base: dove questo è più alto, cioè sul versante orientale dei Monti Prenestini, minore è il numero delle sorgenti. L'altitudine media delle sorgenti è di 396 m, a minori altitudini corrispondono maggiori portate medie. Nella regione è possibile suddividere le sorgenti in quattro tipi. Prevalgono le sorgenti di strato, per numero e per portata totale, però le massime portate medie per sorgente sono date dalle sorgenti di valle; il 74% di tutte le sorgenti di strato appartiene al bacino del Sacco, dove sono diffuse anche le sorgenti di valle. Le sorgenti di trabocco prevalgono nel versante dell'Empiglione e la maggioranza di quelle di deflusso nel bacino del Fiumicino. Pochissime sorgenti possono essere considerate di tipo carsico. Le sorgive prenestine sono da classificare tra le sorgetni fredde ed hanno una temperatura estiva in media inferiore di 3,2°C a quella media annua teorica del luogo di sbocco. Ciò dipende dalla velocità di circolazione dell'acqua, sensibile nei calcari fessurati, quanto dalla provenienza dell'acqua d'infiltrazione da aree elevate, delle quali tende a mantenere le minori temperature. La maggioranza delle sorgenti sgorga da terreni piroclastici(tufi litoidi o pozzolanici) e da rocce calcaree(calcari marnosi, calcareniti e conglomerati calcarei). Un terzo delle sorgenti perenni prenestine non viene utilizzato, essendo privo di qualsiasi manufatto(come condutture, vasche, fontane). La disponibilità giornaliera estiva d'acqua, se fosse tutta captata e consumata nella regione, sarebbe di 171 litri pro-capite giornalieri, che però scendono a soli 144 se si tiene conto che sette grosse sorgenti dei territori di Palestrina e di Ciciliano sono utilizzate fuori della regione. Calcolato soltanto l'acqua effettivamente immessa in acquedotti e consumata nei centri abitati della regione, la disponibilità si abbassa a 34 litri pro-capite giornalieri, inconveniente al quale alcuni comuni cercano di ovviare approvvigionandosi d'acqua potabile fuori del territorio Prenestino. Una ventina delle più cospicue sorgenti potrebbero essere utilizzate per alleviare la deficienza di acqua potabile, ma molte altre sorgenti potrebbero essere proficuamente sfruttate per l'irrigazione nelle aree marginali prenestine, colpite da un preoccupante abbandono dei campi, che qui appare ingiustificato, perchè proprio le aree pedemontane sono quelle dotate di terreni migliori.

III.1.3. Le Risorse storico culturali

III.2. Analisi degli aspetti socio-economici

III.2.1. Popolazione

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La configurazione demografica dei comuni montani indica la prevalenza ancora di piccoli centri (entro i 10.000 abitanti). Sono tuttavia presenti tre Comuni con circa 20.000 abitanti (Frascati, Palestrina e Grottaferrata) due dei quali (Frascati e Palestrina) oltre ad essere i più popolati costituiscono anche poli gravitazionali per i due versanti del territorio montano.

I valori della densità abitativa sono mediamente al di sopra della media regionale con valori che raggiungono la punta massima di 994 ab/Kmq a Grottaferrata e minima con i 164 e 168 ab/kmq di Gallicano e Genazzano.

Il fenomeno di antropizzazione raggiunge le punte più elevate soprattutto nella fascia dei Castelli Romani dove il rapporto superficie per abitante diventa prossimo ai mille abitanti per kmq.

E’ evidente come l’indice di densità abitativa dell’area montana sia al di sopra dei parametri convenzionalmente applicati per l’individuazione di comuni montani, ma come si vedrà in seguito, tale indice non è in grado da solo di spiegare la reale configurazione socio economica dell’area montana al punto che, come è stato preannunciato all’inizio è stato necessario introdurre una metodologia di analisi territoriale più complessa ai fini di cogliere le peculiarità economiche e sociali dell’intero territorio.

Tuttavia rispetto all’incremento demografico che ha interessato l’intero territorio montano è opportuno svolgere alcune considerazioni in grado di rendere esplicite le attuali tendenze in atto riferite al fenomeno di incremento demografico complessivo.

Il boom demografico, che ha interessato soprattutto negli anni ’70-’80 il territorio montano, ha prodotto un incremento pari a circa il 20% della popolazione residente. A tutto il 1999 questo fenomeno sembra attestarsi su valori più bassi con un incremento medio complessivo di circa il 12,3 % nel periodo dal 1991 al 1999 frutto di una crescita ancora sensibile per quanto riguarda i Comuni di Zagarolo, Palestrina, San Cesareo, Grottaferrata, Rocca di Papa e Rocca Priora mentre i restanti Comuni si attestano su livelli al disotto della media complessiva in quanto già parzialmente saturi.

Incrociando questo dato con il n° degli abitanti per U.L., ci si accorge che il rapporto di 1/5 (ovvero una unità locale per ogni 5 abitanti) resta costante nei 10 anni, a dimostrazione che i fenomeni di insediamento e di crescita della


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popolazione residente riguardano persone attive e che quindi il fenomeno –al contrario delle aree rurali di fascia appenninica – non è di fine carriera lavorativa di persone precedentemente espulse dal territorio, ma attiene a volontà di trasferimento di popolazione che intende vivere ed operare nell’area. La popolazione residente nel territorio montano si concentra, rispetto alla sua composizione demografica per classi di età, per ben il 70% nella fascia di popolazione compresa tra i 15 ai 65 anni.


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Ciò delinea una struttura sociale potenzialmente dinamica e propositiva rispetto alla quale l’indice di invecchiamento si colloca al di sotto della media regionale, e cioè pari al 67% (dato 1991) rispetto alla media regionale del 92% e a quello provinciale del 97%. Un ulteriore elemento a riprova della struttura relativamente giovane del tessuto sociale è costituito dal 18% di popolazione al di sotto dei 14 anni. Si consideri ulteriormente che l’incidenza dei giovani sul totale della fascia centrale di età ha un’incidenza di circa il 23%. In base a queste prime rilevazioni della struttura sociale si profila un quadro del territorio montano in controtendenza rispetto ai naturali andamenti di altre zone montane, in cui cioè le emergenze sociali più rilevanti sono imputate all’invecchiamento della popolazione nonché al depauperamento demografico del territorio. nel caso della XI° Comunità montana, la struttura demografica conferisce al territorio potenziali di sviluppo interessanti ma al contempo pone serie di problematiche connesse principalmente alla gestione delle emergenze giovanili nonché della popolazione in età lavorativa e più in generale alla qualità della vita della popolazione residente. Tali considerazioni hanno trovato ampio riscontro anche nelle interviste in profondità rivolte agli amministratori per i quali da una parte diventa prioritario dare risposte efficaci ed efficienti sotto il profilo dei servizi ad una popolazione che avanza una domanda crescente e soprattutto sempre più diversificata di servizi alla famiglia, dall’altra si pone il problema di rendere competitivo l’ambiente produttivo esistente rispetto alle sfide globali. In sostanza la popolazione giovanile ed in fascia centrale di età viene considerata dalle diverse amministrazioni come un universo importante da governare e attraverso il quale passa lo sviluppo dell’intera area.

Di interesse appare il dato dello stato civile della popolazione da cui emerge che oltre il 93 % della popolazione è costituito da celibi, nubili e coniugati, mentre sono solo pari ad un totale del 7% i separati/divorziati ed i vedovi.

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Per quanto riguarda la scolarizzazione della popolazione residente i valori si collocano in posizione lievemente svantaggiata rispetto alle medie provinciali e regionali, specie per quanto riguarda la popolazione che ha conseguito un diploma di scuola media inferiore, nonché per i laureati.

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La popolazione non attiva risulta composta da un 20% di pensionati, da un 14% di studenti e da un 30% di casalinghe (anche se non si può certamente parlare di popolazione “inattiva” per quanto attiene alle casalinghe, svolgendo esse un lavoro che la società civile va sempre più riconoscendo anche attraverso la recente obbligatorietà d’assicurazione contro gli infortuni).


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Il reddito ed i consumi

I dati disponibili sui redditi denunciati al fisco riflettono la maggiore o minore presenza di attività redditizie, in un sistema economico nazionale che tende a sottovalutare le redditualità agricole deprezzando i prodotti agricoli non trasformati, e contemporaneamente concedendo regimi di aiuto consistenti per ridurre tale gap, sia dal punto di vista fiscale che di controllo. Non a caso i redditi dichiarati sono maggiori nei comuni meno rurali, mentre appaiono decisamente inferiori (-30-35%) nei comuni più agricoli e marginali.

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A tali redditi corrispondono naturalmente depositi bancari (e c/o fianziarie) pro-capite che confermano la disparità sopradescritta.


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Di seguito si riportano alcuni indicatori di reddito- anche in vista dell’analisi sui macrofenomeni che danno la misura di alcuni squilibri interni all’area. Tali differenze derivano principalmente dal tipo di attività prevalente praticata nei vari comuni e anche dal grado d’isolamento culturale e dai contatti con l’intorno.


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Va da sé che più una comunità è rurale e quindi dedita alle attività agricole tradizionali e non specializzate, tanto più è facile trovare bassi livelli di reddito, scarsità di consumi e propensione all’autoconsumo, nonché scarsa disponibilità economica – e qui il discorso riguarda in generale le politiche agricole praticate in Italia dal dopoguerra ad oggi, cui si sta progressivamente ponendo rimedio anche grazie all’azione della Comunità europea- e di conseguenza bassi valori di proprietà immobiliare.


Un altro dato che interesserà l’analisi dei macrofenomeni è rappresentato dal tasso di imprenditorialità che indica la propensione al rischio d’impresa, la disponibilità economica ad avviare nuove attività in proprio, l’esistenza di condizioni di contesto- sociale, istituzionale ed economico- che favoriscono l’iniziativa privata.

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III.2.2. Abitazioni

III.2.3. Occupazione ed attività produttive

Per quanto riguarda la composizione della struttura produttiva si fa rilevare che l’indice di attività (anno 1991) ed il dato degli attivi si colloca al 41% con un rapporto pressoché uguale rispetto al dato provinciale e regionale. Il tasso di disoccupazione al 1991, includendo anche coloro in cerca di prima attività è pari al 22% della popolazione attiva.

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Per quanto attiene ai settori principali di attività gli attivi in agricoltura rappresentano il 5,3 % della popolazione in condizione lavorativa, quelli del settore secondario il 22,01 % e quelli del terziario quasi il 60%. Dunque sia rispetto ai valori provinciali che a quelli regionali, nell’area in esame viene confermata una maggiore presenza di attività agricole, a scapito degli addetti al settore del terziario. Gli attivi nell’industria si collocano, al contrario, in posizione superiore rispetto alle medie provinciali e regionali a significare la buona predisposizione dell’area all’insediamento artigianale e di piccola industria, vuoi per la vicinanza e l’attraversamento dell’area da parte delle dorsali di maggiore scorrimento (Autostrada RM –Na, Bretella RM FI/ RM NA E RM AQ), ed anche per la relativa vicinanza con il mercato di Roma.

L’articolazione del terziario risulta essere parimenti importante in questa prima fase di valutazione poiché, ad un primo esame, il dato (1996) che emerge fortemente è rappresentato dalle attività commerciali che registrano il 46% del totale delle UL. Per quanto attiene agli addetti il solo commercio assorbe il maggior numero di addetti in piccole UL con circa 2 persone cad. Il settore artigianale/industriale vede la maggior parte degli addetti in piccole imprese, che rappresentano il tessuto produttivo prevalente con una dimensione che non supera i 50 dipendenti per UL.

III.2.4. Agricoltura

Per quanto riguarda il settore agricolo il primo dato da rilevare è rappresentato dalla forte presenza di coltivi permanenti (oliveti e vigneti) e superfici boscate, dato che si colloca al di sopra della media regionale.

Per quanto attiene alla ripartizione di dette superfici agrigole utilizzate nei vari territori comunali, appare indicativo e significativo il grafico seguente che mostra la vocazione agricola di ciascun comune dell’area. Il grafico mostra la vocazione boschiva dei comuni di Rocca di Papa, Rocca Priora, Palestrina e Gallicano.

III.2.5. ITCG "Michelangelo Buonarroti"

L’agricoltura biologica è un metodo di produzione che: • Non utilizza sostanze chimiche di sintesi Piante resistenti, insetti utili, prodotti di origine animale e vegetale sono utilizzati per difendere le colture • Conserva e migliora le caratteristiche del suolo, importantissime risorsa ambientale e agricola. Letame, concimi organici, compost, sovesci, non lavorazioni sono le tecniche utilizzate in agricoltura biologica • Rispetta le forme di vita e gli organismi utili (biodiversità) presenti nell’ambiente. Attraverso l’impianto di conservazione di siepi, boschetti, luoghi di nidificazione e svernamento • Presta particolare attenzione al benessere degli animali nel loro allevamento, si utilizzano mangimi naturali, è minore il carico per ettaro, non ammette allevamenti senza terra. GLI OBIETTIVI DELL’AGRICOLTURA BIOLOGICA

• Fornire ai consumatori alimenti naturali normalmente privi di residui chimici e di elevate qualità gustative e nutrizionali. • Contribuire a proteggere l’ambiente, limitando l’inquinamento causato dalle attività umane. Rappresenta pertanto la prima forma di agricoltura sostenibile (che conserva cioè le risorse ambientali anche per le generazioni future).


AGRICOLTURA BIOLOGICA IN ITALIA


Il settore biologico cresce a ritmi veloci e costanti in tutta Europa ma in Italia si assiste ad un vero e proprio boom che ha portato il nostro Paese, nel 2001, al primo posto in Europa con una superficie investita di 1.182.403 ettari, superando di gran lunga paesi come Francia, Germania e Austria impegnati storicamente in questo settore. Tra i dati emergenti dell’evoluzione del biologico in Italia, abbiamo il boom delle imprese di trasformazione che utilizzano materie prime bio e quello delle imprese zootecniche. Diversi fattori concomitanti hanno contribuito a questo sviluppo: - il recepimento del Reg. CEE 2092/91 e successive modifiche che ha imposto regole comuni a livello europeo per la produzione, trasformazione, etichettatura, vendita dei prodotti biologici. Il regolamento è stato completato nel 1999 con le norme relative alla zootecnia biologica (Reg. CE 1804/99); - gli incentivi economici previsti dai Regg. CEE 2078/92 e 1257/99, finalizzati all’adozione di tecniche agricole compatibili con la salvaguardia dell’ambiente, ora calati, inizialmente hanno costituito uno stimolo importante alla conversione verso il metodo produttivo biologico; - la crescente domanda dei consumatori, sia in Europa che in USA e Giappone, verso un’alimentazione più sana, e di conseguenza, la forte richiesta di mercato di prodotti biologici, che supera, per molte tipologie di prodotto, l’offerta disponibile; - l’entrata in campo in Italia della grande distribuzione organizzata (Gdo) che ha reso reperibili i prodotti bio in numerosissimi punti vendita e catalizzato l’attenzione delle principali associazioni di produttori italiane. Di seguito si fornisce una sintesi dell’indagine annuale realizzata da Bio Bank, curata da Nomisma. Le aziende Secondo il Rapporto annuale curato da Nomisma e Bio Bank, su dati forniti dagli organismi di controllo, le aziende biologiche al 31/12/2001 ammontano a 63.156 unità (Tab. 1), con un incremento maggiore delle aziende di trasformazione rispetto a quelle di produzione. Le aziende agricole biologiche risultano 57.298, con un leggero incremento (+2,2%) rispetto all’anno precedente quando si era registrata una forte crescita; esse sono concentrate prevalentemente al Sud e nelle Isole. La superficie media per azienda agricola è di 22,6 ettari. Le aziende di produzione/trasformazione e trasformazione sono passate dalle 4.195 unità di fine 2000 alle attuali 5.858 (+40%). I produttori/trasformatori aumentano del 20% e le aziende di trasformazione del 48%. I dati indicano una più diffusa presenza di imprese con struttura industriale e artigianale che utilizzano il prodotto biologico quale materia prima di processo di trasformazione industriale; un aspetto importante in quanto la trasformazione rappresenta per molti prodotti agricoli un settore economicamente remunerativo. Per quanto riguarda la localizzazione territoriale, come nel passato, il maggior numero di aziende si trova nelle regioni insulari dove le notifiche sono 21.991 (35% del totale), quindi nelle regioni dell’Italia meridionale (31%); il restante 34% si ripartisce tra le regioni centro-settentrionali, con 11.110 aziende al Nord e 6.802 al Centro. La superficie Dall’indagine sopraccitata emerge che la Superficie Agricola Utile (Sau) destinata alle colture biologiche in Italia al 31/12/2001 raggiunge i 1.182.403 ettari; tale cifra comprende sia le superfici biologiche che quelle in conversione. L’incremento del 2001 rispetto al 2000 è pari al 10,6%, a dimostrazione che il comparto continua ad espandersi seppure con percentuali inferiori agli anni precedenti. L’orientamento produttivo Per valutare l’effettiva importanza economica assunta dal comparto, è fondamentale considerare non solo la superficie, ma soprattutto gli orientamenti produttivi, che influenzano profondamente i risultati economici e commerciali e, quindi, il livello di remuneratività per l’azienda agricola. L’elaborazione dei dati delle superfici per orientamento produttivo (Bio Bank, 2001) interessa 992.725 ettari su un totale di 1.182.403 ettari rilevati, cioè l’84% della Sau complessiva. Questa la superficie investita per comparto in ordine decrescente di estensione: • Foraggicoltura: in Italia il 28,4% della Sau biologica ed in conversione è investita a foraggio (circa 336.000 ettari); il 16,4% è destinato a colture foraggere/zootecniche. La maggiore estensione di superficie si concentra in Sardegna (oltre 94.000 ha). • Cerealicoltura: le colture cerealicole, con 213.536 ettari, occupano il 21,5% della superficie nazionale: oltre 34.468 ha si concentrano in Puglia, altri 32.517 ha in Sicilia e ulteriori 26.448 ha in Sardegna per un totale di oltre 93.433 ettari. • Olivicoltura: questa coltura, tipicamente mediterranea, copre il 9,9% della superficie nazionale (circa 98.280 ettari); è prevalentemente distribuita nelle regioni meridionali, Puglia in testa. • Frutticoltura: a ridosso dell’olivicoltura si collocano le colture frutticole che rappresentano il 7,1% della Sau biologica (70.483 ettari circa). • Viticoltura: la graduatoria si chiude con le colture viticole che occupano il 3,5% della Sau totale (circa 34.745 ettari). AGRICOLTURA BIOLOGICA nel TERRITORIO DELL’XI COMUNITÀ MONTANA

Nel territorio dell’undicesima Comunità Montana l’agricoltura biologica non ha avuto lo stesso sviluppo: infatti le aziende biologiche risultano essere 34 (fonte elenco produttori biologici della regione Lazio) come sede legale, ma la maggior parte sono ubicate in altri comuni.

LA ZOOTECNIA BIOLOGICA

Le produzioni biologiche animali fanno capo al Reg.CE1804/99, a completamento del Reg. 2092/91, che in Italia è stato recepito il 4 agosto 2000 con il D.M. 91436 che disciplina alcuni aspetti di competenza dei singoli stati membri dell’Unione europea. Alla fine del 2001 secondo i dati delle Politiche Agricole e Forestali esistevano 3.506 aziende zootecniche biologiche suddivise nelle principali tipologie produttive: 330.701 bovini (latte e carne), 327.891 ovi-caprini, 25.435 suini, 648.693 pollame, 1.682 conigli, 48.228 api, in numero di arnie. Numeri piuttosto piccoli, rispetto al patrimonio delle 640mila aziende con allevamenti rilevato dal V censimento dell’agricoltura nel 2000. Le ragioni di un tale ritardo di sviluppo sono molteplici. Innanzitutto, i sistemi zootecnici, in particolare quelli biologici, sono molto complessi e difficilmente gli allevatori cambiano in poco tempo, radicalmente, il proprio sistema produttivo. Inoltre, esistono problemi di filiera: i prodotti raggiungono con difficoltà il mercato e, spesso, agli elevati prezzi al consumo non corrispondono elevati prezzi alla produzione. Per finire, la zootecnia biologica non riceve sostegni specifici, se non incentivi alla produzione di alimenti destinati alla zootecnia bio. Secondo i dati Bio Bank aggiornati al 31/12/2001 valutano in 3.506 le aziende zootecniche biologiche che hanno richiesto di aderire al sistema di certificazione nazionale. La maggior parte (1.621 unità, pari al 46%) sono aziende zootecniche miste. A livello di specializzazione aziendale, la zootecnia da latte incide per il 18% mentre le aziende specializzate nella produzione di carne pesano per un restante 36%. La zootecnia da carne è un comparto di forte interesse per gli operatori anche perché consente di costruire per la carne bovina nazionale percorsi di valorizzazione di produzioni locali.

CLASSIFICAZIONE DELLE AZIENDE SECONDO L’INDIRIZZO PRODUTTIVO

L’ordinamento colturale, cioè la ripartizione della superficie aziendale tra le diverse colture indica quali prodotti erbacei ed arborei vengono ottenuti in un’azienda, ma non è un dato sufficiente per rilevare anche la presenza o meno di allevamenti zootecnici e di industrie di trasformazione né per conoscere la destinazione finale dei prodotti.

Tali elementi vengono indicati dall’indirizzo produttivo che esprime:

• la ripartizione della superficie agraria utilizzata (SAU) tra colture erbacee ed arboree e, tra le prime, tra colture in rotazione e fuori rotazione; • gli allevamenti bovini, suini, equini, caprini o di animali minori rispettivamente con o senza terra e l’attitudine prevalente (da carne, da uova, ecc.); • utilizzazione aziendale dei prodotti e cioè se vengono trasformati, utilizzati tali e quali oppure se vengono reimpiegati come mezzi di produzione; • alla destinazione extra-aziendale dei prodotti, e cioè il loro invio al mercato o all’industria agro-alimentare.

Le aziende possono venir classificate attraverso l’indicazione dell’indirizzo produttivo: così un’azienda la cui SAU è ripartita tra seminativo in rotazione e prati stabili ed in cui i foraggi prodotti vengono reimpiegati nell’alimentazione del bestiame, può essere indicata come cerealicolo-zootecnica se economicamente prevale il cereale (presumibilmente grano) nella produzione lorda vendibile (Plv). Verrà invece indicata come zootecnica-cerealicola se ritrae maggiori ricavi dall’allevamento che dalla vendita dei cereali. Alcuni altri indirizzi produttivi possono essere:

• orto-floricolo ove la SAU è destinata a colture pregiate di ortaggi e fiori recisi, presumibilmente parte in pieno campo e parte in coltura protetta; • vitivinicolo se la coltura prevalente è la vite e uva trasformata in vino; • suini-avicolo se prevalgono gli allevamenti suini e avicoli, anche sganciati dalla produzione in azienda dei mangimi.

Secondo l’ambiente pedoclimatico, la domanda del mercato, l’esistenza in azienda di strutture utilizzabili, le scelte imprenditoriali, gli indirizzi produttivi possono differenziarsi ulteriormente. Essi sono contraddistinti sempre da una certa rigidità, maggiore per le colture arboree che per quelle erbacee e maggiore se richiedono investimenti intrasferibili o poco trasferibili: così i ricoveri e le altre strutture necessarie per l’allevamento zootecnico sono difficilmente utilizzabili per altre destinazioni.

Un altro sistema di classificazione prevede la suddivisione in base al loro orientamento tecnico economico (OTE) che risulta moltiplicando gli ettari di superficie o i capi di bestiame per determinati coefficienti, calcolati sulla base della PIv media comunitaria di ciascuna coltura ed allevamento e fatta pari ad 1 la Plv del grano tenero. Dal risultato ottenuto per intera azienda, si deduce a quale tipo di ordinamento essa appartiene nell’ambito di un quadro di 4 orientamenti generali e tredici particolari a cui vengono ricondotte tutte le attività produttive esistenti.

Gli ordinamenti tecnico-economici generali sono:

1. erbaceo: colture erbacee da raccolto diretto (cereali da granella, rinnovi, colture industriali, ortive e floricole); 2. arboricolo: colture arboree da frutto (vite, olivo, agrumi, pomacee, ecc.): 3. zootecnico: allevamenti bovini, equini ed ovino-caprini (utilizzanti in genere produzioni foraggiere aziendali): 4. zootecnico minore: allevamenti avicoli (generalmente svincolati dalla produzione aziendale dei mangimi).

Strumenti di valutazione dell’efficienza Una corretta gestione imprenditoriale è quella che individua, tra le possibili combinazioni dei fattori della produzione, quella che consente di realizzare il massimo profitto. In altre parole, si tratta di ottenere la massima produzione con il minimo costo, il che si esprime attraverso un indice di efficienza, dato dal rapporto:

produzione lorda vendibile costo totale di produzione

Esso può essere: uguale a 1, se il tornaconto è nullo; maggiore di 1 se il tornaconto è positivo; minore di 1 se il tornaconto è negativo. Lo strumento essenziale per la gestione aziendale è il bilancio, che rileva prodotti e spese di un esercizio, per lo più riferito all’annata agraria. Il bilancio può paragonarsi ad una fotografia della situazione aziendale. Consente di determinare il reddito netto dell’imprenditore attraverso la differenza ricavi-costi anche con riferimento ad ordinamenti produttivi diversi, fornisce una visione globale dell’azienda nel suo insieme. Per analizzare un singolo settore produttivo si può ricorrere ai conti colturali, che analizzano i risultati delle singole colture o settore aziendale. IL BILANCIO DELL’AZIENDA AGRARIA Il bilancio di un’azienda è costituito dal confronto tra entrate ed uscite, cioè tra prodotti e spese; secondo gli scopi per cui, di volta in volta, viene compilato, porta alla determinazione del prodotto netto aziendale, del reddito netto dell’imprenditore, del reddito fondiario o del solo tornaconto.

Il bilancio può essere:

• consuntivo o preventivo a seconda che si riferisca ad un periodo di gestione già concluso oppure preveda ricavi e spese di un periodo futuro. I bilanci preventivi si compilano nei casi in cui si vogliano conoscere i redditi ritraibili in ordinamenti produttivi diversi da quello in atto, magari conseguenti ad investimenti di cui si voglia valutare la convenienza; • globale o parziale a seconda che riguardi l’intero complesso aziendale ovvero un solo settore produttivo;


Per poter procedere alla compilazione del bilancio, occorre analizzare le singole voci che lo compongono che, opportunamente classificate ed ordinate, ne costituiscono l’attivo ed il passivo. I RICAVI La produzione lorda totale (Plt) dell’azienda è la somma di tutti i prodotti ottenuti durante l’annata agraria che, in quasi tutta Italia, per consuetudine, inizia l’11 novembre, festa di S. Martino. È costituita dalla somma dei prodotti delle colture erbacee, delle colture arboree, degli eventuali allevamenti zootecnici e delle industrie di trasformazione. La produzione lorda totale dell’azienda può essere in parte venduta, in parte utilizzata dalla famiglia dell’imprenditore o data come compenso di lavoro a salariati, ed infine reimpiegata nel ciclo di produzione successivo come capitale di scorta (così il letame, i foraggi, la paglia, talvolta le sementi, ecc.).

La produzione lorda vendibile, indicata col simbolo Plv, corrisponde alla produzione lorda totale meno i prodotti , reimpiegati nella produzione; essa è quindi costituita sia dai prodotti effettivamente venduti, che da quelli che potrebbero venir venduti senza alterare l’ordinamento aziendale, ma che invece sono volti al consumo da parte dell’imprenditore e dei lavoratori.

All’attivo del bilancio si usa porre la produzione lorda vendibile invece di quella totale in quanto in tal modo sì evitano inutili doppie valutazioni: infatti. se si volesse ad esempio conteggiare tra le entrate la produzione del letame, si dovrebbe poi ripetere la stessa tra le uscite, come spesa dl concimazione. Così per i foraggi trasformati in azienda, che dovrebbero venir considerati anche come spesa presunta per l’alimentazione dei bovini. Inoltre non si potrebbero registrare tra le entrate sia i foraggi che i prodotti zootecnici (latte, carne, letame) ottenuti dalla loro trasformazione, in quanto ciò equivarrebbe a considerare due volte lo stesso prodotto, in fasi diverse della produzione. Fa parte della Plv l’utile lordo di stalla (Uls) che è costituito dalla variazione positiva o negativa del capitale bestiame durante l’anno, variazione dovuta a nascite, morti, acquisti, vendite, incremento in peso dei soggetti allevati. Risulta dal confronto tra l’inventario iniziale dei capi di bestiame più nascite ed acquisti e l’inventano finale più morti e vendite. Ai prodotti effettivamente venduti si applicano i prezzi in azienda, cioè i prezzi di mercato detratti delle spese di trasporto dall’azienda al mercat