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Da Valle Ossola.
COMUNITÀ MONTANA VALLE OSSOLA (PIEMONTE)
I. INTRODUZIONE
I.1. La Comunità Montana: ruolo e funzioni
Le Comunità Montane sono enti locali costituiti con legge regionale tra comuni montani e parzialmente montani della stessa provincia, allo scopo di promuovere la valorizzazione delle zone montane, l'esercizio associato delle funzioni comunali, nonché la fusione di tutti o di parte dei comuni associati (Arte. 28 comma I L. 8 giugno 1990 n° 142 "Ordinamento delle autonomie locali"). In passato le Comunità Montane avevano i connotati di un semplice consorzio amministrativo; con la L. 1102/71 diventano enti di diritto pubblico cui i comuni devono aderire obbligatoriamente; infine, sono diventate Enti locali con la L. 142/90 che recita: "Le Comunità Montane sono enti locali costituiti con legge regionale tra comuni montani e parzialmente montani della stessa provincia, allo scopo di promuovere la valorizzazione delle zone montane, l'esercizio associato delle funzioni comunali, nonché la fusione di tutti o di parte dei comuni associati (Arte. 28 comma I L. 8 giugno 1990 n° 142 ”Ordinamento delle autonomie locali”).
Competenze ed attività espletate L'Art. 29 della L. 142/90 e l’Art. 6 della L.R. 28/92 individuano le finalità e le funzioni della Comunità Montana: 1. La Comunità Montana, attraverso l'attuazione di piani pluriennali e di progetti speciali integrati e nel quadro della programmazione di sviluppo provinciale e regionale, promuove lo sviluppo socioeconomico del proprio territorio; persegue l'armonico riequilibrio delle condizioni di esistenza delle popolazioni montane anche garantendo, d'intesa con gli altri Enti operanti sul territorio, adeguati servizi capaci di incidere positivamente sulla qualità della vita. 2. La Comunità Montana concorre alla difesa del suolo ed alla difesa ambientale; tutela e valorizza la cultura locale e favorisce l'elevazione culturale e professionale delle popolazioni montane anche attraverso una adeguata formazione professionale. 3. Spettano alle Comunità Montane le funzioni attribuite dalla legge nazionale e regionale, quelle ad essa delegate da Regione, provincia e Comuni ed in particolare: • Gestisce gli interventi speciali per la montagna stabiliti dalla Comunità economica europea o dalle leggi statali e regionali (in particolare quanto O stabilito in materia di salvaguardia del territorio montano nella L.R 72/95); • Esercita le funzioni proprie dei Comuni o a questi delegate, che i Comuni non riescono ad espletare in proprio o per le quali decidano di esercitare in forma associata; • Realizza le proprie finalità attraverso programmi operativi annuali di attuazione del piano pluriennale di sviluppo socioeconomico; • Concorre alla formazione del Piano territoriale Provinciale anche attraverso le indicazioni urbanistiche del piano pluriennale di sviluppo; 4. Le Comunità Montane hanno ruolo e le funzioni di Consorzio di bonifica montana ai sensi della L.R. 4/75. 5. Sono attribuite alle Comunità Montane tutte le deleghe predisposte per gli Enti Locali dal D.L. 112/98 "Conferimento di funzioni e compiti dello stato alle regioni ed agli Enti Locali in attuazione del capo I della Legge 15.3.97 n° 59"; riferiti, in particolare ai seguenti ambiti: • sviluppo economico e attività produttive • territorio, ambiente ed infrastrutture • servizi alla persona e alla comunità • polizia amministrativa.
I.2. Il PSSE: obiettivi e linee guida
I.3. La struttura
Il Piano di sviluppo socio-economico costituisce il principale strumento per la programmazione degli interventi delle Comunità Montane, con i requisiti definiti dalla Legge Regionale n°16/99. Ha durata quinquennale e viene adottato, con una deliberazione programmatica, dal consiglio della Comunità Montana, successivamente approvato dalla Provincia territorialmente competente (art.26). Deve essere sintetico, chiaro e deve fissare gli obiettivi che effettivamente possono essere raggiunti con i mezzi finanziari che realisticamente potranno essere disponibili. È articolato in due parti: • la prima conoscitiva che consente, anche se redatta in forma breve ed essenziale, di analizzare le caratteristiche socio-economiche e territoriali; • la seconda propositiva degli interventi ritenuti necessari, redatta secondo i seguenti principi: 1. valutazione complessiva delle principali problematiche (punti di forza e debolezza) e delle prospettive che consentono di individuare gli obiettivi generali del piano. 2. definizione degli obiettivi operativi per aree di intervento che rappresentano i settori nell’ambito dei quali la Comunità Montana opererà attivamente: gli interventi concreti costituiscono i programmi d’azione. L’individuazione e la collocazione cartografica delle opere e degli interventi previsti nel piano costituiscono indicazioni urbanistiche, le quali concorrono alla formazione del piano territoriale provinciale. Alle suddette indicazioni i Comuni adeguano i propri strumenti urbanistici. Il piano è corredato da una tavola denominata "carta di destinazione d’uso del suolo" che individua le aree di interesse agro – silvo - forestale e di particolare pregio ambientale e paesistico, le linee di uso delle risorse primarie e dello sviluppo residenziale, produttivo, terziario, turistico, e la rete di infrastrutture aventi rilevanza territoriale. La redazione del Piano di Sviluppo richiede che si presti particolare attenzione alla fase di analisi della situazione attuale evitando che questa diventi un’aggregazione di dati statistici che non consentono di individuare qualitativamente le tendenze reali in corso. È necessario, quindi, cercare di interpretare i dati statistici in modo tale da identificare gli scenari evolutivi che, nel medio periodo, caratterizzano il territorio in esame. Nella fase propositiva si è reso indispensabile il coinvolgimento degli attori presenti sul territorio (le Amministrazioni Comunali, gli Enti di Gestione dei Parchi e delle Riserve Naturali, le Associazioni di Categoria) per svolgere un’azione di prospezione dello sviluppo possibile ed un’anticipazione degli scenari che producano tale sviluppo. La partecipazione e la consultazione degli attori coinvolti, è indispensabile perché tale piano possa essere considerato uno strumento utile a favorire lo sviluppo. Alla luce delle considerazioni sopra esposte, la fase conoscitiva si articola secondo i seguenti settori ed argomenti: • Analisi ambientale e delle caratteristiche geografiche, geologiche, geomorfologiche e di utilizzo del suolo. • Analisi demografica e sua dinamica. • Analisi delle dotazioni di servizi, infrastrutture e situazione abitativa. • Analisi dei settori produttivi cercando di individuare i problemi strutturali ed infrastrutturali di base.
I.4. La metodologia
II. IL QUADRO NORMATIVO-ISTITUZIONALE
II.1. Il quadro legislativo di riferimento
L’art. 44 della Costituzione Italiana (1948) recita "Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, ... promuove ed impone la bonifica delle terre...La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane" . La prima legge nazionale che recepisce queste direttive è la L.n° 991 del 1952 che dispone provvedimenti a favore dei territori montani attraverso sussidi economici che interessano i settori silvo pastorali, artigianato e turismo. I piano di sviluppo socioeconomico sono regolati dalla seguente normativa nazionale e regionale: • L. 1102 del 3.12.1971, Nuove norme per lo sviluppo della montagna (artt. 4, 6, 8); • L. 142 dell’8.6.1990, Ordinamento delle autonomie locali (art. 29) • L. R. 16 del 2.7.1999, Testo unico delle leggi sulla montagna (artt. 26, 27, 28, 29) La legge 1102 del 3/12/1971, si pone l’obiettivo della "valorizzazione delle zone montane, favorendo la partecipazione delle popolazioni attraverso le Comunità Montane"; si crea quindi un nuovo organismo avente i seguenti ruoli: 1- concorrere all’eliminazione degli squilibri di natura sociale ed economica fra le zone montane; 2 - concorrere alla difesa del suolo ed alla protezione della natura. Tutto ciò mediante una serie d’interventi intesi a: a. dotare i territori montani, con l’esecuzione di opere pubbliche e di bonifica montana, delle infrastrutture e dei servizi civili idonei a consentire migliori condizioni di abitazione ed a costitu ire la base di un adeguato sviluppo economico; b. sostenere, attraverso opportuni incentivi, nel quadro di una nuova economia montana integrata, le iniziative di natura economica idonee alla valorizzazione di ogni tipo di riserve attuali e potenziali. c. fornire alle popolazioni residenti nelle zone montane, riconoscendo alle stesse la funzione di presidio del territorio, gli strumenti necessari ed idonei a compensare le condizioni di disagio derivanti dall’ambiente montano. d. favorire la promozione culturale e professionale delle popolazioni montane. e. Realizzare gli interventi suddetti attraverso piano zonali di sviluppo, da redigersi e attuarsi dalle Comunità Montane, e da coordinarsi nell’ambito dei piani regionali di sviluppo. L’istituzione delle Comunità Montane è demandata alle regioni: la Regione Piemonte recepisce le indicazioni della 1102 con la L.R. 17 del 1973, l’Ossola fu suddivisa in 5 piccole comunità. Secondo l’analisi del Brocca (1975) si tratta di un grave limite in quanto il compito primario di programmare lo sviluppo deve essere concepito a livello territoriale cercando di spezzare le resistenze campanilistiche che sono in contrasto al processo di sviluppo comunitario. La Legge Regionale n° 72 del 1995 "Provvedimenti per la salvaguardia del territorio e per lo sviluppo socio-economico delle zone montane" definisce meglio i compiti delle Comunità Montane: questa legge è stata abrogata con l’entrata in vigore del "Testo unico delle Leggi Sulla Montagna"
La Legge Regionale n°16 del 2 Luglio 1999 La Legge Regionale 2 luglio 1999 n° 16 “Testo unico delle leggi della Montagna” promuove la salvaguardia del territorio con particolare attenzione all’ambiente naturale e la valorizzazione delle risorse umane, culturali e delle attività economiche delle zone montane. La stessa legge ridelimita le comunità montane esistenti "in base a criteri di unità territoriale, economica e sociale". La Comunità Montana Valle Ossola assume una nuova fisionomia e viene ridotta da 18 a 11 comuni: Anzola, Beura Cardezza, Bognanco, Domodossola, Masera, Mergozzo, Ornavasso, Pallanzeno, Premosello Chiovenda, Trontano, Vogogna. Questa ridefinizione dei confini amministrativi ha posto la Comunità Montana nelle condizioni di dover completare e adeguare i propri strumenti di programmazione. Gli articoli 26, 27, 28 capo IV di detta legge sono dedicati al piano di sviluppo socio economico che le comunità montane sono tenute a predisporre. Detto piano è lo strumento attraverso il quale le comunità montane concorrono alla formazione del piano territoriale di coordinamento. Il suo ruolo nella pianificazione territoriale provinciale è di grande rilievo sia come fonte di informazione, che come strumento di governo dell’amministrazione locale. Le finalità ricalcano le leggi precedenti e sono: "La Comunità montana, attraverso l’attuazione dei piani pluriennali di sviluppo, dei programmi annuali operativi e di progetti integrati di intervento speciale per la montagna e nel quadro della programmazione di sviluppo provinciale e regionale, promuove lo sviluppo socio-economico del proprio territorio, persegue l’armonico riequilibrio delle condizioni di esistenza delle popolazioni montane, anche garantendo, d’intesa con altri enti operanti sul territorio, adeguati servizi capaci di incidere positivamente sulla qualità della vita. La Comunità Montana concorre, nell’ambito della legislazione vigente, alla difesa del suolo ed alla difesa ambientale, tutela e valorizza la cultura locale e favorisce l’elevazione culturale e pro fessionale delle popolazioni montane anche attraverso un’adeguata formazione pro fessionale che tenga conto, nei suoi moduli organizzativi, delle peculiarità delle realtà montane Gestisce gli interventi speciali per la montagna .... esercita le funzioni proprie dei Comuni che i Comuni sono tenuti o decidono di esercitare in forma associativa. .... realizza le proprie finalità istituzionali attraverso programmi operativi annuali di attuazione del piano pluriennale di sviluppo socio-economico." Grande rilievo viene posto al Piano di sviluppo socio- economico che deve essere predisposto "tenendo conto delle previsioni degli strumenti urbanistici esistenti a livello comunale ed intercomunale, della pianificazione territoriale e di settore vigenti, nonché delle indicazioni derivanti dalla consultazione dei Comuni interessati" Le richieste di finanziamento regionale devono essere richieste attraverso i "Progetti integrati" presentati coerentemente con il contenuto del piano pluriennale di sviluppo socio-economico, tenuto conto degli aspetti di ricaduta di tali progetti sul tessuto socio-economico e territoriale.
Di seguito viene riportato in allegato la Legislazione regionale, nazionale e comunitaria vigente
II.2. La programmazione e pianificazione territoriale: sovraordinata, nazionale e locale
II.3. Lo sviluppo sostenibile
III. IL TERRITORIO
III.1. Analisi delle risorse
III.1.1. Le Risorse naturali e ambientali
INQUADRAMENTO GEOGRAFICO La Val d’Ossola Il territorio della Comunità Montana Valle Ossola comprende la porzione centrale del territorio della Provincia del Verbano-Cusio-Ossola; nella Errore. L'origine riferimento non è stata trovata., in cui viene rappresentata la suddivisione delle Comunità Montane provinciali, si osserva come la Comunità Ossola sia la seconda per estensione dopo l’Antigorio, Divedro, Formazza ma rappresenta quella con la maggiore popolazione residente. Con l’emanazione della Legge Regionale n° 16 del 2 Luglio 1999 i confini delle Comunità Montane sono state ridefiniti "in base a criteri di unità territoriale, economica e sociale". La Comunità Montana Valle Ossola è stata così ridotta da 18 a 11 comuni.
La Val d’Ossola è la valle alpina percorsa dal fiume Toce che nasce a Riale di Formazza (1720 m) e, dopo una corsa di 80 km, sfocia nel Lago Maggiore. Strettamente incuneata nella Svizzera (Vallese a ovest e Ticino a est), l’Ossola ha la forma di una foglia d’acero i cui lobi definiscono le sette valli laterali: Anzasca, Antrona, Bognanco, Divedro, Antigorio-Formazza, Isorno e Vigezzo.
Al centro della valle si situa il territorio degli 11 comuni amministrati dalla CMVO. Dal punto di vista geografico il territorio presenta tre ambienti distinti:
• L’ambiente di fondovalle dove sono situati la maggioranza dei centri abitati e il 90 % della popolazione (9 capoluoghi di comune su 11).
• L’ambiente collinare pedemontano, intermedio tra la piana alluvionale e la montagna, dove si incontra un capoluogo di comune (Trontano) e molte frazioni (Colloro, Rivoira, Monteossolano, Bracchio, ecc.).
• L’ambiente montano corrispondente al comune di Bognanco e alla valle omonima; l’unica di dimensioni prettamente alpine.
Da Domodossola, centro fisico e amministrativo del sistema di valli dell’Ossola, due strade portano in Svizzera: ad ovest la SS 33 (posto di confine di Iselle-Paglino in Val Divedro) e a est la SS 337 (posto di confine di Ponte Ribellasca in Val Vigezzo).
L’ambiente dominante è quello della piana alluvionale del Toce con i paesi disposti sui coni di deiezione dei torrenti affluenti (Domodossola sul conoide del Bogna, Ornavasso su quello del San Carlo, ecc.). Attorno ai paesi, i prati da sfalcio e i campi, i boschi misti di latifoglie a prevalenza di castagno. Storicamente si insediarono i villaggi agglomerati, con le case di pietra strette le une alle altre per risparmiare terreno produttivo.
La Val Bognanco La Val Bognanco è la valle di Domodossola perché si apre alle spalle del capoluogo ossolano; per la sua posizione geografica è una valle anomala in Ossola in quanto è incassata tra le catene secondarie delle Alpi: a sud la Valle Antrona, a ovest la Val Vaira o Zwischbergental, a nord la Val Divedro. La valle è percorsa dal torrente Bogna; la forte pendenza e la presenza sui versanti di estese coperture detritiche facilmente erodibili determinano una grande capacità di trasporto testimoniato dal gigantesco conoide di deiezione di oltre 4 km che si estende da Caddo al Monte Calvario. Un potente muraglione lungo 1300 m, il muraccio, fu costruito nel XVIII secolo per proteggere la città di Domodossola dalle piene disastrose del torrente. L’ambiente della Val Bognanco sono determinati dall’acqua: quella di 21 laghetti naturali alla testata della valle e quella curativa delle terme di Bognanco Fonti, le più importanti dell’Ossola. Anche qui lo spopolamento della valle e l'abbandono della montagna corrono di pari passo e anche lo sviluppo di Bognanco come centro termale non ha potuto frenare il fenomeno. Dal 1861 ad oggi, Bognanco ha visto ridursi di quattro volte i suoi abitanti: erano 1206 nel 1861 e sono 352 oggi. Ciò che permise per secoli la sostanziale tenuta di elevati livelli di popolamento in Val Bognanco fu l'alpicoltura e una modesta agricoltura che arrivava fino a San Lorenzo, attuale capoluogo del comune; la vite era coltivata fino a Monteossolano. La vera ricchezza della valle erano i pascoli e i circa 35 alpeggi distribuiti sui dossi e sui vasti ripiani dei circhi morenici alla testata (la distesa quasi continua di pascoli che correva da Gattascosa a Variola, oppure agli anfiteatri di Oriaccia e di Campo).
I paesi della Comunità Montana Anzola d’Ossola Ai piedi di una ripida montagna il paese (m 210, ab. 448) è un modello puro di abitato di fondovalle costruito agglomerato sul conoide di un torrente. Anzola vive la peculiarità di una dimensione rurale ancora viva e percepibile e una vivace imprenditoria che si esprime in piccole aziende fortemente innovative che attraggono manodopera dai paesi vicini. Beura Cardezza Il paese (m 257, ab. 1.370) è distribuito nei tre nuclei rurali di Beura, Cardezza (su un terrazzo esposto al sole) e Cuzzego. Beura è il regno della beola, le rocce gneissiche che danno lastre di pietra (piode) utilizzate da secoli per la copertura dei tetti, per pavimentazione ma anche per separare i poderi e delimitare i pascoli. Bognanco Bognanco (m 980, ab. 321) è nome collettivo per un gruppo di minuscoli villaggi concentrati lungo la strada provinciale (Bognanco Fonti, San Lorenzo, Graniga), ma un tempo erano oltre venti, sparsi sui terrazzi morenici e sugli speroni. Oggi la valle vive di turismo termale a cui offre boschi salubri, belle e facili escursioni, piccoli tesori d'arte popolare e religiosa conservati nelle chiese e negli oratori (“valle santa" era detta la Bognanco). Domodossola È da sempre la capitale civile e religiosa delle valli ossolane. La città (m 272, ab. 18.506) sorge sul conoide del torrente Bogna, ai margini della piana alluvionale dove confluiscono cinque valli: Bognanco, Divedro, Antigorio-Formazza, Isorno e Vigezzo. Da qui passavano le antiche vie di transito per il Passo del Sempione e per i valichi alpini della Val Formazza. Questa vocazione di città mercantile di frontiera, oggi fortemente terziarizzata, è confermata dai collegamenti stradali e ferroviari con il Vallese ed il Canton Ticino. Masera Il paese (m 297, ab. 1.404), costruito sulla conoide del Melezzo, è diventato zona residenziale di Domodossola attorno cui gravitano le attività economiche. Le pendici della montagna, tutte terrazzate e coltivate a vigneti, ospitano ville signorili (la più insigne è Villa Cioia) costruite degli emigranti vigezzini di ritorno in patria. Mergozzo Il paese (m 204, ab. 2.055) si affaccia sulle rive dell’omonimo lago con le case di pietra addossate le une alle altre e penetrate da stretti viottoli. Il territorio comunale comprende le frazioni di Bracchio e Montorfano (su terrazzi soleggiati) e Candoglia, Albo, Bettola, Nibbio (lungo l’asta del Toce). Ornavasso Ornavasso (m 215, ab. 3.294) è paese di origini walser costruito sul conoide del torrente San Carlo. Il paese, il secondo della CMVO per numero di abitanti, è animato da una vivace vita associativa e da un’economia caratterizzata da artigianato e piccole imprese collocate in una moderna zona industriale. Pallanzeno Lo sviluppo edilizio del paese (m 230, ab. 1.219) è legato al centro industriale di Villadossola. La parrocchiale di S. Pietro (XVII sec.) è il perno attorno cui è avvenuto lo sviluppo urbano. Premosello Chiovenda Premosello (m 222, ab. 2.074), con le frazioni di Cuzzago (un villaggio rurale fra i boschi) e Colloro (su un terrazzo soleggiato sopra il paese), conserva una schietta cultura contadino¬montanara proiettata verso la selvaggia Val Grande, luogo di infinite transumanze estive delle mandrie e di lunghi mesi di solitudine sugli alpeggi. Trontano Il paese (m 520, ab. 1.712) è terra di pietra (beola) e di vino (il Prunent, un vino brioso che esprime i sapori della montagna). Il capoluogo è alto sulla montagna, ma altre frazioni sono ai margini della piana alluvionale. Vogogna Il borgo (m 226, ab. 1.730) ha conservato un prezioso centro storico entro la cinta muraria medievale; il Castello Visconteo, la soprastante Rocca e diversi edifici residenziali di grande prestigio ne costituiscono il segno distintivo. Storicamente rappresentava la capitale dell’Ossola Inferiore. Una periferia moderna si stende verso la piana del Toce.
Il fiume Toce Il territorio della Comunità Montana Valle Ossola comprende una porzione occidentale del bacino imbrifero del Lago Maggiore. Tale unità geografica, importante per comprendere il clima e l’orografia del territorio, non corrisponde ad unità amministrative o politiche. Il bacino imbrifero del Lago Maggiore è compreso in due stati (Italia e Svizzera) e per la parte italiana suddiviso amministrativamente in tre province (VCO, Novara e Varese). Lo stesso sub-bacino del Toce presenta un’area, la Valle del Sempione, che appartiene politicamente al Vallese svizzero. La Val d’Ossola è la valle alpina percorsa dal fiume Toce che nasce a Riale di Formazza (1720 m) e, dopo una corsa di 80 km, sfocia nel Lago Maggiore. Il suo corso può essere suddiviso in tre parti: • dalla sorgente a Pontemaglio ha carattere torrentizio con una pendenza del 5,6 %; • da Pontemaglio a Vogogna inizia a perdere il carattere torrentizio per assumerne uno più regolare, il torrente diventa fiume con una pendenza ridotta (0,50%). In questo tratto riceve le acque dei suoi maggiori affluenti: Diveria, Bogna, Ovesca e Anza da destra, Isorno e Melezzo da sinistra; • da Vogogna al Lago Maggiore (foce ad estuario nei pressi di Feriolo), il Toce scorre in un letto regolare e stretto tra solidi argini artificiali con una pendenza regolare (0,12 %) formando numerose anse. La valle del Toce, sul piano di fondovalle, è molto regolare (85 m di dislivello tra Crevoladossola e il Lago Maggiore). Il piano alluvionale presenta uno spessore di oltre 200 m ed ha rafforzato la sua coltre nel corso dei secoli (Domodossola si è alzata di 4 m dal 1627 ad oggi). La piana ossolana è lunga 40 km con una larghezza media di 1500 m (max. 4 km tra Mocogna e Masera, min. 700 m tra la Punta di Migiandone e i Corni di Nibbio).
Il Torrente Bogna Il torrente Bogna rappresenta uno degli affluenti in destra idrografica del Fiume Toce. Per lunghezza e dimensioni del Bacino idrografico è il secondo corso d’acqua del territorio della Comunità Montana Valle Ossola. Il corso d’acqua scorre quasi sempre in una gola piuttosto incassata, soprattutto nella parte bassa; solo la parte più settentrionale del bacino idrografico, da San Bernardo al Passo di Monscera, presenta una morfologia meno accidentata. Con metodi di calcolo statistici è stata stimata una portata (T=500 anni) di massima piena con trasporto solido pari a circa 1000 mc in corrispondenza della foce. Il bacino è interessato da numerosi fenomeni di dissesto che interessano sia la copertura detritica che il substrato roccioso, legati alla presenza di un importante lineamento tettonico a carattere regionale (Linea Sempione-Centovalli). Tabella 2: principali parametri fisiografici del T. Bogna Area Bacino Idrografico (kmq) 90 Lunghezza asta (km) 15 Quota massima del bacino (mslm) 2713 Quota minima del bacino (mslm) 270 Quota media del bacino (mslm) 1555
Il Lago di Mergozzo Il Lago di Mergozzo faceva parte un tempo del Lago Maggiore. La separazione è avvenuta in seguito al progressivo accumulo di materiale alluvionale trasportato dal suo immissario, il Fiume Toce, fino a provocare una vera e propria chiusura. L'isolamento del lago di Mergozzo può essere collocato tra l'XI e il XIV secolo.
Tabella 3: principali parametri morfometrici del Lago di Mergozzo PARAMETRI MORFOMETRICI Area del lago 1,9 kmq Area bacino imbrifero 8,6 kmq Altitudine 194 mslm Volume del lago 0,08 kmc Prof ondità media 45,4 m Prof ondità massima 73 m Lunghezza 2,3 km Larghezza media 0,8 km Perimetro 5,9km
INQUADRAMENTO CLIMATICO
L'intero territorio ossolano presenta caratteristiche climatiche molto differenziate nelle diverse fasce altimetriche. Estremamente caratterizzante per il territorio in oggetto è l'asta del fiume Toce, con direzione complessivamente Nord-Sud e la sua ampia valle, che costituisce una via di risalita delle correnti umide dell'insubria.
Questo determina condizioni di relativamente alta piovosità, con valori annui di precipitazioni compresi tra 1.500 e 2.000 mm d'acqua fino ad altezza di Domodossola. Le correnti tendono successivamente a scaricarsi gradualmente e determinano condizioni di minor piovosità più a Nord, oltre il territorio della Comunità Montana Ossola, in corrispondenza della Valle Antigorio e Formazza (valori annui tra 1.250 e 1.500 mm).
Temperature
Le temperature, considerando le escursioni termiche annuali, hanno la caratteristica di essere più rigide nei fondovalle che sulle pendici; Domodossola ha un'escursione termica annua di 20,2 gradi centigradi con una temperatura media annuale di 11,9 gradi (gennaio 1,8 gradi e luglio 22 gradi). L'escursione cala con l'aumentare della quota: a 650 metri di altitudine è di 19°C, a 1.250 è di 18 gradi, mentre verso i 2.000-2.200 metri scende a 17 gradi.
Per il comprensorio ossolano la temperatura media annua è attestata sui 10°C a 500 metri, 7°C a 1000 metri, 3,5°C a 1.500 metri, mentre a 2.000 metri scende a 0,5°C.
I valori medi mensili delle temperature massime e minime di Domodossola risultano compresi tra -2 e +6 °C anche nei più freddi mesi di dicembre e gennaio, mentre i massimi, compresi tra 15 e 28°C si determinano nel mesi di luglio.
Precipitazioni
Le precipitazioni in Ossola si possono quindi considerare complessivamente abbondanti, perché i monti, ed in particolare quelli che segnano la linea di spartiacque con il Canton Ticino ed il Verbano, costituiscono, con i rilievi della Val Strona e del bacino del Lago d'Orta i primi ostacoli che le masse d'aria umida di provenienza mediterranea incontrano dopo l'attraversamento della Pianura Padana. Le masse d'aria, innalzandosi e raffreddandosi dopo l'incontro con i rilievi alpini, determinano precipitazioni di intensità variabile a seconda delle perturbazioni. Si hanno così precipitazioni medie annuali molto abbondanti, con massimi di 2600 mm/anno per l'area del Lago d'Orta e per la Val Grande, tra Ossola e Verbano.
Si può parlare nel complesso di un clima di transizione tra quello insubrico (di tipo atlantico, temperato quasi caldo) e quello endoalpino, di impronta continentale.
Il ritmo delle precipitazioni registra un periodo piovoso principale a primavera ma con notevoli afflussi anche durante il periodo estivo, e un secondo massimo in autunno. Il mese che presenta precipitazioni massime è maggio, ma il trimestre estivo difficilmente scende sotto i 300/350 mm. L'inverno è secco (meno di 200 mm nel trimestre), con un minimo a febbraio.
La fisiografia del Piemonte è ordinata in tre archi concentrici aperti verso Ovest: le Alpi Occidentali, la testata della Pianura Padana e le alture della Collina di Torino, delle Langhe e del Monferrato. La parte montuosa occupa il 73 % del territorio, alle piane spetta il 27%. I forti dislivelli impongono alle masse d'aria dirette verso Nord-Ovest, e provenienti da Sud e da Est, improvvisi movimenti ascensionali. L'espansione adiabatica provoca condensazione e precipitazioni: la fascia pedemontana è irrorata da piogge abbondanti e frequenti. A Pogaio (Val Grande, nella regione insubrica) EREDIA (1925) segnala nel decennio 1921-1930 la più alta piovosità media annua dell'area alpina (3141 mm), seguita da quelle dei siti vicino di Ornavasso e di S. Bernardino. Nel trentennio 1921-1950 a Pogallo il valore medio è di 2885 mm distribuiti in 97 giorni piovosi, che salgono a 125 a S. Bernardino.
Agli alti valori medi, nelle stesse zone corrispondono episodi di piogge brevi ed intense in proporzione anche più elevati. E' nota, e ricostruita di recente (BIANCOTTI, MOTTA M. & MOTTA L., 1998), la ricorrenza dei dissesti idrogeologici nell'Ossolano, all'estremo Est del territorio, ai piedi delle Alpi Pennine.
Distribuzione delle precipitazioni annue
Se si analizzano sinteticamente i rapporti tra precipitazioni e rilievo in Piemonte si può notare come i profili delle pioggie medie annue presentano valori minimi sulle aree di pianura e massimi sulle Alpi e sugli Appenini. I massimi assoluti si verificano in corrispondenza dell'interfaccia con la zona pianeggiante; via via che ci si addentra nelle aree montane i valori diminuiscono.
Nella comparazione tra i profili nord-sud e est-ovest risalta la differenza tra la sezione orientata secondo i meridiani e quella orientata sui paralleli; i valori massimi di precipitazione stanno fra loro in un rapporto di circa 1: 2. I valori più bassi sono collocati nelle aree di pianura sul fianco settentrionale dei rilievi appenninici. L'isoieta dei 1000 mm segue con buona approssimazione il limite tra la pianura e la montagna nel Piemonte occidentale e meridionale, mentre nel Piemonte settentrionale l'isolinea comprende anche le aree di pianura più prossime alle montagne.
Tra Le zone di maggiore piovosità in Piemonte, la più importante per entità di apporti ed estensione spaziale si allunga, con asse orientato NE - SW, dal Lago Maggiore alle Valli di Lanzo; in quest'area si ha il massimo valore annuo pari a 2350 mm nella località di Cicogna (VB).
Le aree meno piovose coincidono con la pianura alessandrina, dove annualmente si misurano in media meno di 700 millimetri. I settori montuosi in cui si hanno scarse precipitazioni comprendono le aree più interne delle valli alpine occidentali - valli Susa, Varaita e Maira - dove la precipitazione media annua è inferiore a 900 mm; nell'alta Valle Susa tale valore non supera gli 800 mm. La progressiva diminuzione delle precipitazioni via via che ci si inoltra nell'arco alpino è evidente anche nelle vallate alpine settentrionali dove anzi è più marcato: nella Val d'Ossola il decremento delle precipitazioni tra media e alta valle è dell'ordine dei 1000 mm (da 2300 mm a poco più di 1200). Negli altri bacini invece il decremento è molto meno vistoso (200 - 300 mm).
È necessario considerare che esiste una forte variabilità interannuale. Il pedemonte è zona di importanti oscillazioni irregolari e di eventi estremi negli anni critici. La variabilità pit) elevata si ha nelle aree maggiormente piovose: in provincia di Verbania, dove si registra il massimo di piovosità annua, si hanno un minimo di circa 1600 mm contro un massimo di oltre 3200 mm. Nelle zone meno piovose della pianura alessandrina e del Monferrato invece si hanno un minimo inferiore a 600 mm contro un massimo di poco inferiore a 1000 mm.
In ogni caso il valore minimo è pari a circa la metà del valore massimo, a conferma dell'elevata variabilità interannuale.
Numero medio annuo di giorni di pioggia e intensità medie
Il numero medio annuo di giorni di pioggia in Piemonte varia da un minimo tipico dell'ambiente mediterraneo (circa 50) a un massimo di tipo più continentale (circa 140). La zona con il minor numero di giorni di pioggia (meno di 70 per anno) comprende tutto il Monferrato e parte delle Langhe. Nelle aree di pianura si hanno in media da 70 a 90 giorni per anno. Sull'Appennino alessandrino i 90 giorni/anno vengono superati soltanto in zone limitate. Per le aree alpine la situazione varia a seconda del settore; così sulle Alpi Liguri e sulle Cozie si hanno in media da 70 a 90 giorni l'anno; sulle Alpi Marittime si superano i 90 giorni/anno; nelle Alpi Graie e nella maggior parte delle Alpi Pennine e Lepontine si hanno da 90 a 110 giorni/anno; soltanto in una ristretta zona settentrionale del bacino del Toce si superano ampiamente i 110 giorni/anno.
I valori di precipitazione media giornaliera, ottenuti dalla divisione del valore medio annuo per il numero annuo di giorni piovosi, variano in Piemonte da 8 a 24 mm/giorno. Sulla maggior parte del territorio regionale il valore di densità media è compreso tra 10 e 15 mm/giorno. Le aree in cui la densità di precipitazione media è bassa (inferiore a 10 mm/giorno) sono di estensione limitata: alcune piccole isole nella pianura, una piccola area in alta valle Toce, e due aree più importanti nella valle Susa e nelle testate delle valli Maira e Varaita.
I valori pit) elevati (maggiori di 15 mm/giorno) si hanno su alcune aree montane: Appennino, Alpi Liguri e Marittime, piccole zone delle Alpi Cozie e Graie, valli Sesia e Toce. In queste ultime valli si verificano i valori pit) elevati del Piemonte (superiori a 20 mm/giorno). La maggior piovosità del Piemonte settentrionale deve essere attribuita in misura maggiore alla elevata densità delle precipitazioni in quest'area piuttosto che al numero di giorni piovosi.
Regimi pluviometrici
La distribuzione annuale delle precipitazioni in Piemonte presenta un andamento bimodale, con due massimi, uno primaverile ed uno autunnale, e due minimi, uno invernale ed uno estivo. In base alla collocazione nell'anno del minimo principale, del massimo principale e del massimo secondario si possono distinguere in Piemonte quattro tipi di regime pluviometrico; di questi, tre sono di tipo continentale - (minimo principale in inverno) mentre il quarto è di tipo mediterraneo (minimo principale in estate):
prealpino: con minimo principale in inverno, massimo principale in primavera e secondario in autunno;
sublitoraneo: con un minimo principale in estate, massimo principale in autunno e secondario in primavera;
subalpino: con minimo principale in inverno, massimo principale in autunno e secondario in primavera;
subcontinentale: con minimo principale in inverno, massimo principale in autunno e secondario in estate.
Per il territorio ossolano si pone attenzione sul regime subalpino, che si estende sull'alta pianura novarese e vercellese, la valle Sesia e buona parte della valle Toce.
Il mese più piovoso è maggio, in cui cade quasi il 12% del totale annuo, seguito da ottobre con l'11% e da giugno e novembre con il 10%; il mese meno piovoso è invece gennaio con il 4%, seguito da dicembre e febbraio con il 5%; il mese estivo meno piovoso è luglio in cui cade il 7% del totale annuo. A marzo e settembre cade l'8%, mentre a agosto e novembre la percentuale è del 9%. La densità media ha valori compresi tra 10-15 mm/giorno in inverno, in primavera e in estate; in autunno supera i 20 mm/giorno.
Il numero di giorni piovosi è pari a 20 in inverno, a 25 in autunno e a 30-35 in primavera e in estate. Il 30-35% delle piogge invernali, primaverili e estive ed il 20% di quelle autunnali cadono con un'intensità inferiore a 20 mm; in inverno, in primavera e in estate il 40-45%, e in autunno il 65% delle precipitazioni ha un'intensità superiore a 40 mm/giorno.
La distribuzione delle quantità di precipitazione a Domodossola mostra un andamento bimodale, con massimi in tarda primavera ( a maggio con 171 mm) e in autunno (a ottobre con 201 mm); i valori più bassi sono misurati in inverno, con valori compresi tra 60 e 70 mm in dicembre e gennaio. La quantità media di precipitazione annuale risulta essere (dati 1973-1997) di 1408 mm.
L 'elevata intensità di precipitazione, che caratterizza il Piemonte settentrionale, O correlabile alla loro elevata propensione al dissesto.
Distribuzione delle precipitazioni nell'anno
Suddividendo la regione in base a raggruppamenti di bacini idrografici si osserva che piovono oltre 1500 mm solo nel gruppo di bacini Toce - Lago Maggiore, tra 1000 mm e 1500 mm, in ordine decrescente, nei gruppi Sesia - Agogna - Terdoppio, Stura di Lanzo, Orco, Pellice - Chisone, Dora Baltea e Bormida - Scrivia; nei rimanenti si registra una quantità di pioggia compresa tra 900 e 1000 mm, solo nel bacino della Dora Riparia si hanno meno di 900 mm di pioggia all'anno.
Per quanto riguarda il numero di giorni piovosi, se ne hanno più di 110 solo nel raggruppamento Toce - Lago Maggiore, tra 100 e 110 nei bacini della Stura di Lanzo, del Pellice e del Sesia Agogna - Terdoppio, tra 90 e 100 negli altri, fatta eccezione per i bacini della Dora Baltea, del Po e del Bormida - Scrivia (meno di 90).
Dove si hanno le stazioni di osservazione distribuite alle diverse altitudini si assiste ad un aumento della quantità di pioggia a quote intermedie (Toce, Sesia, Orco, Stura di Lanzo, Maira - Varaita e Tanaro) come già evidenziato nella descrizione della distribuzione delle precipitazioni. Il numero dei giorni piovosi ha una variabilità indipendente dalla quota.
Precipitazioni di massima intensità di durata 24 ore
La distribuzione delle precipitazioni di massima intensità segue abbastanza fedelmente quella delle precipitazioni medie annue. I massimi si coiocano sempre nella provincia di Verbania per tutti i tempi di ritorno esaminati: 2, 5, 10, 20, 50, 100 anni. Più precisamente i valori massimi sono raggiunti in Valle Strona rispettivamente con 200 mm, 280 mm, 340 mm, 400 mm, 490 mm e 560 mm in 24 ore.
La zona con elevate intensità di precipitazione interessa tutto il margine pedementano e i primi rilievi montuosi e contrasta abbastanza fortemente con la situazione delle pianure; le intensità di precipitazione sulle 24 ore possono superare quelle della pianura di 50 o 100 mm.
Nella zona più interna dei rilievi alpini le intensità diminuiscono raggiungendo, nei pressi dello spartiacque, valori prossimi a quelli della pianura.
Eventi particolarmente intensi
Aspetto importante è costituito dagli eventi eccezionale, che hanno frequentemente assunto proporzioni disastrose. Le alluvioni in particolare sono state flagelli che hanno funestato le popolazioni ossolane, causando lutti e distruzione e colpendo una economia delicata e, specie nei secoli scorsi, al limite della sopravvivenza.
L'analisi degli eventi più recenti (dagli anni cinquanta) a livello regionale hanno evidenziato tutti la riconducibilità a una situazione caratterizzata dalla presenza di un minimo depressionario sul bacino del Mediterraneo o da una saccatura sull'Europa occidentale, che determinano l'ingresso di masse di aria polare sull'Europa meridionale, associate a una situazione di blocco determinata da una vasta area anticiclonica posizionata sull'Europa Orientale.
Serie storica delle Piene in Ossola dal XIII° secolo a oggi
Dati tratti da:
AAVV (1996) - Gli eventi alluvionali del settembre-ottobre 1993 in Piemonte, Regione Piemonte, Torino, 1996
Bertamini T. (1975) - Storia delle alluvioni nell’Ossola. Oscellana, 3, 145-1 63, 4, 201-223. Bertamini T. (1978) - Alluvione in Ossola: 7 agosto 1978. Oscellana, anno 8, N° 3.
Tropeano D., Govi M., Mortara G., Turitto O., Sorzana P., Negrini G., Arattano M. (1999) - Eventi alluvionali e frane nellitalia Settentrionale, CNR - Istituto Ricerca per la Protezione Idrogeologica del Bacino Padano - Gruppo Nazionale per la Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche
1250-51- Il Torrente Marmazza investe il Borgo Vergonte, di cui non risparmia che poche case. 1297 - Piena disastrosa nell'Ossola.
1328 (16 marzo) - Per svuotamento di un temporaneo invaso causato da ostruzione dell'alveo, il Torrente Anza disalvea e distrugge il borgo di Pietrasanta, edificato nel sito ove già esisteva Borgo Vergonte.
1493 - Il Bogna alluviona il fossato esistente a nord delle mura del Borgo di Domo (attuale Domodossola).
1519 (maggio) - Gravi danni per straripamento dei corsi d'acqua, in particolare il Bogna che, rotto il riparo, deposita alluvioni grossolane sul piano.
1526 (l' maggio) e 1531 "Il Borgo di Domo è minacciato di completa distruzione e ne è devastata la campagna"
1531 Un "riale" straripato presso Vogogna distrugge una frazione abitata provocando vittime. 1532
1568 - "Altra terribile piena del Bogna, la quale cambiò l'aspetto di tutto il piano".
1588 - "Generale inondazione... che finì di rovinare il piano, minacciando di abbattere le mura del borgo verso la porta Briona" di Domodossola.
1600 - "E' nuovamente minacciato il borgo di Domo".
1610 (16-17 ottobre) - "Li fiumi dell'Anza, Toce et altri riali in Vogogna, Prata, Cardezza et Premosello vennero grossissimi et molto violenti" (42). Una frana sbarra l'alveo del riale presso Vogogna; lo sbarramento cede ed è investito l'abitato, anche per straripamento del Toce. Nove case crollano, sei sono danneggiate gravemente, tra cui la Chiesa, 28 sono alluvionate con ghiaie. Si contano 13 vittime. A Dresio, ove i danni son pure gravi, le vittime sono 18. "Molti guasti sofferse anche la terra di Prata; a Cardezza furono distrutti tutti i molini".
1612 (4 ottobre) - Il borgo di Domo è circondato dalle acque straripate del Bogna. Si intraprende, nella primavera che segue, la costruzione di un canale diversivo.
1613 (giugno) - A seguito di una nuova piena del Bogna, il lavoro è vanificato per sovralluvionamento dello scavo.
1640 (10-11 settembre) - "Vene il più grande diluvio et inondazione d'acqua che a memoria sia mai venuto". Una grossa piena distrugge chiesa e convento del borgo di Domo; il Diveria abbatte il ponte nuovo di Divedro e quello di Crevola. L'inondazione "portò via la chiesa di Santo Pietro di Schiaranco e molini et case et rovinò tutto il piano di Villa". In Valle Anzasca il torrente Anza spazzò via quasi tutti i ponti e molte case. A Macugnaga il T. Tairnbach creò un nuovo conoide e alluvionò la chiesa di Santa Maria. Tutta la pianura di Macugnaga fu inghiaiata
1642 (27 luglio) - Per il crollo del Monte Pozzoli è distrutto l'abitato di Antronapiana ove si contano più di 150 vittime. Il T. Troncone per rigurgito creato dallo sbarramento vallivo forma un lago.
1654 - Il Bogna invade gran parte di territorio e semidistrugge le opere di difesa.
1657 - Altra gran piena del Bogna "come non erasi più vista dall'anno 1640 in poi" abbatte interamente i ripari innalzati (26).
1663 (ottobre) - Gravi inondazioni colpiscono gli abitati di Vogogna, Pallanzeno, Vergonte dove si hanno vittime. 1670 - Il riale di Vogogna alluviona e distrugge molte abitazioni.
1709 - "Piovendo per più di quaranta giorni, e notti, la Toce schiantò terre intere".
1755 - Una serie di eventi piovosi iniziati il 10 ottobre e conclusisi con un nubifragio la notte del giomo 14 si abbattè sul bacino del Lago Maggiore e "passò poi velocemente nell'Ossola, che tutta la desolò... talmente che rovinati ne rimasero tutti i Ponti, per fin quelli, che contavano più di mille anni, spiantando eziandio vigne, campagne, boschi, case, tutti gl'edifizi d'acqua, e Terre intere, con morti innumerabili, che in un sol luogo se ne trovarono 23...
Il borgo di Duomodossola restò distrutto per la metà", il Convento di S. Francesco fu in parte distrutto.
A Vogogna "un picciol fiume, che passa appresso della Chiesa Parrocchiale fe' nocumento sì all'abitato, che alle campagne... Sulle campagne si diffuse anche la Toce, per allagarle a considerabile altezza d'acqua, e coprirle d'arena minuta in molta quantità... Il che è pure avvenuto in altri luoghi ben molti... La Terra di Cosa, principio del Territorio di Trontano oltre a cinque miglia lungi da Vogogna, provò anch'essa molti danni per la mentovata Toce nelle sue pianure, e parimente per un altro picciol fiume vicino... L'acque guastarono molti Mulini nello stesso Territorio, ed anche una casa".
Nel territorio di Masera "il fiume Amplezzo (Melezzo)... ampliandosi colla imoderata sua piena il letto, portò seco a rovina vari prati, e vignazzi vicini. Alcuni Mulini... sono stati onninamente devastati. La sola valle di Vigezzo non soggiacque a danni notabili, a riserva di pochi prati levati da fiumi... Ma assai più deplorabili furono le desolazioni della Valle d'Antigorio... Avvegnachè il Territorio di Crodo da quel fiume (Toce) ne riportasse detrimento, maggiore tuttavia ne riportò il Territorio di S. Rocco, ove la fiumana fece effetti veramente lagrimevoli, perciocchè essendo da un monte già precipitata una massa di materia nel suo canale, rivolse la piena verso le abitazioni, e atterrò varie case, ponendo in totale desolazione la campagna".
In Val Diveria "alcuni fondi, e le regie strade dovettero soccombere alla rovina... Il massiccio ponte sulla Diveira fu levato dal medesimo fiume, con gran parte della muraglia... Il Territorio, e Borgo di Domo d'Ossola... soffrì assai più d'ogni altro luogo sì nell'abitato, che nella campagna devastata dal torrente Bogna... Questo torrente dopo d'aver molto rovinata la sua Valle, e resala piena per la strabocchevole quantità d'arena, sassi... e levati pure tre ponti... venne furiosamente nell'Ossola colla torbida piena", entrò nell'abitato per la Porta Briona arrecandovi gravissimi danni. "La Valle d'Antrona, essa pure molto maltrattata coll'altre, nelle praterie per lo torrente Ovesca. Ravvisansi per non dissimili le triste conseguenze dello stesso fiume sul piano di Villa. Il torrente Anza maltrattò la Valle Anzasca rovinando quasi tutti i vicini fondi, massimamente nel Territorio di Macugnaga, e di più verso il ponte grande levò di botto cinque case, e così pure altre sei nel distretto di Calasca... Fece pure la fiumana nel piano di Piemulera altro letto... nella prateria verso la Terra di Pallanzeno... scorse all'insù per circa due miglia dal primiero letto, e sboccò nella Toce. Quest'ultimo, e noto fiume... dilatossi fino appiè de' monti... ed allagò tutta la pianura della Valle d'Ossola, cosichè tutti i Borghi, Terre, e Villaggi della medesima furono sottoposti a danni... La Valle Antrona, non provò detrimento alcuno di rilievo... sebbene accadde la morte di otto persone coll'atterramento di sei case abitate dalle medesime, e dell'Osteria, e del gran ponte, tutto effetto dell'Antrona, stesasi ancora a pregiudizio di buona parte della campagna di Gravellona"
1773 - Il Bogna alluviona parte delle campagne attorno a Domo, quindi devasta campi e vigne di Mocogna e Caddo, ove abbatte la chiesa, case e cascine.
1774 (settembre) - Altra piena distrugge tutte le case del piano di Caddo.
1777 (fine maggio) - Il Torrente Bogna devasta le campagne a nord del borgo di Domo.
1818 (26 agosto) - Si lamentano "nella provincia dell'alto novarese danni di sommo rilievo", in particolare in Val Strona di Omegna.
1821 (23 settembre) - Gran parte delle opere di difesa lungo i torrenti Marmazza e Anza sono distrutte, nei territori di Rumianca, Fomarco e Vogogna.
1827 (autunno) - Nei territori di Trontano e Masera le opere di difesa lungo il Melezzo e l'Isorno sono in vari tratti distrutte.
1828 (9 luglio) - La strada reale del Sempione presso Domodossola è interrotta "dagli straordinari straripamenti delle acque" (P 16).
1834 (27 agosto) - Per improvviso cedimento di un'ostruzione d'alveo, l'Alfenza si abbatte su Crodo e vi distrugge 46 case e 28 stalle "in meno di dieci minuti", facendo 12 vittime (197). In territorio di Montescheno il T. Brevettola e vari riali devastano campi e strade comunali. Il T. Rì o Rio distrugge 17 mulini con 3 case a Varzo; si contano diverse vittime. Il T. Cairasca rovina parecchie case del borgo di Varzo. A Macugnaga alcune case sono distrutte dall'Anza.
L'Ovesca travolge stalle e armenti (197); a Seppiana I'Ovesca travolge un mulino sotto S. Rocco, il Riale del Bosciolo devasta la strada comunale dai confini di Montescheno a quelli di Viganella. A Villadossola, un riale sotto la chiesa di Tappia "cagionò una smossa di terreno che atterrò nove case trasportando tutta la campagna". A Domodossola, come a Masera, Beura, Calice, Cardezza "restarono devastate in gran parte le campagne e brughiere che sono vicine ai torrenti Toce e Bogna". Il Bogna disalvea in destra oltre il borgo a danno di prati e campi; tutta la pianura ossolana è allagata. "La Frera... fino ai confini di Schieranco innondò tutta la prateria per la lunghezza di diecimila spazza ossolani e più". Sono asportati tre ponti in legno e il ponte grande sull'Ovesca. "A Villa le case e le campagne devastate; a Preglia abitazioni, e terreni allagati, e portati via"; la strada del Sempione è a tratti distrutta. L'Anza devasta i coltivi in territorio di Piedimulera. Crolla il ponte alla Masone.
Straripa il T. Marmazza a Pieve Vergonte. "La Toce tanto s'innalzò che un grosso ramo di essa passava per borgo di Mergozzo"; sono asportati quasi tutti i ponti da Formazza a Pontemaglio, il fondovalle è devastato. I danni causati da questo evento alluvionale superano quelli del 1755 .
1839 (15-16 settembre ' 4-5 ottobre, 6-7 ottobre) - Una serie di nubifragi investe buona parte del Piemonte. In Val Toce, ne è colpita "la città di Domodossola... tutta la sua pianura è divenuta un vasto lago"; gravi danni sono apportati dal Bogna ai terreni posti sulla destra. E' asportato il ponte di Crevola e si hanno 3 vittime. "Da Isella in giù non vi è più strada". Ovesca, Diveria, Toce abbattono ponti, stalle, asportano poderi.
E' investito dal Riale di S. Carlo l'abitato di Ornavasso, con distruzione parziale di case. I terreni sono alluvionati dal Toce. Nei giomi 14-15 settembre il T. Brevettola distrugge in vari punti la strada Montescheno-Villadossola; è distrutta la strada comunale da Seppiana a Montescheno; il T. Ovesca danneggia praterie e la strada del Sempione. L'Anza devasta i coltivi a Piedimulera.
1840 (autunno) - Il Bogna straripa dividendosi in più rami, tre dei quali intercettano la strada del Sempione presso l'abitato di Domodossola, le cui prime case sono allagate. L'Anza provoca nuove devastazioni a Piedimulera e intercetta in vari tratti la Regia Strada del Sempione.
Il Toce apporta gravissimi danni ai terreni di Rumianca.
1841 - Una Relazione diretta il 21 settembre all'Intendenza Provinciale di Pallanza menziona i "gravissimi danni causati nel Comune di Pallanzeno dall'irruzione dei torrenti Casella, Majona e Colleria, i quali... si scaricarono sulle campagne, sull'abitato, rovinando parte delle case".
1846 (autunno) - Piene del Toce recano gravi danni alle arginature in territorio di Vogogna. 1850 (primavera) - Piena del T. Cairasca, che asporta il ponte lungo la strada del Sempione.
1850 (11-12 agosto) - Esondazione di torrenti presso Domodossola (P 16). Straripa il Bogna. La strada del Sempione è interrotta per crollo del ponte provvisorio in legno sul T. Cairasca e per straripamento del Diveria presso Crevoladossola. Il Toce si apre un nuovo alveo in territorio di Pallanzeno.
1852 (18-19 agosto) - Danni vari sono causati da torrenti presso Varzo e Domodossola.
1852 (9-11 settembre) - Una Relazione del Corpo Reale del Genio Civile informa sui danni arrecati da un'altra piena: "Nuovamente ricominciate le pioggie... il passo alla Masone per l'ingrossamento del Toce rimase interrotto per quasi 24 ore, a Pallanzeno si ebbe l'acqua del Rivo Caselle sulla strada... questo Rivo co' suoi depositi ha rialzato il suo letto". La strada per la Val Divedro è interrotta all'attraversamento del Bogna, straripato sulla destra precludendo l'accesso al ponte. Più oltre, "al Gabbio di Moniate, alla rampa a destra del Ponte Santino si ebbero sulla strada grossi massi di pietra franati".
1863 (giugno) - Il Toce abbatte il ponte presso Masera.
1863 (3 settembre) - "I torrenti della Valle Cannobina strariparono (compreso lo stesso Cannobino) recando gravi danni e facendo vittime"
1863 (18 ottobre) - Straripa il Toce nella bassa vallata
1864 - Il Bogna, travolte le arginature, straripa nella piana di Mocogna e di Domodossola 1868 (2 ottobre) - Il T. San Carlo distrugge alcune abitazioni a Omavasso, e provoca vittime
1868 (15 ottobre) - Per le piogge, pressoché ininterrotte, iniziate il 20 settembre, il Toce e altri torrenti "allagarono le terre fino al lago Maggiore... strade e ponti rovinati... frane e rovine dovunque e alcune vittime"
Per l'ingente rilascio di acque dal Ghiacciaio del Belvedere, l'Anza in gran piena minaccia Macugnaga Gravi danni sono arrecati dal Melezzo Orientale
1872 (maggio e ottobre) - "Periodi di piogge intense accompagnate da particolari danni... l'Osservatorio Meteorologico ("Rosmini" di Domodossola), che proprio in quell'anno fu impiantato segnalò 497 mm in maggio e 857 mm in ottobre"
1882 (9 luglio) - Grande piena del Rio Ri, presso Bannio Anzino (attestata da un'iscrizione lapidea esistente in sponda sinistra poco a valle di una chiesetta).
1896 - Gravi danni sono causati dalla piena del Melezzo Orientale
1900 (23-24 agosto) - "Cadde un furioso temporale durato parecchie ore con violenza non mai veduta". Premosello è gravemente minacciato, moltissime case sono rovinate del tutto o in parte. A Cuzzego, una grande frana per crollo staccatasi sotto l'alpe Verinasca abbatte case, facendo sette vittime; il materiale accumulato al fondo della valle Panatera "aveva più di venti metri di spessore su un fronte di oltre cento metri e la lunghezza di quasi mezzo chilometro"
Il nubifragio investe tutta la sponda sinistra del Toce e la valle del Melezzo. E il Rio Cui, disalveato in conoide, riversa parte delle sue acque nel Rio Riana e parte nel rio Ragno, con gravi danni alle colture e a cascine
1900 (26-27 agosto) - Altro nubifragio provoca una nuova e violenta piena dei torrenti. A Beura il T. Ogliana irrompe contro la riva destra e distrugge 14 edifici nell'abitato, compreso il palazzo comunale. L'Ovesca distrugge il ponte in legno tra Prato e Rugimenta (Viganella). A Vogogna, il Rio Dresio, il Rio della Chiesa e il Riale Prato danneggiano le arginature e straripano. A Premosello Chiovenda il T. Crotto e il Riale Vallone (o del Ponte) provocano danni vari a opere stradali e di difesa; quest'ultimo lesiona più o meno gravemente una decina di case.
In territorio di Druogno, è distrutto il ponte in muratura sul Rio di Albogno, come pure quello sul Rio di Orcesco; il Rio Cui straripa nella sua area di conoide. L'Isomo in piena reca danni alle arginature; è distrutto il ponte in legno in Reg. Bettola di Conico. In tutta la Val Vigezzo, sono interrotte le strade, abbattuti i mulini; sono distrutti, tra il ponte di Crana e S. Maria Maggiore-Prestinone, terreni coltivi e cascinali. Il Melezzo demolisce il ponte in pietra di Cutredo asportandone una spalla e due arcate, nonchè i ponti in legname di Craveggia, Vocogno e Malesco, ampliando la sezione d'alveo con esportazione di un tratto di strada.
Il pelo d'acqua al ponte sulla Maggia, in territorio svizzero, supera l'altezza di 6 m.
1902 - Piena del Melezzo Orientale, col rinnovarsi di danni imprecisati lungo il suo corso.
1906 (novembre) - Piena dell'Anza a Macugnaga.
Le opere di difesa dell'abitato di Masera sono danneggiate dalla piena del Melezzo
1907 (ottobre) - All'Osservatorio "Rosmini" si registrano nel mese 854 mm di pioggia. Una nuova piena provoca un accumulo di depositi nell'alveo del Melezzo, per cui si rende necessario sopraelevare un tratto d'arginatura a difesa degli abitati di Masera e Trontano. Negli anni successivi, si proporrà un sopralzo d'argine anche in corrispondenza dell'abitato di Carrale (Masera), poichè anche qui "l'alveo (del Melezzo) si va gradatamente alzando per effetto delle materie trasportate dalla corrente". L'inondazione del Toce pari, se non superiore, a quella del 1868
1914 (ottobre) - Piene rilevanti dei corsi d'acqua. "A Omavasso caddero in un sol giomo 304 mm di pioggia"
1917 (luglio) - "Caddero in val Divedro 355 mm di pioggia in un sol giorno e la Diveria distrusse il villaggio di Balmalonesca", sorto in appoggio ai cantieri del traforo del Sempione
1918 - Straripa il piccolo Rio del Motto in Comune di Re (Val Vigezzo)
1919 (1-2 ottobre) - A Domodossola cadono in 16 ore 161 mm di pioggia. Straripa il Toce, con deviazione d'alveo verso destra a minaccia del terrapieno ferroviario verso Beura
1920 (24 settembre) - Il Bogna, ostruito il ponte ferroviario, straripa a monte di Domodossola (219). In Val Toce, la maggior parte dei ponti crollano, molte case sono allagate, la strada principale è interrotta
1921 (agosto) - Piene dei corsi d'acqua ossolani
1923 (30 maggio) - Piena del Toce, che nella bassa vallata "asportò ponti e strade e danneggiò intere campagne". Forte piena del Rio del Ponte a Premosello, con danni all'abitato
1924 (24 settembre) - Piena del T. Cannobino, del Rio del Motto, presso Re (che richiederà successivi interventi sistematori), e del Melezzo Orientale, con distruzione del ponte di Cutredo. L'evento ha conseguenze disastrose in territorio svizzero.
1925 - Piene di corsi d'acqua in Val Toce.
1928 (fine ottobre) - Il Toce straripa a Beura e Villadossola, è in piena il Melezzo Orientale.
1932 (settembre) - A seguito di prolungate piogge il Rio del Motto alluviona con detriti anche grossolani la strada provinciale di Val Vigezzo e minaccia alcune case di Re.
1934 - "Nella seconda decade di agosto caddero a Domodossola 485 mm di pioggia, dei quali 205 solamente nel giorno 12 agosto". Si ebbero danni un po' ovunque e soprattutto a Crodo.
1937 (18 settembre) - Straripa il Cannobino .
1939 (6 agosto) - Straripa il Toce in tutta la bassa vallata
1942 (31 ottobre-2 novembre) - Il Toce straripa in tutta la campagna tra Omavasso e Gravellona, fino a Mergozzo, allagando anche la strada del Sempione. Vari frammenti in Val Bognanco interrompono in più punti le strade e minacciano lo stesso abitato del Capoluogo.
1945 (ottobre) - Piena del Toce a Masera. Alcuni anni dopo, si ripropone il problema del trasporto solido di fondo: "il cono terminale del T. Melezzo dal ponte di Masera allo sbocco nel fiume Toce da vari anni va rialzandosi a causa del continuo deposito di materie"; si renderà nuovamente necessario sopraelevare e prolungare l'argine sinistro a protezione della campagna e delle fattorie.
1948 (4-5 settembre) - Per la piena di corsi d'acqua, tra cui l'Ovesca, gravi danni a opere stradali e ad arginature nel Comune di Antrona. Il giorno 4 in località Cantalupo di Villadossola I'Ovesca rompe l'argine in muratura e allaga terreni circostanti. In Val Bognanco si hanno danni più limitati per lo straripamento di alcuni riali.
1951 (27 maggio) - Rotto l'argine sinistro, il Melezzo disalvea presso Masera, alluvionando 3 kmq di terreni coltivi, investendo sei abitazioni e interrompendo un tratto della ferrovia vigezzina.
1951 (8 agosto) - A causa di un'altra piena, è distrutto un nuovo tratto d'argine e il Melezzo esonda nell'abitato della Fraz. Ronco di Masera.
1951 (12 novembre) - "Una gran parte del monte Marghino all'inizio della val Divedro, di fronte alla frazione S. Giovanni di Crevola, rovinò nella valle sottostante", intercettando la valle del Rio Burra, con l'abbattimento di 400 m di terrapieno ferroviario e causando 4 vittime. Il Bogna lesiona l'arginatura a protezione dell'abitato di Domodossola. Nella Fraz. Coimo, a Druogno, per piena torrentizia è rotto il riparo a protezione dell'abitato, le cui vie sono alluvionate come pure i prati sottostanti. Presso Masera, si aggravano i danni all'argine del Melezzo, ed è asportato un tratto della difesa in sinistra dell'Isomo. In Comune di Druogno sono danneggiate le opere regimatorie da poco costruite lungo il Rio Bardogna e il Rio Lupo.
La strada provinciale di Valle Anzasca è alluvionata in un tratto dai rivi Valle e Valle Rosa. Anche la Val Strona di Omegna è colpita da alluvione
1953 (28 settembre) - In località S. Giovanni (Crevola d'Ossola) il Diveria sporta per alcune decine di metri un tratto di rilevato della S.S. n. 33
1953 (15 novembre) - Per un franamento di detriti rocciosi (circa 1000 M3) è asportato un tratto di 40 m della strada provinciale presso Masera.
1954 (21-22 agosto) ~ Nel Toce e affluenti, compreso il Melezzo, "eccezionali piene hanno mutato, in alcuni tratti, gli alvei ed hanno provocato erosioni e interrimenti alle sponde".
Il T. Crotto straripa a Premosello invadendo un'area di circa 20 ettari. La S.S. "del Sempione" è interrotta per 600 m con altezza d'acqua sino a 3 m.
1957 (16 aprile) - In sinistra del Melezzo, 3 km a monte dell'abitato di Masera, una frana di circa 6000 m3 ostruisce l'alveo con minaccia per la strada provinciale sulla sponda opposta.
1958 (19-20 agosto) - Il giomo 19 si registra la caduta di 348 mm di pioggia in 24 ore alla stazione pluviometrica di Bognanco S. Lorenzo. Nella zona compresa tra la Val Bognanco e la Val Divedro vengono superati i 400 mm di pioggia cumulata, con "danni rilevantissimi e parecchie vittime umane". "Il Bogna si alzò di 13 a 15 m" e minacciò gli argini nella piana di Domodossola. "La Val Bognanco fu completamente arata dai torrentelli" e interessata da numerose piccole frane.
In Val Divedro si ebbero gravi danni per straripamento dei torrenti a Gebbo e nelle varie frazioni di Varzo, con numerosi ponti distrutti, tra cui quello sul Rio Fresaia e quello sul T. Cairasca a Gebbo. Nell'alveo del Rio Burra (sede della frana di S. Giovanni del novembre 1951) si forma un lago temporaneo, con successivo cedimento dell'invaso e trasferimento della massa di detriti nel Diveria, che a sua volta forma un lago: parte della frazione S. Giovanni è sommersa, con un lungo tratto della ferrovia e della strada del Sempione. Si contano almeno 13 vittime.
Lungo la S.P. di Valle Antrona il T. Val Frizza ostruisce il ponte ed esonda con ingente deposito solido a grossi blocchi, asportando per 150 m la strada; divisosi in più rami, minaccia il vicino abitato di Prato (Viganella).
Piena dell'Anza in alta valle, con minaccia per la frazioni di Borca e Pecetto (Macugnaga). Presso la Fraz. S. Carlo (Vanzone) i detriti trascinati dal Rio Crotto Rosso ne ingombrano l'alveo.
In Val Strona "numerose frane, sia pur di piccola entità, hanno invaso la sede della strada provinciale interrompendola".
1961 - Un documento datato 22 feb. 1961 fa riferimento a una recente piena del Melezzo, il cui "notevole apporto di materie solide... presso Masera provoca l'inefficienza di una briglia".
1961 (12-13 luglio) - A Domodossola cadono 114 mm di pioggia, di cui 110 mm in 9 ore e mezza. In Val Vigezzo tra le 17 e le 02:30 (stesso arco di tempo) cadono 515 mm, di cui 404 mm in 2 ore e mezza. Tutta la zona presso Druogno e S. Maria Maggiore è allagata da torrenti (in particolare il T. Ragno), con alluvionarnento di terreni prativi. Il Melezzo provoca erosioni di sponda, lesiona il ponte di Craveggia, distrugge quello di Zornasco.
I detriti trasportati in massa dal T. Loana abbattono un elettrodotto e una casa. Il Melezzo abbatte il ponte sospeso presso Re. Numerosi debris flow invadono la strada provinciale e la ferrovia vigezzina fra Malesco e Re. A Vogogna è sovralluvionato l'alveo del Rio Dresio, con notevoli danni alla frazione omonima; a Premosello i detriti trascinati dal Rio del Ponte causano l'alluvionamento della località Pra' Collaro e ostruiscono le luci di due ponti nell'abitato; anche l'alveo del T. Riale è ricolmo di detriti.
1961 (7-8 ottobre) - Per l'apporto di ulteriore materiale in alveo a seguito di un violento acquazzone, il T. Riale straripa nel centro urbano di Premosello, con minaccia per le abitazioni.
1965 (22 e 23 agosto) - Si hanno franamento in Val Vigezzo e allagamenti lungo il Melezzo. "Un violento nubifragio... ha determinato un movimento franoso di materiali rocciosi lungo il pendio montano a ridosso dell'abitato della frazione Fornero del Comune di Valstrona". Tra Gravellona e Feriolo è interrotta la S.S. n. 33 per franamento.
1965 (27 settembre) - Il Toce straripa in più punti presso Domodossola; si segnalano vari franamento lungo la statale vigezzina.
1965 (1° ottobre) - Il Toce provoca allagamenti tra Ornavasso e Gravellona.
1968 (fine maggio) - Danni vari per alluvionamenti, anche ad abitazioni, nelle frazioni del Comune di Valstrona.
1968 (2-3 novembre)
Questo evento colpì soprattutto il bacino del fiume Sesia e dei suoi affluenti, il Verbano Cusio-Ossola ed il bacino del torrente Belbo.
Fu l'evento più catastrofico verificatosi nell'ultimo secolo per il Biellese, in particolare per la Valle Strona, la Valle Mosso e la Val Sessera.
L'area venne interessata da migliaia di frane per colata, e da eccezionali fenomeni di trasporto solido lungo i corsi da acqua di ogni ordine e grado.
Anche nei bacini ossolani si verificarono danni diffusi, seppur non confrontabili con quelli registrati nel biellese e nella pianura vercellese, sia per processi fluviali (Toce) sia per trasporti in massa, sia per frane (bacini dell'Anza del Bogna, zona del lago d'Orta). Un trasporto in massa a Piedimulera causò la morte di otto persone. Danni si registrarono anche per l'esondazione dei laghi Maggiore e d'Orta e, nella pianura novarese, dei torrenti Agogna e Terdoppio.
I danni in Val d'Ossola:
Frane sulla strada statale "Vigezzina" presso Re (crollo di 40 mc) , Gagnone, Paiesco. A Druogno, l'alveo del rio Sasso è sovralluvionato. A Domodossola straripano i rii a sud ovest della città e nella piana della Fraz. Calice, con allagamenti estesi su circa 20 ha e ingente alluvionamento. A Vanzone il rio Crotto Rosso straripa in località S. Carlo. A Calasca Castiglione si segnalano danni alla viabilità lungo le strade frazionali in Val Bianca e Val Segnara, con la piena dei torrenti Vigino, Possetto, Vallar, Morandone, Pianezzo, Cangì e Valleggia. Sono danneggiate, nel tronco terminale del T. Inferno (Pieve Vergonte), le difese spondali e le opere di inalveamento. A Premosello è sovralluvionato l'alveo del Rio del Ponte. A Vogogna i rii Dresio e della Chiesa trascinano detriti e straripano; il Toce asporta la passerella collegante Prata con il Capoluogo.
La bassa Ossola è completamente allagata dal Toce, che straripa a Candoglia e Piedimulera. Una frana incanalata si abbatte su quell'abitato e vi distrugge una casa, facendo 8 vittime.
La strada provinciale di Valstrona è interrotta da frammenti, in particolare tra le progr. 15+570 e 19+100 in 10 punti. Lo Strona a Gravellona abbatte alcune case e asporta il ponte sulla statale del Sempione. Il Toce distrugge il ponte tra Gravellona e Verbania.
1975 (metà ottobre) - Danni da piena localizzati e di modesta entità lungo il Toce e in Val Vigezzo.
6 - 8 ottobre 1977
Precipitazioni eccezionalmente intense si abbatterono in particolare sull'Alessandrino meridionale, all'inizio, per poi spostarsi sul Canavese e alcuni settori del bacino del Sesia e del Toce.
In Val d'Ossola, Iselle (Val Divedro) fu alluvionata da un piccolo affluente di sinistra del Diveria. I materiali si accumularono sul piazzale dopo un salto di 200 metri. Più a Valle la SS del Sempione fu in parte asportata con la morte di un automobilista. In Valle Cairasca il Rio Fresaia alluvionò la strada per Trasquera e si ebbero frane sparse. In località Enso di Crevoladossola, il Rio Burra, incidendo i materiali di accumulo della frana di San Giovanni (verificatasi nel novembre 1951 e responsabile della morte di 4 persone, rimossasi nell'agosto 1958 proprio a cusa dell'azione erosiva del Rio Burra, con altre 13 vittime) alluvionò la ferrovia del Sempione. La SS del Sempione fu interrotta presso Crevoladossola (km 129+300)per frana di crollo. In Val Bognanco il T. Bogna asportò 30 metri della strada provinciale. Anche in Valle Anzasca e Valle Antrona si ebbero fenomeni di alluvionamento torrentizio: alcune case dell'abitato di Castiglione (Valle Anzasca) furono investite da una frana.
Numerosi furono gli allagamenti e gli alluvionamenti lungo il Toce. Segni di intense attività torrentizie con esondazioni si osservarono sul conoide dell'Ovesca e su quello del Rio di Cuzzego (Beura Cardezza); più a valle gli stessi effetti si produssero nell'area di conoide dell'Anza. La passerella sul Toce tra Vogogna e Pieve Vergonte fu asportata. Crollò nella stessa località il ponte ferroviario e stessa sorte ebbe quello stradale di Resiga. Ampi allagamenti delle campagne di Rumianca seguirono a diverse rotture degli argini. A Migiandone le acque di piena raggiunsero l'altezza del secondo piano delle case. In prossimità della foce, subirono lesioni gravissime il ponte ferroviario di Verbania e il ponte della SS 33bis tra Feriolo e Fondotoce. Il Lago Maggiore allagò le parti basse dei paesi rivieraschi.
7 - 8 agosto 1978
Si verificò uno degli eventi alluvionali più gravi di questo secolo per le valli ossolane.
Il 7 agosto si registrarono precipitazioni abbondanti, a carattere temporalesco, che causarono l'innescarsi di processi di instabilità diffusi e gravi. I bacini maggiormente coinvolti furono i bacini ossolani del Melezzo Orientale ed Occidentale, dell'Isorno e dell'Anza e, secondariamente venne coinvolto l'alto Bacino del Sesia. La durata del fenomeno fu inferiore alle 12 ore e le intensità raggiunte furono molto elevate; Ambrosetti & alii (1980) citano il caso di Camedo, dove su 318 mm totali, 250 caddero in 11 ore, il caso di Palagnedra, dove su un totale di 314 mm, 118 caddero in 3 ore e Locarno-Magadino, dove 148 mm dei 180 complessivi caddero in 6 ore.
Nell'ossolano i fenomeni di dissesto causarono anche la morte di 15 persone (a cui vanno aggiunti diversi dispersi). La valle più colpita fu la Val Vigezzo (Bacino del Melezzo Occidentale ed Orientale) dove i processi maggiormente diffusi furono i trasporti in massa e, più in generale le piene torrentizie lungo i tributari di ordine inferiore e le riattivazioni di conoidi, cui sono associabili i danni più gravi ai centri edificati.
Il Melezzo Orientale ampliò notevolmente il proprio alveo causando la distruzione di alcuni edifici e di opere di attraversamento e, più in genere viarie.
Anche il settentrionale bacino dell'Isorno venne interessato da numerosi trasporti in massa e dalla piena dell'Isorno, ma se si escludono i danni alla strada di fondovalle, a tratti completamente asportata, i danni furono più limitati grazie alla scarsa presenza antropica e interessarono solo isolati edifici.
A Cosasca di Trontano una frana causò la distruzione di un edificio e la morte di due persone.
Ultimo bacino diffusamente colpito fu il bacino del torrente Anza, ove i danni furono causati sia dalla piena del corso d'acqua sia da trasporti in massa. A Pontegrande di Bannio Anzino, per un trasporto in massa lungo un affluente sinistro dell'Anza, si registrò una vittima.
Nel resto dell'Ossola si segnalarono danni isolati nella Val Bogna, in Valle Antigorio e lungo la valle principale. Nel bacino del Sesia i danni gravi furono associati soprattutto a piene lungo i fondovalle più sviluppati, in particolare per la piena del Sesia e, subordinatamente del Mastallone.
14 ottobre 1979
Eventi alluvionali interessano media Val d'Ossola (e parte del bacino del Sesia). Lungo il Toce si verificarono esondazioni nelle località già alluvionate nel 1978 (Beura, Pieve Vergonte, Ponte Migiandone). I torrenti Isorno e Melezzo Occidentale, pur caratterizzati da una piena più modesta rispetto all'anno precedente, distrussero alcuni manufatti ricostruiti dopo quell'evento. In Valle Vigezzo crollò il ponte di Zornasco, cedettero numerosi guadi provvisori, crollarono tratti della SS. 337 tra Gagnone e Masera. Su questa statale ci furono anche tre vittime. Il ponte tra Malesco e Re crollò. A Premosello Ch. si verificarono allagamenti sulla Strada del Sempione. A Pallanzeno fu interrotta la strada da un allagamento di oltree un metro d'acqua; gran parte dell'abitato fu allagato e si ebbe una vittima. In Valle Anzasca il Rio Valcrosa straripò sulla strada statale. A Gravellona Toce il Torrente Valguerra staripò allagando case in numerosi quartieri.. La Valle Antrona restò isolata per interruzioni stradali in località San Pietro. A Bognanco, in località Pianetto, una frana superficiale di terriccio e detriti investì un'abitazione e fece una vittima. L'ammontare complessivo dei danni in Val d'Ossola fu stimato in circa 3,5 miliardi di lire per i soli primi interventi di soccorso.
22 settembre 1980
Si replicano la piena del Toce e dei torrenti Melezzo (Orientale e Occidentale), Isorno, Anza, Diveria e Bogna, che comportò talora la rimobilizzazione di detriti accumulati per le notevoli piene degli anni precedenti. Nel Verbano, l'abitato di Suna fu alluvionato da due torrentelli e si ebbe la piena del Torrente San Bernardino.
28 marzo - 3 aprile 1981
Dopo quattro mesi di notevole siccità, la pioggia caduta in grande quantità in questi giorni provocò fenomeni di piena nei corsi d'acqua della fascia Prealpina compresi tra Tanaro e Val d'Ossola. La SS 549 della Valle Anzasca poco oltre Vanzone San Carlo venne ostruita da un franamento di massi e terriccio; a Piedimulera alcune rogge causarono locali allagamenti.
settembre 1981
Il 22 e 23 settembre si verificarono piogge di notevole intensità che si abbatterono su Liguria, Piemonte, Lombardia ed Emilia. Il Piemonte fu la regione più colpita, anche se in settori limitati di alcune valli alpine, tra Valchiusella e bassa Val d'Ossola. Il Toce straripò sulla sponda sinistra tra Prata e Vogogna.
Tra il 26 e il 28 settembre mediamente caddero tra i 140 e i 200 mm di pioggia in 48 ore in Alta Val d'Ossola. Il giorno 26 si ripetè l'allagamento da parte del Toce alla Masone: fu valutata una velocità media di risalita di 16-17 cm/ora, con massima altezza d'acqua fuori alveo di 1,5m.
Sempre a fine settembre tutte le vallate ossolane subirono interruzioni per franamenti ed allagamenti. La SS del Sempione fu interrotta presso Premosello Ch. e la SS Vigezzina al km 4 e km 11. A Cuzzego il Rio della Chiesa invase la piazza principale allagando l'edificio parrocchiale. Sul Lago Maggiore, per raggiunti livelli eccezionali di piena, si ebbero estesi allagamenti nelle parti basse dei paesi rivieraschi, in particolare a Verbania,. Baveno, Arona, Fondotoce, Feriolo, Laveno.
agosto 1987
Tra il 13 e il 26 agosto una serie di violenti nubifragi colpì le valli alpine comprese tra la Valle dell'Orco e le valli ossolane, determinando l'innesco di ingenti piene torrentizie lungo i corsi d'acqua. Tra i comuni più colpiti è da segnalare il comune di Crodo.
22 - 25 settembre 1993
Si verificò un evento alluvionale di elevata intensità che colpì ampie aree del Piemonte centro settentrionale e sud orientale. I danni nascevano soprattutto da intense attività erosive torrentizie, mentre i fenomeni franosi restavano nel complesso limitati. Nelle valli ossolane si segnalano danni di entità variabile, anche notevole alla viabilità, agli acquedotti e ad altre infrastrutture. In Valle Antrona molte furono le interruzioni stradali per erosione torrentizia.
I danni maggiori in Ossola si ebbero in Valle Divedro e Valle Anzasca.
Valle Divedro: I fenomeni principali erano riferibili principalmente all'attività erosiva lungo l'alveo principale. I danni erano soprattutto a carico della viabilità, in molti punti; quelli di maggiore entità erano rappresentati dall'asportazione di quasi 200 metri di scogliera in località Spagna e di tutte le infrastrutture difese da quest'ultimo, con minaccia ad un edificio in sponda sinistra.
Valle Anzasca: i danni di maggior entità, legati alla dinamica del Torrente Anza, si sono verificati nel tratto d'asta compreso fra i centri abitati di Macugnaga e Bannio Anzino, con distruzione o danneggiamento per erosione di fondo
• di sponda di numerose opere di difesa spondale, ponti ed infrastrutture. Le precipitazioni hanno avuto carattere piovoso fin oltre i 3000 metri di quota.
Le forti precipitazioni provocarono nei Laghi Maggiore, Orta e Mergozzo piene di notevole portata, con esondazioni persistenti, che hanno fatto risalire il loro livello fino a quote mai raggiunte precedentemente nel XX° secolo.
13-15 ottobre 2000
Le ingenti precipitazioni sono state prodotte essenzialmente dal continuo e massiccio apporto di umidità dal Mediterraneo verso il pendio Sudalpino. Le correnti meridionali in quota si sono formate tra una profonda depressione con centro sulle Isole Britanniche e un anticiclone sui Balcani. Anche a quote basse correnti da sud o sudest hanno ulteriormente convogliato aria umida verso le Alpi. In particolare venerdì, vi è pure stata una vistosa precipitazione colorata, cioè la presenza di polvere sahariana nella pioggia. Le masse d'aria che hanno toccato le Alpi sono risultate piuttosto miti e il limite della neve, inizialmente attorno a 2000 metri, è salito fin verso 3000 m, contribuendo ulteriormente a ingrossare i fiumi.
I massimi di precipitazione cumulata sull’intero evento registrati nel settore Ossola Occidentale sono:
• stazione di Bognanco Pizzanco 740 mm;
• stazione di Bognanco Lago Paioni 732 mm;
• stazione di Antrona Alpe Cheggio 632 mm;
• stazione di Varzo San Domenico 610 mm.
L’intensità, la persistenza e l’ampia distribuzione spaziale delle precipitazioni hanno generato significative onde di piena sui principali corsi d’acqua del reticolo idrografico piemontese, che hanno raggiunto carattere di eccezionalità in tutto il settore settentrionale del bacino del Po, interessando tutti gli affluenti di sinistra sino al Ticino.
Le abbondanti precipitazioni hanno portato a un rapido aumento del deflusso dei fiumi, in particolare del Toce, e alla crescita del livello del Verbano che verso mezzanotte di venerdì ha superato la soglia di guardia. Con un accrescimento a tratti anche di 5-6 cm all'ora, il livello è salito fino al massimo di circa 197.55 m (verso le ore 01 di martedì), superando il massimo di questo secolo stabilito il 14 ottobre 1993 (197.24 m).
È la seconda volta in meno di un decennio che il Verbano supera la soglia di 197 m slm, mentre dal 1873 al 1992 ciò non è successo che una sola volta (1907) e bisogna risalire al 1868 per trovare una quota più alta dell'attuale.
PATRIMONIO NATURALISTICO Il territorio della comunità montana Valle Ossola appartiene per la maggior parte della sua estensione al bacino imbrifero del fiume Toce (tra il comune di Masera a monte e il comune di Mergozzo a valle), e per una parte minore, a quello del Torrente San Bernardino, limitatamente ai territori valgrandini. Nel complesso è rappresentato dal fondovalle ossolano propriamente detto, la fascia pianeggiante tipica del modellamento glaciale, con l'intera serie di versanti di delimitazione verso est (da Trontano a Mergozzo) e da una parte dei versanti di delimitazione verso occidente (limitatamente ai comuni di Domodossola, Pallanzeno, Anzola, Ornavasso), dall'intera Valle Bognanco, e da parte della Val Grande, con gli ambiti territoriali dei comuni di Trontano, Beura Cardezza e Premosello Chiovenda. Un ampio territorio quindi che dal piano basale della basse valle del Toce si spinge alle ampie praterie alpine dell'alta Valle Bognanco, al cospetto dei ghiacciai dei "piccoli 4000" del Sempione (gruppo della Weismeis - 4024m) Si tratta di un territorio che, al pari delle limitrofe valli ossolane, è senza dubbio contraddistinto da importanti punti di forza che ne motivano uno straordinario valore naturalistico-ambientale: > la distribuzione su di un ampio range altitudinale, comprendente la completa seriazione delle fasce vegetazionali: piano basale, piano collinare, piano montano, piano subalpino, piano alpino, piano nivale; > la particolare posizione geografica che dal distretto floristico insubrico (tipico dei grandi laghi, con presenza, nel territorio del Comune di Mergozzo, di interessanti elementi floristici di tipo mediterraneo), si spinge nel pieno del distretto alpino, e più precisamente nel settore alpino occidentale (dove sono ampiamente rappresentate un grande numero di specie endemiche alpine e alpine occidentali); > grande varietà geologica e morfologica, e conseguentemente di substrati e di suoli; > grande varietà di tipi forestali rappresentati; > notevole ricchezza in ambienti umidi naturali (in particolare gli ambienti fluviali di fondovalle, i laghi naturali e le torbiere di alta quota); Vegetazione Nella trattazione degli aspetti vegetazionali, per necessità di trattazione sintetica, si porrà l'attenzione sulle principali formazioni forestali, sulla vegetazione erbacea seminaturale (praterie di pascolo e di sfalcio, e sulla vegetazione degli ambienti umidi, con limitazione al canneto e alle torbiere.
A - ASSOCIAZIONI FORESTALI
Saliceto arbustivo di greto
Il saliceto arbustivo di greto costituisce frammentarie formazioni lungo alcuni tratti del fiume Toce. E' una vegetazione arbustiva adattata a vivere nei greti ciottolosi di fiumi e torrenti, ove periodicamente si verificano piene con intesa azione di trasporto e di deposizione di materiale ciottoloso. Questa formazione forestale è composta principalmente dal salice rosso (Salix purpurea) e dal salice ripaiolo (Salix eleagnos) che a volte si ibridano tra loro. Insieme a questa specie possiamo trovare il salice bianco (Salix alba), il salice da ceste (Salix triandra) e il pioppo nero (Populus nigra).
Saliceto ripario di salice bianco
Il saliceto ripario di salice bianco si trova lungo le ripe del fiume Toce, a partire dalla conca di Domodossola sino alla foce del corso d’acqua. E’ un bosco tipicamente legato ai suoli alluvionali, umidi o con falda acquifera superficiale, di solito sabbiosi o limosi, spesso periodicamente sommersi. Il salice bianco (Salix alba) è la specie arborea che caratterizza questa formazione forestale in cui compaiono abbastanza facilmente anche il salice da ceste (Salix triandra), l’ontano nero (Alnus glutinosa), il pioppo nero (Populus nigra) e più raramente l’ontano bianco (Alnus incana).
Comuni di: Domodossola, Pallanzeno, Vogogna, Premosello Chiovenda, Anzola d’Ossola, Ornavasso e Mergozzo.
NOTA: Lungo i fossi, i piccoli corsi d’acqua o i con fini dei campi erano abbastanza diffusi dei filari di salici bianchi che venivano capitozzati. Le cosiddette “teste di salice” venivano tagliate ad intervalli di 1 o di 3-4 anni a seconda dell’utilizzo che di essi si faceva (i rami più giovani erano impiegati come legacci nei vigneti, nei frutteti e nel fare le fascine). Si tratta di pratiche agricole le cui preservazioni hanno un pro fondo significato anche culturale e tradizionale
Alneto di ontano bianco
L’alneto di ontano bianco si trova lungo le ripe del fiume Toce e dei numerosi torrenti suoi tributari, compare anche in aree di fondovalle e di versante, con esposizioni varie, tra 400 e 1400 m di quota. E’ un bosco legato alle ripe dei torrenti e dei fiumi, con greti di ciottoli e massi. A volte si afferma anche su prati umidi abbandonati come bosco di carattere pioniero. L'albero che caratterizza questo bosco è l'ontano bianco (Alnus incana). Esso cresce in purezza o misto con altre specie tra cui le più frequenti sono il frassino (Fraxinus excelsior) e l'acero di monte (Acer pseudoplatanus).
Sono boschi che hanno un prezioso ruolo di protezione delle ripe.
Lo ritroviamo in particolare nei comuni di: Premosello Chiovenda, Beura Cardezza, Trontano, Bognanco.
Bosco misto di latifoglie
Il bosco misto di latifoglie è ancora presente nel fondovalle principale, in due aree pianeggianti vicine al fiume Toce: nei pressi del Prà Michelaccio (197 m s.l.m.), in Comune di Mergozzo e nel Comune di Premosello Chiovenda, ove costituisce il noto "Bosco Tenso" (212 m s.l.m.), oggetto di tutela come Oasi Naturale gestita dal WWF. Al di fuori di queste due formazioni si trovano solo dei frammentari boschetti. Si ritiene che anticamente il fondovalle ossolano ospitava un bosco di latifoglie simile al querco-carpineto che formava la grande foresta della pianura padana. Nel corso dei secoli questo bosco è stato eliminato per far posto a coltivi ed insediamenti vari. L’attuale bosco misto può essere considerato una forma impoverita dell’antico querco-carpineto, in cui l’essenza arborea più frequente è il frassino (Fraxinus excelsior). Le altre principali specie presenti nel piano arboreo sono la farnia (Quercus robur), il tiglio cordato (Tilia cordata), l'acero campestre (Acer campestre), l'olmo montano (Ulmus glabra), l'olmo campestre (Ulmus minor), il ciliegio selvatico (Prunus avium), la robinia (Robinia pseudoacacia) e vicino alla Toce il pioppo nero (Populus nigra), il salice bianco (Salix alba) e l'ontano bianco (Alnus incana).
Querceto di rovere
Il querceto di rovere si trova in quasi tutte le valli ossolane, su versanti con esposizioni prevalentemente calde, tra 250 e 1500 m di quota. E' un tipico bosco del piano collinare e montano. A volte è ridotto a piccoli boschetti ma costituisce anche formazioni piuttosto estese. Nella sua forma più tipica è un bosco di carattere stabile ove la rovere (Quercus petraea) è l'albero nettamente dominante. Di solito il querceto cresce su ripidi versanti con affioramenti rocciosi e suoli poco profondi, di modesta fertilità. In passato era più diffuso, ma per opera dell'uomo nelle aree più favorevoli è stato sostituito dal castagneto, dai coltivi e dagli insediamenti.
Castagneto da frutto
Nel Comune di Trontano (518 m s.l.m.) si trovano gli esempi meglio conservati di questa peculiare coltivazione arborea. Altrove nell' Ossola vi sono solo piccoli e frammentari castagneti da frutto localizzati su bassi versanti, tra 500 e 900 m di quota, nei pressi degli abitati. Nell'insieme si tratta di coltivazioni in cui le tradizionali pratiche agricole sono ormai abbandonate. Il castagno (Castanea sativa) è una specie rustica ma esige terreni acidi e trova le sue migliori condizioni di crescita su suoli profondi, freschi, e ben dotati di nutrienti. Com'è noto questa specie, a partire dall'epoca romana, è stata diffusa dall'uomo a scapito del bosco originario. Il castagneto da frutto era un vero e proprio frutteto che veniva impiantato sui terreni meglio rispondenti alle esigenze del castagno.
Il castagneto da frutto si mantiene stabilmente se è sottoposto a tutte le necessarie pratiche colturali, altrimenti tende ad evolvere verso un bosco misto di latifoglie che rappresenta il primo stadio con cui l' originaria foresta tenta di ritornare (querceto di rovere, querco-tiglieto, acero¬frassineto o faggeta).
Gli antichi castagneti da frutto rappresentano un patrimonio di grande importanza culturale e tradizionale che esigono interventi appositi di manteniumento, cura, e valorizzazione.
Castagneto
Il castagneto ceduo e ad alto fusto è presente in quasi tutte le valli ossolane, su versanti con esposizioni varie, da 200 m sino al massimo a 1150 m di quota. E' particolarmente diffuso nella valle principale, a sud di Domodossola e comunque in tutti i comuni della Comunità Montana Valle Ossola. Nei secoli passati il castagneto è stato favorito dall'uomo a scapito della foresta originaria. In questo bosco il castagno (Castanea sativa) cresce in purezza o misto con altre essenze arboree la cui distribuzione riflette le condizioni ecologiche locali.
Le selve castanili erano in genere governate a ceduo. Negli ultimi decenni si è avuto un forte abbandono di queste pratiche e pertanto oggi molti castagneti cedui si presentano "invecchiati".
Querco-tiglieto
Il querco-tiglieto si trova in molte valli ossolane, su versanti con esposizioni varie, tra 250 e 1000 m di quota, ove che costituisce piccoli boschetti e anche formazioni abbastanza estese (stupendi esempi estesi in Val Bognanco). E’ un bosco di carattere stabile che si adatta a crescere su differenti tipi di suoli: da quelli piuttosto asciutti, superficiali e poco fertili dei versanti ripidi e rocciosi a quelli profondi, freschi e fertili delle aree con pendenze moderate. In passato, ove conveniva, è stato sostituito dall'uomo con il castagneto, i coltivi e gli insediamenti. Le due essenze arboree che caratterizzano questo bosco sono la rovere (Quercus petraea) ed il tiglio selvatico (Tilia cordata); di solito quest'ultimo tende a prevalere.
Acero-frassineto
L’acero-frassineto si trova in diverse valli dell'Ossola, in aree di fondovalle e su versanti con esposizioni varie, tra 200 e 1200 m di quota. E’ un tipico bosco delle forre e dei versanti umidi, con suoli ricchi di humus e di nutrienti provenienti dai sovrastanti versanti. Nella sua veste più tipica questo bosco è rappresentato principalmente dall'acero di monte (Acer pseudoplatanus) e dal frassino (Fraxinus excelsior) a cui si affiancano il tiglio selvatico (Tilia cordata), l'olmo montano (Ulmus glabra), sporadicamente il tiglio nostrano (Tilia platyphyllos) e sui suoli più umidi l'ontano bianco (Alnus incana). Nella Comunità montana lo ritroviamo in particolare nei comuni di Mergozzo, Ornavasso, Vogogna, Bognanco, Trontano.
Betuleto
Il betuleto è presente in tutte le valli ossolane e in tutti i comuni della Comunità Montana. Costituisce boschetti o formazioni di una certa estensione, ubicate su versanti con esposizioni varie, da 200 a 1500 m di quota. E’ un bosco puro o misto di betulla (Betula pendula), con carattere transitorio. Nella maggior parte dei casi ha origine piuttosto recente poiché si è affermato su prati-pascoli abbandonati negli ultimi decenni o in boschi cedui particolarmente radi. Il bosco definitivo che, secondo le dinamiche naturali, dovrebbe succedere al betuleto è costituito dal querceto di rovere, dalla faggeta e più raramente dalla pecceta e dall’abetina.
Essi costituiscono boschi preziosi, grazie ai quali è in corso una riforestazione spontanea del territorio che beneficia così di una efficace protezione contro l'erosione ed i dissesti.
Faggeta
La faggeta è un bosco diffuso, su versanti con esposizioni varie, tendendo però a privilegiare quelli esposti a nord, da 400 a 1500 m di quota, nei territori di tutti i Comuni dell'Ossola con la sola eccezione di Mergozzo. Il faggio (Fagus sylvatica) è l'albero nettamente dominante in questo bosco che si presenta sovente puro o misto per la presenza di varie specie di conifere e latifoglie. La faggeta è un bosco montano di carattere stabile. Però parte delle attuali faggete in origine erano quasi certamente dei boschi misti di faggio, abete rosso ed abete bianco che sono stati trasformati in boschi puri di faggio, più adatti a soddisfare le locali richieste di legname per usi energetici. Oggi le faggete non sono più sfruttate come in passato. Le carbonaie sono solo un ricordo. Nei Comuni di Domodossola e Bognanco esistono tracce di grande interesse e degne di valorizzazione in relazione all'antico uso delle carbonaie
Abetina L'abetina è diffusa in molte valli ossolane, ove costituisce formazioni anche estese su versanti con esposizioni prevalentemente rivolte a nord, tra 550 e 1600 m di quota. E’ un bosco di carattere stabile, puro o misto, caratterizzato dalla dominanza dell' abete bianco (Abies alba). Abbastanza sovente all'abete si affiancano il faggio (Fagus sylvatica) ed in minor misura il peccio (Picea abies). L'abetina è ritrovabile nei territori dei Comuni di Ornavasso, Anzola d'Ossola, Premosello Chiovenda, Beura Cardezza, Trontano, Masera. L'abetina, oltre a valore prettamente colturale, ha rilevanti valenze ambientali, protettive, paesaggistiche e ricreative. Pecceta montana L'Ossola è il territorio montano più ricco di peccete di tutto il Piemonte. Il bosco montano di peccio (Picea abies) si trova in tutte le valli ossolane, su versanti con esposizioni varie tra 650 e 1500 m di quota. La pecceta è un bosco di carattere stabile, puro o misto per la modesta presenza di altre conifere e latifoglie. Di solito la specie più frequente è il larice (Larix decidua). Ritroviamo questo bosco nei territori dei Comuni di Domodossola, Bognanco, Trontano, Masera. La pecceta, oltre a valore prettamente colturale, ha rileva nti valenze ambientali, protettive, paesaggistiche e ricreative. Alneto di ontano verde L'alneto di ontano verde è una formazione arbustiva diffusa nel territorio, su versanti e canali di valanghe, con prevalenti esposizioni fresche (soprattutto rivolti a nord), tra 1000 e 2100 m di quota. È un arbusteto stabile corrispondente all’associazione vegetale Alnetum viridis, legato ad aree del piano subalpino e montano ove il bosco non riesce ad insediarsi a causa di vari fattori limitanti: valanghe ricorrenti, suoli umidi, superficiali e poco evoluti, persistenti coltri nevose che riducono il periodo vegetativo utile. Vi sono anche alneti di ontano verde insediatisi su pascoli abbandonati con suoli umidi o freschi ed in boschi pesantemente disbocati (ad es. lariceto, pecceta, abetina). Lo ritroviamo nei territori di tutti i Comuni della Comunità Montana Valle Ossola ad esclusione di Mergozzo e Pallanzeno Pineta di pino montano La pineta di pino montano (Pinus montana in senso lato) compare in modo frammentario nelle vallate ossolane, e per il territorio della Comunità in Val Bognanco. È tipica di versanti esposti prevalentemente a nord, tra 1000 e 1900 m di quota. E’ una formazione forestale cespugliosa o arborea di carattere stabile, ove il pino montano è nettamente dominante. E’ legata a suoli acidi derivati da rocce cristalline, in genere superficiali o poco profondi, di solito poveri di nutrienti. Si può senza dubbio affermare che i popolamenti di pino montano in forma arborea, ritrovabili in Val Bognanco sono formati dal pino uncinato (Pinus uncinata), Pecceta subalpina La pecceta subalpina si trova alle testate delle valli su versanti con prevalenti esposizioni calde, tra 1500 e 2000 m di quota. E’ un bosco puro o misto di peccio (Picea abies), legato ad aree con clima continentale. Esso si differenzia dalla pecceta montana poiché cresce a quote più elevate (al di sopra dei 1500-1600 m) ove i rigori del clima sono più forti. La pecceta subalpina è un bosco stabile che anticamente in Ossola era più diffuso. Si trova in particolare, per il territorio della CMVO nel Comuni di Bognanco. La pecceta, oltre a valore prettamente colturale, ha rilevanti valenze ambientali, protettive, paesaggistiche e ricreative. Lariceto montano Il lariceto montano si trova prevalentemente alle testate delle valli, tra 800 e 1500 m di quota. E’ un bosco puro o misto di larice (Larix decidua) originato con rimboschimenti (ad es. in Val Bognanco), oppure affermatosi spontaneamente su prati-pascoli in gran parte abbandonati, in aree pesantemente disboscate e su antichi accumuli di detriti di vario genere, con suoli poveri e poco evoluti. Ritroviampo queste aree boscate nei Comuni di Domodossola, Bognanco, Masera. Il lariceto (sia montano che subalpino), oltre ad un elevato valore economico colturale, ha preziose valenze ambientali, protettive, paesaggistiche e ricreative. Lariceto su rodoreto-vaccinieto Il lariceto su rodoreto-vaccinieto si trova in tutte le valli ossolane ma, ad esclusione di qualche piccola eccezione, è assente nella bassa Ossola. E’ un tipico bosco di carattere stabile del piano subalpino (compreso tra 1500 e 2100 m di quota) ove nella maggior parte dei casi costituisce il limite superiore della foresta. A queste quote in passato il lariceto è stato inoltre favorito dall’uomo poiché, mantenuto un po’ rado e privo di cespugli, ospitava una preziosa vegetazione erbacea che veniva regolarmente pascolata dal bestiame. Il lariceto su rodoreto¬vaccinieto sovente è una formazione pura di larice (Larix decidua) nel cui sottobosco sono diffusi il rododendro (Rhododendron ferrugineum) ed il mirtillo nero (Vaccinium myrtillus). La costante convivenza di queste tre specie da origine alla associazione vegetale che di solito i botanici chiamano Rhododendro-Vaccinietum laricetosum. Il lariceto su rodoreto-vaccinieto si trova nei territori dei Comuni di Anzola d’Ossola, Vogogna, Beura Cardezza, Trontano, Domodossola, Bognanco, Masera. Il lariceto (sia montano che subalpino), oltre ad un elevato valore economico colturale, ha preziose valenze ambientali, protettive, paesaggistiche e ricreative. Si segnalano per la particolare ricchezza naturalistica le laricete dell'alta Val Bognanco, ed in particolare il percorso sentieristico San Bernardo-Alpe Gattascosa, meritevole di importanti interventi di valorizzazione, dettati anche dalla presenza di altri importanti elementi naturali di valore, come alcune importanti torbiere e una notevole ricchezza ornitologica.
B - VEGETAZIONE DEGLI AMBIENTI UMIDI
Canneto (lago di Mergozzo) Il canneto di cannuccia di palude (Phragmites australis) forma popolamenti di una certa consistenza sulla sponda sud-orientale del Lago di Mergozzo. E' una vegetazione palustre diffusa lungo le rive dei laghi, degli stagni (anche salmastri) e dei corsi d'acqua, su fondali permanentemente o periodicamente sommersi e su terreni umidi. In queste aree il canneto forma un'associazione vegetale (Phragmitetum australis) in cui la cannuccia di palude è nettamente dominante. Il canneto costituisce un ambiente particolarmente ricco di vita che offre rifugio e nutrimento a numerose specie di uccelli e di pesci. In passato la cannuccia di palude era tagliata durante l'inverno per fabbricare stuoie e coperture usate nelle serre e nella costruzione dei soffitti. Oggi questa pianta viene utilizzata in interventi di ingegneria naturalistica e nella realizzazione di impianti di fitodepurazione.
Torbiere Le torbiere rappresentano un ambiente naturale di grande importanza, oggetto di grandi attenzioni di salvaguardia a tutti i livelli: grande rilievo assumono ad esempio nella direttiva habitat della Comunità Europea. Gli ambienti di torbiera rappresentano la naturale evoluzione degli specchi lacustri, per progressivo processo di interrimento e successiva colonizzazione vegetale. In questi habitat, estremamente minacciati e ormai sempre più rari, trovano spazio specie vegetali e animali estremamente specializzate, molte delle quali ormai rare o in via di estinzione. La loro protezione O da ritenersi prioritaria. Si segnalano, per il grande valore di diversità biologica, le numerose torbiere dell'alta Valle Bognanco, che dovrebbero essere oggetto di specifiche misure di tutela (ad esempio dalla minaccia di calpestamento) e di valorizzazione, nonché di interventi educazione. C – ASSOCIAZIONI SEMINATURALI Prati e pascoli Prati falciati e pascoli rappresentano un aspetto estremamente importante dal punto di vista naturalistico per un territorio tradizionalmente sfruttato da un'economia agricola di tipo estensivo. L'utilizzo della pratica dello sfalcio e del pascolamento hanno determinato l'esistenza di ambienti di alta diversità biologica, di grande ricchezza floristica e biologica, la cui esistenza è legata alla conservazione di queste pratiche, e la cui conservazione e valorizzazione è estremamente importante. L'abbandono del territorio rurale montano determina a carico di queste superfici, a basse quote l'invasione da arbusti e alberi e la ritrasformazione in aree boscate, mentre in zone di quota maggiore la trasformazione in una vegetazione povera di fiori e dominata da graminacee.
I laghi delle aree remote: i laghetti alpini I laghi alpini hanno assunto, soprattutto in tempi recenti, una posizione di grande interesse da parte della ricerca scientifica, e quelli della Valle Ossola (con quelli della Valsesia) sono tra i più estesamente studiati in Italia. I laghi dell'alta Val Bognanco sono monitorati e oggetto di ricerca scientifica sin dagli anni '40 ad opera dell'Istituto Idrobiologico Italiano. Oltre all'alto valore biologico evidenziato dagli studi, l'interesse scientifico negli ultimi decenni si è concentrato in particolare sugli aspetti chimici, dopo la constatazione che anche ambienti remoti come i laghi alpini sono suscettibili al fenomeno dell'acidificazione. Grazie all'intervento del sostegno economico del C.N.R. e della Comunità Europea, dall'inizio degli anni '90 la indagini limnologiche (chimiche e biologiche) svolte in questi laghi si sono estese dai laghi alpini ai laghi di altre aree remote europee, come le Alpi Scandinave, i Pirenei, i Monti Tatra, le Highlands scozzesi e, in tempi recenti, all'Antartide e alle vallate Himalayane. In questo complesso programma di ricerche sulle acque delle aree remote (caratterizzate dall'essere collocati in aree relativamente non disturbate e di ricevere sostanze derivanti dall'attività umana solo attraverso le deposizioni atmosferiche), le aree campione individuate sul versante italiano delle Alpi sono costituite dai laghi di Paione (Val Bognanco) e dal Lago Lungo (Bolzano). Aspetti faunistici L'elevata diversità biologica di tutto il territorio provinciale si riflette anche nel patrimonio faunistico. I dati disponibili e aggiornati oggi sono quelli delle specie di interesse venatorio (censimenti faunistici) e delle specie ornitologiche (è oggi in fase di avanzata realizzazione l 'atlante ornitolog ico del VCO). Specie di interesse venatorio Il cervo Un tempo diffuso in tutta la penisola italiana, nell'immediato dopoguerra il cervo (Cervus elaphus) era sopravvissuto nelle province di Bolzano e Trieste, alle foci del Po (Gran Bosco della Mesola) ed in Sardegna. Il generale miglioramento delle condizioni ambientali, determinato dallo spopolamento delle zone meno produttive della penisola, ha consentito l'espansione della popolazione alpina. Animale originario degli ambienti aperti, in buona parte del proprio areale di distribuzione la sua presenza é però strettamente legata ad ambienti forestali, dove trova tranquillità e protezione. La ricomparsa del cervo sul territorio provinciale risale all'inizio degli anni 70 ed é da ricondursi ad immigrazione spontanea da parte di animali provenienti dai cantoni svizzeri. Attualmente il cervo é presente su circa il 40% del territorio provinciale con una popolazione (in espansione) stimata in circa 500 capi. Il capriolo Il capriolo europeo (Capreolus capreolus ssp. capreolus) é distribuito in quasi tutta Europa, dall'Italia meridionale (calabria) al circolo polare artico. Manca solamente in Irlanda e nelle isole mediterranee. Specie tipica degli ambienti ecotonali, estremamente adattabile, lo incontriamo dalla pianura coltivata (purchè siano presenti piccole zone boscate) al limite superiore della foresta. Agli inizi del secolo il capriolo era praticamente scomparso dal territorio provinciale. A partire dagli anni 50-60 ha avuto inizio la colonizzazione da parte di animali provenienti dal Canton Vallese. Attualmente la specie é ben distribuita, occupando circa l'80% dell'intero territorio provinciale. E' presente dai fondivalle sino al limite superiore delle foreste. A causa dell'ambiente frequentato e delle caratteristiche comportamentali viene considerata una specie impossibile da censire, ed é quindi prematuro, allo stato attuale delle conoscenze, indicare delle stime di consistenze numeriche. Il camoscio Il camoscio (Rupicapra rupicapra) é un ungulato diffuso in tutte le catene montuose dell'Europa meridionale. La specie é attualmente ben insediata in tutte le valli ossolane e nel verbano, mentre solo nel Cusio non ha ancora raggiunto un soddisfacente grado di stabilità. Il suo areale di distribuzione attuale ricade su circa 1192 kmq, poco più della metà del territorio provinciale. La specie viene censita annualmente dai Comitati di Gestione dei Comparti Alpini e si stima che la popolazione provinciale sia com posta da circa 6000 capi. Lo stambecco Lo stambecco é un grosso mammifero ruminante caratterizzato da uno spiccato dimorfismo sessuale: il maschio adulto si riconosce facilmente dalla femmina per le dimensioni corporee e la forma del trofeo. Nei maschi infatti le corna sono lunghe, arquate, dotate di numerosi nodi molto evidenti, e possono raggiungere il metro di lunghezza, mentre quelle dellle femmine sono più corte (25-30 cm.) e prive di nodi. Si suppone che già nel Medioevo la specie fosse ormai prossima all'estinzione in molti regioni delli Alpi. Risalgono al 1300 i primi editti che ne vietavano la caccia nei pochi settori alpini dove era ancora presente. Agli inizi dell'800 la specie sopravviveva, con una sola popolazione di poche decine di individui, sul massiccio del Gran Paradiso. Con l'istituzione della Riserva Reale di Caccia (divenuta nel 1922 Parco Nazionale) essa aumentò sino a raggiungere alcune migliaia di capi. Da lì lo stambecco ha potuto ritornare su tutto l'arco alpino, con una popolazione attualmente stimata in 25-30.000 capi. Le principali colonie nel territorio provinciale le ritroviamo in Valle Anzasca, nel Parco Veglia Devero, in Valle Formazza, ed in Valle Antrona¬alta Valle Bognanco. Il cinghiale: il problema delle immissioni Il cinghiale si estinse in Piemonte nel 1820, mentre per la Val d’Ossola non esistono informazioni: non viene citato nemmeno in una pubblicazione sui mammiferi ossolani da A. Bazzetta (1905). La recente comparsa del cinghiale su territorio provinciale è da imputarsi essenzialmente ad immissioni compiute in modo scriteriato dai cacciatori per scopi venatori. L’origine centroeuropea degli animali utilizzati per le immissioni ha permesso a questa specie di colonizzare aree più fredde (le Alpi) di quanto non fossero in grado di fare gli originari cinghiali mediterranei. Inoltre, l’incrocio con razze domestiche ha consentito un aumento della fertilità, tanto che in zone molto produttive sono possibili parti durante tutto il corso dell’anno. Il cinghiale è un onnivoro, si nutre soprattutto di vegetali mentre gli alimenti di origine animale compongono una frazione minoritaria (ma non trascurabile) della dieta. Il cinghiale è autore della maggior parte dei danni (85%) alle colture agricole indennizzati dalla regione Piemonte sul proprio territorio. Questa specie è in grado di esercitare un impatto notevole nei confronti dei prati stabili (il 60% delle colture danneggiate dalla specie in Piemonte), mais, frumento e patate e soia. Nel comprensorio di caccia VCO2 (dove la presenza è sporadica) è comunque responsabile del 50% dei danni alle colture agricole. Inoltre un pesantissimo impatto sulle specie che nidificano al suolo è stato provato in Piemonte sul fagiano di monte. In una ricerca condotta sulle Alpi Marittime, sono stati predati da cinghiale sino all’80% dei nidi artificiali posizionati simulando nidi naturali!!). Specie ornitologiche È in fase di avanzata elaborazione il censimento delle specie ornitologiche nidificanti nel territorio dell'Ossola e della Provincia. Si tratta di un lavoro estremamente dettagliato e in corso da alcuni anni, che sta evidenziando una grande ricchezza in specie presenti, conseguenza certamente della grande diversità ambientale che contraddistingue il territorio dell'intera provincia del VCO. Nello studio in corso, dai dati gentilmente messi a disposizione dai ricercatori, viene dato ampio risalto alla straordinaria importanza dal questo punto di vista che assume il fondovalle ossolano. Per la presenza di ambienti sempre più minacciati da una parte (dagli stessi ambienti agricoli agli ambienti xerici legati alla presenza del Toce) per la particolare conformazione e posizione geografica della valle, che ne fa una rotta migratoria di grande importanza, vi risultano presenti specie di grande rarità la cui conservazione (attraverso la conservazione degli ambienti che ne determinano la presenza) è certamente prioritaria. Il ritorno dei grandi preda tori L'abbandono dell'ambiente rurale con lo spopolamento delle aree più remote ha paradossalmente favorito il ritorno di condizioni ecologiche favorevoli al ritorno dei grandi predatori, sicuramente permesso da una nuyova coscienza ecologica collettiva. Di fatto oggi stiamo vivendo, sulla catena alpina, il momento di massima ricchezza faunistica degli ultimi 5- 600 anni. Le popolazioni di lupo, lince ed orso si stanno espandendo sia a nord che a sud del continente europeo e le Alpi sono la regione europea dove questo fenomeno é probabilmente più intenso. La popolazione appenninica di lupi ha iniziato, a partire dagli anni 70, una rapida espansione che l'ha portata a colonizzare le Alpi italiane e francesi. Diverse sono state le segnalazioni recenti nel territorio del Canton Vallese (CH) in prossimità del confine (Sempione). A partire dai siti di reintroduzione della Svizzera e della Slovenia la lince ha raggiunto il settore orientale e nord occidentale delle Alpi italiane: molte sono state le segnalazioni confermate di tracce di presenza o gli avvistamenti diretti nel territorio ossolano. La loro ricomparsa comporta problemi di non facile soluzione nei rapporti con le attività agricole che necessariamente dovranno essere oggetto di una attiva gestione da parte delle autorità competenti. Caccia Il territorio della Comunità Montana Valle Ossola risulta essere compresa nei comparti caccia VCO2 e VCO3. Le Oasi faunistiche individuate dal Piano Faunistico Venatorio della Provincia VCO sono le seguenti: > OASI FAUNISTICA N. 15 "DOMODOSSOLA" - Superficie 605 ettari > OASI FAUNISTICA N. 16 "BOGNANCO 1A ZONA" - Superficie 1215 ettari > OASI FAUNISTICA N. 17 "BOGNANCO 2 ZONA" - Superficie 1317 ettari > OASI FAUNISTICA N. 24 "ANZOLA D'OSSOLA" - Superficie 502 ettari Si tratta di aree destinate a rifugio nella pianificazione venatoria, in cui quindi i possibili interventi impattanti devono essere oggetto di limitazione e di apposite attenzioni valutative. Alcuni interventi volti al recupero e al miglioramento dei pascoli degli alpeggi (Eliminazione del rododendro invasivo e recupero dello strato erbaceo) oltre ad avere un effetto estremamente positivo dal punto di vista ecologico, determinando un miglioramento di questi habitat dal punto di vista della diversità biologica, hanno conseguenze positive sulle popolazioni di alcune specie di grande valore naturalistico e di interesse venatorio. Interventi di questo genere avviati per esempio nelle Alpi Francesi, hanno dimostrato un miglioramento delle condizioni ecologiche per la riproduzione del gallo forcello (Tetrao tetrix). Oggi tali sperimentazioni sono in fase di studio e realizzazione nella Provincia del VCO, nelle valli Antigorio e Formazza, e potrebbero costituire esempi da riproporre anche nel territorio della Comunità Montana. La pesca ed i pescatori nel VCO La pesca sportiva nella provincia di Verbania (dati Piano Ittico - Provincia VCO - GRAIA s.r.l.) è un fenomeno che riguarda circa 6500 persone residenti alle quali si aggiungono i non residenti stimabili in circa 3000 persone, per un totale compreso fra 9000 e 10000 praticanti. Purtroppo non sono disponibili molti dati riguardanti lo sforzo di pesca ed il prelievo effettuato, poiché non è ancora stato istituito un tesserino segnacatture obbligatorio sull’intero territorio provinciale. A titolo esemplificativo vengono di seguito presentati i dati rilevati da un campione di 2340 tesserini segnacatture del tipo adottato dalla FIPSAS nelle proprie acque che, nel 1997, è stato rilasciato a 3419 pescatori residenti e 2150 non residenti.
Pescatori Media giorni di pesca / anno Media trote catturate/anno Residenti 9.6 27.9 Non Residenti 3.3 7.1
Rapportando i dati esposti al totale dei tesserati, è possibile stimare un prelievo di trote nelle acque FIPSAS nell’ordine delle 1 10.000/anno. La pesca è da considerarsi come una effettiva risorsa dai risvolti economici da non sottovalutare, come elemento da valorizzare nell'ambito di forme di turismo di qualità. È un segnale importante la constatazione del fatto che delle due sole attività di agriturismo presenti nel territorio della Comunità Montana Valle Ossola una è rappresentata da una azienda di pescicoltura! L'osservazione e l'incentivazione delle pianificazioni individuate dal piano ittico risultano di grande importanza anche nell'ambito dei processi di valorizzazione dell'asta del fiume Toce, nonché di riqualificazione della Valle Bognanco. Bacino della Val d’Ossola Comprende il Fiume Toce da Crevoladossola fino al Lago Maggiore ed i relativi affluenti minori. Reticolo idrografico vocazionale e piano di semina L’asta principale del Fiume Toce in Val d’Ossola è interamente vocazionale per la trota marmorata ed il temolo; dal ponte di Migiandone la vocazionalità diviene mista, con il progressivo aumento dei Ciprinidi reofili. A valle della foce del Torrente Strona, alla comunità ittica si aggiungono anche alcune specie tipiche di acque lentiche (Ciprinidi limnofili, persici, bottatrici, anguille ecc.). È quindi necessario evitare ripopolamenti con trota fario, che risulta peraltro presente in quantità assai esigue, concentrando invece gli sforzi sulla riproduzione artificiale delle marmorate pure autoctone per ridurre progressivamente l’entità del fenomeno di ibridazione. Nel tratto di Fiume Toce a valle della traversa di Prata e soprattutto nel Canale Megolo, che risulta particolarmente attirante per la portata d’acqua che lo caratterizza, si verifica inoltre la risalita autunnale di riproduttori di trota lacustre provenienti dal Verbano; tale fatto, che riguarda una forma in gravissimo declino, richiede che siano intrapresi opportuni provvedimenti di tutela. Zone di accrescimento Esistenti: Lanca del Croppo (Comune di Trontano); Lanca della Siberia (Comune di Domodossola); Lanca di Calice (Comune di Domodossola e Villadossola); Lanca Tocetta (Comune di Anzola); Proposte: Rio Bacenetto Zone di Tutela Proposte: Fiume Toce dalla traversa di Prata fino alla confluenza con il Torrente Anza. Questa proposta tiene conto sia dell’attuale necessità di tutelare i riproduttori di marmorata che si addensano sotto la traversa invalicabile durante la migrazione riproduttiva, sia della necessità, in prospettiva, di proteggere il transito dei pesci verso monte quando verrà realizzata la prevista scala di risalita. Tratti «No Kill» (pesca e rilascio delle catture) Proposte: Fiume Toce dal ponte della Mizzoccola al nuovo ponte ferroviario della linea che arriva allo scalo “Domo 2”, posto circa 50 m a valle del vecchio ponte ferroviario detto «delle sei arcate». Bacino della Valle Bognanco Bacino del torrente Bogna ed affluenti. Reticolo idrografico vocazionale e piano di semina Il tratto alto e medio del Torrente Bogna e tutti gli affluenti sono da considerarsi vocazionali alla trota fario. Il tratto terminale è potenzialmente vocazionale per la trota marmorata; a causa però della sottrazione d’acqua cui è soggetto, esso non si presta più ad ospitare in modo stabile tale Salmonide, che trova inoltre difficoltà a risalire dal Fiume Toce. Zone di Tutela Esistenti: Torrente Bogna tra la presa centrale ENEL a Gabi e la briglia del Torno, Torrente Bogna a Pecciola dal ponte a valle per 200 m, Rio Rasiga a S. Bernardo dal ponte a valle per 200 m (Bognanco). Zone turistiche Proposte: Lago Ragozza. La proposta di istituire una zona turistica sul Lago Ragozza, un bacino naturale, trova giustificazione nel fatto che la profondità modesta della conca lacustre non consente la sopravvivenza delle trote negli inverni più rigidi, mentre d’altro canto la zona è soggetta ad elevata fruizione turistica.
LA TUTELA DEL TERRITORIO E LE AREE PROTETTE
Il moderno concetto di Area Protetta e protezione
Sotto il nome generico di Parchi, sono comprese una serie di aree protette, tipologicamente molto diversificate.
Nel corso degli ultimi venti anni le aree protette europee hanno registrato una crescita importante, che le ha portate a coprire circa il 5% della superficie territoriale europea complessiva, e in Italia, quasi il 10% del territorio, limite indicato come obiettivo ideale a livello internazionale.
Quindi una parte rilevante del territorio europeo risulta oggi protetto, pur con forme di protezione molto diverse, e si è assistito ad una rilevante diversificazione dei tipi di ambienti protetti.
La legge quadro sulle aree protette, L. n. 394 del 6/12/91
Si tratta della legge che ha rappresentato il capitolo fondamentale della politica delle gestione delle aree protette.
All'articolo 1, la legge specifica le finalità di conservazione e valorizzazione che comprendono, oltre agli obiettivi di protezione delle specie animali, vegetali e di ogni realtà naturalistica che ancora esiste sul territorio, anche la promozione dell'insieme dei metodi di gestione o di restauro ambientale idonei alla salvaguardia dei valori antropologici, storici ed architettonici e delle attività agro-silvo-pastorali e tradizionali, nonché la promozione di attività di educazione, ricerca scientifica e ricostituzione di equilibri idraulici ed idrogeologici.
L'articolo 2 introduce la classificazione delle aree protette distinguendo:
1. I parchi nazionali: costituiti da aree terrestri, fluviali, lacuali o marine che contengono uno o pi) ecosistemi intatti o anche parzialmente alterati da interventi antropici, una o pi) formazioni fisiche geologiche, geomorfologiche, biologiche, di rilievo internazionale o nazionale per valori naturalistici, scientifici, estetici, culturali, educativi e ricreativi tali da richiedere l'intervento dello Stato ai fini della loro conservazione per le generazioni presenti e future.
2. I parchi naturali regionali: costituiti da aree terrestri, fluviali lacuali ed eventualmente da tratti di mare prospicienti la costa, di valore naturalistico e ambientale, che costituiscono, nell'ambito di una o pi) regioni limitrofe, un sistema omogeneo individuato dagli assetti naturali dei luoghi, dai valori paesaggistici ed artistici e dalle tradizioni culturali delle popolazioni locali.
3. Le riserve naturali: costituite da aree terrestri, fluviali, lacuali o marine che contengono una o pi) specie naturalisticamente rilevanti della flora e della fauna, ovvero presentino uno o pi) ecosistemi importanti per le diversità biologiche o per la conservazione delle risorse genetiche. Le riserve naturali possono essere statali o regio nali in base alla rilevanza degli interessi in esse rappresentati.
È importante osservare come la legge quadro sulle aree protette (L.394/91), in considerazione della scarsa presenza nel nostro Paese di zone completamente naturali e, d'altro canto, della diffusione di zone su cui grava il pericolo di degrado ambientale conseguente all'abbandono, abbia inteso tutelare la natura particolarmente attraverso il mantenimento delle attività “ecocompatibili”, abbandonando la logica della protezione come mera apposizione di vincoli.
L'impostazione programmatica che, in seguito ad un'attenta ripartizione delle zone a differente grado e tipologia di tutela, promuove nelle aree protette attività produttive accettabili per l'ambiente e capaci di generare uno sviluppo economico duraturo e gli incentivi economici previsti a sostegno di un piano di sviluppo socio-economico sono principi fondamentali validi anche al di fuori delle zone tutelate.
Più approfonditamente gli scopi principali di un parco possono essere così definiti:
- conservazione, tutela e ripristino degli ecosistemi naturali, non intesa soltanto in una dimensione vincolistica, ma come conservazione attiva che consideri anche le aree già intaccate da azioni antropiche o eventi naturali e che nonostante ciò meritano di essere salvaguardate. Nel concetto di tutela ambientale è compresa la tutela delle risorse culturali, dei valori etnici, antropologici e tradizionali. In tal senso l'area protetta non può prescindere dalla promozione sociale, economica e culturale delle popolazioni eventualmente comprese nell'area protetta;
- ricerca scientifica multi-e interdisciplinare, per lo studio di tutti i fenomeni naturali nei vari
biotopi;
- didattica, educativa e formativa allo scopo di fornire a tutta la popolazione e in particolare a quella in età scolare, un laboratorio vivente di scienze naturali, che consenta la formazione di una cultura naturalistica, fondamento per una futura gestione oculata della risorse del nostro pianeta;
- di ricreazione, turistica e di riposo, allo scopo di plasmare una nuova cultura del tempo libero proiettata alla conoscenza dell'ambiente naturale, senza procurare al territorio mutilazioni che compromettano il suo utilizzo da parte delle generazioni future.
Le Aree Protette nella Regione Piemonte
Per l'istituzione dei parchi e delle riserve naturali, il Piemonte fra le primissime Regioni, si è dotato di una legge quadro, approvata all’unanimità nell’ultima seduta della prima legislatura (L.R. 43/1 975) e successivamente adeguata e integrata .
Dopo successivi adeguamenti e revisioni, la vigente L.R. 36/1992 prevede la partecipazione delle Province, della Città metropolitana, delle Comunità montane e dei comuni al processo di formazione del piano regionale delle aree protette, che costituisce allegato e parte integrante de Piano Territoriale Regionale.
La gestione di queste aree, anche sulla base dell’esperienza precedente - che vedeva coinvolti comuni, comunità montane o consorzi di comuni, a seconda della specificità e peculiarità di tale politica e del suo rilievo regionale - è di norma affidata da appositi Enti strumentali di diritto pubblico
Att ualmente sono 29 gli Enti che gestiscono le 55 aree protette della Regione Piemonte.
Attualmente, il Sistema regionale delle Aree protette (comprensivo dei parchi Nazionali della Val Grande e del Gran Paradiso) interessa una superficie complessiva di 193.371 ha, rappresentando il 7,613% dell’intera regione.
Parchi e riserve nazionali e regionali piemontesi, pur tra molti limiti riscontrabili, rappresentano una realtà operante sia per le indubbie funzioni di tutela ambientale che svolgono, sia per i risultati di qualificazione naturalistica che si sono incominciati a conseguire (miglioramento forestale, incremento di alcune specie faunistiche rare, protezione di specie floristiche e vegetali in genere in via di estinzione...) sia per i miglioramenti sociali ed economici promossi ed avviati (sistemazioni infrastruttural i corrette, promozion i turistiche qual ificate, sosteg no al le attività agricole tradizionali e di conservazione ambientale, occupazione negli enti parchi o in attività di società o privati indotte a servizio della fruizione).
Il ruolo di questi Parchi emerge con particolare significato per la funzione educativa e formativa che in essi si sviluppa, in forme generali, nei confronti di tutti i fruitori, o specifiche (didattiche e scientifiche), nei confronti di gruppi particolari (generalmente scolastici).
Le aree protette nella provincia del V.C.O
La Provincia del VCO possiede una sua storia di tutela della natura:
• 30 anni fa nacque l'Oasi Faunistica di Macugnaga;
• nel 1978 nacque il primo parco naturale del Piemonte (Alpe Veglia),
• negli anni '80 e '90 furono istituite riserve naturali regionali e oasi del WWF;
• nel 1991 l’istituzione del Parco Nazionale della Val Grande riconobbe il valore wilderness dell’area selvaggia più grande d’Italia.
Oggi le aree protette del VCO (otto istituti di tutela e il Giardino Alpinia) sono una realtà vitale del territorio: proteggono la natura, perseguono obiettivi di sviluppo, offrono servizi, promuovono ricerca scientifica e producono lavoro.
Un totale d! 280 kmq d! terr!tor!o protetto par! al 12,5% del terr!tor!o prov!nc!ale, contro una percentuale del 7,61 per tutta la Reg!one P!emonte
Va sottolineato come queste aree protette costituiscano un sistema che documenta un vasto e articolato mosaico di ambienti e di paesaggi, nonché alcune significative emergenze storico¬culturali, integrate entro l’ambiente naturale
Unione Europea - Reg. Piemonte: i BIOTOPI
Con il termine “biotopo” si intende indicare una porzione di territorio o un corso d’acqua, non necessariamente già inseriti in aree ufficialmente protette, che formano un’unità ecologica di importanza comunitaria per la conservazione della natura.
Le direttive Habitat (CEE) e il pro gramma BioItaly La Decisione del Consiglio dei Ministri della Comunità Europea 85/338/CEE del 27 giugno 1985 (modificata con la Decisione 90/150/CEE del 22 marzo 1990) avviò il programma CORINE, un progetto sperimentale per la raccolta, il coordinamento e la standardizzazione dell’informazione sullo stato dell’ambiente e delle risorse naturali nella comunità Europea. Una delle applicazioni prioritarie del programma CORINE si è esplicata attraverso il progetto BIOTOPES che prevede la protezione dei biotopi di notevole importanza per la conservazione della natura, indifferentemente dal fatto che quest’area sia ufficialmente protetta. Per quanto riguarda l’Italia i dati confluiti nel progetto CORINE BIOTOPES derivano da un lavoro effettuato dal Prof. Bruno Pavan (Università di Pavia), conclusosi nel 1987; attraverso tale censimento vennero individuati circa 1600 siti per lo più sulla base della bibliografia scientifica disponibile. Allo scopo di aggiornare e completare lo stato di conoscenza sui biotopi, il servizio di conservazione della natura del Ministero dell’ambiente ha promosso un programma di ricerca, denominato Programma BioItaly, elaborato sulla base delle disposizioni della direttiva comunitaria 92/43/Cee “Habitat”. La direttiva Habitat completa la legislazione comunitaria sulla protezione della natura stabilita con la direttiva del consiglio del 2.4.1979, per la conservazione degli uccelli selvatici (74/409/cee “Uccelli”). Essa infatti arriva a definire un quadro comune per la conservazione di flora e fauna selvatiche ed habitat naturali e seminaturali, attraverso l’attuazione di una rete di zone speciali di conservazione, denominata “Rete Natura 2000”. La direttiva individua nei suoi allegati gli habitat naturali da salvaguardare (sulla base di criteri di rarità, diversità biologica, importanza per le specie migratrici, ecc.) e le popolazioni animali e vegetali da proteggere. Sulla base degli allegati delle direttive Habitat e Uccelli, gli Stati membri hanno proposto un elenco di siti/biotopi considerati di interesse comunitario per la conservazione della natura; la Commissione Europea dovrà a questo punto procedere alla valutazione degli elenchi nazionali, stabilendo un elenco comunitario definitivo dei siti/biotopi. Ogni Stato membro designa ciascun sito come zona speciale di conservazione, mediante un atto amministrativo, indicando le misure di conservazione necessarie al mantenimento o al ripristino degli habitat e/o delle popolazioni delle specie per cui il sito è stato designato. Il Ministero dell’ambiente ha affidato anche alle singole regioni ed alle province autonome il compito di compilare un censimento dei siti/biotopi attraverso una schedatura complessa su base informatizzata, che raccolga le informazioni riferite ad ogni sito individuato sulla base delle caratteristiche naturalistico-ambientali, dei caratteri di vulnerabilità, dei rischi di alterazione, delle motivazioni e degli obiettivi di tutela. Quindi, con decreto 3 aprile 2000 ha istituito l'elenco dei SIC (siti di importanza comunitaria) e delle ZPS (zone di protezione speciale) individuate ai sensi delle direttive 92/43/CEE e 79/409/CEE.
Istituzione dei Biotopi regionali La regione Piemonte, ad integrazione e completamento delle iniziative regionali in materia di tutela ambientale, ha approvato la L.r. 3.4.1995 n. 47 “Norme per la tutela dei biotopi”. Obiettivo di tale provvedimento è l’individuazione, lo studio, la tutela e la gestione di “porzioni di territorio che costituiscono un’entità ecologica di rilevante interesse per la conservazione della natura, indipendentemente dal fatto che tali aree siano protette dalla legislazione vigente” (art.2). I biotopi , inseriti in un elenco e quindi istituzionalizzati, entrano a far parte del sistema regionale delle aree protette. L’aspetto più innovativo della legge consiste nella possibilità di affidare la gestione dei biotopi oltre che agli enti di gestione delle aree protette, ai comuni, alle Comunità Montane, alle province territorialmente interessate ed alle associazioni ambientaliste, anche direttamente ai proprietari o aventi titolo. Inoltre, con l’eccezione del vincolo paesaggistico (di cui alla l. 8.8.1985, n. 431), non sono previsti in alcun modo vincoli, divieti o norme di tutela stabiliti a priori; saranno invece eventualmente definiti caso per caso, in relazione ad esigenze o caratteristiche particolari (art. 7). La prima fase del Programma BioItaly ha condotto all’individuazione in Piemonte di 168 zone proponibili come siti/biotopi di importanza comunitaria, secondo le disposizioni della direttiva Habitat. Di questi 168 siti, 86 sono già compresi in aree protette nazionali o regionali, i restanti 82 sono attualmente sprovvisti di misure di tutela. Come previsto dalla direttiva Habitat i siti/biotopi individuati ed inseriti nella rete natura 2000 dispongono di uno strumento finanziario (“Life”, Reg. 1973/ 92/cee) da parte dell’Unione Europea per la realizzazione delle misure necessarie al mantenimento o al ripristino delle caratteristiche peculiari dei siti di importanza comunitaria. Aree di tutela o di rilevanza ambientale nel territorio della Comunità Montana Il piano individua gli ambiti di tutela e di valorizzazione ambientale del territorio della Comunità Montana Valle Ossola secondo la seguente classificazione: A - Parchi e Riserve Naturali Parchi Nazionali Parco Nazionale della Val Grande Parchi e Riserve regionali Riserva Naturale Speciale del Sacro monte Calvario di Domodossola B - Biotopi di interesse comunitario ZPS (Zona di Protezione Speciale) "Val Grande" SIC (Sito Interesse Comunitario) "Greto Fiume Toce tra Domodossola e Villadossola" C - Proposte di Aree di Particolare Pregio Ambientale e Paesistico promosse dalla Provincia Censimento 1999 D - Oasi naturali del WWF Oasi Naturale del Bosco Tenso E - Oasi naturali promosse a livello comunale Istituenda Oasi Naturale di Prata F - Aree sottoposte a diverse misura di tutela ambientale e paesistica
Schede descrittive A - Parchi e Riserve Naturali Parco Nazionale della Valgrande Comuni della Comunità Montana Valle Ossola interessati: Trontano, Beura Cardezza, Vogogna, Premosello Chiovenda
Denominazione ufficiale: Parco Nazionale della Val Grande Anno di Istituzione: 1992 Comuni: Aurano, Beura Cardezza, Caprezzo, Cossogno, Cursolo Orasso, Intragna, Malesco, Miazzina, Premosello Chiovenda, San Bernardino Verbano, Santa Maria Maggiore, Trontano, Vogogna. Estensione: 14.598 ha Altitudine: 230-2300 m Sede legale: Cicogna (Cossogno) Sede operativa: Via San Remigio, 19 – 28922 Verbania Tel. 0323 557960 – Fax. 0323 556397 Sito internet: www.parks.it; E-mail: pvgrande @ tin.it
Nel 1967 venne istituita la prima riserva delle Alpi italiane: la Riserva naturale integrale del Pedum e successivamente, nel 1971, nacque la Riserva naturale orientata del Monte Mottac. Due tappe importanti che portarono, su volontà degli Enti locali e della Regione Piemonte all’idea di creare un Parco Nazionale, idea poi concretizzata con l’inserimento dell’area nella Legge Quadro n. 394 del 1991. Infine con il Decreto Ministeriale del 2 marzo 1992 viene istituito il Parco Nazionale della Val Grande, inserito tra le aree Wilderness di importanza internazionale: a due passi dal Lago Maggiore, è considerata l’area selvaggia (wilderness) più vasta d’Italia.
LE STRUTTURE DEL PARCO nel territorio della comunità montana
I Centri Visita
Centro Visita di Premosello Chiovenda
Premosello Chiovenda è punto di arrivo o partenza dell’itinerario più conosciuto e frequentato della Val Grande: la traversata da Colloro alla Val Loana. Il Centro Visita, in un primo e provvisorio allestimento presenta una mostra dedicata alle rocce, per capirne l’origine, l’evoluzione e scoprire l’uso che l’uomo ne ha fatto nel corso dei secoli.
I Sentieri Natura
Si tratta di sentieri in ambiente naturale, realizzati su percorsi facilmente accessibili e privi di difficoltà. Lungo il percorso sono collocati pannelli illustrativi che descrivono le caratteristiche dell’ambiente circostante.
Comune Titolo Itinerario Tema
Trontano Lungo il filo di una traccia Trontano - Faievo le tracce degli animali
Beura Cardezza Storie di pietra Beura Cardezza - Bisoggio l’uso della pietra
Vogogna Il respiro della storia Vogogna - La Rocca il Medioevo e la storia di Vogogna
Premosello Ch. Vivere in salita Premosello - Colloro la civiltà contadina
I bivacchi escursionistici La Val Grande è povera di ricoveri escursionistici. Pochi e con limitato numero di posti-letto, ricoveri in molti casi spartani, realizzati recuperando vecchie baite, perfettamente e armonicamente inserite nell’ambiente naturale della valle..
Riserva Naturale Speciale del Sacro Monte Calvario
Comuni della Comunità Montana Valle Ossola interessati: Domodossola
Denominazione ufficiale: Riserva Naturale Speciale del Sacro Monte Calvario di Domodossola Anno di Istituzione: 1991 Comuni: Domodossola Estensione: 26 ettari Altitudine: da 279 a 420 m Sede legale ed operativa: c/o Istituto Rosminiano - Borgata S. Monte Calvario, 5 - 28845 Domodossola Tel e Fax 0323 241976 Tra il XVI e il XVII secolo sorsero i “Sacri Monti”, complessi articolati di cappelle, dedicate a episodi della vita di Cristo, della Vergine o di un Santo e disposte lungo un percorso devozionale che si conclude nei pressi di un santuario. Il complesso del Sacro Monte Calvario sorge sul Colle di Mattarella, poi ribattezzato Monte Calvario, alla sommità del quale s’innalza il Santuario del Santissimo Crocefisso. In origine in questo stesso luogo sorgeva un castello antecedente all’anno Mille che venne poi distrutto nel 1415 dalle truppe svizzere scese a conquistare l’Ossola. Il luogo rimase abbandonato per oltre due secoli fino alla metà del Seicento. La costruzione del santuario fu iniziata nel 1657, un anno dopo l’inizio dell’edificazione della Via Crucis costituita da quindici stazioni di cui tre sono contenute nel Santuario. Questo complesso architettonico e statuario religioso costituisce un notevole patrimonio dell’arte barocca, inserito in un ambiente naturale degno di rilievo. Accanto al Santuario vi sono i resti di una chiesa paleocristiana. La serie di 12 cappelle disposte lungo la “Via Regia”, narrano di episodi della passione, morte e resurrezione di Gesù e contengono, tra le altre, statue in terracotta eseguite da Dionigi Bussola e Rainieri di Rossa. Nel 1828 il filosofo Antonio Rosmini, proprio sulla cima del colle, fondò l’istituto della Carità. Ai Padri Rosminiani si deve la conservazione del complesso Sacro. L’area della riserva non costituisce un patrimonio esclusivamente di tipo storico e artistico, ma è anche un ambiente naturale di grande interesse.
B - Biotopi di interesse comunitario ZPS (Zona di Protezione Speciale) 'Val Grande' Comuni della Comunità Montana Valle Ossola interessati: Trontano, Beura Cardezza, Vogogna, Premosello Chiovenda
Denominazione ufficiale: Val Grande Codice del sito: IT1140011 Anno di Istituzione: ratificazione decreto Ministero Ambiente 3 aprile 2000 Comuni: Beura-Cardezza, Caprezzo, Cossogno, Cursolo-Orasso, Intragna, Malesco, Miazzina, Premosello-Chiovenda, San Bernardino Verbano, Santa Maria Maggiore, Trontano Estensione: 13.000 (ha) Altitudine media: 1.200 mslm
Area alpina a morfologia particolarmente aspra e selvaggia, con estese aree rupestri e pendenze spesso molto elevate. Interamente contenuta nel Parco Nazionale della Val Grande, la più vasta area "wilderness" delle Alpi.
SIC (Sito Interesse Comunitario) 'Greto Fiume Toce tra Domodossola e Villadossola' Comuni della Comunità Montana Valle Ossola interessati: Domodossola, Trontano, Beura Cardezza
Denominazione ufficiale: "Greto Fiume Toce tra Domodossola e Villadossola" Codice del sito: IT1140006 Anno di Istituzione: ratificazione decreto Ministero Ambiente 3 aprile 2000 Comuni: Domodossola - Villadossola - Trontano - Beura Cardezza Estensione: 930.0 (ha) Altitudine media: 230 mslm
C - Proposte di aree di particolare pregio ambientale e paesistico promosse dalla provincia
La Provincia del VCO ha provveduto nel corso del 1999 ad una prima mappatura e schedatura di una serie di siti di particolare pregio ambientale e paesistico. Si tratta di una iniziativa di rilevante importanza, pur necessitando di importanti integrazioni, che riflettano una maggior coerenza con le metodologie proprie delle direttive comunitarie, ratificate a livello nazionale e regionale.
D - Oasi naturali del WWF Oasi Naturale WWF del Bosco Tenso Comuni della Comunità Montana Valle Ossola interessati: Premosello Chiovenda Denominazione ufficiale: Oasi Naturale del Bosco Tenso Anno di Istituzione: 1990 Comuni: Premosello Chiovenda Estensione: 23 ettari Altitudine: 210 metri Gestione: WWF Italia - Sezione VCO. Tel. 0323 503457
Il territorio rappresenta motivo di interesse per la presenza di un relitto querco-carpineto igrofilo planiziale, residuo dei boschi che un tempo occupavano l’Ossola. Tra le specie arboree più importanti occorre segnalare la rovere, il tiglio e il frassino. Lungo il Toce si segnalano specie botaniche quali l’Iris germanica, il Chenopodium botrys e nell’acqua Alisma plantago, Ranunculus fluitans, Tipha latifolia. Scopo dell’oasi è quello di proteggere l’ambiente naturale con una gestione che mantenga, migliori e rinnovi il patrimonio boschivo. Il territorio risulta in realtà protetto da tempi molto antichi come testimonia lo stesso nome dell’Oasi: il Bosco Tenso era “tensato”, cioè soggetto a vincoli già nel ‘500. Strutture Esistono percorsi su comodi sentieri in terra battuta, facilmente percorribili non solo a piedi, ma anche a cavallo ed in bicicletta, e che sono accessibili in parte anche ai disabili. L’Oasi è attrezzata con un’area picnic, un sentiero didattico e un percorso ciclabile. Le cicliche piene del Toce in questa area di naturale espansione, determinano un veloce deperimento delle strutture, che necessiterebbero di interventi frequenti di manutenzione. E - Oasi naturali promosse a livello comunale Oasi Naturale di Prata Comuni della Comunità Montana Valle Ossola interessati: Vogogna Denominazione ufficiale: Oasi Naturale di Prata di Vogogna Anno di Istituzione: In fase di istituzione Comuni: Vogogna Estensione: 5,6 ettari Altitudine: 240 metri Gestione: Comune di Vogogna
L’Oasi è nata per tutelare un’area golenale posta tra il Rio Prata e il Fiume Toce e quindi per la salvaguardia di un’area delicata dal punto di vista naturalistico. Per le caratteristiche ambientali l’Oasi ha una funzione di rifugio per numerose specie di animali e, grazie alla sua buona accessibilità, è luogo adatto per accogliere scolaresche e numerosi visitatori. Gli ambienti caratteristici dell’oasi sono: il bosco ripariale, il canneto, il greto del fiume e la lanca. Strutture L’Oasi sarà attrezzata con un sentiero didattico ad anello (in corso di realizzazione) dotato di bacheche che illustrano le peculiarità naturalistiche del territorio.
COMPARTO FORESTALE Secondo i dati dell'inventario forestale delle Comunità Montane delle Valli Ossolane (IPLA, rilievi relativi a1990 - 1992), nel territorio delle 5 Comunità Montane delle valli ossolane, rappresentato da una superficie di 160.725 ettari, pari al 6% del territorio regionale piemontese e ad oltre il 12 % delle aree classificate come montane, le superfici forestali si estendono su una superficie di 68.000 ettari, con un indice di boscosità del 43 %, superante del 50% la media regionale. Nell'inventario si segnalava una differenza rispetto ai dati ISTAT, con valori in media di circa il 10% superiori. Le fonti non sono direttamente confrontabili, in quanto i dati sono rilevati con strumenti e metodologie diverse; tuttavia, al di là delle apparenze, è indubbia la tendenza espansiva dei boschi, dato peraltro chiaramente desumibile dalla serie storica dei dati ISTAT ed anche dai risultati dell’inventario forestale nazionale (IFNI, 1985). I dati dell’IFNI sono probabilmente i più vicini alla realtà, peraltro assai dinamica, dei boschi; a titolo di conferma può essere citata, a livello territoriale, le superfici reali ricavate da fotointerpretazione (con controlli sul campo) sulla base della Carta Tecnica Regionale (CTR, scala 1:10.000) per un'area rappresentativa (IPLA, 1996): in Valle Vigezzo (VCO) i dati reali risultano aumentati del 12% rispetto alla Carta forestale del 1981. In tutta le aree montane della Regione, marginali e non soggette a forti pressioni insediative, i boschi sono in aumento quantitativo. Il fenomeno può essere ricondotto da una parte alla ricolonizzazione spontanea di territori coltivati ed abbandonati da parte di latifoglie pioniere (che originano formazioni forestali in evoluzione che sono potenzialmente produttive di legname di pregio. Dall'altra, contemporaneamente, aumenta la biomassa dei boschi preesistenti, che tendono ad arricchirsi di specie che un tempo venivano eliminate dall’uomo; ad esempio varie latifoglie infiltrano i castagneti abbandonati, il faggio e gli aceri penetrano nelle abetine, l’abete rosso si insinua nei lariceti un tempo mantenuti puri e radi per consentire il pascolo bovino e caprino. Anche la fauna selvatica si accresce, con aumento delle specie tipiche degli ambienti forestali ed in particolare cervo e capriolo, mentre già si riaffacciano i loro predatori naturali (lupo e lince). Si tratta di fenomeni sicuramente positivi dal punto di vista naturalistico per il bosco, anche se determineranno la necessità di affrontare a livello locale nuovi problemi di gestione faunistica per evitare problematiche che nel resto della regione sono state solo in parte risolte, quali i danni cagionati da ungulati sovrannumerari alla rinnovazione forestale. Importante elemento di influenza negativa sul patrimonio forestale sono gli incendi boschivi che ricorrono ciclicamente, a seguito di azioni perlopiù criminali favorite dalle condizioni meteorologiche eccezionali e dalla diminuita presenza sul territorio rurale dell'uomo, che comporta non solo minore vigilanza diretta, ma l'aumento delle aree incolte facilmente combustibili.
Oggi, come nelle aree marginali montane in genere, l'attività forestale tradizionale e la stessa pianificazione forestale assumono dimensioni ben poco rilevanti rispetto al passato, a causa di importanti fenomeni che hanno caratterizzato economicamente queste aree. Ad esempio hanno un mercato ridotto derivati tradizionali un tempo largamente richiesti, quali paleria, fascine, legna da ardere per usi familiari e industriali, carbone, attrezzi agricoli (in generale i prodotti del ceduo); molto si è ridotto il valore del legname come materia prima da opera; le proprietà private sono in forte abbandono. Per una gestione razionale, le sole Prescrizioni di Massima e di Polizia Forestale (nate in tempi di forte utilizzo boschivo) sono oggi decisamente inadeguate. A questo si aggiungono vincoli legislativi complessi e di difficile interpretazione.
Pianificazione regionale La Regione Piemonte, Assessorato Economia montana e foreste, ha in questi ultimi anni messo a punto una metodologia per la pianificazione forestale e pascoliva polifunzionale (IPLA, 1994), attualmente in corso di adozione, la quale vedrà presumibilmente la luce unitamente alla nuova normativa quadro regionale in materia di foreste allo studio. Il territorio regionale è stato suddiviso in 44 Aree forestali omogenee, per le zone montane corrispondenti al territorio di una o più C.M, per le altre zone definite con criteri morfologici ed amministrativi. Per la gestione di ciascuna area forestale è prevista l’elaborazione di un Piano Territoriale Forestale che, oltre ai soprassuoli boscati, prenda in considerazione la gestione dei pascoli e l’intervento sui dissesti. Le 7 Aree forestali omogenee individuate in provincia del VCO per la gestione secondo Piani Territoriali Forestali sono qui di seguito elencate, con relativo numero d’ordine a livello regionale e superficie boscata
Aspetti legislativi Legislazione regionale (da "Norme Tecniche per la Pianificazione e Gestione Forestale nella Regione Piemonte - Regione Piemonte, Ass. Ec. Montana e Foreste sett. Politiche forestali - a cura IPLA Torino) La Regione Piemonte ha recepito le funzioni in materia forestale trasferite dallo Stato con una serie di leggi di seguito richiamate. • Le L.R. 11.8.1973 n. 17, 17.2.1975 n. 9, 9.4.1990 poi integrate e sostituite con la L.R. n. 72/95 in applicazione della L.N. n. 97/94 codificano le direttive per la costituzione, i compiti, il funzionamento delle Comunità Montane, l'elaborazione dei Piani pluriennali di sviluppo economico-sociale, di durata quinquennale, che contemplano fra gli altri aspetti il settore forestale e pascolivo. • Con la Legge 8.9.1975 n. 51 e la 30.1.1976 n. 10 (che apporta alcune modifiche a leggi precedenti), poi con la L.R. 12.10.1978 n. 63 e la 1.12.1978 n. 70 (che la modifica) si programmano gli interventi in materia di forestazione, stabilendo agevolazioni per: v' gestione associata delle foreste comunali attraverso gli uffici forestali di Comunità Montana, Comuni, Consorzi e Aziende v' creazione di cooperative forestali v' opere di migliorie boschive (rimboschimenti, diradamenti ecc.) v' studi e indagini nel settore forestale. • La pianificazione, gestione ed il regime autorizzativo per gli interventi selvicolturali sono trattati dalla L.R. 4.9.1979 n. 57, che stabilisce la redazione di un piano di assestamento regionale composto attraverso piani stralcio riguardanti porzioni di territorio, ribadisce l'obbligo di redazione del piano di assestamento per i boschi appartenenti a Comuni e altri Enti, nonché facenti parte di aree protette; per queste ultime la Regione stessa ne assume interamente l'onere. • Le norme concernenti le zone sottoposte a vincolo idrogeologico sono codificati nella L.R. 9.8.1989 n. 45, che dà una definizione legale di bosco e detta le procedure autorizzative inerenti le modificazioni del suolo. • Gli interventi di sistemazione idraulico-forestale sono regolamentati dalle Leggi Regionali 19.11.1975 n. 54 e 7.7.1976 n. 36 (integrazione della precedente), che stabiliscono le competenze e i finanziamenti predisposti. • Nel settore della difesa dagli incendi forestali interviene la L.R. 6.5.1974 n. 13, integrata dalla 27.10.1976 n. 52, che promuove la propaganda per la prevenzione degli incendi, finanzia studi e ricerche sui mezzi di lotta e prevenzione e concede contributi per la ricostruzione dei beni boschivi danneggiati o distrutti dal fuoco ora sostituite dalla L.R. 16/95, che prevede tra l’altro il Piano regionale per la protezione dagli incendi. • La Legge 20.2.1979 n. 7 istituisce i Servizi Forestali Regionali, unità organizzative operanti alle dipendenze della Giunta Regionale: questi servizi integrano la loro opera con quella del Corpo Forestale dello Stato, i cui compiti nell'ambito delle competenze regionali in materia di agricoltura e foreste sono regolati, in attesa di leggi statali in materia, da Convenzioni. • I Parchi e riserve naturali vengono costituiti in base alla legge quadro 22.3.1990 n. 12 che sostituisce la prima norma risalente al 1975 "al fine di conservare, difendere e ripristinare il paesaggio e l'ambiente, di assicurare alla collettività e ai singoli il corretto uso del territorio per scopi ricreativi, culturali sociali, didattici e scientifici, e per la qualificazione e la valorizzazione delle attività agricole e delle economie locali". Per quanto riguarda la pianificazione e la gestione del patrimonio naturale all’interno delle aree protette, prevede la stesura di Piani di Assestamento forestale (P.A.F.) e di Piani naturalistici. I PAF all’interno delle aree protette sono parte integrante dei Piani naturalistici (art. 4), e devono contenere direttive per il mantenimento e la gestione delle caratteristiche ambientali e naturalistiche individuate (art. 7) • Le linee guida per la tutela dei beni culturali, ambientali e paesistici sono dettate dalla L.R. 3/4/89 n. 20 che, a proposito del patrimonio forestale e in applicazione della Legge Galasso (n. 431/85), estende l'applicazione delle Prescrizioni di massima e polizia forestale (P.M.P.F.) a tutti i boschi anche al di fuori delle zone sottoposte a vincolo idrogeologico. Unione Europea: Direttive “Habitat” e “Uccelli”. L’Unione Europea, con la Direttiva 92/43/CEE del 21 maggio 1992 “relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche”, contribuisce “a salvaguardare la biodiversità mediante la conservazione degli habitat naturali, nonché della flora e della fauna selvatiche nel territorio europeo degli Stati membri al quale si applica il trattato”. Tale Direttiva è stata ratificata dall’Italia con il D.P.R. dell’8 settembre 1997, n. 357 “Regolamento recante attuazione della direttiva 92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, nonché della flora e della fauna selvatiche”, che comprende 7 allegati, dei quali i seguenti interessano la tutela di habitat e specie: Allegato A – Tipi di habitat di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di aree speciali di conservazione. Allegato B - Specie animali e vegetali d’interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione. Allegato D - Specie animali e vegetali di interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa. Applicazione a queste direttive: legge regionale per la tutela dei biotopi La L.R. 3 aprile 1995 n. 47 “Norme per la tutela dei biotopi”, recependo la decisione 85/338/CEE e la direttiva 92/43/CEE, afferma che la “Regione individua, studia e tutela i biotopi di interesse ecologico, culturale e scientifico presenti sul proprio territorio”, tra le finalità (art. 1 comma a) annovera la tutela della biodiversità. Sebbene allo stato attuale nessuna area sia stata istituita come biotopo ai sensi della presente legge, una lista di aree è stata individuata e proposta alla UE nell’ambito del progetto Bioitaly/Natura 2000 come Siti di interesse comunitario (S.I.C.), e al Ministero dell’ambiente un’ulteriore lista comprendente anche i siti di interesse regionale. Tutela degli organismi saproxilici Il Consiglio d’Europa ha redatto una raccomandazione (n. R”88”10) dal titolo “Reccomendation of the Committee of Ministers on the protection of saproxylic organisms and their biotopes”, aventi come oggetto la tutela degli organismi saproxilici (ovvero del legno morto o marcescente), legati ad habitat forestali maturi con presenza di grandi alberi e abbondante necromassa in piedi e al suolo; questi organismi sono considerati una delle componenti delle biocenosi forestali maggiormente a rischio di scomparsa a livello europeo. La conservazione di questi organismi è intimamente legata alla presenza di habitat e microhabitat idonei, e richiede il mantenimento di un sufficiente numero di vecchi alberi e alberi morti in piedi, con cavità o branche morte, e di necromassa al suolo. Pertanto, fatti salvi casi eccezionali con reali rischi di pullulazione di parassiti o patogeni, i cosiddetti interventi “fitosanitari” non hanno alcun senso in ambiti forestali destinati alla tutela dell’ambiente.
III.1.2. L’assetto idrogeologico
INQUADRAMENTO GEOLOGICO Lineamenti generali La Val d'Ossola rappresenta geologicamente una zona di estremo interesse. Gli studi effettuati in occasione della realizzazione del Traforo del Sempione unitamente alla possibilità di tarare e confrontare i dati di superficie con le osservazioni e i rilevamenti in profondità lungo il tracciato della galleria hanno portato alle moderne interpretazioni geologiche dell'arco alpino occidentale. Dalla zona dei Laghi alla Val Formazza si può ripercorrere con straordinaria continuità una sezione completa del basamento delle Alpi Meridionali e l'intera catena alpina a vergenza europea, in successione dall'alto verso il basso fino alla Cupola di Verampio, l'elemento più profondo conosciuto di tutto l'edificio alpino. Per lunghi tratti la Val d'Ossola taglia quasi ortogonalmente i piani di sovrascorrimento tra le varie unità tettoniche che nel complesso formano l'edificio alpino e questa situazione fa si che i suoi versanti espongano sezioni naturali particolarmente significative. Fino a Domodossola la valle ha una classica forma glaciale ed il suo fondo roccioso è nascosto al di sotto di potenti sequenze di depositi alluvionali (ghiaie e sabbie); il dislivello tra il Verbano e Domodossola è di soli 72 m. Tutte le valli laterali sono sospese e profondamente incise dall'erosione fluviale nel tratto inferiore che si affaccia sulla Valle principale. Alla realizzazione del Traforo seguì la nascita della classica interpretazione della struttura dell'arco alpino occidentale (Schardt, 1903; Argand, 1911) che prevedeva la sovrapposizione di grandi pieghe anticlinali coricate, dette falde di ricoprimento, costituite dalle masse gneissiche del basamento pretriassico, separate da sinclinali strizzate della copertura mesozoica. Fino a quel momento solo il Gerlach (1869) riteneva che la massa dello gneiss di Antigorio costituisse una grande piega anticlinale coricata verso NO con la chiusura osservabile a Goglio e in Val Bondolero. Lo studio geologico di questa zona fu affrontato in modo approfondito da Schmidt e Preiswerk (1908) proprio in occasione della campagna di rilevamento per la realizzazione della Carta geologica del Gruppo del Sempione (1:50.000) e da Stella (1904) per la realizzazione dei Fogli Geologici 15 (Domodossola) e 5 (Val Formazza). Osservando la carta geologica semplificata si evidenzia un'importante discontinuità tettonica che taglia nettamente in due il territorio ossolano: è la Linea del Canavese o linea insubrica. Essa passa a sud di Domodossola, all'altezza di Vogogna, Loro. Costituisce una faglia di enormi proporzioni: a nord di essa le rocce subirono in epoca alpina un innalzamento di 20-25 km e uno spostamento laterale stimato attorno ai 60 km. Questa linea si collega in Val Vigezzo ad un'altra discontinuità nota come Linea delle Centovalli e prosegue più a est, passando da Locarno, Bellinzona, la Valtellina e collegandosi ad un altro sistema di faglie nella zona di Bolzano. Un'altra discontinuità importante interessa la Val Bognanco, l'alta Valle Cairasca e la zona del Sempione. Si tratta della Linea del Sempione, una faglia poco inclinata il cui movimento distensivo ha facilitato l'innalzamento e la conseguente venuta alla luce delle falde pennidiche inferiori, la parte più profonda dell'edificio alpino.
A sud della Linea del Canavese: la catena Africa-vergente delle Alpi Meridionali
Le Alpi Meridionali si estendono dalla linea del Canavese fino al sottosuolo della pianura padana e costituiscono una sezione completa e quasi perfettamente conservata della crosta continentale pre-alpina. Sono interessate da una discontinuità importante, rappresentata dalle linee Cossato-Mergozzo-Brissago e del Pogallo, che suddivide il basamento sudalpino in due unità principali:
• La Zona Ivrea-Verbano, costituita da abbondanti rocce molto scure (anfiboliti, serpentiniti, peridotiti), verdi o nerastre, ad elevato peso specifico, estremamente dure e resistenti agli agenti atmosferici. Essa rappresenta una porzione di crosta continentale profonda, proveniente dalla zona di transizione con il mantello terrestre (quindi da profondità di circa 35-50 km, più profonda, più vicina al mantello, di cui restano alcuni brandelli, rispetto all'unità Strona-Ceneri). Nelle Alpi non esiste un affioramento così vasto di queste rocce come quello che si può osservare in Valgrande. Le montagne più caratteristiche della Val Grande, come il Pedum, il Proman, i Corni di Nibbio, la Cima Sasso e la Cima della Laurasca, sono costituite proprio da questo tipo di roccia. Da notare come l'estrema durezza della roccia conferisca un aspetto molto aspro e dirupato a queste montagne.Localmente si osservano delle intercalazioni di marmi (scaglie) come quelle del Marmo di Candoglia.
• La Serie dei Laghi che si estende fino al margine della pianura Padana e in cui si sono intrusi, durante il permiano, i corpi granitici di Baveno e del Montorfano (datazione dei graniti 275 milioni di anni). Si suddivide a sua volta nella zona Strona-Ceneri (rocce gneissiche di basamento derivanti da antichi sedimenti sabbiosi) e negli Scisti dei Laghi (micascisti e paragneiss derivanti da antichi sedimenti argillosi)
A nord della Linea del Canavese: la pila delle falde Europa¬vergenti
Proseguendo nell'osservazione della carta geologica generale, osserviamo che a nord della linea del Canavese i limiti tra le unità sono verticalizzati nella regione di Domodossola e Cosasca ("zona di radici"), per passare poi, spostandosi verso NW, ad un andamento che regionalmente appare suborizzontale (ad esempio tra Crevola e Goglio e nella zona di Premia), fino a immergere verso NW nella zona di Devero e in alta Formazza, con complicazioni locali dovute a pieghe.
Fanno parte della pila delle falde Europa-vergenti:
Gli scisti di Fobello e Rimella
Dalla chiesetta di Loro, osservando il versante sinistro della valle del Toce, sopra Premosello e Colloro, si può osservare il contatto tettonico tra la zona Ivrea Verbano e gli scisti di Fobello e Rimella, una sottile fascia molto laminata che fiancheggia la linea del Canavese, costituita da rocce milonitiche (filladi e micascisti intensamente stirati e deformati per il movimento di taglio avvenuto lungo la Linea del Canavese) entro cui, sporadicamente si intercalano lame di roccie permo-mesozoiche, come i calcari e le dolomie triassiche della zona di Campello Monti (Val Strona) e nella fascia tra Domodossola e Locarno (ad esempio i marmi del Lago del Marmo in Val Loana, Comune di Malesco)
Il sistema Austroalpino (VI)
E' costituito dalla Zona Sesia-Lanzo, grande elemento delimitato a sud dalla Linea del Canavese.
Comprende scisti molto laminati, estesi corpi granitoidi gneissici e scisti laminati. Affiorano nella zona di Pallanzeno.
La Falda del Monte Rosa (Pennidico superiore) V
Questa unità comprende sia dei paragneiss di alto grado metamorfico, con abbondanti vene di pegmatiti, fortemente pieghettati e deformati, sia gneiss granitici occhiadini e minuti, individuabili per la tinta più chiara. Le cave di Beura, Villadossola, Pallanzeno sono aperte in rocce di questa unità. Il materiale estratto è molto pregiato per l'alta resistenza e la regolare suddivisibilità in lastre anche sottili (piode). La pietra prende il nome commerciale di "beola" e, a seconda del colore, della composizione e dell'aspetto può essere bianca (la più pregiata, grigia, argentata e ghiandona. La composizione mineralogica è sempre la stessa: microclino (feldspato potassico) quarzo, plagioclasio, biotite e muscovite.
Questa falda è separata da quella sottostante dalle ofioliti di Antrona, rocce basiche e ultrabasiche di colore verde scuro che rappresentano brandelli di crosta oceanica Queste rocce sono esclusivo di questo settore della catena alpina. Sporadicamente (zona del Lago di Alpe Cavalli) si associano alternanze di calcescisti e marmi micacei. Il contatto tettonico con l'unità sottostante di Camughera è facilmente osservabile sulle pareti soprastanti Antronapiana: il riconoscimento delle diverse litologie è facilitato dal contrasto morfologico e cromatico.
La Falda del Gran San Bernardo (Pennidico medio) IV
Si tratta di un grande sistema multifalda esteso lungo tutto l'arco alpino occidentale dal Vallese alle Alpi Liguri. In Val d'Ossola è rappresentato da:
• l'unità di Camughera, costituita da prevalenti gneiss occhiadini massicci e a grana grossa, di composizione granitica; vi si associano ripetute intercalazioni di micascisti e migmatiti. Affiora nella zona di Domodossola e del Sacro Monte Calvario e nella parte bassa della Valle Antrona e della Val Bognanco.
• l'unità Moncucco-Orselina, comprende paragneiss, a volte molto micacei, con intercala¬zioni di ortogneiss granitici. Affiora tipicamente nella zona di Cosasca e Masera (con la tipica scistosità subverticale, zona di radici, ben evidente alle cave del Croppo di Trontano) e lungo il versante destro della Val Vigezzo.
• Lembo di Berisal: rappresenta un basamento composito, digitazione orientale del Gran San Bernardo, costituito soprattutto da micascisti granatiferi con subordinati gneiss anfibolici, caratterizzati da una colorazione bruno-rossiccia che li distingue cromaticamente dai sottostanti ortogneis del Monte Leone. Affiorano tipicamente nella zona dell'Alpe Veglia, al nucleo di una grande piega coricata visibile al centro della parete del Monte Leone sovrastante il Lago d'Avino e proseguono verso Nord in corrispondenza della punta d'Aurona e del Rebbio. Il Pennidico medio viene in contatto con il Pennidico inferiore tramite un lineamento tettonico importante noto come linea del Sempione - Centovalli: si tratta di una faglia diretta che si estende dal Passo del Sempione fino a Domodossola per proseguire poi nelle Centovalli e in Val Isorno. Le strutture associate a questa linea riorientano e parallelizzano le strutture più vecchie del Pennidico inferiore producendo una struttura a duomo definita dalla scistosità pervasiva in facies anfibolitica.
Le falde Pennidiche inferiori della Val d'Ossola (III-0) Il massiccio del Sempione e l'alta Val d'Ossola, con cime elevate anche oltre i 3500 metri e valli che intagliano profondamente l'edificio alpino fino ai 270 metri di Domodossola, rappresentano una eccezionale sezione geologica naturale attraverso la pila delle falde penniniche, cioè le unità più profonde della catena alpina. Il sottostante profilo geologico semplificato (da Schardt e Preiswerk, 1908, modificato da Castiglioni, 1958) può aiutare a meglio comprendere i rapporti tra le varie unità tettoniche e rivela la sovrapposizione di grandi pieghe anticlinali coricate, dette anche falde di ricoprimento, costituite dalle masse gneissiche del basamento pretriassico, la cui delimitazione è evidenziata da intercalazioni di parascisti derivati dai sedimenti della copertura mesozoica scollatisi durante la messa in posto dei loro basamenti.
Secondo le classiche suddivisioni possiamo distinguere dal basso verso l'alto: • Gneiss di Verampio (Elemento 0 di Argand)): si tratta litologicamente di uno gneiss granitico di colore chiaro, biancastro, poco deformato, recentemente interpretato come un corpo intrusivo tardo alpino. Rappresenta l'elemento tettonico più profondo conosciuto dell'intero edificio alpino e affiora con un andamento a cupola (lunga circa 2 km e larga circa 1 km) solo nella zona di Verampio e Maiesso, dove la Valle di Devero confluisce nella Valle Antigorio. • Micascisti di Baceno: si tratta di un insieme omogeneo di micascisti granatiferi, fogliettati con evidenti lamine di mica e granati rosso-bruni anche di notevoli dimensioni, con locali intercalazioni di rocce gneissiche e di rocce basiche. Affiorano con continuità tra Verampio, Baceno e Premia dove costituiscono la barra rocciosa entro cui sono scolpite le tipiche forme di erosione degli orridi di Uriezzo, dell'orrido di Silogno e delle Marmitte di Croveo. • Gneiss di Antigorio (I): è il nucleo di una grande struttura anticlinale suborizzontale costituita da un basamento gneissico metagranodioritico. Affiora con continuità in Valle Antigorio e Formazza (da Crevoladossola a Formazza), in Valle Devero tra Baceno e Goglio e in Val Divedro tra Crevola e le gole di Gondo. Si presenta generalmente con aspetto massivo, omogeneo, e per questo viene cavato come pietra da taglio (Serizzo Antigorio). La scistosità è poco evidente e la roccia è interessata da sistemi di fratturazione normalmente molto spaziati (da alcuni metri ad alcune decine di metri). Questa roccia forma per gran parte i fianchi della valle tra Goglio e Baceno e si presenta lisciata dall'azione erosiva glaciale. Nel complesso può essere considerato un litotipo dalle ottime caratteristiche geotecniche. Localmente la roccia è interessata da fasce cataclastiche connesse a linee di faglia e in questo caso si presenta pervasa da sistemi di frattura. • Zona del Teggiolo: interpretata come la copertura sedimentaria autoctona in posizione normale dell'Ortogneiss di Antigorio. Si tratta essenzialmente di marmi e calcescisti. Affiora tipicamente nella conca di San Domenico e al Monte Teggiolo ma anche più a est nelle ripide pareti rocciose sovrastanti Goglio. • Gneiss del Lebendun (II): si tratta di paragneiss leucocrati a due miche, plagioclasi, ortoclasio e granati, derivanti dal metamorfismo di sedimenti arenaceo-conglomeratici. Affiorano limitatamente lungo il crinale che separa la Val Devero dalla Valle di Agàro, soprattutto in corrispondenza dell'Alpe Locciabella, della Punta della Valle e del Lago di Pojala. Una fascia sottile è facilmente osservabile lungo il T. Devero tra La Forcola e Cologno e prosegue verso SW in direzione dell'Alpe Creggio per poi raccordarsi con gli affioramenti del Pizzo Diei. Questa fascia è ben distinguibile anche guardando da Goglio per il colore bianco-grigiastro che contrasta nettamente rispetto le rocce circostanti. • Zona di Faldbach: costituita da marmi, marmi dolomitici, e da un insieme eterogeneo di calcescisti. Rappresenta la copertura detritica sedimentaria del Monte Leone, in posizione inversa, e affiora soprattutto nella zona da Devero al Monte Cazzola e da Devero all'Alpe Forno. I calcescisti sono costituiti da una larga varietà di rocce scistose, originariamente più meno calcaree, argillose o quarzose, spesso fortemente alterate e di color ruggine all'esterno per ossidazione di minerali di ferro. Questo colore superficiale li rende facilmente riconoscibile anche da lontano quando sono vicini o intercalati agli gneiss di tinta più chiara, grigiastra. In prevalenza sono costituiti da calcite, quarzo, mica bianca e biotite: la netta scistosità è dovuta all'orientazione preferenziale delle miche. Entro la fascia Buscagna¬Devero-Codelago prevalgono termini più poveri di calcite con colorazione più scura che rappresentano forme di transizione verso i micascisti; localmente diventa caratteristica la presenza di granato tra i minerali accessori (scisti granatiferi). Lungo la strada gippabile che sale a Crampiolo e nella zona del Mont'Orfano sono presenti intercalazioni basiche. Quando invece la frazione calcarea diventa predominante si hanno dei veri e propri marmi come quelli nella zona di Corte Corbernas e dell'Alpe Fontane, caratterizzati da un colore bianco¬giallastro. Al contatto tra i calcescisti di Faldbach e lo gneiss del Monte Leone sono presenti dolomie, calcari dolomitici, gessi sotto forma di livello esiguo e discontinuo nella zona di Scatta d'Orogna, del Vallaro (poco a valle del Lago delle Streghe, dove è stato in passato costruito un forno per la calce), dell'Alpe Codelago, di Pianboglio e della Bocchetta d'Arbola. Questa fascia è costituita prevalentemente da dolomie saccaroidi, marmi dolomitici, quarziti e carniole (caratterizzate dalla presenza di gessi) e sono caratterizzati da un colore grigio chiaro sulla superficie fresca, bianco-giallastro su quelle più alterate. Sono materiali dalle pessime caratteristiche geotecniche, soprattutto per il contenuto di gessi, caratterizzati da un comportamento di tipo plastico, e che costituiscono dei preferenziali orizzonti di scivolamento delle masse rocciose. • Gneiss del Monte Leone (III): rappresenta un basamento composito costituito da ortogneiss, paragneiss, micascisti e metabasiti. Costituisce l'ossatura delle montagne che sovrastano verso Nord la Conca di Devero. Gli gneiss si caratterizzano per il colore generalmente chiaro e una scistosità piuttosto evidente soprattutto nei tipi a grana fine (come quelli del Monte Cervandone e della Punta Gerla). Alla Punta d'Arbola e al Monte Minoia prevalgono invece tipi con un accentuato sviluppo di certi individui di K-feldspato tanto da assumere un aspetto occhiadino. Localmente (Passo e Punta del Forno) lo gneiss presenta frequenti alternanze con livelli a facies anfibolica e cloritica con intercalazioni di anfiboliti ricche di epidoto. Queste rocce sono interessate da numerosi sistemi di fratturazione che intersecandosi tendono a formare elementi di forma prismatica che, soggetti a intensi fenomeni di gelo e disgelo tipici dell'ambiente di alta montagna, si distaccano facilmente andando ad alimentare continuamente i grandi coni detritici alla base delle ripide pareti. Lo gneiss del Monte Leone comprende anche la massa ultrafemica di Geisspfad (Punta Marani, Punta della Rossa, Pizzo Crampiolo e Punta Fizzi. Si tratta di un complesso di rocce ultrafemiche, di 4-5 Kmc, inserito senza intercalazioni di calcescisti. Esso forma le cime di quel tratto di cresta che dal Fleschhorn attraverso la Punta Marani, la Punta della Rossa e il Pizzo Crampiolo, costituisce lo spartiacque tra l'Alpe Devero e la Binntal. Alcuni prolungamenti affiorano più a meridione, sui versanti est e sud-est del M. Cervandone. La massa principale è costituita da una roccia antigoritico-olivinica ricca di minerali ferrosi, la cui ossidazione conferisce superficialmente la tipica colorazione rossastra, mentre sulla superficie fresca presentano un colore verde intenso localmente con lucentezza sericea. La roccia è generalmente molto dura e compatta; in alcune zone si presenta sotto forma di scisti serpentinosi che tendono a frammentarsi facilmente.
Inquadramento geomorfologico generale Il territorio della Comunità Montana della Valle Ossola è essenzialmente strutturato intorno al suo corso d'acqua principale, il Fiume Toce, ad eccezione del Comune di Bognanco il cui territorio comprende quasi l'intero bacino del T. Bogna, affluente destro dello stesso F. Toce. In generale si possono distinguere, nel territorio in esame, tre diversi tipi di paesaggio: • la piana alluvionale del Fiume Toce; • la fascia pedemontana, di raccordo tra la piana alluvionale e i versanti retrostanti, spesso costituita dai conoidi formati dai materiali depositati dai principali corsi d'acqua trasversali; su questa si distribuiscono i nuclei abitativi principali dei comuni e risulta di conseguenza ampiamente urbanizzata; • la zona montana, che costituisce la parte preponderante del territorio dei Comuni della Comunità Montana Valle Ossola. L’analisi geomorfologica permette di riconoscere nel territorio in esame gli effetti dell'azione di numerosi agenti morfogenetici operanti in varie fasi, e in particolare: • una fase morfogenetica precedente alle glaciazioni quaternarie, durante la quale il basso livello di base dell'erosione ha causato la formazione dei solchi vallivi principali; a questa fase appartengono sia il solco vallivo del Fiume Toce sia le numerose forre dei torrenti montani allo sbocco nel fondovalle e le loro probabili continuazioni sepolte sotto i sedimenti più recenti; • una fase morfogenetica glaciale, con azione di modellamento della sezione della valle principale realizzatasi con processi di escavazione e di deposito e, a scalo inferiore, delle valli minori ad esso perpendicolari; a questa fase appartengono la formazione di depositi morenici, ora riconoscibili in corrispondenza di alcuni terrazzi morfologici distribuiti sui versanti (sia in destra che in sinistra orografica del F.Toce), il modellamento dei rilievi e la forma della sezione della valle del F.Toce; • una fase posteriore alle glaciazioni durante Ia quale è avvenuto il ritiro dei ghiacciai, con rielaborazione dei depositi morenici; al ritiro dei ghiacciai corrisponde l'instaurarsi di un regime di rilascio tensionale e, quindi, di una dinamica di tipo prevalentemente gravitativo con formazione di falde e coni di detrito, ora riconoscibili principalmente nelle porzioni montone del territorio ma anche, localmente, lungo la fascia pedemontana di raccordo tra i versanti e la piana sottostante. Contemporaneamente si ha un ringiovanimento dei rilievi a seguito della dinamica di tipo torrentizio con processi di erosione e trasporto, riempimento della pianura alluvionale del F.Toce, formazione dei conoidi alluvionali dei vari torrenti, erosione dei versanti più acclivi, specie nelle parti alte dei bacini torrentizi.
Punti di interesse geologico-geomorfologico Cave e miniere di interesse storico Granuliti di Anzola In corrispondenza della cava di Anzola, nata per l'estrazione di pietre ornamentali e oggi utilizzata per la produzione di pietrisco si osserva un raro affioramento di granuliti basiche nero-verdastre, talora finemente, zonate (filari chiari di plagioclasio calcico), a pirosseni, anfibolo nero e plagioclasio; esse compaiono anche sul versante opposto della valle. Dal piazzale di cava, alla sommità della discarica, si può osservare la Zona Ivrea Verbano nel versante sinistro della Val d'Ossola. Si notano le antiformi N (o di Proman) e S, la prima a sinistra, oltre Colloro, la seconda più lontana sulla destra. Ancora sulla sinistra si vede il contatto a basso angolo degli scisti di Fobello e Rimella, retroscorsi sopra le granuliti della Zona Ivrea-Verbano.
Il marmo di Candoglia: la cava del Duomo di Milano Il marmo rosa di Candoglia affiora sottoforma di scaglia subverticale intercalata nelle rocce scure (anfiboliti, serpentiniti, peridotiti), verdi o nerastre, ad elevato peso specifico, estremamente dure e resistenti agli agenti atmosferici che costituiscono un'unità geologica che complessivamente prende il nome di Zona Ivrea-Verbano. Il livello di marmo affiora, con uno spessore massimo di 30 metri, su entrambi i versanti della Val d'Ossola, nella zona di Candoglia e di Ornavasso, e più ad est in Valgrande. Si tratta di un marmo compatto, a grana media, di colore rosato dovuto alla presenza di ferro. Con decreto del 24 ottobre 1387 del Duca di Milano, Gian Galeazzo Visconti, il marmo rosa di Candoglia, per la sua bellezza, la facile lavorabilità e contemporaneamente l'elevata robustezza e la capacità portante, fu scelto come materiale per la costruzione del Duomo di Milano. La cava attualmente in esercizio è la "Cava Madre", che a partire dall'inizio del '900 si addentrò in galleria per un centinaio di metri. fornisce annualmente circa 150 mc di marmo, impiegato esclusivamente per gli interventi di ristrutturazione del Duomo di Milano. Cava del Boden (Ornavasso) Affiora un marmo bianco di Ornavasso, della stessa lente di marmo del marmo di Candoglia. Esso è imballato nelle metapeliti kinzigitiche e nei paragneiss dell'Ivrea Verbano. E' caratteristico per il colore da bianco a rosato, e dalla grana molto grossa. Il granito di Mont'Orfano (Mergozzo) Il granito di Mont'Orfano è una pietra ornamentale conosciuta nel mondo. I blocchi vengono estratti con il metodo a "taglio continuo": con perforatrici montate su slitte vengono realizzati fori paralleli e tanto ravvicinati in corrispondenza del piano di taglio da consentire la suddivisioni in blocchi di dimensioni prestabilite, riducendo quasi a zero il materiale di scarto. La cava del Mont'Orfano (Cavadonna) nel 1828 fornì le colonne in granito bianco per la Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma. Trasportate via acqua, le colonne impiegavano da quattro mesi fino ad un anno per raggiungere Venezia e circumnavigare l'Italia fino a Ostia. Nella parte settentrionale del corpo granitico affiora una varietà a grana medio-grossa di tinta verdognola per l'abbondanza di clorite nota come "granito verde di Mergozzo" che attualmente viene estratto in limitate quantità solo nella cava di Brusco.
Cave di Beola a Beura e Trontano Beola è un termine commerciale con cui si indica una roccia che, a seconda del colore, della composizione e dell’aspetto, può essere bianca (la più pregiata), grigia, argentata e ghiandonata. La composizione mineralogica è sempre la stessa: microclino (feldspato potassico), quarzo, plagioclasio, biotite e muscovite. Alcuni tipi di beola presentano frequenti elementi a forma di “occhio” (da cui tessitura "occhiadina") costituiti sia da feldspato potassico sia da quarzo ricristallizzato, contornati da sottili livelli di mica (muscovite e biotite) di colore grigio brillante. La facile suddivisione in lastre sottili ha favorito storicamente il suo impiego come materiale da costruzione: tipiche dell'Ossola sono le sottili lastre a spacco (piode) utilizzate per la copertura dei tetti. La beola viene cavata tipicamente nella zona di Trontano e di Beura, tanto che tra le tante ipotesi del toponimo di Beura una fa riferimento proprio alla beola. La storia di questo paese è infatti strettamente legata alla pietra locale e non a caso gli statuti della Vicinia beurese del 1571 vietavano di “cavare” piode o pietre nel dominio o territorio di Beura, esportarle e nemmeno servirsene senza speciale permesso del console e degli uomini della comunità “...sotto pena di soldi venti imperiali per ogni carro di dette piode o pietre come sopra, oltre alla perdita di esse”. Già nel 1487 in una lettera che il Duca di Milano inviava al “comandante della torre di Bevola” si faceva riferimento al gran numero di cave esistenti in loco. Cava della Cremosina (Vogogna) Sul territorio del comune di Vogogna sono presenti alcune cave dismesse, per la maggior parte di proprietà comunale, di un litotipo gneissico noto commercialmente come Quarzite o Beola di Vogogna, di colorazione verdastra; da non confondere dal punto di vista geologico con le beole della falda Monte Rosa, appartengono all’unità strutturale degli scisti milonitici di Fobello-Rimella, ubicata a cavallo della linea del Canavese. L’attività estrattiva è stata per oltre un secolo largamente diffusa nel territorio di Vogogna, con forme particolari di organizzazione societaria, come la Cooperativa Ossolana Scalpellini che dava lavoro ad oltre 30 dipendenti negli anni a cavallo tra le due guerre. Tale forma societaria non uscì indenne dalle ristrutturazioni postbelliche e venne estinta nel 1968. Attualmente è in corso un progetto da parte dell’amministrazione comunale (Progetto “Futura”) per il rilancio imprenditoriale e commerciale di questa attività. Cava di pietra ollare di Anzuno (località Molini, tra Villadossola e Domodossola) È costituita da un grosso masso isolato trasportato dai ghiacciai del passato, abbandonato nella stretta valle del Rio Anzuno, poco a monte dei mulini. Probabilmente esso proviene dalla vicina Valle Antrona, dove maggiore è la presenza di questo tipo di roccia. Sulla superficie del masso sono evidenti i caratteristici segni dell'estrazione dei blocchi cilindrici (30-40 cm di diametro e 20-30 cm di altezza) utilizzati per la tornitura dei laveggi. Sulla parte del masso rivolta verso il Rio Anzuno si notano anche i segni dei cunei che hanno distaccato lastre larghe e spesse, probabilmente utilizzate nella costruzione di stufe. Cava di pietra ollare di Cisore La presenza all'inizio della valle Bognanco, in comune allora di Cisore, ora di Domodossola, di una cava di laugera è documentata solo dal secolo XVIII, ma bisogna ammettere che essa fosse in funzione anche da epoca più antica, almeno dal secolo XII. Infatti molte delle sculture romaniche che decoravano l'anticha chiesa collegiata di Domo, delle quali restano il portale inserito nella nuova chiesa, ed altri framenti fra cui il famoso rilievo dell'epopea di Carlo Magno, furono ricavati da questo materiale. Lo stesso dicasi dei capitelli scolpiti della chiesa di S. Francesco di Domo ora Palazzo S. Francesco e sede della Fondazione Galletti, dove la pietra serpentina è anche stata usata unicamente al marmo di Crevola per ottenere corsi chiari e scuri di ottimo effetto decorativo nella facciata. Molti dei capitelli e perfino colonne che decorano l'antica piazza Mercato di Domodossola, gli stemmi araldici, i motivi ornamentali delle porte e delle finestre nel Museo del Palazzo Silva sono di questa pietra scura. Molte chiese e cappelle ossolane recano trabeazioni, colonne, capitelli, lesene, cornici di porte e finestre, modiglioni vari, balaustre e perfino altari in laugera debitamente tagliata e polita. La cava di laugera di Cisore ebbe anche in epoca più vicina a noi molta importanza. Utilizzando la forza idraulica del Bogna fu infatti possibile ottenere, mediante tornitura, grandi quantità di tubi di ogni genere e forma, di cui restano ancora molti esemplari nelle case ossolane. Questa cava è già ricordata dall'Amoretti nel 1820. Il Pinauda ne traccia la storia più recente: "...La Cava di Cisore ebbe un forte impulso verso il 1870 per opera dei F.lli Zaccheo di Omegna, i quali divenutine proprietari, pro vvidero per la costruzione di una comoda strada pel trasporto del materiale dalla cava all'antico Molino Allegranza, trasformato in stabilimento per la lavorazione del serpentino traendone gran quantità di tubi d'ogni calibro per lavandini, latrine, ecc, mediante opportune seghe e torni azionati da forza idraulica. Questi tubi per alcuni anni ebbero largo smercio in Italia e persino in America. L'introduzione nell'Ossola dei tubi di gres più economici ed alla mano neutralizzò questa industria, tanto che il signor Travaglini, succeduto ai F.lli Zaccheo, dovette ridurre di molto i lavori e chiudere poi addirittura la fabbrica di tubi allo scoppiare della guerra 1915 . Con questa data si può dire che è pressoché cessato l'uso della laugera per tubi, recipienti, stufe, ecc. I resti di questa lavorazione possono ormai entrare fra gli oggetti dell'antiquariato...”. Miniere aurifere di Genestredo (Vogogna) Vi si osservano i modesti lavori di coltivazione effettuati verso la fine del secolo scorso con gallerie sovrapposte aperte nelle mineralizzazioni piritose in ganga quarzosa. Il sito può essere raggiunto dall’abitato di Vogogna seguendo la mulattiera che porta alla frazione Genestredo. Smeraldi del Pizzo Marcio Alla base della parete N. del P. Marcio affiora una lente albititica intrusa nelle rocce ultramafiche serpentinizzate del P. Marcio. Le reazioni tra albitite e rocce ultramafiche hanno prodotto un livello ricco di mica nella quale sono presenti berilli dal colore verde (smeraldi). Sono inoltre presenti altri minerali meno appariscenti ma altrettanto interessanti dal punto di vista mineralogico.
Aree limitrofe Cava di dolomia saccaroide di Crevoladossola Grotte e fenomeni carsici Tana dei Twergi della Kalmatta (Ornavasso) Ripida galleria con pozzi e strettoie, scavata nei marmi della Formazione Kinzigitica. Il sito può essere raggiunto dal settore Nord ovest dell'abitato di Ornavasso. Complesso di Ornavasso Si tratta di un vasto e complesso sistema carsico intercettato in più punti da cave sotterranee: circa 700 metri di sviluppo sono infatti da attribuire a gallerie artificiali. Sono presenti alcuni pozzi (il maggiore profondo 55 m) e tre sifoni, due dei quali collegati tra loro. Il sito può essere raggiunto seguendo la strada che da Ornavasso porta alla Madonna del Boden. Il complesso si trova al sesto tornante. Fenomeni legati alla morfologia glaciale Il Mont'Orfano (Mergozzo) Il Mont'Orfano è un rilievo completamente isolato che emerge dalla piana alluvionale del F. Toce tra Gravellona e Fondotoce. Esso, come un iceberg, rappresenta la punta di un grande corpo granitico che in epoca permiana (280 milioni di anni fa) si è intruso negli Scisti dei Laghi. Rappresenta l'unico esempio di roccia magmatica in Ossola: deriva infatti dal lento raffreddamento in profondità di una massa fusa incandescente (magma). La roccia che ne è derivata è un granito di colore bianco o grigio chiaro a biotite. L'affioramento in superficie della roccia granitica è dovuto alla progressiva erosione delle rocce circostanti meno resistenti rispetto alla durezza della roccia granitica. Durante l'epoca glaciale il Mont'Orfano venne completamente ricoperto dal ghiacciaio del Toce ma la durezza della roccia resiste anche all'azione erosiva del ghiacciaio e viene solamente modellato nelle forme attuali: un rilievo isolato con la cima arrotondata. I Laghi Paione Sono tre tipici laghi di circo: piccoli, relativamente profondi e disposti a diversi livelli altitudinali. Sono separati l'uno dall'altro da enormi gradini ortogneissici, modellati dal ghiaccio. Il Lago di Paione Inferiore (m 2002 s.l.m.) è un lago che conserva quasi intatte le forme originali, poiché le sue rive sono formate su quasi tutto il perimetro da roccia in posto. Riceve le acque da un immissario che proviene dal Lago Paione Medio. Il Lago Paione Medio (m 2147 s.l.m.) ha una forma irregolare e solo le rive SSO e O possono essere considerate originarie, costituite da roccia in posto. La conca del Lago Paione Superiore (m 2269 s.l.m.) giace in quello che attualmente è il circo di valle della testata del Vallone del Paione, ma non corrisponde alla testata originaria. La riva occidentale è costituita da roccia in posto, quindi rispetta le forme originali del bacino. La riva orientale è costituita dall'unione delle diverse conoidi di frane addossate alle pendici del pizzo Giezza. Le acque sono trattenute a Sud da una barra di roccia semipermeabile dalla quale esce l'acqua in più che va ad alimentare in Lago Paione Medio. I lag hi di Variola Sono tipici laghi di circo: piccoli, relativamente profondi e disposti a diversi livelli altitudinali.
Fenomeni legati alla morfologia fluviale e torrentizia Lago di Mergozzo Il Lago di Mergozzo faceva parte un tempo del Lago Maggiore. La separazione è avvenuta in seguito al progressivo accumulo di materiale alluvionale trasportato dal suo immissario, il Fiume Toce, fino a provocare una vera e propria chiusura. L'isolamento del lago di Mergozzo può essere collocato tra l'XI el XIV secolo. Forra del Rio Dagliano (Domodossola) Profonda forra di incisione scavata in rocce molto dure e compatte, con pareti ripide che conservano a lungo le tracce del lavoro compiuto dall’acqua a livelli via via più bassi. Si tratta di una valle caratterizzata da elevato controllo strutturale (influenzato da fratture preesistenti) e il corso d'acqua segue un andamento tortuoso con repentine variazioni di tracciato. Gola dell’Ogliana di Quarata (Beura) Gola del Rio delle Rovine (Beura) Marmitte del Rio del Ponte (Premosello)
Fenomeni legati a lineamenti tettonici Case Camponi (Ornavasso) In corrispondenza di questa località poco prima di Ornavasso si può osservare un caratteristico affioramento roccioso che segna il passaggio tra la crosta superiore (Serie dei Laghi) e la crosta inferiore (Ivrea erbano) lungo il contatto tettonico tettonico della linea Cossato-Mergozzo-Brissago. L’azione di laminazione ha generato caratteristiche miloniti e talvolta ultramiloniti. Castello di Vogogna Il castello è impostato esattamente al contatto tettonico tra le metabasiti dell’Ivrea Verbano e le miloniti della linea insubrica. Questo affioramento determina perciò il passaggio dalle Alpi meridionali alle Alpi in s.s. (geologicamente parlando). L'età delle rocce passa da circa 300 m.a. a circa 40 m.a. Le miloniti sono a grana finissima e rappresentano rocce lungo le quali le due porzioni di crosta si sono mosse di diverse centinaia di chilometri.
Affioramenti rocciosi di interesse geologico Anfiboliti di Nibbio (Mergozzo) La parete alle spalle di Nibbio è impostata nelle anfiboliti a bande e anfiboliti massiccie dell’Ivrea Verbano. È presente il clinopirosseno insieme all’anfibolo e al plagiocalsio, ad indicare una temperatura più alta. Siamo al passaggio tra la facies delle anfiboliti e quella delle granuliti. Antiforme del M. Massone (Ornavasso) Questa è una delle più imponenti strutture plicative dell'intera Zona Ivrea Verbano. Seguendo il sentiero che scende a Teglia si può osservare come la foliazione principale ruoti completamente portandosi da verticale ad orizzontale e poi ancora verticale. In la Piana (Trontano) Lungo il Rio Valgrande affiorano una strana associazione di litologie, tra cui un marmo ultramilonitico discordante che al suo interno include clasti di rocce circostanti. Questa associazione litologica, piuttosto particolare e controversa, rappresenta un’associazione litologica più che mai unica, e che mostra l'alta temperatura subita dalle rocce quando erano in condizioni crostali profonde (il metamorfismo qui ha probabilmente superato gli 800° C di temperatura). La cima del M. Proman (Premosello) La cima del M. Proman rappresenta la cerniera di una grossa struttura antiforme. È questa, insieme alla piega del M.Massone la più grande struttura della zona Ivrea Verbano. Ultramiloniti da granuliti del Rio del Ponte (Premosello) Sono affioranti delle spettacolari ultramiloniti a partire da granuliti basiche, dello spessore di una ventina di metri. Si vedono le rocce nelle quali dapprima la grana diminuisce, fino a diventare così fine che la roccia assomiglia ad un vetro. Versante tra Premosello e Vogogna Porzione strutturalmente più profonda dell’Ivrea-Verbano. Transizione tra crosta continentale profonda e mantello perfettamente conservata (unica al mondo). Peridotite di Premosello È la roccia del mantello terrestre, il punto strutturalmente più profondo dell’Ivrea Verbano. Non è possibile sapere se al di sotto di questa peridotite ci siano altre rocce crostali, ma se ciò non fosse, allora questa sarebbe uno dei pochissimi affioramenti al mondo nei quali è esposta la transizione tra crosta e mantello. Subito a monte della peridotite affiora una pirossenite, riconoscibile per il colore quasi nero. Questa è una roccia tipica della crosta continentale profonda. È costituita interamente da ortopirosseno e un poco di clinopirosseno.
PROBLEMATICHE E VINCOLI AMBIENTALI Rischio idrogeologico I fenomeni di instabilità naturale nel territorio dell’Ossola sono analoghi dal punto di vista tipologico a quelli presenti in molti altri settori delle Alpi nord-occidentali e della catena alpina in generale, legati a fattori litologici, strutturali e morfo-topografici. I dissesti in questo territorio sono tuttavia strettamente connessi ad eventi pluviometrici di particolare intensità, in misura e con frequenza maggiori rispetto ai fenomeni riscontrati negli altri bacini delle Alpi. La piovosità media annua è infatti la più elevata dell'intero arco alpino centro-occidentale (1800-2400 mm di pioggia annua). Gli eventi critici hanno durata di 1-2 giorni e frequenza molto elevata: le valli dell'Ossola ne vengono colpite, in settori più o meno grandi, mediamente una volta ogni 5 anni. Gli effetti maggiori si riscontrano sulla rete idrografica principale e soprattutto su quella secondaria, compresi i versanti, con particolare riferimento a forme di instabilità che coinvolgono i terreni superficiali di copertura, soprattutto i depositi morenici, molto abbonanti nelle valli ossolane. I principali dissesti che interessano il territorio sono da ricondurre ai seguenti processi: • Frane per saturazione della coltre detritica superficiale: • Colate detritiche distruttive lungo le aste dei corsi d'acqua: • Frane in roccia: con questo termine indichiamo frane che hanno coinvolto grandi volumi di ammasso roccioso. • Eventi alluvionali generalizzati, dove diventano preponderanti i dissesti della rete idrografica principale (fiume Toce e T. Bogna) e di quella secondaria. Il recente evento alluvionale ha evidenziato alcuni nodi critici lungo l’asta del Toce e in particolare: • presenza di consistenti depositi di materiale in corrispondenza del nodo idraulico Toce – Diveria – Isorno che impediscono il regolare deflusso delle piene; • assenza di dife spondali in sinistra Diveria e in destra Isorno con conseguente tendenza dei torrenti a deviare peggiorando la situazione idraulica del nodo; • insufficienza dell’arginatura in destra in corrispondenza dell’area industriale di Domodossola a monte della foce del Bogna; • assenza di ogni tipo di protezione in sinistra in corrispondenza dell’aviosuperfice di Masera; • insufficenza delle arginature in sinistra a monte del ponte della Mizzoccola. Gli strumenti di pianificazione: • SPP (1994-1996) - Schema previsionale e programmatico per il risanamento idrogeologico del fiume Toce. Con tale studio, redatto nel luglio 1994 ai sensi della legge 02.05.90 n° 102, la Comunità Montana Valle Ossola produce uno studio approfondito delle problematiche fisiche, ambientali, idrologiche e degli effetti di piena. Lo schema previsionale del citato studio viene adottado dal Comitato istituzionale dell’Autorità di Bacino del Fiume Po (deliberazione n° 21 del 12.12.1994), approvato con DPCM 07.12.1995 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 08.01.1996. • La circolare n° 7 LAP del Maggio 1996, permette una possibilità di revisione dei vincoli previsti dal DPCM del ’95, in fase di attuazione della pianificazione a livello comunale. • Piano stralcio per la difesa idrogeologica e della rete idrografica del Bacino del Po – Autorità di Bacino del Fiume Po, Parma luglio 1997: individua le maggiori problematiche di dissesto e gli interventi da mettere in atto per porvi rimedio • Piano stralcio per l’Assetto Idrogeologico (PAI), adottato dall’Autorità di Bacino del Fiume Po con deliberazione 1/99 in data 11.05.99. Prevede l'introduzione di estesi vincoli in grandi aree del territorio, non è ancora entrato in vigore e nel frattempo tutti i Comuni, coordinati dalla Provincia, si sono attrezzati per redigere le osservazioni in merito. Sull’argomento vige la più grande incertezza, in quanto non si è in grado di sapere quanto le osservazioni saranno accolte né se i piani urbanistici approvati potranno (come per il DPCM) superare questo strumento.
III.1.3. Le Risorse storico culturali
LA STORIA La Preistoria Una sicura testimonianza del popolamento preistorico sulle montagne dell’Ossola è data sia dai numerosi reperti litici rinvenuti, sia dalle incisioni rupestri (coppelle, affilatoi, incisioni simboliche su roccia). Altre testimonianze di difficile classificazione sono i monumenti megalitici (Cà d'la Norma a Mergozzo, Muro del Diavolo ad Arvenolo, menhir di Montecrestese e terrazzamenti megalitici di Varchignoli). Le “coppelle”, ascrivibili al più generale fenomeno culturale delle incisioni rupestri, sono piccole vaschette emisferiche ricavate probabilmente per primitiva incisione e successiva lisciatura; a volte sono collegate tra loro da canaletti. Sono diffuse su tutto l’arco alpino e l’abitudine dei montanari di incidere segni sulle rocce viene fatta risalire al Neolitico, ma si protrasse fino al nostro secolo. Le evidenze sul territorio Mergozzo - Groppole La Cà d’la Norma è un riparo coperto da un’enorme lastra di pietra con coppelle e canaletti. Il complesso è stato rilevato nel 1972 dal G.A.M. e merita una segnalazione didattica e una valorizzazione Mergozzo - G.A.M. Il Gruppo Archeologico di Mergozzo promuove e realizza da oltre trent’anni pubblicazioni, ricerche a campagne di scavi sul territorio. Mergozzo - Antiquarium Espone reperti locali dall'Eneolitico alla tarda romanità e documenta 3000 anni di storia del territorio. Ogni anno viene visitato da oltre 3000 persone, in larga parte studenti, ai quali il GAM offre assistenza organizzativa e didattica. Domodossola - Colle di Mattarella Masso cupellato con macrocoppelle e affilatoi su un roccione, base di un tempietto circolare. Trontano - alpe Sassoledo Sopra l’alpeggio importante documentazione di incisioni rupestri su rocce affioranti.
Aree limitrofe Arvenolo (Valle Antigorio): Muro del Diavolo Montecrestese: menhir e aree sacre Varchignol i (Villadossola): terrazzamenti megalitici Colma di Craveggia (Valle Vigezzo): area con massi cupellati Alpe Veglia (Valle Divedro): accampamento mesolitico e pittura rupestre
La protostoria ed l’età antica I valichi alpini (Monte Moro, Saas, Sempione, Bocchetta d’Arbola) hanno svolto un particolare ruolo nella presenza di insediamenti antichi nell’Ossola. Frequentati fin dalla Preistoria hanno sempre costituito un'importante via di transito sui cui si sono mossi uomini, merci ed idee. I valichi, agevolmente accessibili dall'ampio fondovalle che si incunea tra le valli del Rodano e del Ticino, hanno sempre messo in comunicazione la Pianura Padana con il mondo transalpino, il Mediterraneo con l'Europa centrale. Le principali necropoli antiche nel territorio della CMVO sono: San Bernardo di Ornavasso 181 tombe II sec. a.C. In Persona di Ornavasso 165 tombe I sec. d.C. Cappella di Mergozzo 40 tombe I-II sec. d.C. Praviaccio di Mergozzo 56 tombe I-III sec. d.C. Le evidenze sul territorio Vogogna - Masone Alla Masone di Vogogna un’epigrafe romana (196 d.C.) attesta il ripristino di una strada che in epoca imperiale risaliva la valle del Toce per portare ai valichi alpini dell’Ossola. Vogogna - Dresio A Vogogna, fraz. Dresio, è conservata la riproduzione di una testa di divinità precristiana, databile al II - I secolo a.C., che rappresenta un Apollo celtico, divinità delle acque salutari, del sole e degli alberi; la divinità era conosciuta con i nomi di Belenos o Uerkos. Mergozzo - Antiquarium Espone reperti locali dall'Eneolitico alla tarda romanità; espone i reperti delle necropoli di Mergozzo (Cappella e Praviaccio). Ogni anno viene visitato da oltre 3000 persone, in larga parte studenti, ai quali il GAM offre assistenza organizzativa e didattica. Strada romana Resti della strada che risaliva la valle del Toce nell’antichità sono visibili a Premosello - Cuzzago e a Vogogna - Masone. Domodossola - Museo Galletti La sezione archeologica conserva materiali ossolani dalla protostoria alla tarda romanità, ma non è attualmente visitabile. Aree limitrofe: Verbania: il Museo del Paesaggio conserva ed espone in allestimento moderno i reperti delle necropoli di Ornavasso. Gravellona Toce: mini museo archeologico “F. Pattaroni” espone alcuni reperti, immagini e documenti delle necropoli di Pedemonte.
Il Medioevo Il Medioevo comincia con la diffusione del Cristianesimo nelle campagne; le testimonianze più antiche sono i resti dei battisteri paleocristiani (Montorfano), nonché nel frammento di una lapide funeraria dal Sacro Monte Calvario. Un altro elemento sono le fortificazioni militari, i castelli e le torri di segnalazione che servivano da rifugio in caso di invasione e come luoghi di segnalazione con il fuoco. Resti di torri e castelli sono visibili un po’ su tutto il territorio, con le emergenze significative e di alto valore paesaggistico del borgo di Vogogna e del Colle di Mattarella. E’ significativa la distribuzione di tali strutture ai margini della piana alluvionale e lungo la strada francisca che percorreva la valle e collegava Milano a Berna. Le evidenze sul territorio Domodossola - La Torretta La Torretta è una torre quadrata costruita con le beole squadrate del colle di Mattarella; apparteneva alla cinta muraria pentagonale che cinse il borgo di Domodossola dagli inizi del XIV sec. Domodossola - Colle di Mattarella Il Castello di Mattarella, costruito nell’Alto Medioevo sulla sommità del colle, divenne dal 1014 il centro politico dell’Ossola. Rimane il mastio a pianta quadrata, due recinti, un tratto di muro rinforzato da 21 archi ciechi e due torri munite di caditoie. Vogogna Conserva intatto il borgo medioevale sviluppatosi nel XIV secolo quando divenne capoluogo dell’Ossola Inferiore. L’unità architettonica e la dimensione storica di Palazzo Pretorio, Castello Visconteo e Rocca ne fanno il maggiore centro medioevale del VCO, confrontabile solo con Orta. Mergozzo - Montorfano All’interno della chiesa romanica di s. Giovanni è visibile un battistero paleocristiano ad aula absidata di V-VI sec. di cui rimane visibile il fonte battesimale. All’esterno sono state scoperte le fondamenta di una chiesa protoromanica triabsidata (IX secolo). Torri di segnalazione Torri di segnalazione, ora diroccate o riutilizzate, appartenenti allo scacchiere difensivo nord-occidentale del Ducato di Milano sono visibili a: Ornavasso (Torre della Guardia), Mergozzo (Renco), Pallanzeno, Vogogna (Carale), Beura Cardezza, Trontano (Torre di Creggio).
Il Romanico Altra importante testimonianza del Medioevo in Ossola sono le chiese romaniche che esprimono, nell’uso della pietra locale variamente lavorata e decorata, alti valori architettonici. In particolare tra l’XI e il XIII secolo operarono i Maestri comacini, costruttori edili lombardi organizzati in maestranze capaci di edificare e ornare un edificio; essi si espressero nello stile ottoniano (arte monumentale ed emblema di un Impero rinnovato). Unico elemento significativo di scultura romanica è l’architrave in pietra-serpentino in SS. Gervasio e Protasio a Domodossola che rappresenta scena de “La Canzone di Orlando”. Evidenze significative di architettura religiosa romanica
Mergozzo S. Marta XII secolo Mergozzo Montorfano S. Giovanni XI (abside) XII (facciata) Trontano S. Maria XI - XII secolo Domodossola Calice S. Quirico XI secolo Masera S. Abbondio XI secolo Altri edifici romanici, variamente conservati o interessati da successivi adattamenti stilistici si trovano a: Bracchio, Candoglia, Albo, Pallanzeno, Beura, Vagna. Aree limitrofe: Emergenze significative sono S. Bartolomeo a Villadossola, S. Gaudenzio a Baceno e S. Remigio a Pallanza
I Walser I Walser sono una popolazione di origine vallesana (Svizzera) che, nel XIII e XIV secolo, abbandonò l’alta valle del Rodano originando flussi migratori che insediarono colonie nel cuore delle Alpi. Questi contadini d’alta quota, che nel processo migratorio si liberarono dalle servitù feudali, erano in possesso di una cultura materiale adatta alla colonizzazione delle alte valli alpine, sopra i 1200-1300 m. Ornavasso e Migiandone sono un’anomalia storica nella geografia dei walser per due motivi: sono ad una quota inferiore e in un ambiente differente da quello proprio walser e sono distanti da altre colonie, “relegati” in fondo a una valle. Le evidenze sul territorio Ornavasso - Casalecchio Primitivo centro abitato sulla montagna (XIII secolo) Ornavasso - Gruppo Walser Gruppo folkloristico che indossa i costumi tradizionali e partecipa alle manifestazioni walser Migiandone - La Villa Primitivo centro abitato sulla montagna (XIV - XV secolo) Aree limitrofe: Macugnaga Casa-museo walser a Borca Dorf a Pecetto Formazza Casa-Forte a Ponte
Il Rinascimento I secoli XVI e XVII furono per l’Ossola momenti difficili caratterizzati da alcune costanti: la dominazione spagnola, il brigantaggio imperante e le lotte di fazione, le carestie. Nonostante questo il territorio, in particolare Domodossola, visse anche un periodo di rinnovamento culturale e artistico su cui influì positivamente il rinnovamento della chiesa (Bescapé). Le evidenze sul territorio Domodossola - Piazza Mercato Piazza Mercato è il salotto rinascimentale della città, circondata da eleganti edifici signorili (XV - XVII sec.) con loggette e balconi; le colonne dei porticati sostengono archi romani e gotici; gli stemmi delle consorterie nobiliari, parzialmente scalpellati, ricordano le lotte di potere fra le fazioni degli Spelorci e dei Ferrarii. Domodossola - Palazzo Silva Palazzo Silva (1519) è “uno dei migliori esempi di casa patrizia rinascimentale del Piemonte”; fu la dimora gentilizia della nobile famiglia Silva fin dal ‘300. Il palazzo fu acquisito nel 1882 dalla Fondazione Galletti e restaurato (1884-1889). Attualmente è di proprietà comunale e sono in corso lavori di restauro per restituirgli una funzione museale. Ornavasso - S. Nicola e Santuario della Guardia La parrocchiale di San Nicola (1587) presenta un’elegante facciata rinascimentale in pietra locale con striature marroni, mentre il sovrastante Santuario della B.V. della Guardia, edificata tra il 1674 e il 1772 su progetto dell’architetto milanese Attilio Arrigoni e rimasta incompiuta, costituisce il più pregevole esempio di stile barocco fiorito della regione. Bognanco - S. Lorenzo La parrocchiale di San Lorenzo (XVI sec.) conserva buoni affreschi del pittore valsesiano Lorenzo Peracino, opere dell'intagliatore Giacomo Jacchetti di Macugnaga e dello scultore Giulio Gualio di Antrona. Nell'archivio parrocchiale lo storico Tullio Bertamini scoprì negli anni '60 un codice che conteneva l'unica copia conosciuta della Bolla Transiturus con la quale, nel 1264, papa Urbano IV istituiva la festività del Corpus Domini.
I Sacri Monti I Sacri Monti costituiscono la più profonda modificazione del paesaggio nel Seicento. Attorno alla via regia si aprono parchi e giardini alla devozione. Si tratta di complessi monumentali religiosi costituiti da una serie articolata di cappelle, spesso di notevole dignità architettonica, in cui vengono raffigurati episodi della vita di Cristo, della Vergine o dei Santi per mezzo di scene con personaggi di terracotta colorata a grandezza naturale e pitture alle pareti, finalizzate ad ampliare lo spazio. Realizzati tra XVI e XVII secolo, i Sacri Monti sono un frutto della Controriforma cattolica contro la minaccia della Riforma Protestante o comunque contro i movimenti ereticali. I Sacri Monti del VCO, oggi tutelati come Riserve Naturali Speciali dalla Regione Piemonte, sono il Sacro Monte Calvario di Domodossola e quello della SS. Trinità di Ghiffa; nel basso Cusio è il Sacro Monte di S. Francesco a Orta. Le evidenze sul territorio Domodossola - Sacro Monte Calvario Edificato sul Colle di Mattarella nella seconda metà del Seicento, si compone di dodici cappelle dedicate alle stazioni della Via Crucis e, l'ultima, alla Resurrezione. La chiesa-santuario sulla sommità del monte incorpora tre stazioni. Il Calvario è complesso monumentale pienamente ossolano perché alla sua edificazione contribuirono materialmente e idealmente le forze migliori dell'Ossola del '600, ma lo è soprattutto perché al Calvario, espressione di coesione comunitaria di un'intera valle, è legata larga parte della religiosità popolare ossolana. Come espressione artistica, ha rappresentato l'ingresso del Barocco nell'arte ossolana. L'arrivo al Calvario di Antonio Rosmini (febbraio 1828), che vi fondò l’Istituto di Carità, determinò un rifiorire della devozione popolare. Nel 1863 vi si stabilì l'istituto religioso che trasformò l'edificio eretto nel 1700 accanto al santuario un centro di formazione e di spiritualità. Aree limitrofe: Sacro Monte SS. Trinità di Ghiffa Sacro Monte di S. Francesco a Orta
La civiltà rurale
Il territorio che si affaccia sulla piana dell’Ossola comprende piccole frazioni rurali che erano un tempo villaggi abitati regolarmente tutto l'anno, vivi, caratterizzati da una propria vita economica e sociale. La piccola comunità del paese era in grado di produrre quasi tutto ciò che le era necessario, attraverso una povera e faticosa economia basata sull'agricoltura e l'allevamento. Era un tipo di economia di "sussistenza" che necessariamente era basata sul rispetto della natura, perché la stessa natura era fonte di sopravvivenza per quelle genti. Le risorse erano utilizzate a tutti i livelli, dal fondovalle fino alla zona degli alpeggi. Questo sfruttamento di tutti i terreni possibili, verso il basso (zona del castagno, delle coltivazioni principali e della vite), e verso l'alto (i pascoli alpini e gli alpeggi estivi) comportava continui spostamenti tra le diverse altitudini, una parte dei quali con il bestiame. Gli spostamenti avvenivano lungo la rete di mulattiere lastricate trasportando tutto a spalle, nel gerlo, sulla "caula" o nella brenta: secoli di passaggi che hanno reso lisce e lucide le pietre delle mulattiere.
Alle quote inferiori, dove le condizioni ambientali permettevano la coltivazione, ogni metro quadro di terreno doveva essere utilizzato, anche dove era troppo scosceso, e questo ricorrendo a quello che resta a testimonianza come il più grande monumento alla fatica delle genti montanare, cioè il terrazzamento del suolo. I campi erano per lo più coltivati a segale che veniva poi macinata nei mulini delle frazioni per ricavarne la farina per fare il pane. Ogni frazione possedeva un forno comune che veniva utilizzato per cuocere il pane necessario a tutti gli abitanti della frazione. Il pane veniva cotto poche volte all'anno, ed era poi conservato secco, per essere utilizzato inzuppandolo nell'acqua della minestra o nel latte.
La colonizzazione delle Alpi da parte dell’uomo è avvenuta mediante un processo di integrazione stretta con l’ambiente, grazie alla capacità dei montanari, generazione dopo generazione, di sfruttare con intelligenza ogni risorsa che il territorio offriva. I versanti delle montagne Ossolane sono stati rimodellati con terrazzamenti per coltivarvi cereali, ortaggi, vite e frutta o più frequentemente foraggi per animali da latte (capre e vacche, meno frequentemente pecore); i boschi gestiti con regole ferree per la legna (carbonella) e in parte sacrificati per ricavare prati, pascoli e alpeggi. Le rocce tagliate per ricavare pietre squadrate con cui costruire abitazioni, stalle, fienili ed ricoveri d’alpe; la forza delle acque dei torrenti canalizzata per chilometri per fornire acqua alle persone ed al bestiame e come forza motrice per far girare mulini, magli e torni.
Questo perfetto equilibrio tra uomo e territorio, tra risorse disponibili e sfruttamento, - tanto che l’andamento demografico dei nuclei abitati dipendeva sostanzialmente dalle disponibilità alimentari di cui la comunità poteva disporre – si è definitivamente incrinato dopo la prima guerra mondiale per le mutate condizioni socioeconomiche e successivamente dissolto in Ossola, con l’avvento della massiccia industrializzazione sorta nel fondovalle legata alla siderurgia.
Il territorio della CMVO presenta due aree dove la “civiltà rurale montana”, che ha permeato la vita della valle per molti secoli, è ancora percepibile immediatamente nel paesaggio e nell’ambiente umano:
La piana alluvionale del Toce (Beura, Vogogna, Premosello, Migiandone, le frazioni di Mergozzo): attorno ai paesi, i prati da sfalcio e i campi, i boschi misti di latifoglie a prevalenza di castagno.
1. La fascia collinare pedemontana (frazioni alte di Domodossola, Masera e Trontano, Cardezza e Colloro): i villaggi sono sui versanti a solatìo e sui dossi circondati dai residui prati-pascolo e dalle colture su terrazzamenti.
Oggi una “nuova cura” del territorio permette di leggere, nella conservazione di strutture tradizionali e nell’allestimento di percorsi tematici, questo paesaggio precario e soggetto a forti pressioni antropiche.
Le evidenze sul territorio
Anzola d’Ossola
Il paese conserva l’antico impianto rurale ed è un modello di insediamento dell’Ossola di pianura. Una breve piana alluvionale con ancora prati e campi coltivati tra il fiume Toce e ripidi versanti montani. Ma subito, il retroterra è la montagna: monti impervi e coperti di boschi, fra cui si aprono le macchie degli alpeggi in parte inselvatichiti.
Premosello - Colloro
A Colloro sono di interesse etnografico la Cà Vegia, raccolta di attrezzi da lavoro della civiltà contadina in una casa del XVIII sec., e il Vecchio Torchio (1667), a leva con la trave di pressione in rovere (7 m) per la spremitura delle vinacce e dell’olio di noci. Un sentiero natura circolare del PNVG “Vivere in salita” collega il capoluogo alla frazione.
Beura - Bisoggio
Da Beura un sentiero-natura del Parco Nazionale Valgrande “Storie di pietra” permette di salire all’antico villaggio di Bisoggio (oggi abbandonato) che rappresenta un modello di insediamento rurale di media montagna e permette di comprendere secoli di civiltà rurale montana.
Trontano
La latteria turnaria, ancora funzionante, permette la persistenza della tradizionale attività casearia e costituisce un potente strumento di promozione didattica della civiltà rurale. Attorno al paese i vigneti terrazzati producono il Prunent.
Masera
Esiste un patrimonio di frazioni rurali
Bognanco - Pizzanco
L’oratorio di Pizzanco è dedicato a San Luguzzone, patrono dei casari e dei pastori, che viene raffigurato mentre taglia una fetta di formaggio da una forma. L'oratorio più elevato è quello di San Bernardo (XVII sec.), patrono degli alpigiani e degli alpinisti.
Domodossola – (Tappia) Anzuno, Vagna, Cisore, Monteossolano
Tutta questa fascia di media montagna, ricca di corsi d’acqua, è conosciuta come “la montagna dei torchi e dei mulini” per la fitta presenza di queste infrastrutture rurali al servizio dell’economia agricola dei villaggi intorno.
Ville e Palazzi Sia Domodossola che Vogogna, capoluoghi storici delle due Ossole (inferiore e superiore), conservano palazzi che documentano il passato ruolo civile e amministrativo. Diversamente la zona di Masera, dal clima salubre e soleggiato, fu arricchita nel secolo scorso di ville e dimore signorili che la fecero zona residenziale d’elezione per gli emigranti vigezzini arricchitisi in Europa. Le evidenze sul territorio Masera - Villa Cioja In frazione Rivojra, la villa Mellerio Cioja costituisce uno dei migliori esempi di dimora signorile costruita da emigranti vigezzini, tornati in patria dopo lucrose attività in Francia e Germania. Masera - Palazzo Farinelli In frazione Rivoira il palazzo Mellerio, Lemoine e quindi Farinelli è un altro esempio di bella dimora signorile costruita da emigranti vigezzini. Domodossola - Palazzo San Francesco Il palazzo, oggi in corso di ristrutturazione per restituirlo alla funzione di museo civico, sorge sui muri perimetrali della chiesa di S. Francesco (XIV sec.) che, con il vicino convento e il chiostro dei Frati minori, fu il centro della vita civile e religiosa di Domodossola per cinque secoli. Nella prima metà del secolo scorso fu costruito il nuovo palazzo, acquistato nel 1881 dalla Fondazione Galletti e oggi è di proprietà comunale. Domodossola - Collegio Mellerio-Rosmini Il palazzo costruito nel 1894 ospita il Collegio che prende nome dal filosofo Antonio Rosmini (1 797-1 855) che nel 1828 fondò al Calvario l’Istituto di Carità. Domodossola - Caserma Chiossi Si tratta di un grande edificio in stato di avanzato degrado, circondato da una vasto parco, posto a metà della Via Crucis che sale al Sacro Monte Calvario. In origine ospitava il convento dei Frati Cappuccini, in tempi più moderni fu adibito a caserma. Una sua riqualificazione metterebbe a disposizione della collettività un ampio spazio coperto. Vogogna - Villa Biraghi-Vietti Violi Costruita nel 1650 accanto alle spalle del Pretorio, la villa ha 39 stanze ed è impreziosito da vetrate a piombo colorate, balconi in ferro battuto ricamato, un ampio cortile interno con colonne e volte a vela, numerosi camini con decorazioni marmoree, il signorile portale d’ingresso. Dal 2000 diverrà, dopo interventi di restauro conservativo, centro di servizi per la media e bassa Ossola.
L’Ottocento L’Ottocento, è stato detto, è il secolo delle strade. Questo vale a maggior ragione per l’Ossola. All’inizio del secolo la strada di Napoleone che, “forzando” con la polvere da sparo le Gole di Gondo, agevolò i transiti sia verso l’Europa settentrionale che verso le città padane. Legato a questo è la sempre più marcata definizione di Domodossola come città “terziaria” di frontiera. Alla fine del secolo la ferrovia Novara - Domodossola (1888) modificò il paesaggio del fondovalle con la costruzione delle massicciate e degli arditi ponti sul Toce. In questo scarto temporale avvengono altri due fenomeni socioeconomici: > o sviluppo dell’industria siderurgica legata alle miniere di ferro della Val Brevettola; la diffusione dell’attività estrattiva finanziata da capitali stranieri (miniere di rame a Migiandone e d’oro in Val Toppa). > ’affermarsi del turismo come nuova dimensione attrattiva del paesaggio con valenze economiche (l’Ossola è una tappa del “grand tour d’Italie”). Nascono gli alberghi come luoghi di sosta per le carrozze lungo la strada napoleonica.
Il Novecento Due eventi storici segnano il tessuto socioeconomico ossolano: • L’apertura del tunnel ferroviario del Sempione (1906) con la costruzione della linea ferroviaria Milano - Domodossola e la stazione internazionale. • L’avvio della “politica idroelettrica” per lo sfruttamento dell’oro bianco che, nella prima metà del secolo, modificherà profondamente il paesaggio e la vita economica non solo delle testate delle valli laterali, ma anche del fondovalle con la costruzione di grandi centrali (Pallanzeno, ecc.). I primi vent’anni del secolo vedono l’avvento della “rivoluzione industriale” in Ossola che modificherà profondamente il paesaggio ossolano, in particolare sulla destra orografica, tra Domodossola e Piedimulera, mentre il paesaggio rurale rimane ancora diffuso sulla sinistra orografica. Le evidenze sul territorio Domodossola - Stazione internazionale Fu inaugurata nel 1905 nell’ambito del potenziamento della linea Milano-Domodossola in conseguenza dell’apertura del traforo del Sempione (1898-1906). Realizzata su progetto dell’arch. Luigi Boffi, che progettò tutte le stazioni da Arona al confine, si caratterizza per la fascia marcapiano (granito di Baveno) e per le tre cimase che si alzano dal fabbricato. Domodossola - Monumento a Geo Chavez In piazza Chavez ricorda l’aviatore peruviano che il 23 settembre 1910 per primo traversò le Alpi in volo e morì in fase di atterraggio. Analogo cippo lo ricorda a Dresio di Vogogna. Pallanzeno - Centrale idroelettrica La centrale, costruita nel 1926, è un brillante esempio di quelle “cattedrali” dell’industria moderna che hanno segnato marcatamente il paesaggio ossolano in questo secolo. La Linea Cadorna E’ un complesso di fortificazioni militari realizzate nel corso della Prima Guerra Mondiale per difendere il territorio italiano da un’ipotizzata invasione austro-tedesca attraverso la Svizzera. Voluto dal generale verbanese Luigi Cadorna, il sistema fortificato “chiudeva” la Val d’Ossola nel suo punto più stretto: i 700 m di pianura tra la Punta di Migiandone e i Corni di Nibbio. Un sistema di trincee, mulattiere, fortini, magazzini per le armi e le munizioni, postazioni di comando, percorrevano la montagna superando 2.000 m di dislivello, fino al Monte Massone. Per ironia della storia, le fortificazioni della Punta di Migiandone vennero utilizzate per la difesa della Repubblica dell’Ossola (autunno 1944) dall’attacco tedesco proveniente da sud e non da nord come ipotizzato 20 anni prima. Le evidenze sul territorio Ornavasso - Punta di Migiandone Itinerario segnalato (pannelli esplicativi in quattro lingue), che permette di visitare i tunnel nella roccia che alle trincee; in cima allo sperone roccioso, il “Forte di Bara” è stato trasformato in parco storico. Premosello - Cuzzago Itinerario segnalato che porta a visitare le mulattiere e le postazioni da mitragliatrici in galleria. Mergozzo - Bettola Fortificazioni imboscate da valorizzare (mulattiere “monumentali”, trincee e postazioni per mitragliatrici). Mergozzo - Montorfano Mulattiera di accesso sul versante settentrionale (recentemente adattata al percorso escursionistico) e stradina carrettabile. Sulla vetta vi sono polveriere in grotta e postazioni di artiglieria.
Aree limitrofe Crevoladossola - San Giovanni Forte in galleria di sbarramento sulla linea del Sempione Alto Verbano Linee fortificate (Monte Zeda - Morissolo - Monte Carza - Spalavera)
La Repubblica dell’Ossola I “Quaranta giorni di libertà” della Repubblica dell’Ossola (10 settembre - 14 ottobre 1944) rappresentarono una prima esperienza di governo democratico in un territorio liberato. Quella ossolana fu l’esperienza pi significativa delle 18 “zone libere” che i partigiani conquistarono momentaneamente durante l’occupazione tedesca. Comprendeva 50 comuni e 70.000 abitanti. La Giunta Provvisoria di Governo, retta dal socialista Ettore Tibaldi, rifletteva la composizione politica delle forze resistenziali. Nonostante la pressione delle vicende militari (i nazifascisti prepararono da subito la riconquista di Domodossola), la giunta si occupò attivamente di organizzare la vita civile e amministrativa, garantendo la libertà di stampa e l’espressione democratica; Mario Bonfantini organizzò una “università popolare” sulla storia europea. Fra il 8 e il 14 ottobre l’attacco nazifascista portò, dopo sei giorni di battaglia sotto un pioggia torrenziale, alla caduta di Domodossola. La Giunta, larga parte delle forze partigiane e numerosa popolazione civile si rifugiarono in Svizzera dove furono raccolti nei campi di internamento. Proprio come “laboratorio” per la futura Costituzione repubblicana, l’esperienza storica della Repubblica dell’Ossola costituisce uno dei motivi per cui l’Ossola è conosciuta in ambito nazionale e internazionale. Le evidenze sul territorio Domodossola Il Palazzo di Città fu sede nell’autunno 1944 della Giunta Provvisoria di Governo della Repubblica dell’Ossola ed ospita oggi la Sala Storica della Resistenza ossolana. Ornavasso La Casa della Resistenza documenta la vita della “Divisione Valtoce”, nata nel luglio 1944 sui monti di Ornavasso per volontà di Alfredo Di Dio (Palermo 1922 - Finero 1944) che, proveniente dalla Valle Strona, vi aveva incontrato un gruppo di partigiani locali. permette di leggere alcune pagine importanti della Lotta di Liberazione nel VCO. L’esposizione è allestita in cinque sale in cui testi, immagini, documenti, manoscritti e oggetti raccontano la Valtoce, i partigiani dal fazzoletto azzurro. Aree limitrofe Pieve Vergonte - Megolo Monumento al “capitano” Filippo Maria Beltrami, caduto in combattimento il 13 febbraio 1944 con altri undici compagni. Villadossola La Sala Storica della Resistenza espone documenti, oltre 800 immagini, uniformi e oggetti della lotta partigiana. Verbania - Fondotoce Casa della Resistenza e Monumento ai 42 martiri di Fondotoce e ai deportati nei lager nazisti.
La memoria di civiltà: tradizioni e folklore Nella quotidianità degli avvicendamenti stagionali sopravvivono nei paesi dell’Ossola appuntamenti folklorici e feste tradizionali che confermano il legame delle genti delle montagne con la cultura rurale e alpina. Sono momenti di cultura sedimentati nel profondo della “mentalità” collettiva che risalgono spesso a dimensioni di civiltà ormai lontane. Le evidenze sul territorio Premosello - Colloro A Colloro, per San Gottardo, si rinnova ogni anno l’antichissima tradizione della Festa del Toc, il pane di segale benedetto distribuito come elemosina comunitaria per i poveri. E’ pure vissuta la ritualità precristiana della Carcavegia: la vigilia dell’Epifania viene bruciato su un grande falò il pupazzo dell’uomo più anziano del paese. Bognanco - Trontano La Processione delle Cavagnette si svolge in agosto a Bognanco e in novembre a Trontano. Le ragazze del paese, indossanti i costumi tradizionali, portano sulla testa le cavagnette, ceste contenenti prodotti della terra e adornate di stoffe colorate e di fiori variopinti. Siccome erano portate da giovani ragazze, è nato il soprannome di "processione delle zitelle" per questa antichissima tradizione. Ornavasso - Il carnevale walser In febbraio si svolge per due settimane a sere alterne il carnevale con i vell, momenti goliardici nelle osterie del paese e animati da gruppi di maschere itineranti. Vogogna - Presepe vivente e Sacra rappresentazione La notte di Natale, il borgo è illuminato con le torce e torna ed essere il borgo medievale di sette secoli prima per lo svolgimento di un presepe vivente di grande suggestione. A Pasqua, ogni due anni (quelli pari), una sacra rappresentazione in costume medioevale offre momenti di grande spettacolo e intensa emotività in uno scenario unico.
Il folklore moderno Una serie di appuntamenti, di elaborazione moderna, sono diventati negli ultimi tempi un riferimento per la popolazione della valle e costituiscono quindi momenti particolare di aggregazione sociale. All’interno di un ricchissimo panorama di manifestazioni e appuntamenti distribuiti lungo l’arco dell’anno, si segnalano i seguenti in quanto rispondono a due criteri: hanno valore di richiamo extra-locale e fanno riferimento a realtà storico-ambientali del territorio. Le evidenze sul territorio Primavera Carnevale domese, con sfilate di carri e rappresentazioni con le maschere tradizionali del Togn e la Cia Giornate medioevali a Domodossola: fanno rivivere l’atmosfera della Domo del XVI secolo con l’arrivo di gruppi storici da tutta la regione Giugno Sagra delle ciliege ad Anzola d’Ossola, apre ormai tradizionalmente la rassegna delle feste popolari estive. Agosto Notte dei falò la vigilia di Ferragosto negli alpeggi sulla montagna. Settembre Festa dell’uva a Masera, grande kermesse in occasione dell’inizio della vendemmia Ottobre Sagra del fungo a Trontano, tradizionale momento di raduno e confronto tra i fun giatt (raccoglitori di funghi).
L’architettura tradizionale (tratto da A. Forni, 1992) Il paesaggio della Val d’Ossola è legato indissolubilmente alla presenza delle tipiche costruzioni tradizionali diffuse in modo capillare su tutto il territorio. Pur trattandosi di costruzioni di modesto valore architettonico, spesso mera testimonianza di un passato rurale molto povero, devono il loro fascino e la loro intrinseca bellezza, al fatto di esprimere un equilibrio del sistema insediativo (sociale e tecnico) della popolazione che li ha real izzati. La forma della casa tradizionale è il risultato di una complessa integrazione e combinazione tra fattori naturali e fattori culturali. I fattori naturali sono essenzialmente: • il clima, contro cui difendersi o trarre benefici (proteggersi dal freddo e dalle forti nevicate, ma anche approfittare del calore del sole invernale); • i materiali da costruzione disponibili in luogo (a causa delle enormi difficoltà di trasporto in territorio montano, per cui tutto doveva essere reperito a poca distanza dal cantiere): essenzialmente il legno e la pietra. Il costruttore ossolano è stato costretto ad ottimizzare l'utilizzo di queste risorse evitando sprechi e mettendo a punto tecniche tali da esaltare le potenzialità di questi materiali. Sono state le particolari proprietà della pietra disponibile (la sua resistenza, la sua lavorabilità, la durezza ecc.) a determinare la caratteristica delle murature, delle volte, dei portali, degli archi ed in particolare delle "piode" del tetto, le sottili lastre a spacco utilizzate per la copertura dei tetti. La facile suddivisione in lastre sottili della roccia ossolana (beola, serizzo sono termini commerciali con cui viene definito lo gneiss) ha favorito storicamente il suo impiego come materiale da costruzione. In base alle dimensioni, al peso e alla forma delle "piode" si è giunti alla elaborazione di un sistema di copertura, complesso ma certamente efficace, che ha imposto una serie notevole di vincoli alla costruzione della casa (basti pensare alla pendenza delle falde, alla sporgenza delle gronde e alla dimensione in pianta degli edifici).
La casa ossolana L'evoluzione della casa ossolana, è necessariamente collegata ai principali avvenimenti macro¬storici e alle relative condizioni di vita degli abitanti. Dopo un lungo periodo di isolamento che va dalla fine della dominazione romana all'XI secolo, si può individuare un periodo molto interessante che arriva fino al XV secolo. In questo periodo le popolazioni delle Alpi partecipano attivamente alla storia europea perché da qui passano le rotte commerciali che collegano l'Italia agli altri paesi del nord. È facile immaginare, in conseguenza di tale traffico, che queste popolazioni (anche se limitate agli strati sociali più elevati) abbiano potuto godere di una certa ricchezza, e quanto questa igliore situazione socioeconomica abbia potuto riflettersi anche sulle condizioni di vita e quindi, sul modo di abitare e costruire le proprie case. Le costruzioni più antiche risalgono a questo periodo quattro-cinquecentesco; sono caratterizzate dalla pianta a base quadrata, con i lati di lunghezza intorno ai 7 metri, realizzate in murature di pietra molto spesse, con piccole aperture dai voltini monolitici o ad arco, il tetto, naturalmente in pietra, a due falde senza gronde. Generalmente si trovano isolate e si impongono come un segno molto forte sul territorio: non è ancora chiara quale fosse la funzione originaria di queste case-torre; probabilmente esse sorsero per motivi di difesa o di avvistamento (questo spiega la forma massiccia, lo sviluppo in altezza e la loro posizione in punti strategici di controllo delle vallate e dei transiti alpini). A partire dalla fine del XV secolo, comincia, per la regione alpina, un lungo periodo di declino proprio quando nel resto dell'Europa fioriva il Rinascimento. Le cause principali di questo declino sono da attribuire all'abbandono delle rotte commerciali attraverso i passi alpini a favore del trasporto via mare e, con il sec. XVI al graduale peggioramento del clima, testimoniato dall'aumento notevole dei ghiacciai, mettendo in crisi la fragile economia montana. Questa involuzione economica e culturale si ripercuote sulla qualità delle costruzioni: le murature diventano più povere e diminuisce la cura nella lavorazione della pietra. La tipologia più frequente del periodo intorno al XV-XVI secolo è caratterizzata dalla forma a timpano aperto con la copertura orientata secondo l'asse Nord-Sud così che la facciata principale, orientata a sud, potesse contenere le aperture maggiori e avere il sottotetto aperto per l'essiccazione delle granaglie nella stagione invernale. La casa era normalmente costituita da due piani fuori terra, la zona giorno occupava il piano più basso, la zona notte si trovava al piano superiore; questa disposizione dei locali era funzionale al tipo di riscaldamento impiegato. Tutta la casa veniva, infatti, riscaldata con un grosso camino a legna che diventa, specialmente nei mesi invernali, il fulcro della vita domestica. Il calore del camino dalla cucina, passava comodamente ai piani superiori attraverso il solaio composto di un semplice assito in tavole di legno; le aperture ridotte al minimo ed i muri in pietra erano funzionali a mantenere a lungo questo calore, anche se il freddo ed il fumo (come si può notare dai muri interni di queste case) erano ben lontani dall'essere sconfitti! Negli esempi di epoca più tarda, tende a diminuire il legno lasciato a vista esternamente, la muratura a secco viene ricoperta da intonaco e si incomincia a differenziare nettamente il rustico, lasciato con la pietra a secco, dall'abitazione, almeno parzialmente intonacata. In conseguenza all'aumento demografico, avvenuto intorno alla metà del XVIII sec., si poneva l'esigenza (nelle case signorili) di avere più locali esposti direttamente al sole. Questo tipo di casa, infatti, era limitata dimensionalmente in quanto non poteva svilupparsi oltre una certa larghezza per i vincoli imposti dalla copertura a capriate. La soluzione adottata fu quella di ruotare l'orientamento del fabbricato con il colmo del tetto coincidente all'asse est-ovest, riuscendo, in questo modo ad aumentare in lunghezza la dimensione dell'abitazione. I locali venivano disimpegnati da una scala interna in pietra contenuta entro due muri centrali di spina che servono anche a portare le travi di struttura dei solai. I locali abitati sono disposti quindi, lateralmente rispetto alla fascia centrale corridoio¬scala, con un lungo balcone in legno sul lato a sud. Nella casa ottocentesca sono soprattutto i materiali esterni ad evolversi: il legno lasciato in vista viene quasi completamente eliminato e sostituito da elementi in pietra molto sobri, rimangono in legno i serramenti e le persiane ormai largamente diffuse. Queste caratteristiche vengono mantenute nel corso del '900 affinando e perfezionando alcuni particolari: fanno la loro comparsa i tetti a padiglione con le gronde su mensoline in pietra, le balaustre in ferro battuto, i contorni delle finestre nelle case signorili vengono decorati con pitture.
III.2. Analisi degli aspetti socio-economici
III.2.1. Popolazione
Popolazione e dinamica demografica Sulla base delle tabelle e dei grafici seguenti è possibile analizzare il trend demografico dei comuni della Comunità Montana. Per quanto riguarda la popolazione residente vengono riportati i dati in valore assoluto a partire dal 1861 fino al 1999 e le variazioni percentuali riferite ai periodi 1861-1951, 1951-1971, 1971- 1981, 1981-1991, 1991-1999 (Tabella 13). Analizzando il grafico di Figura 8, in cui è stato tolto il dato di Domodossola per poter accentuare la scala sull’asse Y, colpisce il dato di Anzola che rivela una popolazione stabile da quasi 150 anni. Bognanco è invece l’unico comune che abbia avuto il suo massimo di popolazione residente nel 1861 e da allora la popolazione è progressivamente diminuita, con un drastico peggioramento negli anni ‘60. Il grafico evidenzia invece come Ornavasso e Pallanzeno abbiano avuto un generale aumento di popolazione negli anni ’60 e da allora la popolazione si mantiene sostanzialmente stabile. Periodo 1861-1951: si evidenzia (Tabella 13) il forte aumento della popolazione a Domodossola (popolazione quadruplicata) e a Pallanzeno (popolazione raddoppiata), segno del graduate abbandono della campagna per aree più urbanizzate (Bognanco perde circa il 30%). Periodo 1951-1971: ancora colpisce il dato di Bognanco, con un’ulteriore perdita del 35%. Domodossola aumenta ancora di circa un quarto (+43%) e in generale aumenta la popolazione dei comuni di fondovalle, in particolare Ornavasso e Pallanzeno: è il periodo d’oro della grande industria ossolana. Periodo 1971-1981: ancora un calo di popolazione per Bognanco, anche se percentualmente meno significativo (-12,7 %) rispetto al passato e ai decenni successivi, si nota il generale assestamento di Domodossola che presenta un piccolo aumento (+2,9 %), mentre continua l’aumento di Ornavasso (+12 %), Pallanzeno (+10,6 %) e anche Trontano (+7,5 %). Abbastanza significativo il calo di Vogogna (-8,7 %) da imputare probabilmente alla chiusura di alcune imprese legate al comparto lapideo. Per Premosello continua una situazione di generale stabilità con leggeri incrementi percentuali dal 1861 in avanti. Periodo 1981-1991: si assiste ad un inversione generale di tendenza, con una flessione generalizzata per tutti i comuni. Un netto calo di popolazione per Bognanco (-23,4 %), e un calo dal 5 al 7 % per Anzola, Domodossola, Mergozzo, Beura, Premosello, Vogogna. Inversione di tendenza per Masera (+ 4,8 %), legata anche al fatto che tale comune per la favorevole esposizione diventa zona residenzile di grande interesse. Periodo 1991-1999: ancora un calo di popolazione per Bognanco (-13,2 %) e una generale stabilità per gli altri comuni tranne Vogogna (-5,8%). Masera conferma la sua crescita positiva con un +11,7%. Per quanto riguarda le fasce di età (Tabella 14, e Figura 10) e in particolare la Tabella 15 dove i dati sono state raggruppati per macro fasce di età (0-14, 15-64, >65 anni) colpisce la generale drastica diminuzione di popolazione giovanile passando dal 1981 al 1991. In particolare Anzola, Beura, Bognanco, Domodossola, Premosello presentano una diminuzione di circa il 50 %. A questo dato si accompagna un aumento della popolazione anziana, anche se non così sensibile, da un minimo del 10 % ad Anzola ad un massimo del 19 % a Bognanco. Nel confronto tra il 1991 e il 1997 si nota una sostanziale stabilità tra la popolazione giovanile, in crescita solo a Masera e Premosello e un aumento della popolazione ultra sessantacinquenne con un massimo a Bognanco (quasi 26 % nel 1997 e 28 % nel 1999). Questi dati confermano un proceso generale di invecchiamento della popolazione, effetto sia di un ridimensionamento della fascia giovanile, sia di una effettiva crescita quantitativa della popolazione anziana dovuta anche alle effettive migliorate condizioni di vita. La Tabella 14 evidenzia anche una tendenza di crescita mella fascia di età 0-4 anni con variazioni anche ben al di sopra della media Regionale del 4,7 %: Anzola costituisce il dato più incoraggiante con un + 154% (da 11 a 28 bambini), quindi Masera con +47,5%, Pallanzeno con +29,5%, Vogogna con +19%, Beura, Mergozzo, Ornavasso e Trontano con valori variabili tra +11 e +15 %. L’unico dato, drammaticamente negativo, si riscontra per Bognanco, con –54% (da 13 a 6 bambini). La riduzione delle classi più giovani appare invece costante per le due fasce giovanili tra 15-19 e 20-24, corrispondenti alle età in cui i ragazzi completano gli studi (sia di secondo grado che universitari) e si affacciano al mondo lavorativo. La struttura demografica rivela una chiara tendenza all’invecchiamento, con una consistente supremazia di presenza di popolazione anziana al femminile. Per quanto riguarda il rapporto tra anziani e minori, si riportano i dati di Tabella 12 degli Indici di Vecchiaia, confrontati con i dati provinciali, regionali e nazionali. È Bognanco a presentare il valore più alto, mentre Anzola d’Ossola quello più basso.
III.2.2. Abitazioni
Patrimonio edilizio L’incremento complessivo del patrimonio edilizio nel decennio considerato (1981-1991) è stato, per il territorio ossolano, complessivamente modesto, con un +6,15%. A fronte di un dato generale sostanzialmente omogeneo colpisce il comune di Bognanco che presenta un dato di crescita straordinaria (+82,62%) dovuto a motivazioni di tipo turistico (il forte sviluppo di seconde case a Bognanco non si è certo tradotto nello sviluppo turistico immaginato). Per Masera (+31,82%) si è trattato di un incremento legato all'edilizia di tipo residenziale stanziale. Di fatti Masera è anche l’unico comune che negli ultimi anni presenta un incremento di popolazione residente. Situazione esssenzialmente stabile per Domodossola, pallanzeno e Trontano, mentre si evidenzia un dato negativo per Vogogna.
III.2.3. Occupazione ed attività produttive
SETTORE PRODUTTIVO Con il nuovo assetto territoriale della Comunità Montana sono venuti a mancare, rispetto al passato, i comuni più spiccatamente industrializzati, come Villadossola, Piedimulera e Pievevergonte. La generale crisi degli anni ’80 del settore industriale ha provocato un ridimensionamento della settore siderurgico e tessile avviando processi di ristrutturazione a acrico delle aziente più importanti con il passaggio da strutture produttive di carattere artigianale a impianti più complessi e tecnologici. Si nota una consistente contrazione dell’occupazione nel settore manifatturiero. La mano d’opera resasi disponibile è stata in parte assorbita dal forte sviluppo del settore terziario e dall’incremento del lavoro frontaliero nella vicina Svizzera. Attualmente si denota una nuova trasformazione con un maggior sviluppo delle piccole e medie imprese, distribuite sul territorio. Nel settore primario i dati della camera di Commercio di Verbania riferite al primo semestre del 1998 (Tabella 19 e Tabella 20) indicano una prevalenza numerica del settore agricolo (199 unità locali). Per le attività legate al settore secondario, dai dati delle tabelle precedenti si denota una prevalenza delle imprese legate al settore costruzioni (416 unità locali, il 48% del totale) e in particolare all’attività edilizia. Tra le altre attività prevalgono in ordine industra di lavorazione del legno (53 unità locali, il 6% del totale), l’industria metallurgica (46 unità locali, il 5,3% del totale), l’industria alimentare (43 unità locali, il 5% del totale). Ridotta la presenza del settore chimico che appare sviluppato soprattutto nei comuni confinanti di Villadossola e Pievevergonte. La suddivisione per unità locali chiaramente non permette un confronto in termini di occupazione: infatti le 53 unità locali nel settore della lavorazione del legno sono costituite in prevalenza da ditte individuali o comunque di poche persone, mentre l’industra metallurgica e chimica, numericamente minoritaria, occupa un elevato numero di addetti. I dati a disposizione di Tabella 17 e Tabella 18 non consentono un confronto preciso in quanto sono accorpati sotto la voce generica di “industria estrattiva e manifatturiera”. Per quanto riguarda il settore terziario si evidenzia la sensibile crescita, soprattutto a Domodossola, ma con scarsi sviluppi nel campo dei servizi innovativi per i quali l’area del milanese rappresenta ancora un punto di riferimento obbligato.
III.2.4. Agricoltura
Comparto agricolo L'attività agricola investe, a livello regionale, una superficie agricola territoriale (SAT) che è oltre il 70 % della superficie territoriale della Regione, e a livello provinciale, il 61.4 % della superficie della Provincia del VCO (dati 1990); superfici che, da analisi dei dati 1982/1990, appaiono in fortissima riduzione. Dati allarmanti, soprattutto per le realtà rurali montane, in considerazione del fatto che l'attività agricola deve essere valutata non solo per il suo ruolo produttivo primario (imprenditoriale, occupazione, professionale), certamente esiguo, ma soprattutto per la rilevanza fondamentale che assume nella possibilità di incidere positivamente sullo stato dell'ambiente, contribuendo alla manutenzione del “territorio” ed alla gestione e conservazione di ricchezze collettive quali la risorsa “suolo”, il paesaggio, la fruibilità turistico ricreativa, la "tipologia edilizia-architettonica". A livello regionale è di fatto da tempo in corso un processo di concentrazione e specializzazione delle aziende agricole che si vanno a collocare in aree sempre più limitate con abbandono di una quota considerevole di territorio agricolo. È possibile rilevare dai dati dei censimenti Istat 1982 – 1990 come risultino infatti: • Riduzione SAT (Tabella 29) • Riduzione del numero delle aziende (Tabella 30) • Riduzione degli Occupati (Tabella 31)
Dal 1981 al 1991 riduzione totale del 45.5% Tale situazione, tipica dell’agricoltura dei paesi più avanzati, produce effetti rilevanti sull’assetto del territorio: cambia la struttura della produzione agricola e la sua distribuzione territoriale. A livello regionale si può affermare che: 1. La produzione agricola si concentra in aree sempre più ristrette, che sono tipiche dei territori regionali di pianura o collinari, dove, su vaste superfici, sono possibili elevata specializzazione e elevata organizzazione strutturale delle aziende, e dove più facilmente è possibile l'esistenza di "filiere" comprendenti settori di trasformazione connessi con la produzione locale. 2. Si accellera invece il declino dei territori rurali collinari e di montagna, fenomeno che contraddistingue allo stato attuale la situazione della Comunità Montana Valle Ossola. Le aziende agricole piemontesi sono caratterizzate da una notevole "fragilità strutturale": le aziende marginali e a part-time con un reddito lordo standard al 1990 inferiore ai 16.000 ECU rappresentano in Piemonte più dell’85% del totale, gestiscono circa un terzo della SAU e producono meno del 25% del reddito prodotto dall’agricoltura Piemontese, non producono occupazione e sono legate a forme di conduzione a part-time , che oscilla tra la pluriattività (la più diffusa), la sottoccupazione (marginalità) e l’hobbysmo; la loro sopravvivenza non è legata a fattori economici ma a fattori sociali (deruralizzazione, spopolamento) e demografici (l’età del conduttore); sono concentrate nelle aree collinari e montane Il risultato è il progressivo abbandono dell’attività agricola professionale soprattutto da parte delle nuove generazioni, con un rilevante processo di impoverimento in parte economico ma soprattutto culturale e con un accelerazione dei processi di squilibrio ambientale (la perdita del presidio del territorio da parte delle strutture agricole produce abbandono del territorio, e non “rinaturalizzazione” con risultati a valle negativi – dissesto idrogeologico ....). 15.1. La zootecnia
Nel complesso delle attività economiche che si svolgono sul territorio della Comunità Valle Ossola, l'agricoltura ha un incidenza piuttosto modesta. Come altrove, spesso essa sopravvive per motivi tradizionali in nuclei familiari che ricavano la maggior parte del proprio reddito da altri settori. Le produzioni zootecniche costituiscono la quasi totalità della produzione agricola ossolana. Le famiglie unicamente dedite all'attività agricola sono ormai una minoranza sul complesso delle aziende agricole, come tali censite. Sono 76 le aziende che raggiungono lo standard minimo previsto e percepiscono l'indennità compensativa. Di esse solo 26 superano le 10 UBA, riducendo così al 34% del totale le aziende di un minimo rilievo. Se poi si passa a considerare le aziende di maggiori dimensioni, quelle che per il loro più elevato grado di efficienza produttiva dovrebbero avere anche le maggiore prospettive di continuità, emerge che solo 18 di esse, ossia il 23.5% del totale, supera i 20 U.B.A.
Si può osservare come soltanto nei comuni di Anzola, Beura Cardezza, Domodossola e Pallanzeno nel settore zootecnico risulti una maggiore concentrazione aziendale, con media di almeno 15 UBA per azienda. Anzola risulta il comune in cui si raggiunge la massima concentrazione, con una media di 66 UBA per azienda. Risulta particolarmente evidente nella maggior parte dei comuni (molto significativo Trontano!) la natura di piccole aziende familiari con pochi capi, con numeri complessivi di UBA rilevanti, ma distribuiti su un grande numero di piccole aziende. Per un confronto, sono disponibili (fonte CMVO) i seguenti dati, ricavati ad alcuni comuni, ricavati dall'indennità compensative del 1994. Sono evidenziate alcuni importandi decrementi numerici.
La statistica relativa alla lavorazione e commercializzazione delle produzioni zootecniche ossolane è purtroppo estremamente carente. Un dato relativo alla produzione di latte è quello delle dichiarazioni di conferimento latte (un anno nel periodo 1999/2000) delle aziende, che complessivamente sono le seguenti:
La produzione foraggiera ossolana generalmente costituita da prati stabili, è totalmente destinata al reimpiego zootecnico aziendale. Si tratta di produzioni insufficienti a soddisfare il fabbisogno locale, i cui punti di debolezza possono essere individuati nella patologia fondiaria e nella insufficiente salvaguardia del migliori terreni di fondovalle dagli usi extra agricoli: la bassa produttività delle colture dovuta alla assenza di irrigazione e alle carenti tecniche agronomiche e le difficoltà connesse alla pratica dell'alpeggio.
La pratica dell’alpeggio
Una dimensione oggi particolarmente delicata legata alla zootecnia è quella dell'alpeggio estivo. Il decremento dell'inalpamento rispetto al passato è un fenomeno preoccupante non solo come termometro di una economia gravemente compromessa, ma anche per le gravi conseguenze che questo comporta sull'ambiente: impoverimento e inarbustimento dei pascoli, con perdita di eccezionali patrimoni di diversità biologica.
Gli interventi della CMVO Gli interventi della CMVO a favore del settore zootecnico sono stati consistenti, e lo sforzo maggiore è stato nell'avviamento e realizzazione del progetto di "filiera del latte-formaggio ossolano", che attingendo a finanziamenti CEE obiettivo 5b hanno portato alla ristrutturazione e adeguamento della Latteria sociale Antigoriana (che raccoglie il latte di circa 70 soci gravitanti tra Valle Antigorio Formazza e Valle Ossola) con la realizzazione del nuovo caseificio a Oira di Crevoladossola. Grande volano per il rilancio delle produzioni casearie ossolane è il Consorzio di Tutela del Formaggio Ossolano, che dal 1990 opera nel campo della tutela, del controllo e della valorizzazione di questo prodotto di qualità dalle documentate origini molto antiche. L'impegno ha portato a mettere in atto tutte le procedure per l'ottenimento della DOP - Denominazione di Origine Protetta (Regolamenti CEE n. 2081 e n. 2082 del 1992). Quello foraggiero-zootecnico è il solo indirizzo produttivo che abbia rilevanza economica tra le altre produzioni agricole. Fatta eccezione per la floricoltura, attività "emergente" soprattutto nella bassa Ossola, nessuna assume le caratteristiche economico-organizzative di un effettivo indirizzo produttivo, nonostante alcune significative iniziative degli anni più recenti (viticoltura, frutticoltura e apicoltura). La floricoltura La floricoltura in Ossola, fatta eccezione per un'azienda di Mergozzo, è di recentissimo insediamento: delle otto aziende censite ben sette sono sorte dopo il '90. Si tratta di aziende localizzate nella bassa Ossola che producono le acidofile tipiche del lago Maggiore e che si caratterizzano per essere satelliti ruotanti attorno al grande centro floricolo verbanese. Il settore presenta discrete possibilità di espansione sia perchè consente margini di guadagno attraverso un'attività meno impegnativa della zootecnica, più stagionale e adatta al part-time, sia perchè l'erosione fondiaria cui è andato incontro il verbanese e l'area del Fondotoce potrebbero indurre altre aziende del lago ad espandersi nella bassa Ossola, dove potrebbero essere reperibili terreni. È in corso realizzativo un progetto Interreg ("azioni di sostegno alla valorizzazione del prodotto vivaistico Fiori Tipici del Lago maggiore" coordinato dalla CCIAA, per effettuare analisi di mercato finalizzate ad orientare la produzione, per promuovere la partecipazione a fiere nazionali ed internazionali, per realizzare un collegamento telematico tra le aziende del settore al fine di promuovere il prodotto floricolo delle Province di Novara e VCO). Link al file “Tab_36-AziendeFloricole.pdf” L'incentivazione della sperimentazione volta ad accertare la possibilità di intraprendere queste coltivazioni anche più a monte è certamente auspicabile. Sviluppo delle "attività agricole part-time" Il fenomeno del "part-time" agricolo, come in molte altre aree montane, si è fortemente ampliato nel secondo dopoguerra, in parallelo al processo di industrializzazione e successivamente di terziarizzazione del Paese. Con il termine "part-time farming" si deve intendere non solamente il caso in cui il titolare dell'azienda svolga anche altra attività, bensì il caso, molto più frequente, di aziende a conduzione femminile dove l'attività agricola, svolta per integrare gli altri redditi familiari, viene condotta più per affezione che per motivi economici. Proprio perchè non rispondente unicamente a logiche economiche, il part-time consente di mantenere attive aziende o comunque attività agricole che altrimenti cesserebbero o non esisterebbero, determinando la dismissione colturale di vaste aree e l'ulteriore abbandono del territorio montano da parte della popolazione insediata, con le ovvie conseguenze negative sull'ambiente e sul paesaggio. La frutticoltura, la viticoltura e le produzioni apistiche hanno tutte una forte componente di part-time e spesso di hobbismo. Non per questo debbono essere considerate meno utili e importanti, soprattutto per la cura del territorio a cui vengono comunque dedicate centinaia di giornate¬uomo che l'attività agricola pro fessionale non sarebbe in grado di garantire. La viticoltura Il ruolo della Comunità Montana è stato decisivo nel progetto di recupero di una forma di coltivazione trad izionale rappresentata dalla viticoltu ra. La vite viene coltivata in Ossola fin dai tempi più antichi. Ciò è provato da un documento proveniente dal vecchio Archivio del Convento di S. Francesco in Domodossola ritrovato dal Padre Rosminiano Don Tullio Bertamini e risalente al 1309. Nel documento viene citato un vino tipicamente ossolano, il Prunent, proveniente da Piaggio e da Forgnago di Masera. Masera, con Trontano e Montecrestese, una delle zone tipiche di produzione del vitigno locale, un clone di Nebbiolo. Per secoli la vite è stata una delle principali coltivazioni dell'Ossola nonchè rilevante fonte di reddito grazie alle esportazioni di vino nella vicina Svizzera, come risulta dai vecchi statuti comunali che regolavano non solo il commercio del vino ma anche le operazioni di vendemmia. Nonostante una fortissima riduzione, la tradizione viticola, fortunatamente, non è andata perduta grazie alla tenacia e alla dedizione di molti viticoltori che anche in mancanza delle adeguate competenze agronomiche ed enologiche hanno continuato a coltivare i vecchi vigneti. Nel Gennaio 1990 la Comunità Montana Valle Ossola ha avviato, in collaborazione con l'Università Cattolica di Piacenza di recupero della viticoltura locale. Le iniziali analisi mettono in evidenza: Estensione: • La viticoltura risulta ancora saldamente presente in una fascia pedemontana compresa tra i 200 e i 500 m S.l.m. • interessa principalmente i comuni di Trontano, Masera, Montecrestese, Crevoladossola, Domodossola Villadossola e Piedimulera per un totale di circa 50 ettari. Problemi principali: • il frazionamento della proprietà, la cui superficie media è di 3000 - 4000 mq suddivisi in diversi appezzamenti. • l'età media dei viticoltori, che è compresa tra i 50 e i 60 anni e tutti i produttori svolgono questa attività come part-time. • La forma di allevamento tradizionale è una sorta di pergola allungata chiamata "toppia" che nonostante le modeste rese quantitative (dai 20 ai 50 q/ha) comporta problemi di maturazione e sanità delle uve • i vigneti sono caratterizzati da un'estrema eterogeneità sia per quanto riguarda le varietà sia per l'età dei vitigni stessi. • La vinificazione delle uve avviene seguendo metodologie non razionali e il vino prodotto è destinato escl usivamente all 'auto consu mo.
L'attività della Comunità Montana Valle Ossola si è basata essenzialmente sui seguenti interventi: • assistenza tecnica ai viticoltori, riuniti in una Associazione Produttori Agricoli Ossolani (assistenza pratiche agronomiche, applicazione della lotta integrata, scelte varietali, tecniche di vinificazione) • selezione clonale del vitigno locale, il Prunent, effettuata in collaborazione con l'istituto Sperimentale della Viticoltura di Asti e recupero del vitigno locale, il Prunent • sperimentazione di nuovi vitigni e portinnesti • impianti sperimentali e sperimentazione della forma di allevamento a controspalliera (Guyot) con vitigni già presenti in zona (Nebbiolo, Merlot) • corsi professionali • realizzazione capannine metereologiche per il rilevamento dei dati meteorologici necessari allo svolgimento delle tecniche di lotta integrata • dotazione di strumentazione indispensabile per l'analisi di mosti e vini Risultati: • Dei 50 ha di territorio tuttora vignato almeno 30 sono coltivati dai soci dell’associazione produttori Agricoli Ossolani i quali hanno intrapreso un’opera di riqualificazione e miglioramento delle produzioni. • Dal 1990 ad oggi sono state acquistate tramite la Comunità Montana Valle Ossola circa 25000 barbatelle di cloni pregiati, certificate, virus esenti, utilizzate per costituire circa 40 piccoli vigneti specializzati per un totale di circa 5 ha in grado di fornire produzioni di alta qualità da 40 a 60 q/ha. • Molti produttori hanno migliorato le tecniche di trasformazione delle uve adottando, con il supporto di un’assistenza tecnica continua, criteri razionali di vinificazione e conservazione dei vini. • Alcuni produttori dal 1994 hanno iniziato a commercializzare parte della propria produzione (circa 2000 bottiglie/anno). • Si è verificata in questi anni una diminuzione dell’età media dei viticoltori . • In linea generale si è verificata una rinascita dell’interesse per la viticoltura locale in funzione di un recupero di superfici che stavano per essere definitivamente abbandonate da parte di persone interessate a una produzione vitivinicola a tempo oarziale o totale. OBIETTIVI La Comunità Montana Valle Ossola, in collaborazione con l’Associazione Produttori Agricoli Ossolani si propone i seguenti obiettivi: 1) recupero e riqualificazione dei vigneti su tutti i 50 ettari ancora presenti anche mediante la meccanizzazione nelle zone ove questo sia possibile; 2) aumento delle produzioni di qualità al fine di ottenere un vendita di almeno 100.000 bottiglie all’anno; 3) vendita della produzione vinicola nell’ottica di una nicchia di mercato locale sul quale il prodotto vino è molto richiesto ma per ora scarsamente presente 4) costituzione di punti vendita in cui la produzione locale di vino venga associata a quella di altri prodotti tipici ossolani.
INTERVENTI Al fine di perseguire i suddetti obiettivi vengono proposti i seguenti interventi: 1) ricostituzione dei vecchi vigneti mediante il reimpianto di nuovi cloni di Nebbiolo in grado di ottenere produzioni di qualità; 2) riduzione del numero delle varietà attualmente coltivate mediante l'eliminazione di quelle meno adatte alle condizioni pedoclimatiche della zona, ad esempio il Barbera; 3) recupero della varietà locale, il Prunent; 4) razionalizzazione della attuale forma di allevamento; 5) 5) sostituzione dei vecchi vigneti, ove possibile, con nuovi impianti a controspalliera; 6) miglioramento delle tecniche agronomiche e di vinificazione 7) potenziamento del servizio di analisi dei mosti e dei vini;; 8) collocazione di altre capannine meteorologiche e strumentazioni indispensabili al rilevamento dei dati per l'applicazione della lotta integrata; 9) istituzione di altri corsi di formazione finalizzati a fornire in modo specifico gli addetti al settore e gli imprenditori delle adeguate competenze nel settore vitivinicolo; 10) iscrizione al catasto vitivinicolo di un numero sempre maggiore di viticoltori allo scopo di rendere possibile in futuro la commercializzazione del vino prodotto; 11) installazione di strutture per la vinificazione in comune; 12) costituzione di punti vendita per la commercializzazione del vino ossolano insieme a tutti gli altri prodotti tipici ossolani quali il formaggio, il miele e le mele. 13) ricomposizione fondiaria per favorire la costituzione di aziende vitivinicolea tempo pieno Il recupero e la riqualificazione delle zone vitate in ossola assumono un ruolo fondamentale per diversi aspetti • aspetto economico: come reddito accessorio per un numero sempre crescente di viticoltori a tempo parziale e in futuro come base principale di reddito per un numero limitato di aziende; • aspetto ambientale: come salvaguardia del paesaggio tradizionale e mantenimento della stabilità idrogeologica; • aspetto culturale: come tradizione ed elemento di animazione sociale.
Nell’ambito dello sviluppo ossolano questo settore dell’agricoltura può esplicare un ruolo decisivo nella salvaguardia della zona prealpina collinare , creando nuove possibilità di reddito e migliorando l’immagine locale sia a livello paesaggistico che turistico per l’offerta di prodotti i nte ressa nti. La frutticoltura Parallelamente al servizio di assistenza tecnica ai viticoltori la Comunità Montana Valle Ossola ha avviato un programma di incremento della melicoltura locale già iniziato a metà degli anni 80 con il supporto dell'Associazione Coltivatori Diretti e della Comunità Montana Valle Antigorio e, dal 1994, con la collaborazione della Associazione Produttori Agricoli Ossolani. Negli ultimi 10 anni sono state acquistate tramite la Comunità Montana Valle Ossola circa 50.000 piante di melo su portinnesti nanizzanti utilizzate per la costituzione di meleti specializzati con forma di allevamento a spindel su modello trentino. Grazie alle esperienze condotte nei primi anni sono state individuate alcune varietà particolarmente adatte alla nostra zona, in particolare Golden delicious, Elstar, Royal Gala, Summered, Jonagold, Renetta del Canada; il gruppo delle Red delicious viene utilizzato preferibilmente come impollinante. Una cinquantina di piccoli meleti specializzati sono sparsi in varie località ossolane per un totale di circa 10 ettari in grado di fornire produzioni medie di 30 - 40 q/ha. L'assistenza tecnica fornita in questi anni, anche grazie all'ausilio dei corsi professionali, ha consentito agli agricoltori di acquisire le competenze necessarie per produrre frutta di alta qualità. Le linee di sviluppo sono le seguenti: • costituzione di nuovi impianti; • prosecuzione dei programmi di lotta integrata; • promozione della commercializzazione dei prodotti; • istituzione di corsi professionali; • incremento degli acquisti collettivi di materiale vivaistico, impiantistico, concimi e prodotti antiparassitari per agevolare il più possibile i produttori. • costituzione di strutture comuni per la conservazione delle mele; • costituzione di punti vendita per la commercializzazione delle mele insieme ad altri prodotti tipici ossolani. Le produzioni apistiche L'apicoltura Ossolana nel passato, occupava nell'economia locale un ruolo importante, anche se legata principalmente ad un'economia di autoconsumo. Numerosi testi e bibliografie indicano, a partire dall'anno 1870, come l'apicoltura in Ossola e nel Verbano, si sia evoluta velocemente passando dai sistemi tradizionali ai sistemi razionali di allevamento, ancora oggi in uso. • Hanno contribuito a questo miglioramento tecnico dell'apicoltura ossolana insigni personaggi del calibro del Cav. Bianchetti di Ornavasso, autore tra l'altro di un manuale di apicoltura, il Dott. Leopoldo Mellerio di Masera che si era istruito alla Societa' di Apicoltura di Milano, il Rev. Albasini di Vanzone S.Carlo, il Dott. Antonioli Domenico di Masera, e Don Cesare Poggi di Crodo. • Un ruolo importante ha svolto il Comizio Agrario Ossolano, che era un'Associazione costituitasi nel 1866, con lo scopo di stabilire una cooperazione ed un sodalizio comune tra gli agricoltori Ossolani. Il Consorzio pubblicava tra le altre cose un bollettino di consigli per l’apicoltura. • Accanto a questi innovatori (Bianchetti, Mellerio) l'apicoltura ossolana si faceva conoscere anche al di fuori dei suoi confini geografici grazie alla bontà e alla qualità dei suoi prodotti locali che venivano apprezzati e spesso premiati in occasione di mostre ed esposizioni. (Novara 1875, Milano 1881, Domodossola, Fiera italo-svizzera 1925). Con il sostegno fondamentale delle Comunità' Montane delle Vallate Ossolane, ed in particolare della Comunità' Montana Valle Ossola, si costituiva nell'anno 1984 l'Associazione Produttori Apistici delle Vallate Ossolane ai sensi e per gli effetti del Reg.Cee 1360/78, della Legge 674/78, e della Legge Regionale 27/80. L'Associazione ha per scopo la tutela e la valorizzazione della produzione e della commercializzazione e di favorire la partecipazione dei produttori alla programmazione agricola regionale e nazionale. L'associazione si propone di sviluppare la conoscenza delle tecniche professionali di allevamento e di superare le carenze strutturali in materia di offerta e commercializzazione dei prodotti apistici, ed in sostanza quelli di stabilire gli standard di produzione, le norme qualitative, la graduazione dell'offerta, i programmi di produzione. L'Associazione ha svolto , inizialmente, la propria attività' nella zona delimitata dalle Comunità' Montane dell'Ossola, e successivamente ha iniziato ad operare anche nel verbano-cusio. Ha rappresentato negli anni sempre più numerosi apicoltori: qui di seguito alcuni dati che ripercorrono le produzioni durante i primi sei anni di vita della Associazione, fino ad un assestamento che rispecchia i valori attuali.
Anno apicoltori alveari 1985 75 1398 1987 140 2000 1989 156 2877 1991 172 2247 1993 215 2860 1995 215 2860
• La produzione media annua per alveare si aggira sui 18/20 kg. da cui si deduce che la produzione annua risulta essere di circa 520/580 ql.
• La media alveari per ogni singolo apicoltore è di circa 24 alveari
Esistendo una buona base operativa (apicoltori) è possibile intervenire:
• agevolando gli adeguamenti igienico-sanitari dei laboratori di smielatura di ogni singolo apicoltore che rientri in un programma di filiera.
• Con l'impegno dell'Ente Pubblico e la collaborazione dell'Associazione Apicoltori è necessario sviluppare le mappe mellifere del territorio Ossolano, per valutare la portata massima di alveari nelle zone di produzione ottimizzando lo sfruttamento delle risorse nettarifere.
• È necessario agevolare lo sviluppo di una struttura collettiva di trasformazione, conservazione, e commercializzazione del prodotto miele, e contemporaneamente iniziare la ricerca di un'indicazione geografica protetta (I.G.P.) che ne tuteli in tutte le sue fasi le caratteristiche legate all'ambiente geografico comprensivo dei fattori naturali e umani.
• E' inoltre auspicabile che l'attuale Associazione Apicoltori possa trasformarsi in Consorzio di Tutela, in grado di certificare il prodotto miele, e ne segua la distribuzione nelle rete commerciale.
Coltivazione di piante officinali Esperienze condotte in Comunità Montana Valle Cannobina hanno messo in risalto risultati positivi nella coltivazione delle piante officinali, stimolando una forte collaborazione da parte di coltivatori locali, animati dalla forte motivazione di contribuire alla sperimentazione di strade nuove che possano "salvare il territorio" dallo spopolamento e dal degrado. Si tratta di una sperimentazione avviata parallelamente al Canton Ticino, in un progetto Interreg, che ha permesso il contatto delle strutture tecniche e di ricerca svizzere estremamente avanzate in questo settore. Si tratta di coltivazioni che trovano un ambiente naturale del tutto favorevole, ma il cui valore economico non è dato dalla semplice coltivazione, bensì dall'intero ciclo di trasformazione e vendita, in cui operazioni di creazione di marchi di qualità potrebbero creare un notevole valore aggiunto. Risultano necessari: • assistenza tecnica • investimenti per la realizzazione di essiccatoi • corsi di formazione o di specializzazione riguardo a tutto il ciclo produttivo. Coltivazione di piccoli frutti Si tratta di un campo di azione che richiede un forte coordinamento tra produttori e mercato. Il territorio è dal punto di vista agronomico decisamente adatto e si tratterebbe di un buon sistema di recupero dei terreni terrazzati. Le caratteristiche dei frutti richiedono però la possibilità non solo di disporre di celle frigorifere centralizzate rispetto alle zone produttive, ma il consolidamento di un mercato che sarebbe per il territorio del tutto nuovo. Anche in questo caso il valore economico non è dato dalla semplice coltivazione, bensì dall'intero ciclo di trasformazione e vendita, in integrazione a un'economia turistica o di beni alimentari di qualità. Risultano necessari: • assistenza tecnica • investimenti per la realizzazione di celle frigorifere • corsi di formazione o di specializzazione riguardo a tutto il ciclo produttivo. Agriturismo In un territorio di interesse turistico, qual è quello delle valli ossolane, l'agriturismo dovrebbe costituire un potente mezzo di valorizzazione dell'attività agricola di montagna. Purtroppo così non è: nonostante alcuni tentativi fatti dalle organizzazioni agricole e soprattutto dalla Comunità Montana per promuovere la nascita di aziende, ad oggi risultano presenti sul territorio soltanto 2 aziende agrituristiche rispettanti le normative del settore (una in comune di Domodossola e una in comune di Vogogna). La Comunità Montana Valle Ossola nel 1991, ha fatto elaborare delle indicazioni programmatiche per la disciplina e lo sviluppo dell’Agriturismo. Il suddetto piano si compone di tre punti: • Analisi del fenomeno dell’agriturismo nel contesto dell’attuale realtà agricola ossolana, tracciando le linee di possibile attuazione ed espone le iniziative in atto nel settore. • Individuazione di quale sia la reale disponibilità degli agricoltori residenti nell’ambito della Comunità Montana Valle Ossola da intraprendere attività agrituristiche. • Costituzione di un elenco delle potenzialità agrituristiche descrivendo le caratteristiche, ambientali, culturali e storiche delle zone. I "nodi" dell'agricoltura in Ossola L'agricoltura ha subito, nei decenni precedenti, un forte declino che ha portato ad un esodo massiccio della popolazione dalle aree più periferiche del territorio verso una concentrazione nelle aree urbanizzate. Un fenomeno che ha caratterizzato soprattutto le aree montane che, a causa della povertà delle risorse fisiche del territorio, non potevano reggere più un adeguato carico occupazionale e garantire livelli economici paragonabili ad altri settori. Questo ha significato anche l'abbandono di ogni presidio ambientale necessario a mantenere i delicati equilibri naturali e socio-culturali del territorio. Sarebbe auspicabile una maggiore integrazione tra attività agricola, valorizzazione del patrimonio ambientale e storico-culturale, e quindi turismo, artigianato e tutela dell'ambiente per creare nuove opportunità economiche. In linea di massima si può dire che la caratterizzazione morfologica del territorio poco si presta a un'attività agricola basata su aziende di estensione soddisfacente; del resto le fasce di fondovalle che potevano essere coltivate in maniera relativamente intensiva, sono state progressivamente ridotte dall'occupazione di suolo da parte di attività economicamente più redditizie e per le opere di urbanizzazione ad esse complementari. Nell'ambito della analisi della situazione dell'agricoltura in Ossola emergono alcuni punti di attenzione: > Necessità di puntare alla multifunzionalità dell'agricoltura: le attività agricole sono fondamentali per la conservazione del territorio montano e i prodotti tipici giocano un ruolo rilevante a sostegno delle attività turistiche > Il settore della zootecnia (Alta Ossola) sta attraversando un periodo di crisi: il frazionamento dei terreni e la natura impervia del territorio incidono negativamente sull'attività delle aziende del settore > Il settore della floricoltura (Bassa Ossola) sta attraversano un periodo di forte ristrutturazione e di rapida espansione > L'agriturismo è scarsamente sviluppato: è necessario un intervento formativo rivolto ai giovani che intendono intraprendere questo tipo di attività, ma anche nei confronti dell'albergatore tradizionale che desidera trasformarsi in imprenditore agrituristico > L'enogastronomia non è ancora sufficientemente sviluppata: sarebbe utile individuare dei marchi di qualità per i prodotti tipici locali
15.4. Gli interventi a favore dell'agricoltura
Interventi a favore del tema della "qualità"
Il tema della qualità nel settore dell’agricoltura manifesta tutta la sua importanza.
Con il Trattato di Maastricht la politica dei consumatori è divenuta un obiettivo formale dell'Unione Europea.
L'orientamento della UE prevede due livelli di intervento normativo:
1. il primo riguarda i requisiti obbligatori (essenziali, di qualità minima), cui devono rispondere i prodotti per garantire la tutela della sanità pubblica, la sicurezza dell'ambiente e dei consu matori
2. il secondo (di tipo non obbligatorio) è relativo all'aspetto più pertinente della qualità dei prodotti.
Le protezioni comunitarie (DP, IGP ed AS)
La UE negli ultimi anni ha ampiamente legiferato in tema di tutela dei prodotti alimentari aventi caratteristiche particolari. Ciò è avvenuto con i Regolamenti (CEE) n. 2081 e n. 2082 del 1992, rispettivamente sulle protezioni delle:
> denominazioni di origine protette (DOP)
> indicazioni geografiche protette (IGP)
> attestazioni di specificità (AS)
Si tratta di un complesso di prodotti di grande significato economico, sociale e territoriale: l'ottenimento del "marchio comunitario" appare molto importante per le imprese perché dovrebbero da esso scaturire condizioni per una maggiore valorizzazione dei prodotti.
Il formaggio ossolano
In relazione alla tematica della qualità, fondamentale per il rilancio della agricoltura ossolana, grande importanza ha assunto l'operato del Consorzio Tutela del Formaggio Ossolano, nato per perseguire l'obiettivo del rilancio del prodotto caseario ossolano atrtraverso il riconoscimento della sua qualità e perseguendo l'obiettivo di un amarchio edi origine. Attualmente è depositato il Marchio di identificazione del formaggio ossolano ed è in avanzata fase di perseguimento il riconoscimento della DOP, denominazione di origine protetta.
Azioni Comunitarie e Regionali per l'Agricoltura
A partire dagli anni '90 l'Unione Europea ha sviluppato tre orientamenti fondamentali:
1. miglioramento dell’efficienza delle strutture agrarie
2. la riduzione dell'impatto ambientale dell'attività agricola
3. la promozione, attraverso fondi strutturali, dello sviluppo delle aree rurali svantaggiate.
Evoluzione della politica comunitaria: Agenda 2000 Agenda 2000 rappresenta una strategia destinata a rafforzare la crescita, la competitività e l'occupazione, a modernizzare le politiche chiave e a estendere, mediante l'ampliamento, i confini orientali . Per quanto riguarda l’evoluzione della politica agraria comunitaria vengono espresse le seguenti politiche: > Salvaguardare la coesione economica e sociale mediante fondi strutturali più efficaci. Attualmente, nell'Unione, proprio l'importanza attribuita alla coesione, ha stimolato l'elaborazione di programmi globali destinati alle regioni in cui lo sviluppo O più lento (obiettivi 1 e 6), alle zone industriali in crisi (obiettivo 2) e alle aree rurali (obiettivo 5b). > Proseguire la riforma della politica agricola comune La Commissione intende rendere l'agricoltura comunitaria più competitiva sui mercati mondiali, più favorevole ai consumatori e, riconoscendo nuova priorità allo sviluppo rurale, più rispettosa dell'ambiente. Il quadro generale degli obiettivi della nuova politica agraria europea è riassunto nella tabella che segue: - migliorare la competitività dell'Unione riducendo i prezzi - garantire la sicurezza e la qualità dei prodotti alimentari per i consumatori; - garantire entrate stabili e un tenore di vita adeguato alla comunità agricola; - rendere i metodi di produzione favorevoli all'ambiente e rispettosi del benessere degli animali; - integrare gli obiettivi ambientali nei suoi strumenti; - cercare di creare opportunità di reddito e di occupazione alternative per gli agricoltori e le loro famiglie.
Politica rurale La Commissione è favorevole a riconoscere un ruolo più importante alle misure agro ambientali, in particolare quelle che richiedono uno sforzo supplementare da parte degli agricoltori, quali l'agricoltura biologica e la salvaguardia di habitat seminaturali. All'incentivazione di altri aspetti dello sviluppo rurale sostenibile contribuirà una riorganizzazione volta a rendere più efficaci e mirate le attuali politiche strutturali.
III.2.5. Industria
Il settore industriale L’industrializzazione in Ossola ha due secoli di vita. È stato un fenomeno storico ed economico di rilevante portata che ha profondamente modificato il paesaggio del fondovalle ossolano e l’impianto urbanistico dei paesi. La sua evoluzione è stata cadenzata da fasi e tappe che hanno inciso sulla struttura demografica della popolazione determinando spostamenti interni ed accelerati fenomeni migratori. Le prime industrie Alla fine del '700, l'estrazione del ferro in Valle Antrona (attività fiorente fin dal XIV secolo) riprese ad opera di Pietro Maria Ceretti che, da fabbro ferraio a Verbania, si trasferì in Ossola per fondare una dinastia di imprenditori siderurgici che diede l'avvia allo sviluppo industriale ossolano. Furono riattivate le miniere di Ogaggia e per tutto l'Ottocento la Val Brevettola fu percorsa dagli uomini che trasportavano a valle il minerale. Il materiale estratto, dopo la cernita e l'arrostimento, veniva trasportato agli opifici di Villadossola a spalla d'uomo. Per accelerare i trasporti, nel 1866 i Ceretti costruirono in Val Brevettola una strada di 10 chilometri che collegava la miniera ai forni di fondovalle e consentiva l'uso di piccoli carri e di slitte trainate dagli uomini (la strusa). Importanza ebbe anche l’attività estrattiva che attrasse capitali stranieri e vide significativi impieghi di manodopera locale in Bassa Ossola: miniere d’oro in Val Toppa e di rame a Migiandone. A cavallo tra ‘800 e ‘900 si verificò la rivoluzione industriale che nel volgere di pochi decenni modificò l’assetto socioeconomico del territorio. Essa fu favorita dalla compresenza di tre condizioni: • l’abbondanza di materie prime (acqua da trasformare in energia elettrica) • la presenza di una manodopera qualificata con alti tassi di alfabetizzazione una manualità raffinata (capacità estrattiva e di lavorazione della pietra frutto di un’esperienza elaborata in generazioni) • la presenza di una borghesia illuminata e colta che seppe unire il territorio in una significativa rappresentanza politica (Alfredo Falcioni fu l’uomo di Giolitti) In quegli anni, grazie all’abbondanza di acqua e alla presenza di energia elettrica a basso costo, si delinea il panorama industriale ossolano nei settori siderurgico [Pietro Maria Ceretti, Metallurgica Ossolani (1892), Galtarossa (1917)] e Chimico [Rumianca (1915) e SET – SIPS (1919) per la produzione di carburo di calcio]. Il traforo del Sempione Il traforo del Sempione fu il primo momento d’attrazione per intensi e forti flussi migratori: migliaia di persone arrivarono da tutta Italia per lavorare al tunnel ferroviario. L’apertura della linea internazionale accentuò il carattere di Domodossola come “città di frontiera”. La rivoluzione idroelettrica Fra le due guerre mondiali si ebbe la “rivoluzione idroelettrica” per lo sfruttamento delle ingenti risorse idriche delle alte valli ossolani. Il primo impianto idroelettrico risale al 1901 per sfruttare le acque dell’Ovesca con centrale a Villadossola di proprietà della “Società Elettrica Ossolana”. I lavori di costruzione degli impianti (dighe, strade, centrali, linee elettriche) modificarono definitivamente il paesaggio sia montano che di fondovalle (centrale di Pallanzeno, tralicci e linee di trasporto dell’energia). Dagli anni ’50 ad oggi, cessata la realizzazione dei grandi invasi, avvenne lo sfruttamento dei piccoli corsi d’acqua e delle sorgenti più sperdute. Tale fenomeno, senza l’imponenza e la dimensione epocale del precedente, modificò di fatto il territorio di ogni singolo comune imponendone una gestione nuova. I grandi disboscamenti Nella prima metà del secolo si ebbe il fenomeno dei grandi disboscamenti che modificarono il volto dei versanti montuosi e determinarono significativi impieghi di manodopera. Esso ebbe dimensioni particolarmente massicce in Val Grande per l’impiego sistematico di grandi teleferiche e fili a sbalzo, ma interessò tutti i monti alle spalle del fondovalle. Il boom economico Gli anni ’50, ’60 e ’70 del Novecento videro l’Ossola protagonista attiva del boom economico nazionale con l’accentuazione di fenomeni attivi in Italia. • Le migrazioni interne (abbandono delle valli di montagna e immigrazione dal sud) • Il crollo del settore agricolo (abbandono delle colture su terrazzamento e nella piana del Toce, crisi irreversibile della zootecnia praticata dalle piccole aziende contadine di dimensione familiare). In vent’anni (1951 – 1971) gli occupati del settore primario passano dal 25,9% all’8,1% della popolazione attiva. • La crescita del settore industriale con il consolidarsi delle grandi industrie (stabilimenti con migliaia di operai nel settore siderurgico e chimico) e il formarsi di una rete di artigianato e piccole industrie nel settore meccanico. Nel 1971 l’industria occupava il 62% della popolazione attiva. Particolarmente significativo fu l’episodio industriale della lavorazione delle pietrine per orologi negli anni ’60 e ’70 a Ornavasso. • La crescita urbana dei paesi di fondovalle con conseguente accentuato peso del settore edilizio; la crescita dei paesi, inizialmente disordinata, fu dagli anni ’70 regolamentata dai PRG.
La deindustrializzazione Gli ultimi vent’anni del secolo hanno visto l’ultima trasformazione del paesaggio e del tessuto socio-economico dell’Ossola. • La chiusura e il fortissimo ridimensionamento dei grandi impianti industriali con conseguente forte crisi occupazionale (-15.000 posti di lavoro nel VCO). • La modesta crescita dell’artigianato e della piccola industria in nuovi insediamenti garantiti dai PIP comunali (Piani Insediamenti Produttivi). • L’accentuata terziarizzazione con la diffusa consapevolezza dell’importanza del settore turistico in forme nuove (turismo ambientale, naturalistico, culturale). • L’emergenza dei problemi ambientali (smaltimento dei rifiuti, bonifica delle discariche industriali, smaltimento dei fanghi di cava, ecc.). • La modifica della composizione della popolazione: crescita zero, accentuazione dello spopolamento montano, invecchiamento della popolazione, riduzione dei flussi migratori, presenza di extracomunitari, ecc.) • Storicamente l’Ossola è stata caratterizzata dalle problematiche a livello economico e demografico tipiche delle aree di frontiera, interessata da alterne vicende di emigrazione e immigrazione. A partire dagli anni ’50 si è assistito ad un movimento di popolazione verso il fondovalle, dovuto al processo di industrializzazione a cui a fatto seguito un accentuato flusso di immigrazione ad inizio secolo L'eccessiva dipendenza dalle attività industriali insediatesi negli anni Sessanta e Settanta nei territori limitrofi ha provocato, al manifestarsi della loro crisi strutturale, gravi conseguenze sull'occupazione nella zona di attuale disamima. La caratterizzazione industriale della zona ha per altro impedito che le aree montane formulassero un proprio progetto di crescita economica diretto a valorizzare le risorse ambientali, paesaggistiche e culturali da sempre ricchezza fondamentale di queste vallate. A questo si aggiunga un forte senso di sfiducia verso le proprie possibilità di crescita, sviluppo e integrazione. I problemi forti che emergono sono: • la presenza di grandi vincoli all’esistenza di piccoli insediamenti produttivi in aree marginali e in comuni anche intermedi. • Non c'è convenienza a insediare attività produttive in comuni decentrati perché il problema di fondo è quello del reperimento dei servizi. Non esiste un nucleo forte, nei comuni decentrati di assistenza all'impresa (non esistono reti di professionisti, non vi è economia esterna all'impresa, ecc.) tutte le aziende si rivolgono sempre verso i punti di attrazione economica (centri maggiori in posizione strategica). • Le aziende hanno difficoltà di autofinanziamento per migliorare le proprie attrezzature (problemi economici ed anche di conoscenza delle opportunità: ingegneria finanziaria) • Il settore produttivo agricolo appare destrutturato e debole, le attività artigianali, alcune di grande tradizione, sono comunque gestite a livello prettamente familiare e caratterizzate da esigui investimenti, che possano garantire futuro alle stesse. • Si nota una generale difficoltà nel concepire progetti unitari e nel condividere iniziative propositive nei settori economici e culturali.
III.2.6. Artigianato
III.2.7. Servizi
Servizi sociali All’interno del territorio provinciale si sono costituiti tre Consorzi Intercomunali per la gestione degli interventi socio-assistenziali. Una esperienza, questa, che mira a mettere in moto risorse umane, finanziarie e strumentali in favore delle fasce più deboli che popolano i Comuni che vi partecipano. Si è convenuto che nei piccoli Comuni difficilmente si sarebbe potuto attivare un servizio sociale, gestito con operatori del settore. Del resto un’alta percentuale di Comuni appartenenti al territorio provinciale, sono di piccolissime dimensioni. Dunque, il Consorzio supera la parcellizzazione delle risorse e sopperisce ad una serie di carenze. Tutti i comuni della Comunità Montana Valle Ossola fanno capo al Consorzio Ossola con una delega parziale per interventi in favore dei minori, degli anziani e dei disabili. Gli anziani Per quanto riguarda gli anziani risultano attivi due tipi di interventi: l’Assistenza Domiciliare e la Casa di Riposo. L’Assistenza Domiciliare si attua attraverso l’aiuto domestico, l’igiene della casa e della persona, le prestazioni infermieristiche e, infine, servizio non trascurabile, la fornitura dei pasti. Soggetti disabili Più articolata risulta l’assistenza ai soggetti disabili che comprende, oltre all’Assistenza Domiciliare, anche altre forme di interventi. In primo luogo si riscontra l’iniziativa di Inserimento Lavorativo e/o addestramento pro fessionale. Tale intervento risulta essere innovativo, in quanto garantisce al disabile l’acquisizione di specifiche capacità lavorative e di mantenere rapporti con soggetti diversi, al di fuori della propria famiglia o dai centri di accoglienza. Nella zona dell’Ossola è da segnalare, inoltre, la presenza del servizio di Trasporto, i Soggiorni Vacanza, i Centri Socio-Terapeutici e quelli Educativi, il Servizio di supporto alla frequenza scolastica, le Gite Giornaliere e le Attività di Socializzazione.
Soggetti tossicodipendenti Sul fronte dei servizi presenti per i tossicodipendenti si contano una serie di servizi anche collegati con realtà più consolidate, come quella del Gruppo Abele. Tali servizi sono, soprattutto, funzionanti nei centri abitativi più importanti. Su 14 strutture 5 sono Comunità Terapeutiche e 3 i Centri di Accoglienza. I dati relativi alla presenza di queste strutture, ovviamente, evidenziano la risposta che si è data alla cura delle tossicodipendenze che rimane, in quell’area, un fenomeno non trascurabile. Soltanto nel 1996, nella Regione Piemonte, la percentuale degli utenti seguiti dai Sert è stata dell’82,8%, a fronte di una media nazionale dell’86,8%. Allo stesso tempo gli utenti avviati verso le comunità terapeutiche, sparse nel territorio regionale, sono stati il 17,2% rispetto al 13,2% della media nazionale. Inoltre, la percentuale dei minori tossicodipendenti segnalati la prima volta, sul totale dei tossicodipendenti censiti nel quinquennio 1991/95, risultava pari al 4.97%. Nel particolare nella fascia d’età 15/17 anni il numero delle segnalazioni si attestava su quota 35 unità.
Servizi di smaltimento rifiuti Per quanto riguarda il problema dei rifiuti solidi urbani i comuni della Comunità Montana si appoggiano ai servizi del Consorzio Valle Ossola A1 1 (beura, Bognanco, Domodossola, Masera, Pallanzeno, Trontano), che gestisce una discarica in regione Nosere a Domodossola e al Con.Ser.VCO (Anzolam Mergozzo, Ornavasso, Premosello, Vogogna) che gestisce un forno inceneritore a Mergozzo. Nella sottostante Tabella 43 sono riportati i totali di rifiuti conferiti negli ultimi 5 anni da cui si evidenzia una situazione abbastanza stabile, con una produzione media intorno alle 12.500 tonnellate annue complessive.
Scarica allegato Si segnala il trend positivo (meno rifiuti conferiti) di Masera dopo anni di trend negativo, la sostanziale stabilità di Anzola, Bognanco, Mergozzo, Ornavasso, Trontano. Decisamente confortante il dato di Premosello con un calo importante di materiale conferito. Al contrario si assiste ad un netto incremento di Pallanzeno (+27.5%) che però risulta il comune più “virtuoso“ come percentuale di raccolta differenziata (26%) e Vogogna (+12.3%), la cui situazione è forse da imputare alla maggiore presenza turistica rispetto al passato. Tra i problemi futuri si segnala la prossima chiusura della discarica di Domodossola, ma sembra ormai decisa la realizzazione di una nuova discarica adiacente all’esistente. A livello di Piano Provinciale è stata decisa la realizzazione di un’area provinciale di compostaggio, ma al momento non esistono informazioni più dettagliate circa la possibile ubicazione. La tendenza generale è comunque quella di incentivare fortemente la raccolta differenziata e di promuovere sistemi di smaltimento (compresa la frazione umida che da gennaio 2001 non potrà più essere conferita in discarica) in grado di rispettare la vigente normativa che ha definito (Legge 22/97, Decreto Ronchi) gli obbiettivi minimi di raccolta differenziata dei rifiuti che, per singolo territorio provinciale, devono essere raggiunti (15% nel 1999, 25% nel 2001, 35% nel 2003).
III.2.8. Turismo
Il turismo Il turismo rappresenta un’attività tradizionale del territorio ma ancora molto sottosviluppato ed estremamente concentrato a Domodossola, Bognanco e Mergozzo. Dopo Domodossola, che da solo assorbe circa la metà degli arrivi (40.644 presenze nel 1999), seguono nell'ordine Mergozzo (19.983 presenze nel 1999) e Bognanco (20.228 presenze nel 1999) con circa il 20%, per cui complessivamente i quattro comuni citati assorbono oltre il 90% delle presenze turistiche nel territorio della C.M.V.O. Questi tre poli turistici sono molto eterogenei uno rispetto all’altro, ciascuno riflette una particolare nicchia (Domodossola per la storia, le tradizioni, i commerci; Bognanco per le Terme; Mergozzo per il lago). Da sottolinerare come il 27,5% delle presenze sia straniera. A questo dato contribuisce soprattutto Mergozzo che registra una prevalenza di turisti stranieri (63%). Solo negli ultimi anni si riscontra una riscoperta anche degli altri comuni dal punto di vista turistico, in particolare quelli legati al Parco Nazionale della Valgrande, che in prospettiva futura rappresenta la grande occasione di sviluppo dell territorio. Anche per quanto riguarda le strutture ricettive si denota un’assoluta concentrazione nei tre comuni sopracitati. Bognanco è prima con 634 posti letto, pari al 45% del totale, seguita da Domodossola con 354 posti letto, pari al 25% e Mergozzo con 266 posti letto pari al 19%; resta il fatto che le tre località unite offrono l'89,6% dei posti letto. A completamente di questi valori occorre prendere in considerazione il fenomeno delle case di vacanza. A Bognanco si registrano indici di abitazioni non occupate superiori a quelle occupate tutto l'arco dell'anno. Di queste la maggior parte (81,2%) vengono utilizzate a scopo di vacanza. Nel resto del territorio risulta una maggiore distribuzione di esse che non delle strutture ricettive turistiche, infatti il fenomeno della seconda casa assume valori significativi anche a Mergozzo, Omavasso e Premosello Chiovenda. Di rilievo anche le percentuali di abitazioni utilizzate per vacanza in comuni non tradizionalmente a vocazione turistica come Trontano (67,48%) e Anzola Ossola (61,22%). Fra gli indici più bassi in termini di seconde case si rilevano Beura Cardezza e Domodossola. Complessivamente la seconda casa appare di gran lunga il principale strumento di offerta turistica con 5.788 stanze, contro 1.399 posti letto nelle strutture organizzate (alberghiere ed extralberghiere): un rapporto di 4 a 1. Da ciò si desume anche come il settore del turismo sia ancora lontano da presentare una vera connotazione di settore produttivo quanto le caratteristiche del territorio potrebbero invece determinare. Il comparto turistico soffre per: • • crisi del termalismo (fonti di Bognanco). L’attività termale non è diversificata: c’è solo cura idropinica, la qualità dell’offerta ricettiva è comunque bassa, il target è prevalentemente di anziani e di fidelizzati. La situazione di Bognanco appare contraddittoria: rappresenta il comune con il maggior numero di posti letto ed è caratterizzato fortemente da un target di turismo della terza età legato al termalismo. Dal 1996 al 1998 evidenziava un calo progressivo di presenze ma nel 1999 si è riscontrato un incremento di presenze del 33%. • crisi dell’industria dell'acqua minerale con relativa incertezza suIl’effettiva stagione termale (ricadute in particolare sull'industria alberghiera); • crisi dell'occupazione del settore alberghiero: stanno chiudendo parecchi alberghi, quelli con offerta qualitativamente inferiore. La tendenza è quella di un assestamento degli alberghi che possono dare offerta qualitativamente superiore. • le attività turistiche sono incomplete, carenti dal punto di vista dell'accoglienza, della promozione e della commercializzazione unitaria dell'area, che rende poco competitiva l'offerta a fronte di quella di altre regioni italiane e straniere • alcune località vivono di una rendita di posizione senza investimenti innovativi. Il punto di debolezza attuale della comunità montana CMVO, ma comune alle altre realtà ossolane, è la mancanza di un’adeguato supporto ricettivo e infrastrutturale e di una pianificazione dello sviluppo turistico. Manca il filo conduttore, il collegamento tra le varie realtà distribuite sul territorio. Anche per il settore turistico occore oggi pensare il logica di “filiera”, cominciando dalle realtà attualmente già consolidate. Punto di forza della Comunità Montana Valle Ossola è quello di costituire il naturale collegamento tra le valli che in essa confluiscono, realtà turisticamente ben affermate (come la Val Formazza, Macugnaga, il Parco Veglia e Devero) e la zona dei Laghi. La presenza dell’asse stradale A26 e della SS33 del Sempione da una parte contribuisce enormemente allo sviluppo turistico dell’Ossola (un’ora di macchina separa l’Ossola da un potenziale bacino di alcuni milioni di utenti) dall’altra può determinare un effetto “tunnel”, cioè un semplice attraversamento veloce del territorio Ossolano per ragggiungere i paesi nelle vallate secondarie, senza un’effettiva ricaduta sullo sviluppo dell’area. Per questo si rende necessario rendere “visibile”, con opportuna segnaletica coordinata, ciò che il territorio del fondovalle offre anche turisticamente. La grande carta che il territorio può giocare è rappresentata proprio dalla sua “diversità” e dai forti dualismi storici, culturali e ambientali che contraddistinguono il territorio della comunità. • Vogogna, antica capitale dell’Ossola Inferiore, borgo medioevale pregevolmente conservato, prossimamente sede prestigiosa del Parco Nazionale Valgrande. Proprio la valorizzazione della sua storia e l’immagine rinnovata del suo borgo costituiscono i punti salienti del suo rilancio economico. • Domodossola, capitale dell’Ossola superiore, facilmente raggiungibile in treno, è un nodo fondamentale di una rete di comunicazioni e di escursionismo internazionale. Presenta un centro storico di elevato pregio storico e artistico. È anche l’unico comune al cui interno esistano impianti da sci (Domobianca) moderni e funzionali, aperti anche in estate. Comprende anche il Sacro Monte Calvario, di straordinario valore, asse portante del turismo rel igioso. • Mergozzo: non solo Lago. Comune con una collocazione geografica importante, anello di congiunzione tra la montagna dell’Ossola e la Zona dei Laghi. Un’ambiente naturale staordinario, ma anche punti storici e artistici. • La Val Bognanco: non solo Terme. Legato turisticamente alla struttura termale di Bognanco Terme, registra circa 60.000 presenze/anno, di cui circa 20.000 nelle strutture alberghiere ed extraalberghiere e il resto in seconde casa e appartamenti in affitto. La valle costituisce il collegamento naturale tra la piana dell’Ossola ai ghiacciai della zonadel Sempione. • Ornavasso, affacciatosi solo recentemente sulla scena turistica, vede ogni anno incrementare il numero di visitatori, soprattutto legati al Turismo religioso (Santuario del Boden e Viae Crucis del Boden e di Migiandone) e al turismo sportivo (gara internazionale di skiroll). • La piana dell’Ossola: un concentrato di nuclei tradizionali, borgate, edifici storici, attività rurali ancora presenti e attive. Beura e Premosello, caratterizati da un territorio montano piuttosto aspro e selvaggio, difficilmente fruibile da molti, vedono in prevalenza il proprio rilancio turistico da una parte legato al Parco Nazionale della Valgrande e dall’altro alla valorizzazione della piana del fiume Toce (turismo naturalistico, birdwatching, cicloturismo, pesca, passeggiate a cavallo). • Trontano e Masera, i due paesi del fondovalle che fanno da collegamento alla Val Vigezzo, caratterizzati da una parte da eccezionali testimonianze storiche e culturali, ma soprattutto dalla abbondante presenza di frazioni rurali che erano un tempo villaggi abitati regolarmente tutto l'anno, vivi, caratterizzati da una propria vita economica e sociale e che ancora oggi presentano edifici e manufatti pregevolnmnete conservati (forni, mulini, torchi, torni, magli..). • Il Parco Nazionale della Valgrande coinvolge i quattro comuni della sponda sinistra del Toce, (Trontano, Beura Premosello e Vogogna). Rappresenta la realtà territoriale più importante della CMVO perché ha la funzione di amalgamere territori e comuni molto diversificati che vanno dalle aspre montagne al lago. La sua funzione di “integrazione” tra lago e montagna, fortemente voluta e portata avanti dall’Ente di gestione, costituisce il modello a cui ispirarsi per l’impostazione turistica dell’intero comparto Ossola e Laghi. La coolaborazione tra l’Ente parco e i comuni e la Comunità Monta Valle Ossola ha già determinato sensibili miglioramenti anche in territori limitrofi, esterni al Parco, interventi che ben difficilmente sarebbero stati possibili senza la presenza del Parco che, oltre tutto costituisce una riserva privilegiata per finanziamenti regionali, nazionali e comunitari.
III.2.9. Viabilità e comunicazione
Link al file “Strutture_Pubbliche.pdf” VIABILITA’ E TRASPORTI Viabilità stradale Il territorio ossolano dal punto di vista della viabilità ha avuto un netto miglioramento con la realizzazione della Autostrada A26 fino a Gravellona Toce e della superstrada del Sempione che percorre tutta la valle del Toce. Con l'apertura di queste arterie sono molto migliorati i collegamenti con il potenziale bacino turistico del VCO: Varese, Milano e Novara. La viabilità interna è rappresentata da una rete di strade statali e provinciali che percorrono le varie valli lateriali. Ogni valle è dotata di una sola strada che la percorre. Queste strade risultano piuttosto antiquate e presentano notevoli disagi dal punto di vista della sicurezza. Particolarmente grave appare la situazione della provinciale della Val Bognanco e della Statale della Valle Vigezzo, molto frequentate per motivi turistici ma che hanno registrato numerose interruzioni praticamente ad ogni epidio di pioggia più o meno intenso. Le strade della fascia pedemontana (per il Santuario del Boden, Colloro, Cardezza, Trontano, frazioni di Masera, Monteossolano, Anzuno) sono tipiche strade di montagna, molto strette, con numerosi tornanti ma sono attualmente poco frequentate in quanto queste zone non sono ancora molto conosciute turisticamente. Linee ferroviarie Il territorio provinciale è interessato da due linee ferroviarie statali e una privata: • Linea Milano-Domodossola-Ginevra: linea internazionale che costeggia il lago Maggiore e percorre tutta la val d'Ossola in sponda sinistra del Toce. È percorsa anche da treni ad alta velocità sulla tratta Milano-Losanna-Ginevra. • Linea Novara Domodossola: linea locale a tratti non ancora elettrificata che costeggia il lago d'Orta e percorre la Val d'Ossola in sponda destra. Consente, ma con difficoltà, il collegamento con Novara e Torino. • Linea ferroviaria "Vigezzina" a scartamento ridotto che effettua la tratta Domodossola-Val Vigezzo-Centovalli-Locarno. Si tratta di una linea ferroviaria di interesse dal punto di vista turistico ma che è stata di grande utilità anche nei lunghi periodi di chiusura per frana della statale della val Vigezzo. Linee di trasporto pubblico I trasporti pubblici nelle varie località del territorio provinciale avvengono tramite linee private delle ditte Comazzi (valli dell'Ossola) e ASPAN (Verbania-Domodossola). I trasporti per le valli risultano molto carenti dal punto di vista del numero di corse giornaliere e alcune località turistiche importanti, come San Domenico, Devero, Domobianca non sono coperte da servizio continuativo di trasporto pubblico. Un potenziamento futuro dei trasporti pubblici è sentito come una grande esigenza, unito anche a servizi di trasporto più snelli e veloci (su richiesta) con pulmini di piccole dimensioni che possano raggiungere anche le località più remote, come le valli intorno al Parco Nazionale Valgrande.
III.2.10. Edilizia
III.2.11. Commercio
Nel panorama complessivo assume un ruolo importante l’apparato e la distribuzione degli esercizi commerciali. Nel territorio dell CMVO solo Domodossola presenta numerosi centri Commerciali “moderni”, legati alle catene della grande distribuzione, che oltre a servire la popolazione locale sono meta di consumatori d’oltre frontiera. Negli altri centri sono diffusi punti di vendita più tradizionali, a servizio sia della popolazione residente che di quella turistica. Questi punti vendita risentono fortemente della concorrenza dei grandi centri commerciali, con il conseguente rischio di chiusura di quegli esercizi che non riescono a rinnovarsi puntando su prodotti e servizi di qualità. Si evidenzia in particolare la situazione di Bognanco: a San Lorenzo, sede comunale, non ci sono più esercizi commerciali, gli ultimi due sono a Bognanco Fonti. Tale situazione, oltre che contribuire a incrementare il disagio sociale soprattutto della popolazione più anziana, appare decisamente in contrasto e insufficiente rispetto alle prospettive turistiche del comune. A Domodossola un rinomato mercato tradizionale attira ogni sabato centinaia di visitatori stanieri, in particolare vallesani e cernesi
III.2.12. Cultura e tempo libero
III.2.13. Istruzione
17.1. Il mondo della scuola All’interno del territorio l’offerta di servizi scolastici dell’obbligo è seganata da una serie di disagi connessi alla conformazione del territorio, alla mobilità e alla precarietà dei trasporti. Le scuole elementari sono diffuse in modo capillare su buona parte del territorio tranne Bognanco che non ha più sedi scolastiche. Le scuole medie inferiori sono presenti a Domodossola, Vogogna, Ornavasso e Mergozzo, mentre le scuole superiori sono presenti solo a Domodossola. Come già constatato nel capitolo relativo all’andamento demografico abbiamo potuto constatare dai dati della Tabella 15 che i minori tre 0 e 14 anni residenti superano le quattromila unità, oltre l’11,0% della popolazione complessiva, ma con un calo di quasi la metà rispetto al 1981. Le strutture di accoglienza, soprattutto per i più piccoli, risultano essere scarse, e ciò è dovuto alla presenza nel territorio di piccoli Centri che non annoverano, per esempio, il nido, tra i servizi offerti alla primissima infanzia.
Per quanto concerne la scolarità, è soprattutto nelle Scuole medie e nelle superiori che si registra il fenomeno delle bocciature, così come degli abbandoni e dei trasferimenti. Il raffronto tra gli anni scolastici 1997/98 e 98/99 (Tabella 40) fa registrare, tra gli iscritti alle medie, una flessione di 34 unità. Inoltre, il valore percentuale medio dei promossi, rispetto al dato degli iscritti diminuisce leggermente (da 96.6 % a 96.3 %). Di contro, il numero dei respinti risulta inferiore, nell’anno scolastico 98/99 (22) rispetto ai 27 dell’anno prima.
Anche se in forma estremamente contenuta è, comunque, presente l’abbandono scolastico. Si è già sottolineato che non è possibile procedere ad una analisi dettagliata di quest’altro fenomeno, a causa della mancanza di dati distinti per situazione. Ma al di là di questa puntualizzazione, nella Tabella 40 si osserva con chiarezza l’aumento del dato relativo: dalle 2 unità del primo anno si passa alle 8 dell’anno successivo. Nella Tabella 41 si possono cogliere le differenze nei dati per quanto concerne l’indice relativo ai bocciati, ma anche per quelli riferiti al fenomeno dell’abbandono/trasferimenti negli istituti superiori della Provincia. Si evincie che nella realtà del Verbano Cusio Ossola il fenomeno delle bocciature è rilevante, tant’è che dal dato del 11,8% del primo anno di riferimento, valore già alto, si passa al 13,5% nel 98/99. Conseguenzialmente anche i dati relativi ai promossi risentono dell’andamento negativo; si registra un calo tra il primo e il secondo anno dell’1,7%. L’indice per gli abbandoni/trasferimenti rimane praticamente costante. La situazione di Domodossola vede un aumento percentuale di respinti da 10% a 13,6% e una diminuzione del numero di abbandoni/trasferimenti, che diventa il valore più basso a livello provinciale. Nel complesso si potrebbe dire che alcune zone della Provincia condividono gli stessi processi negativi di altre aree del meridione, dove la “mortalità scolastica” tocca livelli allarmanti. Una maggiore disponibilità di dati, per esempio: • sul fenomeno del pendolarismo; • sulla qualità degli edifici scolastici; • sul trasporto scolastico; • sulla rete dei servizi scolastici (mense, biblioteche, palestre ecc), consentirebbe una diversa lettura di alcuni fenomeni legati all’insuccesso scolastico nella Provincia del Verbano Cusio Ossola che qui abbiamo voluto appena accennare.
III.2.14. Il mercato del lavoro e la formazione
III.2.15. Altre attività
Settore estrattivo (dati Assocave) Dopo la totale chiusura delle miniere, il baricentro dell’attività estrattiva nell’area del VCO si è spostato verso la pratica della coltivazione di materiali litoidi, attività tuttora molto fiorente, di notevole rilevanza economica e che offre, tra le altre cose, un’occasione di riscoperta di una cultura e di una tradizione altrimenti disperse. L'estrazione e la lavorazione delle pietre naturali vantano infatti una cultura e una tradizione plurisecolare che affondano le proprie radici nel medioevo; esse hanno prodotto un’antica attività artigiana che si è tramandata come patrimonio tradizionale delle popolazioni locali consentendo, durante lo sviluppo storico e fino ai giorni nostri, lo sfruttamento di una materia prima fondamentale per l'edilizia e le ornamentazioni. l'edilizia e le ornamentazioni. Risulterebbe comunque riduttivo pensare che i litotipi escavati siano stati impiegati esclusivamente per la costruzione di manufatti locali: già in passato i materiali hanno varcato i confini dell’Ossola per approdare nelle più svariate zone d’Italia. Più recentemente, oltre ad affermarsi con sempre maggiore successo sui mercati nazionali, le nostre pietre ornamentali hanno trovato, proprio per la loro bellezza e le loro caratteristiche tecniche, una grossa piattaforma di lancio nel commercio estero, soprattutto nell’ambito del settore produttivo dei rivestimenti, dell’arredo urbano e del recupero architettonico, con particolari applicazioni all’ornamentazione di metropolitane, aeroporti, palazzi di maggiore o minore prestigio sociale e opere monumentali, sia in Europa che oltre oceano. Tra gli esempi eclatanti di impiego dei nostri materiali lapidei in costruzioni di grande risonanza nazionale ed internazionale, sia di significato storico che più recenti, ricordiamo il Duomo di Milano, edificato in marmo di Candoglia, la chiesa Maggiore e il Duomo di Pavia, rispettivamente del XV° e XVII° secolo, costruiti in dolomia cristallina di Crevoladossola, i porticati stradali più belli di Torino (corso Vinzaglio, via Pietro Micca, via Roma, corso Vittorio Emanuele II°, via Sacchi) e le facciate di molti palazzi dell’Italia settentrionale, costruiti in granito bianco Montorfano, la Basilica di San Paolo Fuori le Mura a Roma, le cui 84 colonne sono ancora in granito bianco Montorfano, le colonne interne, sempre in granito bianco Montorfano, del Santuario della Madonna di Pompei a Pompei, fino ad arrivare alle più recenti scale della Stazione Centrale di Milano, in granito verde Mergozzo, alle metropolitane di Milano, Bruxelles e Singapore, rivestite in serizzo, alla pavimentazione dell’aeroporto di Amsterdam, in beola bianca, e di Francoforte e della Malpensa, in serizzo, al monumento a Cristoforo Colombo, a New York, e al Palazzo Reale di Bangkok, in granito rosa di Baveno, e ancora alle pavimentazioni in granito bianco Montorfano in Arabia Saudita, ecc.. Dal punto di vista dei materiali, la maggior forza produttiva e distributiva del comprensorio del VCO è espressa da serizzi e beole, rocce gneissiche con tonalità che oscillano grosso modo dal bianco al grigio, in minor misura da graniti e marmi. Caratteristica peculiare dell'industria lapidea nel VCO è comunque la varietà dei materiali prodotti: per tutti i litotipi estratti la produzione varia dai blocchi (da telaio o da tagliablocchi), ai segati (lastre da telaio, da filo diamantato, da disco a grande diametro), ai semilavorati (lastre con superficie bocciardata, fiammata e levigata/lucida), ai lavorati (prodotti finiti). Questi ultimi trovano ampi utilizzi nei settori dell’edilizia civile e industriale, in quelli dell’arredo urbano, dell’arredamento per interni, dell'arte funeraria (monumenti e cappelle). Da non dimenticare sono pure gli utilizzi in alcuni settori particolari, tra i quali è possibile citare l’impiego del granito bianco Montorfano per l’industria di costruzione di macine da cartiere e frantoi.
Tutta la beola e gran parte del granito e del marmo sono lavorati sul posto, alimentando una verticalizzazione ormai integrata, mentre due terzi del serizzo vengono commercializzati in forma grezza e prendono, in larga maggioranza, la via delle segherie veronesi per essere successivamente esportati in Germania. La beola ha invece un mercato in prevalenza nazionale, con riguardo prioritario alla Lombardia. La trasformazione ossolana ammonta a circa 1.5 milioni annui di metri quadrati equivalenti, allo spessore convenzionale di 2 cm, paria a poco meno del 2% di quella italiana, che è costituita anche da un quinto di materiali importati. Quindi, nonostante le spedizioni del serizzo grezzo, la quota trasformata è significativa, tanto più che coincide con un ottimo livello di produttività, ben confermata dal fatto che l’occupazione, pari a circa 700 unità, ammonta all’1% di quella nazionale del settore. In particolare, le unità destinate all’estrazione assommano al 43%, contro una media italiana del 24%, e la produttività di cava ad oltre 900 tonnellate annue per addetto, superiore di circa un quarto alla media nazionale. Investimenti e volume d’affari Il capitale investito nel comparto lapideo ossolano ammonta a circa 150 miliardi di lire, suddivisi in misura pressoché paritetica fra estrazione e trasformazione, a conferma del buon livello raggiunto dalle iniziative verticalizzatrici. Il volume d’affari è pari a circa 100 miliardi di lire all’anno e riviene per il 37% da grezzi e per il 63% da materiali con valore aggiunto (2/3 proveniente dal serizzo). In particolare, del fatturato globale, circa 61 miliardi sono riferibili alle sole attività di trasformazione. Tuttavia, anche in Ossola, alcune aziende trasformatrici hanno iniziato a trattare materiali d’importazione, sia pure in modo contenuto. Il fatturato per addetto è calcolabile in 150 milioni e quindi risulta anch’esso superiore alla media nazionale italiana, con un "ratios" tanto più competitivo, in quanto caratterizzato da una presenza elevata di manodopera estrattiva. Produzione Attualmente la produzione del comprensorio assomma ad oltre 260.000 tonnellate annue, costituite per circa il 70% da serizzi, per il 15 % da beole, poco più del 10% da marmi e la rimanenza da graniti. L’incidenza sulla produzione lapidea regionale si attesta intorno al 61 % (Piemonte), quella nazionale intorno al 4 % mentre quella sul rispettivo livello mondiale si ragguaglia allo 0.6 %, salendo all’1 .5 % nella sola componente silicea. Le quantità estratte e commercializzate nel VCO, relativamente all’anno 1997, sono riportate in Tabella 24. La produzione di Serizzo avviene totalmente in territorio esterno alla Comunità Montana Valle Ossola. Mentre il territorio è fortemente caratterizzato dalla estrazione di: • beola (Trontano, Beura, Domodossola e Vogogna) nelle qualità bianca, grigia, argentata, ghiandonata; • marmo (Ornavasso e Mergozzo), compreso quello di Candoglia per il restauro del Duomo; • granito (Mergozzo) nelle varietà bianco e verde.
Complessivamente questo settore è strutturato in 30 unità locali produttive tra cui 12 a Domodossola e 7 a Trontano. Queste unità comprendono sia siti di estrazione che laboratori di taglio e lavorazione. La maggiore quantità di cave attive si riscontra a Beura e Trontano (Croppo). Quasi tutte le aziente sono iscritte all’ASSOCAVE di Domodossola, l’associazione nata nel 1974 per la valorizzazione dei materiali di produzione del VCO, la diffusione degli stessi nei mercati di impiego, lo studio di problemi tecnici collegati al settore, l’autocontrollo per la salvaguardia del patrimonio artistico, culturale ed ecologico delle zone dove si esercita l’attività estrattiva. Attualmente le aziende di estrazione e di lavorazione della pietra ornamentale associate ad ASSOCAVE consistono in 73 unità, localizzate in 22 dei 38 comuni del comprensorio e occupano all’incirca 700 addetti, più un indotto che può essere stimato attorno alle 500 unità. Il fatturato medio annuo è di circa 110 miliardi e il capitale investito in macchine ed attrezzature supera i 150 miliardi. Delle aziende associate, 32 si occupano dell’estrazione, 21 della lavorazione e 20 hanno la doppia attività di estrazione e trasformazione. Il loro assetto tipologico può essere così definito: • aziende di escavazione, le quali estraggono i blocchi dalle cave ed eseguono, a volte, sommarie lavorazioni sul piazzale di cava stesso; • aziende di tipo industriale, che producono semilavorati, solitamente lastre da blocchi per telaio; caratteristica di questa categoria sono le grosse produzioni e i limitati tipi di lavorazione superficiale (fiammatu ra, bocciardatu ra e lucidatu ra); • aziende specializzate nella produzione di manufatti di ogni foggia eseguiti a disegno; • aziende di tipo artigianale, specializzate nella produzione di manufatti di dimensioni ridotte ottenute con lavorazioni a spacco (rivestimenti opus incertum). Nell’ambito dell’intero comparto lapideo del V.C.O. le aziende aderenti all’associazione rappresentano circa il 70% di quelle che operano nella trasformazione e circa il 95 % di quelle che lavorano nell’escavazione. Negli ultimi anni si assiste anche ad una maggiore attenzione ai problemi ambientali e ai problemi di inquinamento legati all’attività estrattiva. In particolare sempre di più si assiste al mascheramento delle cave dismesse e delle discariche con tecniche di ingegneria naturalistica e di estremo interesse, anche per possibili risvolti economici, risulta il possibile impiego dei fanghi di lavorazione nel campo delle ceramiche. A Crevoladossola, in territorio esterno alla Comunità Montana, opera dal 1971 il Centro di Formazione Professionale per la lavorazione della pietra che sta recentemente trasformandosi in un centro di servizi per la formazione permanentea beneficio di lavoratori e aziende. Oltre ai corsi di formazione il centro intende attivare un laboratorio per le prove e la certificazione dei materiali lapidei ed un centro per la ricerca e la sperimentazione di nuove tecnologie. Recentemente il Comune di Vogogna si è attivato per la riapertura della coltivazione delle cave del proprio territorio. Il progetto, che vede un’azione di partenariato tra pubblico e privato, è denominato “Futura” ed è finalizzato all’avvio di una filiera produttiva nel settore lepideo (con tutte le fasi del processo produttivo, estrazione, lavorazione e commercializzazione) e alla creazione finale di un “centro servizi” che orienti le imprese e i servizi professionali.
Linee elettriche ad alta tensione Un altro grave limite all’utilizzo del suolo è rappresentato dalla presenza di una rete di elettrodotti ad alta tensione che attraversano longitudinalmente la valle del Toce. Ai tempi della loro installazione il criterio seguito è stato probabilmente quello della linearizzazione e del massimo risparmio; oggi, però, tali impianti determinano un’oggettiva incompatibilità ad altre iniziative come l’edificabilità dei suoli o la costruzione di teleferiche o altri impianti. Ancora da quantificare esattamente sono i danni alle persone che sono sottoposte ai campi elettromagnetici generati dalle linee che, in molti casi, passano in prossimità dei paesi. Anche l’aspetto paesaggistico-ambientale è certamente danneggiato visto l’impatto che queste i nfrastrutture provocano. Metanodotti Oltre alle linee aere la valle del Toce è attraversata dal metanodotto internazionale della SNAM, il quale pone un vincolo di 40 metri quale fascia di rispetto di completa inedificabilità. Di questo metanodotto (costruito negli anni ’70 senza che la valle ne abbia avuto un qualsiasi beneficio anche a titolo di risarcimento per il deprezzamento delle aree soggette al vincolo), giunto al termine fisiologico di vita, è in corso la completa sostituzione con un nuovo di dimensioni ancora maggiori. La valle sta nuovamente assistendo ad uno sconvolgimento causato dagli scavi aperti per la posa di questo tubo avente un diametro di circa un metro e per i grossi mezzi che circolano. Al momento di questa stesura i lavori sono sospesi, essendo arrivati alla stazione di pompaggio di Masera. Nella porzione superiore della valle, dal passo del Gries a Masera lungo gran parte del tracciato sono già state realizzate le opere di ripristino ambientale.
III.2.16. Servizi per la società dell’informazione
IV. OBIETTIVI E LINEE STRATEGICHE DEL PSSE
IV.1. Punti di forza e di debolezza
Punti di debolezza • Declino post-industiale: l'Ossola, a partire dagli anni sessanta, è stata interessata da un massiccio processo di industrializzazione. La crescente crisi che nell'ultimo ventennio ha colpito in modo particolare il settore chimico e quello siderurgico ha fatto dell'Ossola una realtà a forte declino post-industiale, lasciando due pesanti eredità da gestire: da un lato una crescente disoccupazione, che è andata a colpire una professionalità difficilmente riconvertibile in altri settori lavorativi e dall'altro forti disagi di impatto ambientale, soprattutto nel fondovalle. • Sindrome postindustriale da lavoro dipendente: viene così definito il fenomeno venutosi a creare sul territorio a seguito della crisi dei processi industriali e che tende a disabituare la popolazione lavorativa all'assunzione di responsabilità dirette nel determinare azioni di intrapresa personale. • Spopolamento montano: è un fenomeno che nell'ultimo trentennio è andato determinando l'abbandono delle realtà montane di valle a favore dei nuclei abitati del fondovalle. principalmente in vista di mutate esigenze e stili di vita. • Dissesto idrogeologico: i comuni della Comunità Montana Valle Ossola sono stati colpiti ripetutamente da eventi alluvionali che hanno provocato ingenti danni. Questo fatto ha successivamente portato all’imposizione sul territorio di rigidi vincoli che di fatto limitano fortemente l ’idoneità u rbanistica. • Elevata mobilità territoriale della manodopera e dell'occupazione, sia verso la Svizzera (frontalierato), con le alterne opportunità e quindi con i rischi che ne derivano, sia con l'area lombarda (pendolarismo). L'Ossola è terra di confine ed i flussi di frontalieri che quotidianamente si recano sul posto di lavoro rappresentano una realtà assai significativa, anche se in calo da un decennio a questa parte. Ciò, da un lato ha prodotto ricchezza a livello individuale, ma dall'altro ha spesso comportato una emorragia di forza lavoro giovane, non consentendo alla medio-piccola impresa locale di divenire sistema diffuso di crescita per l'intero territorio. • L'emigrazione: si caratterizza come momento di ricerca di strumenti formativi e di opportunità lavorative che portano principalmente i giovani verso i grandi conurbamenti della pianu ra. • Degrado del patrimonio storico, artistico, culturale: l'elevata ricchezza di risorse storico¬artistiche ed ambientali presenti sul territorio ossolano rivela, oltre ad un patrimonio naturalistico di rara bellezza, una storia di uomini che con operosità ed ingegno hanno amato e vissuto la montagna, nonostante le contraddizioni e le asperità ad essa legate. A testimonianza di questo incontro, l'Ossola presenta un patrimonio di inestimabile valore che oggi rischia di essere minacciato non solo dalla frammentazione e dalla dispersione, ma anche dall'incuria e dalla rovina. • Collocazione geografica marginale: la collocazione all’interno della porzione settentrionale della Regione Piemonte ha determinato una marginalizzazione rispetto all’arco pedemontano dove è distribuita la maggior parte della popolazione regionale. Questo fatto non l'ha certo resa partecipe dei grandi processi di crescita economica ed il ritardo con cui si sono colmate le distanze rispetto alle grandi città ha segnato una considerevole fatica nel recuperare quote di transito e di turismo perse a favore di altre aree montane. • Spiccato individualismo nella conduzione e gestione della vita e dell'intrapresa personale, accompagnato da un forte attaccamento alla propria località. Questo fatto rende difficile l'attivarsi soprattutto di quelle "collaborazioni tra frazioni" ed anche fra comuni per la realizzazione di obiettivi di ampia portata. Ne consegue anche una certa debolezza nella possibilità di rappresentanza che hanno le forze sociali ed economiche della Valle; • Modesto tessuto di "servizi alle imprese": questo fatto, unito alla debolezza delle imprese nei rapporti con l'innovazione tecnologica e di prodotto, fanno si che le imprese non riescano ad integrarsi con il processo di internazionalizzazione del mercato; • Carenza di iniziativa da parte dei giovani nei diversi ambiti della vita sociale e, soprattutto, di quella economica, malgrado la presenza di opportunità offerte dal sistema e dal quadro legislativo;
• Difficile rapporto fra gli operatori, prevalentemente piccoli imprenditori, artigiani, commercianti ed agricoltori, e l'organizzazione periferica dello Stato e della Regione (finanza, polizia, carabinieri, guardie forestali ed organi di vigilanza in genere), a ragione di un regime che, già gravato da vincoli diffusi e complessi, a volte contorti, viene appesantito da controlli spesso ritenuti eccessivamente punitivi; • Att ività turistica concentrata in aree tradizionali (Lago di Mergozzo, Sacro Monte Calvario di Domodossola, Stazione sciistica Domobianca, Terme di Bognanco) senza alcun collegamento tra esse, con la limitazione della bassa quota per Domobianca con i conseguenti problemi connessi, con la mancanza di strutture moderne adeguate per le Terme di Bognanco. • Forte individualismo, mancanza di collaborazione tra imprenditori turistici finalizzata a creare pacchetti turistici “completi”, capaci di soddisfare anche una domanda turistica sempre più orientata verso quel "turismo diffuso" che non privilegia necessariamente le aree “forti”. • Sistema agricolo che: da un lato deve reggersi su un territorio modesto per estensione e frazionato per proprietà, a volte ostile per posizione geografica e per conformazione orografica, dall'altro deve operare in funzione più di difesa - protezione dell'ambiente che di impresa economico - produttiva; • Indebolimento nel sistema sanitario locale che va avvenendo, legato particolarmente ai rischi per l'ospedale di Domodossola a seguito dei progressivi interventi sulla organizzazione sanitaria provinciale e regionale. • Crisi del comparto idroelettrico: la costruzione delle grandi infrastrutture (dighe, centrali idroelettriche, canal i si derivazione, condotte forzate, elettrodotti) necessarie allo sfruttamento delle risorse idriche ha per decenni fatto vivere intere vallate; la conseguente produzione idroelettrica ha continuato ad occupare maestranze locali, ma gli avanzanti processi di tecnologizzazione della produzione hanno fatto segnare una battuta d'arresto del livello di occupazione proprio del comparto idroelettrico. Ora l'Ossola, che molto concede come sfruttamento delle proprie risorse e che non poco ha pagato a livello di impatto ambientale, vede scemare di anno in anno i benefici in termini di ricaduta locale generati da questo comparto. • Comparto lapideo sotto dimensionato: dei materiali lapidei estratti solo una residua parte viene lavorata localmente, dato che la quasi totalità viene esportata ancora grezza. Ciò comporta un elevato abbattimento del valore aggiunto derivabile dalla presenza di una risorsa cosi preziosa, che al vantaggio dell'azione estrattiva, unisce una serie di debolezze quali ad esempio lo smaltimento degli scarti di lavorazione ed il mascheramento delle cave i nattive.
Punti di forza • Terra dalle elevate valenze naturalistico-ambientali: l’Ossola resta un vero e proprio concentrato di eccellenze naturalistico-ambientali, forse unico nel suo genere. Nel territorio della Comunità Montana Valle Ossola rientra parte cospicua del Parco Nazionale della Val Grande (area Wilderness più vasta d'Italia) (comune di Trontano, Beura Cardezza, Vogogna e Premosello Ch.), la Riserva Naturale Speciale del Sacro Monte Calvario (comune di Domodossola), l’Oasi WWF del Bosco Tenso (comune di Premosello Ch.) e l'Oasi naturalistica di Prata (comune di Vogogna). A questi luoghi protetti istituiti ufficialmente si aggiungono il comprensorio del Lago di Mergozzo e l’alta Val Bognanco, territorio ricco di acque, cascate, torrenti, laghetti alpini, torbiere, caratterizzato da emergenze geomorfologiche di interesse scientifico e di spiccata suggestione naturalistica, nonché da estese aree boschive e presenze floro-faunistiche proprie delle aree alpine incontaminate. • Ricchissimo patrimonio storico - artistico: l'Ossola, in forza della sua storia, è una terra ricca di segni e di tracce storico - artistiche: emergenze archeologiche, archivi storici, raccolte d'arte, edifici religiosi, nuclei rurali ben conservati, chiari esempi di architettura alpina, testimonianze di cultura materiale, antiche vie di comunicazione che la percorrono dal fondo valle sino alle estreme pendici montane. • Un’immagine accattivante per l’esterno basata sul fascino “dell’ambiente preservato”, della “natura selvaggia”, della valle “da scoprire”, “lontana dal turismo di massa”; di questo, che apparentemente può sembrare un punto di debolezza, è il turismo, e soprattutto le nuove forme del turismo di qualità, a ricevere il vantaggio maggiore. • Dai laghi ai ghiacciai: il territorio della Comunità Montana si presenta quanto mai vario morfologicamente e paesaggisticamente. In 35 Km si passa dall’alta Val Bognanco (Passo del Monscera) dove si ammirano i grandi ghiacciai dei 4000 del Sempione (Weissmies, Lagginhorn, Fletschhorn) alle acque del Lago di Mergozzo, passando dal paesaggio agreste del fondovalle ossolano. • Ricchezza di acqua: la storia dell'Ossola è storia d'acqua, dalle acque del fiume Toce, grande via di comunicazione del passato, ai comprensori idrici sfruttati, a partire dalla fine del secolo scorso, per la produzione di energia idroelettrica, il cosiddetto "carbone bianco". Per quanto riguarda lo sfruttamento idrico potrebbe essere auspicato da un lato un sempre crescente coinvolgimento dell'ente gestore del processo produttivo nelle politiche di valorizzazione e gestione del territorio e dall'altro una volontà di reimpiego a livello ecomuseale delle centrali idroelettriche inattive che costituiscono un interessante patrimonio di architettura e storia industriale. • Ricchezza di pietra: la pietra ha nell'Ossola un interessante comparto estrattivo ed i materiali qui ricavati, granito, serizzo, beola e marmo, sono esportate in tutto il mondo. Il comparto lapideo rappresenta un settore produttivo fiorente su cui investire per l’attivazione di un ciclo economico-produttivo completo. • Elevata qualità della vita: l’esistenza di spazi urbani a misura d'uomo, inseriti in un contesto naturalistico - ambientale di rara bellezza contribuiscono al mantenimento di un elevato standard di qualità della vita. Inoltre, particolarmente in fatto di servizi sociali, di istruzione e cultura, di vivibilità e fruibilità dell'ambiente, è molto forte, da parte della popolazione residente, l’aspirazione ad una "qualità della vita" sempre migliore. E su questo livello che l'Ossola può giocare una delle sue propensioni d'eccellenza: esprimere un’orientata azione di sviluppo sostenibile che integri tra loro sviluppo economico, qualità della vita e rispetto delle valenze naturalistico - ambientali. • Porta d'accesso verso l'Europa: la sviluppata rete stradale e ferroviaria lungo il fondovalle ossolano assume un valore strategico di corridoio di collegamento nord-sud. In particolare la città di Domodossola, con la stazione internazionale posta sulla linea internazionale del Sempione, rappresenta il centro nevralgico in cui si intersecano collegamenti a diverso livello di importanza e costituisce un importante centro di scambio tra i diversi modi di trasporto pubblico - privato. • Forte senso di identità: l'Ossolano si caratterizza per un forte senso di identità, inteso come vissuta appartenenza alla propria storia, ai propri valori ed alle tradizioni che lo caratterizzano. Questo elemento determina in modo particolare le realtà alpine che nei secoli sono state interessate da incontri con altre culture, soprattutto a motivo dei transiti e dei commerci. Le diffusissime feste popolari ed i riti religiosi divengono un chiaro momento espressivo di questa coscienza, andando ben oltre alla mera celebrazione folcloristica strumento di intrattenimento turistico. Da ciò consegue la necessità di rafforzare l'azione educativa e di sensibilizzazione dei giovani nei confronti di un vissuto che è divenuto cultura. • Tradizionale micro imprenditorialità artigianale: la struttura economica e produttiva è fatta di piccolissime e piccole imprese, differenziate per il tipo di attività e diffuse nel territorio della Valle. L'artigianato artistico rappresenta, pur se percentualmente minoritario rispetto ad altre forme di occupazione, una risorsa peculiare del territorio, capace di unire l'impiego di materiali locali ad una ingegnosa creatività, comunque fedele interprete di un'arte antica e consolidata. • Diffusa presenza di realtà associazionistiche, in settori ed attività molteplici, per lo più fondate sul volontariato e la spontaneità.
IV.2. Fattori critici e prospettive di sviluppo
Sulla base dell’analisi critica dei progetti perseguiti in passato e di quanto emerso negli incontri con le Ammministrazioni Comunali e gli Enti Parco del territorio e della visione attenta della abbondante e varia documentazione acquisita, è possibile desumere i motivi e i valori che costituiscono "i punti di forza ed i punti di debolezza della Valle". Lo scontro-incontro dei Punti di forza e di debolezza che caratterizzano il territorio, genera un’energia che se guidata programmaticamente potrà divenire una vera e propria fonte di sviluppo sostenibile del territorio stesso. La lettura della situazione presente si intreccia con ipotesi ragionevoli di valorizzazione dell'esistente e di rilancio del territorio verso interventi futuri che possano vedere l'Ossola protagonista della propria storia. Il Piano pone come suo obiettivo fondamentale e generale: • Da un lato il consolidamento e la tutela da eventuali minacce di quelli che sono stati e sono gli elementi di successo della Valle; • Dall'altro l'eliminazione o, quanto meno, la riduzione degli elementi critici. In questo doppio sforzo è configurabile uno dei significati più chiari della programmazione.
Le strategie del piano
I punti appena esposti danno una lettura assolutamente sommaria ma realistica di alcune componenti della realtà locale. Solo partendo dalla consapevolezza e dall’analisi dei problemi è possibile fornire la traccia di un Piano di sviluppo che sia capace di assolvere ai seguenti compiti sostanzali:
• delineare il possibile sviluppo per il futuro;
• raggiungere, con progressività, la completezza e la qualità dello sviluppo;
• far fronte ai problemi della quotidianità, posti dalla gente, dall’operatività, dalle istituzioni.
La Prima parte del Piano, l’indagine sul territorio, è stata volutamente puntigliosa per riuscire a cogliere, nel modo più completo ed esaustivo possibile, le problematiche esistenti, per poterne prevedere le possibili soluzione e individuare le priorità.
Nell’ambito del Piano la comunicazione e l’informazione rivestono un ruolo importante nei confronti di tutti i soggetti coinvolti:
• la popolazione e le associazioni;
• le istituzioni, tra le quali primeggiano sia la Provincia (che è coinvolta per ovvie ragioni di competenza territoriale), sia e particolarmente la Comunità Montana ed i Comuni, sia i consorzi, gli organi decentrati dello Stato, i diversi enti strumentali;
• le forze sociali, come le associazioni ed unioni economiche, delle categorie, sindacali, culturali, sociali, religiose, sportive, e così via;
• le imprese, di ogni tipo e di ogni comparto produttivo o dei servizi, con i relativi sistemi operativi e di presenza.
Ognuno di questi interlocutori deve trovare nel Piano le indicazioni circa: v' final ità e gli obiettivi della programmazione;
v' gli specifici interventi sul territorio e nei diversi settori;
v' l'accesso alle sue indicazioni per chi ne avesse interesse o bisogno.
Il Piano si basa su una serie di obbiettivi strategici che nell’insieme connotano il “modello di sviluppo” del territorio ossolano:
> sviluppo di carattere endogeno, basato cioè sulla valorizzazione e sulla ottimizzazione delle risorse interne e locali, quali l'ambiente, i valori e i beni storico-culturali, le tradizioni, le risorse umane (forti di creatività, di competenza e di gusto di fare), le risorse economiche dell'ambiente montano;
> sviluppo sostenibile, non solo perché consente un serio e sano equilibrio fra ambiente, economia ed infrastrutture, ma anche perché presuppone che la società ossolana, nelle sue diverse componenti, sia capace ed in grado di sostenere questo tipo di sviluppo, oggi ed in futuro, ritenendolo condivisibile e condiviso, adeguato, coerente con i propri interessi e con le aspettative di sviluppo;
> qualità dello sviluppo, che si concretizza in qualità dell'ambiente, della vita, del lavoro, cioè in progetti ed interventi selezionati, fatti di produzioni specializzate e di alta qualità, rispetto ai tradizionali parametri di crescita e di sviluppo fondati sulla quantità;
> sostegno alla Valle nel suo complesso anziché nei suoi soggetti singoli, persone, organismi o opere per evitare il sorgere ed il consolidarsi di una dipendenza culturale e di comportamenti, prima ancora che economica;
> sviluppo diffuso in tutta la Valle in grado di valorizzare le specifiche potenzialità e vocazioni locali, riducendo i rischi di erosione e di compromissione territoriale ed ambientali di alcune pur necessarie polarizzazioni delle attività (residenziali, industriali, artigianali, turistiche, commerciali, di servizio, e così via).
> Cooperazione: il territorio deve presentare all’esterno un’immagine di forte coesione, con iniziative concertate. La cooperazione oltre che tra i soggetti interni deve essere rivolta a tutte le diverse realtà esterne, aprendosi ad una dimensione Europea. Cooperare per competere significa proporre collaborazioni tra pubblico e privato, significa aprirsi all’esterno conservando la propria identità e maggiore qualità di vita, con conseguente equilibrio tra sviluppo e ambiente.
IV.3. I programmi
Queste linee guida hanno portato alla proposta di SEI PROGETTI generali descritti di seguito nel dettaglio che costituiscono il corpo principale del Piano, al cui interno confluiscono tutti i singoli progetti schedati e allegati e che delineano lo sviluppo futuro della Val d’Ossola. Obbiettivo 1: Tutelare e valorizzare le risorse del territorio Obbiettivo 2: Formazione e informazione Obbiettivo 3: Vivere in Val d’Ossola con servizi di qualità Obbiettivo 4: Sviluppare la mobilità e le comunicazioni Obbiettivo 5: Costruire un'economia integrata Obbiettivo 6: Integrare la Val d’Ossola con le realtà esterne
OBIETTIVO 1 Tutelare e valorizzare le risorse del territorio (naturali, ambientali, storiche e culturali) La Val d’Ossola è caratterizzata da patrimonio di risorse quanto mai ampio e diversificato: particolarmente quello ambientale è un patrimonio che si colloca nell'intera Valle, non solo nello spazio non antropizzato ma anche in quello che più ha risentito nel tempo dell'attività umana. Si compone di risorse diversamente e variamente distribuite sul territorio, alcune riconosciute da specifici organi di tutela: dal Parco Nazionale della Valgrande all'Oasi WWF del Bosco Tenso, dal Lago di Mergozzo all’alta Val Bognanco, dalla Piana del Toce alla fascia pedemontana. Dal Lago di Mergozzo, attraverso il fondovalle ossolano e la fascia pedemontana, si sale sino all'alta montagna, incontrando una quantità di beni naturali e di altri fatti dall'uomo, nei quali comunque si ritrovano chiaramente i due elementi contraddittori della comune e moderna visione dell'ambiente: l'ambiente incontaminato o comunque rispettato e tutelato, e quello più insediato e parzialmente manomesso dall'altro. Sicuramente il primo prevale nettamente sul secondo. Il territorio Ossolano, per sua propria configurazione geografica, si incunea in terra elvetica, confinando a ovest e a nord con il Canton Vallese e a est con il Canton Ticino: realtà territoriali quindi molto vicine e storicamente in contatto tra loro attraverso antiche rotte commerciali lungo le vallate e i passi alpini, con continui scambi commerciali e culturali. Questo fatto ha comportato una straordinaria ricchezza di testimonianze storiche visibili sul territorio a coprire un arco temporale di oltre 2000 anni di storia. Nuove forme di turismo si affacciano oggi alla ribalta, tendenze d'impronta culturale che apprezzano il senso e il significato delle memorie storiche diffuse sul territorio, le ricchezze naturali e paesaggistiche. Questo patrimonio ha tutti i requisiti per costituire e rappresentare la risorsa prima del suo sviluppo. Il territorio può potenzialmente trasformarsi in un museo all'aperto dove non esistono stanze e bacheche polverose ma dove il possibile fruitore cammina utilizzando sentieri e antiche mulattiere comode e ben segnalate e riscopre la natura, la storia, la cultura, le tradizioni, l'economia del passato e quella moderna. Si passa da un concetto statico ad un concetto dinamico di museo, in sintonia con il concetto di Ecomuseo (legge regionale n° 31 del 14.03.1995 - Istituzione di Ecomusei del Piemonte): <<l'istituzione di Ecomusei serve per ricostruire, testimoniare e valorizzare la memoria storica, la vita, la cultura materiale, le relazioni fra ambiente naturale ed ambiente antropizzato, le tradizioni, le attività ed il modo in cui l'insediamento tradizionale ha caratterizzato la formazione e l'evoluzione del paesaggio>>.
L'intervento di valorizzazione non deve quindi essere finalizzato alla sola protezione ma deve fungere da impulso per il recupero funzionale di infrastrutture storico-tradizionali e deve garantire la ricostruzione di ambiti di vita e di lavoro tradizionali che possano produrre beni o servizi vendibili ai visitatori creando occasioni di impiego e di vendita di prodotti locali. Il territorio montano diviene risorsa capace di generare sviluppo nella misura in cui viene vissuto nella integralità dei fattori che lo costituiscono. Per questo l’Obbiettivo presentato va inteso come fattivo piano di sviluppo integrato, mirante a promuovere e a realizzare una serie di interventi il cui peso specifico sta nella capacità di produrre benefici durevoli e non interventi a pioggia settoriali e limitati nel tempo. Un Piano centrato sulle risorse significa un Piano radicato, che consente alla gente di vivere meglio e di affrontare il futuro con fiducia sempre maggiore, e nel contempo di rendere fortemente attrattiva e competitiva la Valle con l'esterno. L’obiettivo è quello di sperimentare e di dimostrare in concreto le possibilità di uno "sviluppo compatibile" attraverso la valorizzazione di queste risorse, con interventi che non solo non pregiudichino le risorse stesse, ma concorrano alla loro difesa ed alla loro valorizzazione. Le finalità pertanto non si pongono nell'ottica di una rigida vincolistica del territorio, ma in quella dell'autentica gestione del patrimonio ambientale e culturale, in linea di rigore politico, culturale ed amministrativo. Ma, prioritariamente, è un patrimonio che va conosciuto, messo a fuoco nelle sue componenti e connotazioni, pianificato nel suo possibile sviluppo. Cominciare ad avviare, allora, una pianificazione dello sviluppo di questo territorio montano, richiede il dare corso ad una gestione integrata delle risorse naturali e, in previsione ed all'occorrenza, delle emergenze. Per questo un disegno programmatorio deve prevedere: • L’acquisizione sistematica di dati, che abbraccino tutte le varie componenti del territorio e le loro complesse interazioni; • Di convogliare i dati entro un "sistema informativo georeferenziato", che sia il supporto alle decisioni per la gestione integrata delle risorse naturali e delle emergenze. Il territorio della Comunità Montana Valle Ossola rappresenta un’area campione: • è al centro delle Alpi, ed aperta al Centro Europa; • ha preservato caratteristiche naturali primitive e poco influenzate dalla pressione antropica; • ha risorse naturali (paesaggistiche, idriche, lapidee, turistiche...) di notevole importanza nell'economia locale; • ha la presenza di situazioni di criticità connesse a piene, frane, inquinamento, traffico... ; • ha pochi e ben definiti insediamenti umani ed industriali, tutti facilmente monitorabili. È, insomma, un grande laboratorio all’aperto, una indovinata area di studio: • per l'avvio e la sperimentazione complessiva di questo “sistema di supporto alle decisioni” • per uno studio che voglia essere finalizzato ad uno “sviluppo sostenibile”, come è nei fini di questo Piano di sviluppo economico e sociale; • per l'elaborazione di soluzioni applicative ai problemi dell'ambiente montano in genere.
Gli interventi di valorizzazione e gestione delle risorse territoriali dovranno essere pianificati senz'altro in stretto raccordo e quindi in sintonia con quanto è stato fatto dal GAL Azione Ossola nell’ambito del Progetto Leader II Itinera2000 e con quanto previsto ed elaborato a livello provinciale nell’ambito del Laboratorio Territoriale (LabTer) per l’Educazione Ambientale allo sviluppo compatibile del Verbano Cusio Ossola (Assessorato Provinciale Tutela dell'Ambiente), la cui sede è a Domodossola, presso il Collegio Rosmini e che rientra nella Rete Regionale di Servizi per l’Educazione Ambientale Gli ambiti e le funzioni potrebbero essere così strutturati: 1. informazione sulle risorse, conoscenza e informatizzazione dei dati acquisiti; 2. avvio di una programmazione mirata alla fruibilità delle risorse; 3. organizzazione della fruibilità, con determinazione e messa a punto delle relative tecniche, degli strumenti necessari e dei finanziamenti occorrenti; 4. impianto della comunicazione multimediale e dei procedimenti di educazione ambientale e culturale; 5. formazione degli operatori per l'uso e la fruibilità delle risorse; 6. monitoraggio, verifiche e valutazioni periodiche e costanti del procedere di ogni iniziativa e dei suoi effetti. Punto di forza fondamentale del Piano è la consapevolezza che l’ambiente e il territorio debbano diventare occasione di sviluppo e di economia. Quindi da un lato l'attivazione di iniziative tendenti a conoscere e a far conoscere il proprio ambiente - ad apprezzarlo - a valorizzarlo - a tutelarlo - a renderlo fruibile, dall'altro la presenza di un'occupazione stabile e qualificata, possibile, per esempio, attraverso: • la costituzione di cooperative di lavoro o il potenziamento e la qualificazione di organismi esistenti, in modo tale che sia favorita un'occupazione diversificata, sia giovanile che adulta, compresa l'attivazione dei "pensionati in età lavorativa" in grado di svolgere mansioni manuali e tecniche con rapporto di lavoro in regola con le norme vigenti; • l'affidamento di incarichi ad imprese individuali o collettive, per lavori ed interventi di gestione ambientale che non possano essere svolti direttamente dall'ente gestore; • l'ideazione e l'adozione, per la "gestione della risorsa ambiente", di nuove tecniche e nuove tecnologie, con la formazione, l'addestramento e l'aggiornamento degli operatori, compresi quelli già occupati; • l'affidamento, soprattutto ai "Consorzi d'alpe", coordinati secondo una rete che interessi l'intera Valle, di incarichi ed interventi per la gestione delle aree di loro competenza, mediante specifici programmi, contratti e convenzioni. Per questa via si avrebbe: da un lato la valorizzazione di un ricco e diffuso patrimonio di risorse umane e culturali, dall'altro la garanzia di raggiungere, in modo sicuramente efficace, efficiente ed economico, gli obiettivi assunti. Tutto questo rilevando altresì che: • la gestione del patrimonio culturale, se attuata mediante operatori adeguatamente formati, risulta meno complessa e capace di generare un’occupazione quantitativamente rilevante; • la gestione delle risorse naturali e culturali nel loro complesso potrebbe far parte di uno specifico "progetto pilota" rientrante nelle disposizioni che incentivano l'occupazione attraverso il programma dei "lavori socialmente utili", ma che superano queste disposizioni, per dare corso a "lavori stabili e ricorrenti". Nell'ambito di questo Obbiettivo generale, vengono definite due aree di intervento, che si articolano in due "temi": le risorse naturali-ambientali e le risorse storico-culturali.
Azione 1.1: Le risorse naturali - ambientali Questa Azione pone le risorse naturali, ambientali e paesaggistiche alla base dello sviluppo socio-economico della Val d’Ossola. Opera ed attua interventi sui seguenti ambiti: • le risorse naturali: l'ambiente come tale (aria, acqua, suolo) ed il paesaggio; • il manto vegetale: boschi, prati, pascoli; • l'acqua, nel suo ciclo integrale; • i parchi e le riserve naturali; • l'urbanistica. Oltre a questi ambiti, considera anche: • i rifiuti urbani, industriali-artigianali ed i rifiuti in genere; • l'inquinamento ambientale • l’inquinamento acustico, il rumore in genere e il traffico; • la pianificazione del territorio, particolarmente in rapporto a nuovi insediamenti abitativi e produttivi, ed a nuove infrastrutture pesanti. Sono prevedibili e previste attività ed iniziative che, nell'ampio quadro di promozione di una vera e propria "cultura della pianificazione territoriale", siano finalizzate a: • definire la "risorsa ambiente" in generale, nelle sue articolazioni e nella sua differenziata presenza sul territorio. In tale definizione deve trovare una solida posizione la "risorsa acque", probabilmente la più preziosa in possesso della Valle, perché: v' sia considerata a tutti gli effetti un bene da proteggere, salvaguardare, usare correttamente, gestire in visione integrata, sottoporre a costante monitoraggio e studio, particolarmente per quanto riguarda gli afflussi e i deflussi (è importante qui il richiamo alla legge 36/1 994); v' sia definito un progetto per il "Ciclo integrale dell'acqua", insieme con "La gestione integrata dell'acqua", definendo i compiti dei vari enti e delle istituzioni; v' sia aperta una nuova stagione nei rapporti tra produzione di energia elettrica e realtà local i; • analizzare e valutare il grado di rischio delle singole risorse. Non sono poche, infatti, le risorse ambientali che: v' da un lato sono soggette a rischio di degrado o addirittura di consumo, come è il caso, a titolo di puro esempio, del bosco e del torrente che non ricevono alcuna cura, del pascolo che è abbandonato al pascolo brado dei caprini, delle "fasce di rispetto" delle linee di elettrodotti;
v' dall'altro possono costituire, proprio in ottica di tutela - cura - salvaguardia, serbatoi di lavoro e di occupazione, secondo professionalità che crescono e si sviluppano gradualmente; • proseguire nell'opera di censimento dei beni ambientali e naturalistici della Valle, già in parte inseriti nel Progetto Leader II “Itinera 2000" avviato dal GAL Azione Ossola, e nell’ambito del censimento provinciale dei Biotopi, valutando, di ciascuno, il livello di rischio e definendo le priorità d’intervento; • individuare, prevenire e recuperare le forme di inquinamento dell'acqua, dell'aria, del suolo e del traffico. A tale proposito, riveste una particolare importanza il controllo dell'inquinamento prodotto dagli elettrodotti e dalle antenne della telefonia mobile (elettrosmog) e delle emissioni di gas radon dal sottosuolo; • informatizzare e monitorare le risorse, anche a fini di carattere previsionale e preventivo; • coinvolgere le popolazioni locali sugli aspetti ambientali tipici dei propri luoghi, diffondendo quanto possibile la coscienza ambientale unitamente al senso di appartenenza ai propri luoghi, evidenziando come “la risorsa ambiente” sia fondamentale per lo sviluppo della Valle, in termini di qualità della vita, di "attrattività della Valle", di salubrità, di occupazione e di reddito, di promozione del turismo, di realizzazione di altre attività compatibili (agricole, forestali, lapidee, idroelettriche ...); • individuare le politiche di intervento nella "risorsa ambiente", in quanto a difesa, tutela, gestione e fruizione della stessa. È qui che deve assumere una particolare rilevanza l'area del Parco Nazionale della Valgrande, nella quale sono insite notevolissime potenzialità di fruizione culturale e scientifica, storica e naturalistica, turistica in genere. • gestire le risorse, in costante valutazione e verifica della compatibilità tra difesa, tutela e fruizione, attraverso la mobilitazione di risorse umane (professionali e di volontariato), tecniche e finanziarie. In quest’ottica si inserisce anche il progetto “Catasto dei Sentieri” del Verbano Cusio Ossola, uno strumento per conoscere, amministrare, proteggere e promuovere la viabilità pedestre del territorio provinciale, nato per iniziativa della Sezione del Club Alpino Italiano EST Monterosa e sostenuto dalla Provincia del VCO – Assessorato al Turismo. A {PRIVATE "TYPE=PICT;ALT=Scalinata tra la Colletta e Sogno in Valle Antrona. Foto del sig. Bruno Pavesi"}questa azione di censimento deve poi seguire una fase di gestione e manutenzione stabili dove il Club Alpino Italiano, le Guide Alpine, gli accompagnatori Naturalistici della Valle hanno qui una loro spiccata e imprescindibile funzione, anche nel raccordare le iniziative con le comunità più direttamente interessate (alpigiani, agricoltori), e con il parco ricettivo di montagna (locande, affittacamere, bivacchi e rifugi); • sviluppare forme di turismo ecocompatibile come straordinario volano di riqualificazione e sviluppo di diverse potenzialità economiche presenti sul territorio. In questi territori diventa importante un binomio forte, rappresentato da agricoltura e turismo: dall’agricoltura derivano i prodotti che consentono di attrarre un turista intelligente, in grado di ripagare o pagare meglio questi prodotti, tra cui il più caratteristico e importante è il formaggio, tradizionale prodotto della zootecnia ossolana. • predisporre e realizzare programmi di intervento i quali, anche se potrebbero aver avvio nell'ottica dei "lavori socialmente utili" per la gestione della "risorsa ambiente", devono poter produrre nuove professionalità, e quindi aprire a lavori stabili e ricorrenti. Questa Azione deve, in particolare, raccordarsi con leggi e strumenti di intervento di sicura importanza, in gran parte di recente o recentissima emanazione, tra i quali hanno portata molto significativa: • la Legge Regionale 16/1999 - " Testo unico delle leggi sulla montagna". Si tratta di un complesso di nuove opportunità, per gli interventi in montagna, per l'occupazione, per l'assetto del suolo, buona parte dei quali hanno diretti riferimenti con la realtà della Val d’Ossola; • la legge 36/1994 - "Disposizioni in materia di risorse idriche", con i provvedimenti attuativi ed applicativi della Regione Piemonte. Anche in questo caso, le nuove norme hanno grande importanza per la Valle, dove la "risorsa acqua" rientra a pieno titolo nella strategia dello sviluppo; • la legge quadro sulle aree protette (L. n° 394 del 6/12/91), rappresenta il capitolo fondamentale della politica delle gestione delle aree protette. All'articolo 1, la legge specifica le finalità di conservazione e valorizzazione che comprendono, oltre agli obiettivi di protezione delle specie animali, vegetali e di ogni realtà naturalistica che ancora esiste sul territorio, anche la promozione dell'insieme dei metodi di gestione o di restauro ambientale idonei alla salvaguardia dei valori antropologici, storici ed architettonici e delle attività agro¬silvo-pastorali e tradizionali, nonché la promozione di attività di educazione, ricerca scientifica e ricostituzione di equilibri idraulici ed idrogeologici. • L'iniziativa LEADER, che intende proprio conciliare l'ambiente e lo sviluppo economico partendo dal territorio e dalle sue specificità, nell'ottica della valorizzazione dei prodotti e servizi, secondo modelli e percorsi nuovi e, soprattutto pensati “dal basso” cioè dagli attori locali.
Azione 1.2: Le risorse storico - culturali Nuove forme di turismo si affacciano oggi alla ribalta, tendenze d'impronta culturale che apprezzano il senso e il significato delle memorie storiche diffuse sul territorio, le ricchezze naturali e paesaggistiche. In una civiltà planetaria, dove le distanze e le barriere politico¬economiche stanno mutando di significato, occorre riflettere sulle nuove prospettive che si possono instaurare per il futuro a livello di micro-regioni. Il territorio Ossolano, per sua propria configurazione geografica, si incunea in terra elvetica, confinando a ovest e a nord con il Canton Vallese e a est con il Canton Ticino: tre realtà quindi molto vicine e storicamente in contatto tra loro attraverso antiche rotte commerciali lungo le vallate e i passi alpini, con continui scambi commerciali e culturali che questo Piano prevede di recuperare e valorizzare mediante interventi di recupero della rete di antiche vie pedestri, mulattiere e sentieri che fanno da collegamento e interconnessione tra i diversi borghi del fondovalle e della fascia pedemontana lungo gli assi vallivi in direzione degli importanti passi alpini storicamente frequentati dalle popolazioni confinanti. Gli interventi di valorizzazione saranno finalizzati a creare i presupposti per un riutilizzo di queste mulattiere e di questi sentieri a fini turistici, culturali e didattici. Scopo degli interventi di recupero deve essere la creazione di una rete escursionistica che offra l'opportunità di scoprire (o riscoprire) la storia e la cultura del territorio attraversato, le bellezze della natura, ritmi di vita antichi e dimenticati. L'intervento di valorizzazione non deve quindi essere finalizzato alla sola protezione ma deve garantire la ricostruzione di ambiti di vita e di lavoro tradizionali che possano produrre beni o servizi vendibili ai visitatori creando occasioni di impiego e di vendita di prodotti locali. Il territorio montano diviene risorsa capace di generare sviluppo nella misura in cui viene vissuto nella integralità dei fattori che lo costituiscono. Per questo il progetto che viene presentato va inteso come fattivo piano di sviluppo integrato, mirante a promuovere e a realizzare, entro i termini indicati dal bando, una serie di interventi il cui peso specifico sta nella capacità di produrre benefici durevoli e non interventi a pioggia settoriali e limitati nel tempo. L'intervento di recupero e valorizzazione potrà così fungere da impulso per il recupero funzionale di infrastrutture storico-tradizionali lungo gli itinerari individuati e nel contempo favorire la rivalutazione delle attività socio-economiche rurali lungo queste direttrici. L'area di intervento di questa Azione fa riferimento: • ai beni materiali: il materiale culturale, i cicli del lavoro, l'opera dell'uomo sul territorio (quindi, ad esempio: i beni artistici ed architettonici, i beni preistorici - storici - archeologici, il sistema degli itinerari storici e delle antiche vie di comunicazione, l'architettura rurale ed alpina, i musei, le biblioteche); • ai beni immateriali: la storia, la tradizione, la cultura, la specificità culturale della Valle (quindi, ad esempio: le tradizioni culturali - il folclore - le sagre - le ricorrenze religiose - gli eventi - le manifestazioni - le attività, ma anche: l'organizzazione culturale per se stessa, gli enti - le associazioni - i gruppi culturali). La Valle presenta in concreto un patrimonio storico-culturale molto ricco, differenziato e diffuso. L’Azione, allora, ha la finalità di favorire la ricerca, la conoscenza, il recupero, la salvaguardia, la valorizzazione e la fruibilità di questo patrimonio, che deve essere considerato: • come elemento di identificazione per la popolazione della Valle; • come forza attrattiva per l'esterno alla Valle. Nel suo svilupparsi, l’Azione opera interventi e iniziative con lo scopo di: • verificare lo stato di attuazione e di applicazione di quanto è prescritto in materia di tutela e di valorizzazione ambientali • riscontrare le opportunità che possono consentire e favorire la tutela e lo sviluppo delle realtà locali per realizzare gli obiettivi attesi; • privilegiare un "modello di sviluppo" diffuso, a "misura d'uomo", capace di riorganizzare il territorio promuovendo, nei confronti di una effettiva domanda sovra-comunale di carattere abitativo, produttivo e infrastrutturale, il riuso di aree dismesse o sottoutilizzate; • dare vita ad un autentico “Polo culturale di Valle”, anche costituito con atto formale, che sia rappresentativo degli interessi pubblici - privati - religiosi - delle associazioni, e ne aggreghi o raccordi le competenze e gli interventi. Tale "Sistema” dovrebbe avere il compito di: v' censire accuratamente il vasto patrimonio culturale della Valle (aggiornando quanto già raccolto da enti ed associazioni), allo scopo di: recuperarlo, restaurarlo, salvaguardarlo, informatizzarne e monitorarne lo stato di conservazione e d'uso, curarne la gestione, da attuare nelle forme più idonee in quanto a razionalità ed efficienza, renderlo fruibile anche e soprattutto in ottica economica; v' diffondere il senso del recupero del patrimonio edilizio e dell'accorpamento della proprietà terriera, soprattutto della montagna, anche promuovendo condizioni per favorire gli atti amministrativi conseguenti; v' essere polo di riferimento globale per l'intera Valle per: la definizione di programmi mirati e prioritari di intervento che nascano dalla individuazione dei beni a maggior rischio di compromissione e di degrado, la promozione di attività didattiche e culturali che sappiano coinvolgere la popolazioni e i tecnici locali (mediante, per esempio, corsi di aggiornamento sui problemi della tutela – conservazione - valorizzazione dei beni culturali e ambientali del territorio montano); v' essere fulcro per le attività verso l'esterno della Valle, sia di carattere culturale che di promozione dei beni ambientali. • adeguare i servizi culturali già operanti alle nuove esigenze del "Sistema culturale di Valle", dotandoli delle relative risorse umane, tecniche e finanziarie. Il riferimento più immediato è alla rete di musei e biblioteche, dei parchi e delle aree protette, ma anche a irrobustire quella diffusa attenzione alle dimore rurali di montagna, autentico patrimonio di identità culturale e di valori architettonici da salvaguardare; • sostenere e valorizzare le iniziative locali che contribuiscono ad arricchire e ad integrare il patrimonio culturale della Valle, e, rendendolo fruibile, a promuovere cultura, occupazione, turismo, qualità della Valle; • realizzare una serie di percorsi a tema visibili sul territorio che prevedano interventi di restauro di edifici caratteristici (per esempio quelli tipici della cultura materiale: forni, torchi, mulini, edicole sacre, ...); • promuovere la conoscenza, mediante uno specifico “Piano di marketing”, del patrimonio culturale della Valle, favorendo sempre maggiori opportunità non solo di scambi culturali, ma anche di attrattività per il turismo. • ideare e istituire un “grande evento”, a cadenza annuale, di livello ampio (possibilmente coinvolgente l'intero arco alpino), anche per favorire l'inserimento della Val d’Ossola in circuiti in grado di produrre sviluppo;
OBIETTIVO 2 Scuola, formazione e informazione Il modello di sviluppo integrato che è stato assunto a base del Piano è caratterizzato da un approccio cosiddetto “dal basso” (bottom up) come elemento fondamentale per l’individuazione di strategie efficaci di intervento. L'approccio dal basso favorisce la mobilitazione delle risorse locali (enti territoriali o altri soggetti pubblici, parti sociali, operatori economici, associazioni ed istituti, ecc.), che generalmente, in aree marginali e periferiche, non riescono ad emergere e a convogliare risorse, anche economiche, per la realizzazione di progetti di sviluppo. Tra le cause più frequenti di questa debolezza, probabilmente, possiamo rilevare la scarsa capacità progettuale (difficoltà a passare dall'idea al progetto) e la scarsa rappresentatività sul territorio (rapporto con settori della popolazione). Spesso mancano, infatti, quei ((saperi trasversali» e quei ((sistemi di padronanza» che consentono all'individuo di reagire agli imprevisti e ai cambiamenti scegliendo tra più comportamenti possibili e alle organizzazioni di adattarsi ai cambiamenti. Ma per contribuire alla costruzione di modelli di sviluppo duraturi nel tempo e trasferibili in altri contesti, tali modelli di sviluppo richiedono ai singoli e ai gruppi competenze forti e articolate. La definizione di una strategia interna di formazione potrebbe rivelarsi un elemento fondamentale anche per il miglioramento delle competenze di diverse figure professionali, sia a livello operativo (animatori e operatori), sia a livello di gestione organizzativa (coordinatori, responsabili, amministratori pubblici), prima ancora che di sviluppo delle risorse umane locali. La formazione allora, da strumento per il trasferimento di nozioni precostituite, deve diventare luogo di esperienza, oggetto e soggetto di sperimentazione e ricerca, laboratorio per la costruzione di nuova conoscenza. Deve inoltre evolvere dagli approcci tradizionalmente centrati sul docente, verso metodologie flessibili, individualizzate, interattive, centrate sul soggetto che apprende. Occorre inoltre passare dagli approcci centrati sulla divisione netta fra luoghi dell'apprendimento e luoghi della produzione, e quindi sulla neutralità degli ambienti di lavoro rispetto ai processi formativi, verso metodologie didattiche “contestual izzate”, fondate sull’ interazione e sul ruolo attivo dei tre principali soggetti: l’agenzia di formazione, i gruppi di destinatari, il contesto territoriale di riferimento. In particolare quest’ultimo aspetto, il contesto territoriale permette di caratterizzare gli interventi formativi da due punti di vista: • l'approccio integrato allo sviluppo rurale; • l'approccio centrato sulla costruzione della conoscenza, cioè sulla conoscenza intesa come frutto di operazioni collettive di apprendimento. Nel dibattito sulle politiche per lo sviluppo, il mondo rurale emerge spesso solo in relazione ad una serie di elementi negativi: basso livello di istruzione della popolazione residente, mancanza di strutture e di servizi, mancanza di progettualità e di risorse, ecc. I contesti rurali, invece, si caratterizzano anche per la loro capacità di rappresentazione dell'unitarietà territoriale, culturale, economica e sociale. Più che altrove, infatti nelle aree rurali tutti gli elementi, positivi e negativi, sono strettamente legati al territorio. Sul territorio si concretizzano infatti le esperienze dei vari soggetti, i loro bisogni, le loro condizioni di vita e di lavoro; si sperimentano relazioni e apprendimenti, si trovano le istituzioni e le organizzazioni di base che contribuiscono alla programmazione delle strategie di sviluppo; si realizzano gli intrecci tra vita quotidiana e attività professionale; trova spazio la dimensione familiare, la crescita dei bambini e dei giovani, l'occupazione del tempo degli anziani, ecc. In questo senso, anche un territorio rurale e marginale può essere dunque pensato come una grande “agenzia formativa”. La nozione di territorio rappresenta il luogo dell’azione formativa, il luogo, anche fisico, in cui le attività si realizzano a partire dai problemi concreti e specifici e dalle possibili linee di sviluppo. È il luogo di partecipazione dell’azione formativa: nessuno meglio di chi vive in un territorio conosce i suoi problemi e le sue risorse, gli atteggiamenti, le esigenze, ecc.; l'azione, quindi, non può riuscire senza il coinvolgimento di tutto l'ambiente. Infine, il territorio è il contenuto della formazione, perché è sul territorio che nascono i problemi di vita e di lavoro. Questo, in quanto luogo di vita produttiva e residenziale, diventa, quindi, l'oggetto stesso della formazione: i problemi del lavoro, della casa, della famiglia, l'educazione dei figli, i servizi, i trasporti, la sanità, il tempo libero, la scuola, ecc. L’OBIETTIVO è allora quello di: • da un lato mettere a fuoco le risorse umane della Valle, e quindi ottimizzarle secondo le vocazioni, le attitudini, la creatività, la competenza, ma anche secondo le esigenze della possibile offerta di impegno, di prestazioni, di occupazione; • dall'altro, e con opportune iniziative, favorire l'affermazione graduale di una società e di una comunità che consentano alle persone di crescere, di avere le opportunità per esprimersi, di apprendere, di lavorare e di produrre, entro un forte senso di solidarietà e di coesione interna. In tale contesto, la fondamentale linea metodologica passa attraverso la connessione e la collaborazione tra aziende e scuola, e tra aziende e territorio, in modo da costruire sinergie in grado di produrre iniziative di formazione ed effetti formativi efficaci e commisurati con la realtà. Nell'ambito e per la realizzazione di questo Obbiettivo generale, vengono definite due aree di intervento, che articolano due "Sotto-progetti": uno che riguarda “il mondo della scuola”, un altro che riguarda “il mondo del lavoro”.
Azione 2.1: Scuola e formazione Questa Azione è rivolta in particolare al mondo della scuola e si basa sulla "formazione continua e avanzata", ma è riferita sia a chi entra nella scuola sia a chi ne è uscito. È una linea che riscoprendo le radici culturali della Valle, si pone come obbiettivi: • porre la scuola stessa, con le sue attività, in forte integrazione con il "Sistema culturale di Valle"; • tendere a costruire una "comunità che apprende", in grado di arricchire se stessa e di essere in costante dialogo con il mondo; • garantire una formazione scolastica integrata e completata secondo le attitudini e le esigenze personali: dal diritto allo studio all'accesso all'università; • garantire una formazione che riguardi anche la persona adulta, perché sia viva e consapevole nella società, dialoghi con essa e ne sia parte sempre più attiva e presente; • una intensa comunicazione tra cittadino e società organizzata, anche attraverso strumenti che possono definirsi e qualificarsi come "Sportello del cittadino", oppure "Rete civica". E ciò anche per evitare l'emarginazione di chi non attiva o non riesce ad attivare propri strumenti e canali di informazione; • una forte sperimentazione innovativa di collaborazione interistituzionale, per riorganizzare le strutture e i servizi in modo da superare le condizioni di squilibrio e di disagio fra i giovani, soprattutto se provenienti da comuni distanti; • di elevare la "cultura moderna", fondata sulle lingue straniere, sulla multimedialità e sulla tecnologia della popolazione e, particolarmente, dei giovani, per facilitare la preparazione alle nuove forme del lavoro e della vita sociale (istruzione a distanza, telelavoro). • di promuovere sia un orientamento scolastico e professionale che coinvolga alunni e famiglie, e sistema scolastico, culturale, imprenditoriale, sindacale, sia una formazione professionale anche sul posto di lavoro, nell'impresa come nell'ente pubblico, integrata con iniziative di aggiornamento esterno. • stabilire un legame più stretto tra offerta formativa ed esigenze del mercato del lavoro; Nel campo della formazione e della preparazione al mondo del lavoro assume un ruolo fondamentale nello sviluppo integrato del territorio ossolano e provinciale il grande progetto di costituzione della “Università del turismo alpino”, che si intende avviare a Domodossola in collaborazione con l’Università degli studi di Milano Bicocca e l’Università degli Studi del Piemonte Orientale. A tal proposito si è costituita una Società Consortile per lo Sviluppo della Cultura degli Studi Universitari e della Ricerca del Verbano Cusio Ossola che ha individuato nelle strutture dell’Istituto Antonio Rosmini il polo logistico dove concentrare le aule didattiche e i servizi. Nell’immediato (febbraio 2001) è in previsione un Master in “E-commerce turistico, turismo culturale e sviluppo locale”. È un progetto la cui completa realizzazione aprirebbe ampie prospettive di valorizzazione della Valle entro ambiti vasti. Infatti oltre a costituire una importante occasione formativa per la popolazione residente su temi estremamente calati nella realtà territoriale ossolana e provinciale, costituisce un’occasione di rilancio anche economico per la possibile affluenza di studenti fuori territorio. Si ipotizza che la struttura universitaria possa arrivare, a regime, a numeri intorno ai 1000 studenti. Tutti i progetti presenti nel Piano che tendono alla valorizzazione del territorio, dell’ambiente, dei beni culturali e storici, delle strutture museali, sono connessi a questo progetto, in quanto costituiscono delle “aule decentrate” sul territorio: una valle che diventa grande laboratorio didattico al servizio della struttura didattica. Non potrà mancare, inoltre, l'avvio, anche in Val d’Ossola, di scambi culturali e professionali con il mondo esterno. Questa occasione di confronto con altre specificità promuove la conoscenza di significative esperienze soprattutto relative ”al mondo che cambia”, apre orizzonti, produce formazione e cultura. L'istruzione e la formazione professionale rappresentano due delle grandi linee prioritarie in cui l’Unione Europea si è impegnata per avviare un'indispensabile sforzo d'investimento a favore delle persone, per svilupparne le qualifiche, la creatività e la facilità di adattamento. Già in seguito al Consiglio europeo di Firenze del giugno 1996 la Commissione ha adottato il 2 ottobre 1996 un piano d'azione per favorire l'introduzione delle tecnologie dell'informazione nelle scuole. Essa ha avviato una serie d'attività, in particolare una settimana di animazione nelle scuole che si svolge ogni anno dal 1997 (Netd@ys Europe) e un concorso europeo dei migliori multimedia educativi. La settimana Netd@ys Europe è un'iniziativa della Commissione europea per promuovere l'utilizzo delle nuove tecnologie nelle scuole. L'obiettivo è far conoscere le possibilità dei nuovi media nel settore dell'istruzione e della cultura. SOCRATES Il programma europeo che copre l'intero settore dell'istruzione è denominato Socrates. Esso mira a promuovere la dimensione europea e a migliorare la qualità dell’istruzione attraverso l’incoraggiamento della cooperazione fra i paesi partecipanti. Questo programma ha l’ambizione di sviluppare un’Europa della conoscenza e, in tale modo, rispondere meglio alle grandi sfide di questo nuovo secolo: promuovere l’istruzione lungo tutto l’arco della vita, incoraggiare l’accesso di tutti i cittadini all’istruzione, acquisire qualifiche e competenze riconosciute. In concreto il programma Socrates persegue cinque grandi obiettivi: • rafforzare ía dimensione europea deíí’istruzione a tutti i íiveííi • migíiorare ía conoscenza deííe íingue europee • promuovere ía cooperazione e ía mobiíità in tutti i settori deíí’istruzione • incoraggiare í’innovazione neí campo deíí’istruzione • promuovere ía parità deííe opportunità in tutti i settori deíí’istruzione Socrates completa l’azione degli Stati membri pur rispettandone pienamente la responsabilità per quanto riguarda il contenuto dell’insegnamento e l’organizzazione del sistema educativo, nonché la loro diversità culturale e linguistica. La seconda fase del programma Socrates (2000-2006) ha una dotazione di 1.850 milioni di euro. Vi partecipano i quindici Stati membri dell'Unione europea, i paesi dell'EFTA/SEE, i paesi associati dell'Europa centrale e orientale, Cipro, la Turchia e Malta. Essa si baserà sulle esperienze acquisite nel corso della prima fase e riprenderà gli elementi positivi del programma cercando di migliorare e raggruppare alcune delle azioni esistenti e di introdurre varie innovazioni. Il programma mette l'accento sull'istruzione lungo tutto l'arco della vita, per migliorare sia la partecipazione attiva che la capacità d'inserimento professionale. Proprio nell’ambito del programma Socrates per esempio la Scuola Media Giovanni XXIII di Domodossola ha avviato il progetto “Forest Watch” in collaborazione con istituti scolastici di Spagna, Grecia e Norvegia finalizzati allo studio comparato dell’ambiente bosco. Per la parte italiana l’area investigata è stata quella compresa tra il Sacro Monte Calvario e il Moncucco e il progetto ha comportato reciproci scambi di dati e di esperienze e viaggi di istruzione nelle local ità interessate dal progetto. L’incentivazione da parte della Comunità Montana di simili progetti oltre a ovvie ricadute in campo educativo e sociale, comporta anche la possibilità di operare insieme alle istituzioni scolastiche su temi di interesse comune.
Azione 2.2: formazione e mondo del lavoro La formazione professionale è un'arma strategica per sconfiggere la disoccupazione. Spesso i posti di lavoro non mancano, ma le aziende non trovano personale qualificato all'altezza delle loro esigenze. Molte opportunità di lavoro vengono sprecate perché non esiste manodopera giusta al posto giusto. Con una buona formazione professionale è più facile trovare lavoro ed andare avanti con soddisfazione. Con una formazione di livello europeo si allarga il mercato sul quale cercare e trovare lavoro. Mediamente, nell'Unione Europea il 25% - 30% dei giovani lascia il sistema di istruzione senza un'adeguata preparazione e molti non ricevono neppure una formazione iniziale al momento del loro ingresso nel mercato del lavoro. I giovani corrono così un rischio maggiore di rimanere disoccupati. Lo scopo di questa Azione è quindi: • rafforzare gli atteggiamenti e le competenze delle persone, soprattutto dei giovani, che seguono una prima formazione professionale, indipendentemente dal suo livello. Questo obiettivo può essere raggiunto in particolare attraverso una formazione professionale in alternanza e l’apprendimento, per facilitare l’inserimento e il reinserimento professionale; • migliorare la qualità della formazione professionale continua e dell’acquisizione di attitudini e di competenze lungo tutto l’arco della vita, nonché l’accesso a queste ultime per sviluppare la capacità di adattamento, in particolare per accompagnare i cambiamenti tecnologici e organizzativi; • promuovere e rafforzare il contributo della formazione professionale al processo d’innovazione, per migliorare la competitività e lo spirito d’impresa, in particolare allo scopo di creare nuove possibilità di occupazione. La cooperazione fra le istanze incaricate della formazione professionale, comprese le università e le imprese (in particolare le PM I), sarà particolarmente incoraggiata. Attraverso questi diversi obiettivi, è posto un accento particolare sui temi seguenti: • formazione lungo tutto l’arco della vita; • impiego delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; • partecipazione delle PMI e delle imprese artigianali; • appoggio alle persone più svantaggiate sul mercato del lavoro, compresi gli handicappati; • principio della parità di opportunità tra uomini e donne; • rafforzamento del partenariato fra attori multipli, di provenienza dai settori più diversi. In tutti gli studi della Direzione generale dell'istruzione e della cultura della Commissione europea riguardanti il miglioramento della capacità d'inserimento professionale (occupabilità) dei lavoratori europei, si sottolinea l'importanza dell'istruzione e della formazione dei giovani ma anche dell'apprendimento permanente. Le misure previste a questo scopo nel seguito del Libro bianco sull'istruzione e la formazione sono prevalentemente incentrate sull'impatto che esse possono avere sull'occupazione e contro l'esclusione. Per il periodo 2000-2006 l'orientamento principale è quello di realizzare uno spazio educativo europeo aperto e dinamico che possa offrire ai cittadini gli strumenti indispensabili per un aggiornamento permanente delle loro conoscenze e per lo sviluppo della loro attitudine all'occupazione, in grado di funzionare anche come quadro in cui realizzare un processo di arricchimento delle cittadinanza europea. I programmi d’azione per la messa in atto di una politica di formazione professionale della Comunità Europea sono denominati: • Fondo Sociale Europeo (FSE) • Horizon • Leonardo da Vinci • Now FONDO SOCIALE EUROPEO Disoccupazione e scarse prospettive professionali, incubo dell'Europa a cavallo tra il XX ed il XXI secolo: a questi problemi che non risparmiano nessuno degli Stati membri dell’Unione Europea, e a quelli della parità di opportunità tra uomo e donna e della divergenza di sviluppo tra regioni d’Europa, il Fondo Sociale Europeo cerca di dare una risposta. Il FSE, elemento costitutivo della politica economica e sociale dell'UE, è il principale strumento di cui si sono dotati i Quindici per sviluppare le risorse umane e migliorare il funzionamento del mercato del lavoro nell'EU. I suoi obiettivi sono: • promuovere lo sviluppo delle regioni più svantaggiate; • riconvertire le regioni colpite dal declino industriale; • lottare contro la disoccupazione giovanile, aiutare l'integrazione delle persone minacciate di esclusione dal mercato del lavoro e promuovere pari opportunità tra uomo e donna; • agevolare l'adattamento dei lavoratori all'evoluzione dei sistemi di produzione; • promuovere lo sviluppo rurale; • promuovere lo sviluppo delle regioni con bassa densità di popolazione. HORIZON: iniziativa occupazione Il lavoro sempre in primo piano: Horizon è una delle principali iniziative comunitarie per valorizzare le risorse umane e favorire la ripresa dell'occupazione in tutto il territorio dell'Unione Europea. Il programma sostiene azioni pilota transnazionali miranti a facilitare l'inserimento profesionale di portatori di handicap e di altri gruppi svantaggiati come tossicodipendenti, emarginati, persone isolate e senza fissa dimora, immigrati, profughi, nomadi, detenuti ed ex detenuti, disoccupati di lunga durata. Per gli handicappati, l'obiettivo è di migliorare la loro competitività e le condizioni di accesso al mercato del lavoro. Per le persone svantaggiate, si tratta di rafforzare le capacità locali di azione e di stabilire una rete di scambi di esperienze a livello comunitario per affrontare le situazioni tipiche di questi gruppi a rischio e facilitare la loro integrazione socioeconomica. LEONARDO L'Unione Europea ha messo a punto un nuovo programma per migliorare la formazione professionale di studenti e lavoratori: si chiama Leonardo da Vinci. L'obiettivo fondamentale è di rafforzare la qualità e l'innovazione nella formazione professionale in Europa, favorendo il partenariato transnazionale. Il programma sperimenta nuovi modelli di apprendimento, finanzia scambi tra i vari paesi, permette a studenti e giovani lavoratori di svolgere periodi di tirocinio presso aziende straniere, aiuta a fare conoscere meglio le lingue. Si tratta di sviluppare una formazione professionale capace di preparare le professioni di domani, di padroneggiare l'evoluzione tecnologica ed industriale e di migliorare la competitività delle imprese. Il 1° gennaio 2000 il programma ha iniziato la sua seconda fase, che durerà fino al 31 dicembre 2006 ed avrà i seguenti obiettivi principali: • aumentare le competenze delle persone in formazione, soprattutto dei giovani; • migliorare la qualità della formazione continua e l'acquisizione delle competenze nel corso di tutta la vita; • promuovere e rafforzare il contributo della formazione al processo d'innovazione e allo sviluppo dello spirito imprenditoriale. Il programma vuole essere una sorta di laboratorio per azioni da sviluppare in futuro nei sistemi di formazione di ciascun Paese. Una delle idee centrali del programma è quella di offrire a tutti la possibilità di aggiornarsi lungo l'intera vita lavorativa. La formazione iniziale e la formazione permanente nelle aziende non devono più essere tappe isolate nel perfezionamento della persona. Mentre la formazione iniziale viene impartita nei centri regionali o privati oppure negli istituti tecnici e professionali statali, la formazione continua viene realizzata nelle aziende per riqual ificare lavoratori con competenze obsolete. NOW: iniziativa occupazione Alle soglie del 2000, le donne guadagnano ancora meno degli uomini. Lo scarto tra le retribuzioni dipende in parte dal fatto che la maggioranza delle donne sono impiegate in mansioni considerate femminili. Un recente memorandum della Commissione Europea sulla parità di retribuzioni ha osservato che "paragonando un lavoro tipicamente femminile con uno tipicamente maschile, si constata quasi sempre che il lavoro maschile è pagato meglio". Talvolta gli stessi programmi di orientamento professionale non sono obiettivi nei confronti delle donne. Il programma NOW (Nuove Opportunità di Occupazione per le Donne) si propone di promuovere la pari opportunità per le donne nel settore dell'occupazione e della formazione professionale in tutto il territorio dell'Unione Europea. Si tratta in particolare di favorire l'accesso a posti di lavoro della carriera direttiva e che offrano brillanti prospettive per il futuro. NOW intende contribuire a valorizzare la specializzazione delle donne e a trasformare la cultura imprenditoriale, in modo da consentire alle donne di creare le proprie imprese o cooperative. Il programma inoltre si ad opera per il reinserimento delle donne nel mercato regolare del lavoro, così da evitare un aggravarsi delle situazioni di esclusione di precariato. Il programma NOW ha recentemente finanziato un progetto formativo che ha coinvolto tutte le Comunità Montane delle valli ossolane in collaborazione con la Federazione Provinciale Coltivatori Diretti di Novara e VCO. Il programma formativo ha coinvolto 16 donne, alcune di esse già imprenditrici agricole, altre coadiuvanti. Le stesse cercavano soluzioni per il miglioramento delle proprie aziende, in modo da offrire un prodotto di qualità, da proporre già confezionato, spaziando dalla produzione di frutta alla lavorazione della lana. Gli argomenti trattati nel corso sono stati la frutticoltura, i piccoli frutti, l’allevamento ovicaprino con sistemi ecocompatibili, l’apicoltura, l’agriturismo, le piante officinali, l’utilizzo del legno, l’utilizzo della lana (filatura, i feltri, gli utilizzi alternativi. Questi temi sono stati trattati per fasi: • Produzione (dalle norme igienico sanitarie ai sistemi ecocompatibili e biologici); • Trasformazione (artigianale e non); • Confezionamento (tecniche, presentazione del prodotto, packaging, favorendo l’uso del cartone e del legno); • Commercializzazione (immagine del prodotto, uso di reti di comunicazione mondiale informatizzate, programmi comunicazionali, come e dove fare comunicazione verso i cl ienti/consu mato ri).
Azione 2.3: informazione alla portata di tutti Vivere “in alto” non è mai stato troppo facile e negli ultimi 40 anni, per molti, il richiamo della pianura è stato più forte. Le nostre montagne si sono spopolate, le loro economie hanno perso d’importanza. Chi è rimasto ha dovuto fare più fatica: le decisioni, gli atti amministrativi, le leggi venivano fatte in pianura. Conoscere e anche contare nel processo decisionale era davvero molto difficile. Ora, nell’era della comunicazione e della diffusione di Internet, alcune tendenze stanno cambiando: informarsi, conoscere e farsi conoscere è più facile. Molto spesso però questa possibilità è lasciata alla libera iniziativa del singolo e non tutti hanno la possibilità di accedere a determinati servizi. L'8 dicembre 1999 la Commissione Europea ha adottato la comunicazione "eEuropa: una società dell'informazione per tutti" che pone come uno degli obiettivi principali quello di introdurre l'era digitale e di favorire la diffusione di Internet nelle scuole e nelle università allo scopo di permettere ai giovani di accedere alla società dell'informazione. La relazione della Commissione "Pensare all'istruzione di domani - Promuovere l'innovazione con le nuove tecnologie" prosegue la riflessione sulle decisioni da prendere di fronte alla rivoluzione delle nuove tecnologie nell'ambito dell'istruzione. L’Azione è concepita per operare ed attuare iniziative ed interventi finalizzati a: • fare in modo che ciascun cittadino, ciascuna abitazione, scuola, impresa e amministrazione entri nell'era digitale e disponga di un collegamento on-line; • creare la padronanza degli strumenti dell'era digitale, con il sostegno di una cultura imprenditoriale pronta a finanziare e a sviluppare nuove idee; • garantire che l'intero processo non crei emarginazione, ma rafforzi la fiducia dei consumatori e potenzi la coesione sociale • informare i giovani e fare in modo che loro stessi si attrezzino per conoscere le occasioni e le opportunità di lavoro, reali e potenziali; • promuovere e sviluppare le possibilità occupazionali; • incentivare la ricerca personale e la costruzione personale del proprio lavoro; • dare corso e sollecitare altrettante opportune iniziative in grado di promuovere, oltre alle esperienze culturali dirette (come l'uso della biblioteca e della lettura, la partecipazione a corsi - conferenze - dibattiti, la lettura dei giornali, e così via), anche un complesso di articolate occasioni e iniziative nel campo dello sport e dell'uso del tempo libero. Avvicinare l’Europa ai cittadini costituisce una precedenza assoluta, ma per far sì che essi si sentano direttamente interessati e partecipino in modo concreto alla costruzione dell’Europa i cittadini europei devono poter ottenere tutte le informazioni di cui hanno bisogno su tutti i temi europei che gli interessano. In questo spirito, è auspicabile l’istituzione di un centro di informazioni di facile accesso, aperto al grande pubblico, sul modello delle reti di informazione europea decentrati istituiti dalla Commissione europea.
Tale centro potrebbe essere strutturato come un Punto di incontro di formazione e di animazione rurale (sono circa un centinaio quelli esistenti in Europa e sono localizzati nel cuore delle zone rurali che rappresentano l’80 % del territorio europeo). L’obiettivo di questo centro informativo è quello di fornire un’informazione di prossimità, direttamente adattata alle aspettative del pubblico. Esso potrebbe aiutare l’utente ad orientarsi nelle sue ricerche, rispondendo alle domande dei cittadini, e facendo quanto è possibile per trasmettere le loro preoccupazioni “verso l’alto”, presso le varie istituzioni europee. Una tale struttura potrebbe essere realizzata nell’ambito del programma di sviluppo Leader II e trovare un’ubicazione a Domodossola collegato anche al polo universitario in costituzione. Nell’ambito di questa Azione può inoltre trovare un’opportuna collocazione la costituzione di un “Tavolo permanente per l'occupazione”, nominato e coordinato dalla Comunità Montana, in cui, con potere e qualificazione di rappresentanza, siano presenti i soggetti promotori o gestori di domanda ed offerta occupazionale; tra questi la pubblica amministrazione con i suoi diversi enti e servizi, il sistema delle imprese, i sindacati, il sistema scolastico e della formazione professionale, e quello delle cooperative sociali. Il “Tavolo” in stretta collaborazione con gli Sportelli unici per le att ività produttive di Domodossola e Vogogna, con la finalità di: • porre il problema dell'occupazione come "il problema" centrale e ricorrente della Valle, in particolare per le nuove generazioni e per l'occupazione femminile; • realizzare un costante equilibrio fra la dinamica della popolazione residente e la popolazione attiva, riducendo le "aree di dipendenza"; • promuovere l'imprenditorialità locale e il ricambio generazionale nelle imprese, presupposto di uno sviluppo sostenibile, di lungo periodo; • studiare il mercato del lavoro interno ed esterno alla Valle (frontalierato e pendolarismo), ed elaborare previsioni ed iniziative per far fronte al problema dell'occupazione; • promuovere, dare impulso e seguire nelle sue tappe evolutive il “Patto territoriale” coordinato dalla città di Domodossola, che ha predisposto concreti progetti integrati di sviluppo locale, particolarmente in tre settori portanti: il turismo, l'attività lapidea, l'industria agroalimentare. • prevenire, attraverso specifiche analisi, le crisi settoriali o aziendali, e governare lo sviluppo e la crescita dell'economia e dell'occupazione in Valle; • prendere in considerazione sia il fenomeno del “frontalierato” con la Svizzera che quello del “pendolarismo” con l'esterno della Valle (in particolare Milano e il suo hinterland). Si tratta allora di fare in modo che i due fenomeni siano costantemente “governati”, mediante una valutazione di “opportunità e rischi” dando vita ad iniziative di informazione, di orientamento, di formazione e di qualificazione professionale, di assistenza e di consulenza per le diverse problematiche. Tale attività, coordinata dalla Comunità Montana, potrebbe essere gestita anche con la collaborazione delle associazioni dei lavoratori. • prevedere, in raccordo con il sistema scolastico, le “ondate annuali” dei diplomati delle scuole superiori della Valle e le opportunità di formazione integrata, di orientamento, di informazione ed assistenza verso il mercato del lavoro, potenziando in Valle l’esperienza dello sportello “Informagiovani” realizzato a Domodossola;
OBIETTIVO 3 Vivere in Val d’Ossola con servizi di qualità La qualità della vita, dell'ambiente e del lavoro, rappresentano il filo conduttore del "nuovo modello di sviluppo", ed interessa e percorre trasversalmente tutti i progetti e le iniziative del Piano. Le finalità sono: • consolidare e creare nuove opportunità per vivere e lavorare sempre meglio in Val d’Ossola; • ridurre il disagio sociale dei cittadini e delle famiglie in condizioni di particolare difficoltà; • offrire alle imprese l'accesso ai servizi più complessi e innovativi, per competere sui mercati nazionali e internazionali. Né deve essere trascurato, nell'ampio campo dei servizi, particolarmente se questi riguardano le persone e l'ambiente, il vasto ed articolato "mondo del volontariato", autentica scuola e palestra di socialità. Esso muove da motivazioni di tipo etico, fondamentalmente l'altruismo, la consapevolezza dell'altro, la percezione di un tessuto collettivo comune di cui ogni individuo si sente parte. L’azione, poi, rafforza queste motivazioni, e le moltiplica. Per il raggiungimento di questo obbiettivo la Comunità Montana riveste un ruolo catalizzatore promuovendo, attraverso gli strumenti di accordo e di intesa previsti dalle leggi, una collaborazione interistituzionale, una convergenza su finalità ed obiettivi, per affrontare, risolvere, ciascuno nel proprio ambito istituzionale, alcuni nodi essenziali per il futuro della Val d’Ossola, definendo le priorità in base alla gravità e all'urgenza dei problemi ed alla disponibilità di risorse. Problemi quali: • la tutela ambientale e delle risorse naturali, a cominciare dalla gestione del ciclo integrato dell'acqua; • l'ospedale unico; • i trasporti; • le comunicazioni. Il pregio del modello "Comunità Montana" è dato dall'armonizzazione di quattro aspetti: • la salvaguardia dell'autonomia comunale; • la costituzione di un livello di rappresentatività elettiva attingendo dai medesimi soggetti rappresentativi delle realtà comunali; il che costituisce un meccanismo non solo di collaborazione ma anche di integrazione; • la creazione di condizioni favorevoli a sistemi integrati. di gestione dei servizi in una logica di economia di scala; • il dar forma ad una sede decisionale particolarmente responsabilizzata a fungere da "agenzia per gli investimenti" che producono effetti diffusi. sul territorio complessivo della comunità montana. Questa funzione particolarmente "centrata" sugli investimenti favorisce il consolidarsi di una mentalità di approccio ai problemi che supera i particolarismi, in una prospettiva di interesse comune più generale. La Comunità Montana diventa cosi una sede particolarmente adeguata per coniugare investimenti economici e volontà politica. Ma non c'è bisogno solo di investire in infrastrutture "fisiche" (di interesse generale per il bene della collettività), c'è bisogno di investire anche in "infrastrutture" che incidano sulla qualità dei rapporti tra cittadini, singole persone o loro espressioni associative e comunitarie e le istituzioni pubbliche, ed in particolare sulla qualità dei rapporti che questi soggetti instaurano con le strutture burocratiche delle istituzioni pubbliche. La realtà "Comunità Montana" ha le caratteristiche di sintesi territoriale, di capacità di iniziativa nell'interesse collettivo, di prossimità sufficiente alle questioni che angustiano il cittadino, ma anche di sufficiente oggettività di visione per condividere l'esigenza di trovare uno strumento che aiuti il cittadino ad uscire da queste angustie. La definizione del ruolo della Comunità Montana parte da due considerazioni: • la realtà comunale esistente è un dato di fatto indiscutibile, con tutte le sue valenze e implicazioni sociali e culturali, con la sua posizione ordinamentaria e organizzativa che trova conferma nel dettato costituzionale, e che, proprio e particolarmente nei "piccoli comuni", dà il senso concreto alla democrazia per la vicinanza e il contatto tra eletti e cittadini, al di là della sovrapposizione burocratica. Da qui deriva il senso di appartenenza ad una comunità, "la propria comunità"; • è però un dato inconfutabile anche l'enorme frammentazione delle funzioni amministrative, che si traduce, concretamente, in disagi, sprechi, disuguaglianza, inefficienza, tutto a spese dei cittadini. La Comunità Montana quindi deve oggi non basarsi su soppressioni o fusioni o incorporazioni di comuni, ma sulle funzioni e sui servizi degli stessi, finalizzandoli all'obiettivo del vantaggio economico e sociale, ed al costante miglioramento della "qualità della vita" dei cittadini. In questo quadro, la Comunità Montana assume: • il ruolo di soggetto della Valle che promuove, opera e fa operare, nel rispetto e nel riconoscimento dell'autonomia di ciascun ente locale, e sulla base di un progetto e di un disegno organicamente definito e accettato dalla Valle stessa, Comuni compresi; • il ruolo di organismo che unifica i servizi (quali, ad esempio: la gestione del territorio - dei servizi sociali - della protezione civile - dei tributi, la viabilità, le progettazioni urbanistiche, e così via), mediante azioni in grado di realizzare economicità, razionalizzazione, efficienza nella risposta alla domanda dei cittadini; • valuta la qualità dei servizi offerti e resi, espressa anche dal grado di soddisfazione degli utenti (in proposito, si può far presente che la comunità Montana è e deve essere considerato anche come ente che rappresenta e tutela gli interessi della Valle nel suo complesso); • svolge un’azione di informazione, ai cittadini - alle imprese - ai vari soggetti pubblici e privati della Valle, circa l'offerta dei servizi e le modalità di accesso agli stessi, nell'ottica dell'affermazione dei diritti del cittadino, come del resto è definito e sancito nelle varie "Carte dei Servizi"; • valuta i singoli servizi, perché possano affermarsi linee di semplificazione di norme e procedure, di riduzione dei tempi, di sburocratizzazione della Pubblica Amministrazione, nella fiducia che questa sia avvicinata al cittadino, alle imprese, ai vari soggetti. L'azione programmatoria è rivolta verso tre direzioni fondamentali: • i servizi alla comunità; • i servizi alla persona e alla famiglia; • i servizi alle imprese e agli enti.
Azione 3.1: Servizi alla comunità I "Servizi alla comunità" comprendono indicativamente: • i servizi all'ambiente ed ecologici in genere, quali quelli per il ciclo dell'acqua, per lo smaltimento dei rifiuti, per il trattamento delle diverse fonti di inquinamento... ; • i servizi pubblici o di pubblico interesse, quali il Centro di valle della Protezione Civile, i trasporti, le comunicazioni, l'energia, la metanizzazione ... ; • i servizi alla viabilità, quali il mantenimento delle strade, i parcheggi ... • i servizi tecnici ed amministrativi propri degli Enti Locali, quali quelli demografici, urbani, civici... La gran parte di questi servizi vede il coinvolgimento di una varietà di livelli istituzionali e di governo; è una varietà che assume frequentemente le connotazioni della complessità e della frammentazione delle competenze, e, di conseguenza, in genere dell'inefficienza operativa. Per questo, e per le funzioni che svolgono, l'attenzione programmatoria della Comunità Montana deve considerarli in visione unitaria, garantendone insieme il coordinamento operativo. E ciò tenendo presente che le soluzioni gestionali più adeguate passano proprio attraverso il concorso collaborativo delle varie istituzioni preposte (comuni, provincia, enti strumentali, aziende speciali..).
Azione 3.2: Servizi alla persona e alla famiglia I "Servizi alla persona e alla famiglia" comprendono indicativamente: • i servizi sanitari e socio-assistenziali; • i servizi per l'istruzione e la formazione in genere; • i servizi per la cultura, lo sport e il tempo libero; • i servizi per la casa e la convivenza. All’interno del territorio provinciale si sono costituiti tre Consorzi Intercomunali per la gestione degli interventi socio-assistenziali. Il Consorzio dell’Ossola, con i suoi 38 Comuni aderenti, riceve una quota pro capite per abitante di L.22.000. Altri fondi vengono assicurati attraverso i contributi regionali, così come dalle Comunità Montane che ricadano nel territorio di competenza del Consorzio, per un ammontare, a residente, di L.6.000. Una realtà che deve ancora trovare una sua giusta identità organizzativa in materia socio¬assistenziale. Si assiste ad uno sforzo corale dei tre Consorzi al fine di garantire quegli interventi che servono a migliorare la qualità della vita all’interno dei tanti Centri di cui si compone la Provincia del Verbano Cusio Ossola. Centri piccoli e piccolissimi sparsi in un’area ampia, dove la presenza della popolazione anziana è predominante (in valore percentuale) rispetto alle altre fasce della popolazione. Così come non può trascurarsi anche il numero consistenti di minori che, con i loro bisogni e problemi, sollecitano le Amministrazioni Locali ad un maggiore impegno affinché venga mantenuto alto il livello di quella politica che deve muoversi e attuarsi per progetti. Si è rilevato, a questo proposito, anche la mancanza di progetti finalizzati ad ottenere finanziamenti per i minori a rischio (L. 216/91) e per il fenomeno delle tossicodipendenze (309/90). Ciò, probabilmente, è da addebitare più al fatto che i singoli Comuni non hanno avuto gli strumenti operativi e professionali per operare, che non nel disinteresse delle singole Amministrazioni Locali. Le possibilità che oggi vengono offerte agli Enti Locali per accedere a finanziamenti supplettivi (si vedano al proposito gli obiettivi e le finalità della L.285/97) da destinare al sociale, vanno perseguite con ragione. La creazione di nuovi servizi o strutture atte a migliorare la qualità della vita delle fasce più deboli, devono basarsi sulla lettura dei bisogni del territorio e della loro eventuale dislocazione ottimale. Si è potuto notare come continui a permanere alto il livello di guardia del fenomeno delle ripetenze e dell’abbandono del ciclo scolastico; fenomeni che colpiscono tanti minori che spesso finiscono nei mille rivoli di cui si compone il variegato mondo dell’illegalità. Sono solo esempi per potere capire che il bisogno dell’utente, qualsiasi esso sia, è un bisogno “dinamico” e che può trovare soddisfacimento solo se affrontato in modo organico. La presenza degli operatori, siano specializzati o meno, il numero di ore disponibili per i tanti interventi, il rapporto che ognuno di loro ha con il Consorzio, rappresenta, certamente, un passo deciso verso quel processo di intervento di rete, che è il solo in grado di coprire l’ampia fascia del bisogno. Questo, però, richiede di consolidarsi e, soprattutto, di avere il sostegno ampio delle singole Amministrazioni. La delega ai Consorzi rappresenta, così, la capacità di proiettarsi al di là del proprio territorio, sia esso grande o piccolo, nella consapevolezza che solo in forma associata si può riuscire a garantire quanto è necessario a quella parte di popolazione che vive nel disagio. Gli interventi nel sociale, tuttavia, non possono soffrire di una sorta di “parzialità”. Essi, molto spesso, investono più livelli e soggetti e, per tale ragione, la delega non può che essere la più ampia possibile. Potrebbe essere compito della Comunità Montana, nel rispetto delle competenze istituzionali, svolgere un'azione di coordinamento, promuovendo ed assicurando in proposito: • il diritto di accesso della popolazione, soprattutto delle persone e delle famiglie in condizione di particolare bisogno, a tutti i servizi, al di là della provenienza geografica e delle condizioni di reddito. Si colloca qui la proposta di costituire uno “sportello delle emergenze sociali”, al servizio delle comunità locali, che raccordi le varie forze e realtà locali, e che sia crocevia di raccolta e smistamento dei bisogni; In quest’ambito rientrano anche considerazioni riguardanti: • il campo della sanità, per la tutela assoluta dell'Ospedale di Domodossola e per l’ubicazione sempre nel comune di Domodossola della struttura ospedaliera unica a livello provinciale. La presenza dell'Ospedale è vitale nella rete sanitaria provinciale, è in gioco il diritto alla salute da parte del cittadino, sia a livello ospedaliero che a livello territoriale, e va salvaguardato il patrimonio occupazionale, scientifico e professionale che l'ospedale ha formato. • il campo dell'area dell'handicap, è linea strategica il perseguire e l'assecondare: da un lato un servizio sociale per tutto l'arco di vita delle persone interessate (e non solo per l'età scolare), dall'altro favorendo e rendendo possibile l'inserimento e l'integrazione del portatore d’handicap nel tessuto sociale; • il campo dell'area delle malattie mentali, per un rinvigorimento ed un allargamento dell'area e dei sistemi di assistenza, aiuto e soccorso, verso anche le famiglie interessate; • il campo dell'area anziani, per non attendere che il problema dell'assistenza all'anziano diventi un problema vasto e di troppo difficile soluzione; • il campo delle altre tipologie di utenza ad alta intensità di bisogno, quali le tossicodipendenze, i malati di Aids, i malati terminali, per un adeguamento organizzativo e qualitativo e di integrazione dei servizi socio-sanitari domiciliari territoriali e residenziali, per tipologie di utenza; • il campo delle abitazioni, per una concreta ripresa dell'edilizia abitativa, soprattutto incentivando l’insediamento abitativo nelle frazioni che prevedano la ristrutturazione del patrimonio abitativo esistente.
Azione 3.3: Servizi alle imprese e agli Enti I "Servizi alle imprese" comprendono una gamma differenziata di opportunità, certamente articolata e complessa, anche se molto importante. E interesse dell'intera comunità di Valle e dei processi di interdipendenza fra settori produttivi ed operativi, che le imprese, al di là dalla propria dimensione, dell'attività e delle caratteristiche strutturali, comprese quindi anche le piccole imprese e le micro-imprese familiari, siano poste in grado di essere informate, di valutare l'importanza e di accedere ai servizi necessari alla loro esistenza ed al loro progredire. Tra i servizi si possono citare, tra gli altri: • servizi di informazione in genere, sui mercati, le leggi, i programmi, i finanziamenti; • servizi logistici, compresi quelli di carattere localizzativo e delle infrastrutture; • servizi alla produzione, all'innovazione tecnologica, informatica e multimediale; • servizi alla commercializzazione, comprese le ricerche di mercato ed il marketing in generale; • servizi alla qualità dei processi e dei prodotti; i servizi alla formazione, alla qualificazione ed all'aggiornamento professionali; i servizi all'import-export e alla internazionalizzazione; i servizi all'ambiente, interno ed esterno al luogo di lavoro (prevenzione e recupero); • servizi per l'organizzazione e la gestione delle risorse umane; • i servizi amministrativi, contabili, fiscali, tributari, per l'accesso e la gestione del credito; • servizi di assistenza e di consulenza per l'accesso a programmi ed incentivi provenienti dai diversi livelli istituzionali. Sono servizi che riguardano momenti e componenti essenziali della vita di un'impresa, e rappresentano: • da un lato importanti motivi di consolidamento per le aziende esistenti • dall'altro altrettanto importanti fattori di attrattività per imprese ed in vestimenti provenienti dall'esterno della Valle. Possono essere promossi e coordinati dalla Comunità Montana, in collaborazione con i vari organismi interessati e con le associazioni di categoria.
OBIETTIVO 4 Sviluppare la mobilità e le comunicazioni Il ruolo della Comunità Montana nell’affrontare il problema della viabilità, dei trasporti e delle comunicazioni implica una stretta, continuativa e costruttiva collaborazione ed intesa con gli enti e gli organismi che hanno i più concreti ed effettivi riferimenti con il comparto: • la Provincia in primo luogo, titolare di un sistema viabilistico non secondario presente in Valle, e depositaria della competenza e della titolarità del "Piano territoriale provinciale di coordinamento"; • la Regione Piemonte, che ha competenza primaria sul comparto, ed è titolare del "Piano regionale di sviluppo"; • l'Azienda Nazionale delle Strade (ANAS), che è titolare del sistema viabilistico primario della Valle; • La vicina Svizzera, con i compartimenti preposti, per il logici contatti con il territorio confinante. • Le Ferrovie dello Stato, titolare delle due linee ferroviarie principali. La viabilità, i trasporti hanno indubbie ripercussioni sulla vita ed il lavoro in Val d’Ossola, soprattutto per la mobilità di tre tipologie di utenze: • le persone in generale, particolarmente nelle giornate e nelle ore di punta, per i pendolari di lavoro, di studio, di utenza dei servizi pubblici e privati esterni alla Valle; • la mobilità delle merci, con autocarri ed autotreni; • la mobilità dei turisti, nei week-end di tutto l'anno, nella stagione estiva ed invernale.
Azione 4.1: viabilità Per quanto riguarda la viabilità occorre risolvere alcuni "problemi aperti, ben noti alla Comunità Montana perché già presenti e considerati in documenti e programmi ma venuti drasticamente alla ribalta durante l’ultimo evento alluvionale dell’ottobre 2000. Tra questi hanno particolare rilevanza: 1. l’adeguamento e la messa in sicurezza della strada della Val Bognanco (fino a San Bernardo), duramente colpita dall’evento alluvionale del 13-15 ottobre 2000; 2. La messa in sicurezza della Strada Statale 337 della Val Vigezzo. Il tratto iniziale ricade nei comuni di Masera e Trontano, ma l’intervento deve essere risolto di concerto con i comuni della Val Vigezzo; 3. L’allargamento e la messa in sicurezza della strada Premosello – Colloro; 4. La sistemazione del piano viario e della segnaletica orizzontale e verticale della Strada Statale 33 (Superstrada dell’Ossola) e rifacimento del tratto eroso dalla furie del Toce in comune di Masera; 5. La creazione dello svincolo della superstrada all’uscita di Domodossola Nosere; 6. La realizzazione di un sottopasso ferroviario alle porte di Domodossola; 7. La realizzazione di un collegamento stradale alternativo al Sacro Monte Calvario di Domodossola con partenza dalla base della Via Crucis in modo da permettere un percorso circolare a senso unico e consentire un accesso all’area della ex Convento dei Cappuccini (Caserma Chiossi); 8. Un allargamento della strada di accesso all’Alpe Lusentino, in particolare tra Domodossola e Vagna; 9. L’allargamento della strada di accesso al Santuario del Boden (Ornavasso) Ma si deve sottolineare che il "sistema della viabilità" non può limitarsi alle strade ed ai collegamenti di grande scala. Richiede, infatti, e non come elemento secondario, una viva attenzione: • al sistema delle aree di snodo e di parcheggio, soprattutto laddove convergono e sostano i flussi di mobilità di persone e merci. Nel disegno di "sviluppo integrato della Valle", infatti, basato sulle opportunità offerte da ciascuna area o da ciascuna località della Valle stessa, assume valore strategico la giusta ubicazione e la realizzazione di aree attrezzate per la sosta (parcheggi, punti di informazione, punti di vendita dei prodotti tipici agroalimentari ed artigianali, punti-base di ritrovo del turismo diffuso e diversificato, aree per picnic... ); • al problema del controllo del traffico di persone e di merci in continuo aumento e sempre più diversamente originato e destinato, con i rischi che il traffico comporta all'ambiente ed alla qualità della vita (congestione, inquinamento atmosferico e acustico, compromissione dell'ambiente e del paesaggio ... ). In rapporto a queste problematiche la situazione appare particolarmente urgente per la città di Domodossola, a causa del ruolo centrale che essa riveste. Sono attualmente in corso di realizzazione studi finalizzati alla creazione di grandi parcheggi in prossimità della stazione FS (Progetto MOVICENTRO), inoltre è auspicabile l’avvio di progetti per la chiusura al traffico del centro storico e l’utilizzo di mezzi pubblici elettrici non inquinanti. Il problema parcheggi diventa fondamentale soprattutto nelle località a maggiore vocazione turistica. Ogni progetto di sviluppo turistico deve prevedere anche le possibili ripercussioni sul traffico e la disponibilità di spazi per parcheggi. In particolare le esigenze più urgenti si registrano per il Sacro Monte Calvario, per il santuario del Boden, località contraddistinte da flussi elevati di visitatori, spesso concentrati in occasioni particolari. Un’altra area dove si rende necessaria la realizzazione di un parcheggio è il piazzale del Lusentino.
Azione 4.2: trasporto pubblico Il trasporto pubblico è dominato in Val d’Ossola dal servizio ferroviario della linea internazionale del Sempione che necessita, in accordo con le FS, di livelli più soddisfacenti di servizio per quanto riguarda la frequenza e gli orari. A questo si accompagna la linea Domodossola Novara che invece appare quanto mai insufficiente e inadeguata anche dal punto di vista strutturale. Una linea privata a carattere più turistico effettua il collegamento internazionale Domodossola¬Locarno lungo la Val Vigezzo e le Centovalli. Di primaria importanza risulta la ridefinizione del grado di importanza della stazione di Domodossola, per la quale le FS preventivano un declassamento rispetto all’attuale condizione di stazione internazionale. La stazione di Domodossola si configura infatti come un nodo fondamentale di interscambio passeggeri. Qui infatti parte la ferrovia delle Centovalli che collega Domodossola con Locarno, partono tutti i bus di linea per le valli Ossolane e i bus navetta per il Sacro Monte Calvario, il Parco Naturale Veglia e Devero e il Parco Nazionale Valgrande (progetto Prontobus) e infine partirà (progetto in corso di realizzazione) la navetta per Malpensa. Il progetto prioritario nel campo della mobilità è quella di creare un corridoio preferenziale che consenta da una parte un agevole collegamento della dell’Ossola e dell’area del Locarnese con l’aeroporto milanese di Malpensa e in generale con l’area metropolitana milanese e da’’altro di aprirsi verso il nord Europa attraverso la Svizzera. Tale collegamento è incentrato sul potenziamento del servizio di trasporto pubblico, il cui livello qualitativo e di utilizzo è attualmente molto diversificato sul versante italiano e su quello svizzero. Recentemente la Provincia del VCO si è attivata, di concerto con la Regione Piemonte, per migliorare la situazione del trasporto pubblico e in generale della mobilità in partenza dalle stazioni di Domodossola e di Verbania e lungo il tratto di sponda lacuale Cannobio – Belgirate (Progetti MOVICentro). Data però la conformazione geografica del territorio provinciale, inserito tra Canton Ticino e Canton Vallese, quest’opera di riammodernamento e potenziamento del trasporto pubblico assume maggior valore in un’ottica transfrontaliera. Il potenziale bacino d'utenti va necessariamente ricercato in un ambito transnazionale, con tutto ciò che comporta in termini di bilinguismo e multiculturalità. Risulta altresì chiaro che, per questioni di prossimità, prima di coinvolgere le popolazioni più distanti del Piemonte, risulta più indicato proporsi alle popolazioni del versante elvetico, le quali storicamente sono inoltre attratte dall'Italia per condizioni meteorologiche, calore umano, benessere, enogastronomia, gusto storico-artistico. La Via del Sempione, che è stata anticamente concepita e tuttora si basa sulla comunicazione transfrontaliera, sintetizza perfettamente questo spirito di comunicazione. In un progetto di rilancio dell’asse del Sempione dovrà essere presa in considerazione sia la mobilità ferroviaria lungo il tunnel del Sempione, sia la mobilità su gomma lungo la strada del Sempione, sia i collegamenti con la zona di Locarno (treno della vigezzina, S.S. 34, S.S. 337). In questo progetto si ipotizza: • un miglioramento, un potenziamento e un uso più razionale del trasporto pubblico, sia su rotaia che su gomma; • uno sviluppo e un potenziamento del servizio di trasporto pubblico che deve essere particolarmente curato dal punto di vista dell'impatto ambientale e funzionale in modo da rappresentare un valido sostituto rispetto all'utilizzo del mezzo privato, inutile, dannoso, fonte di inquinamento ambientale, a beneficio di pochi e non consono ad un modello di fruizione turistica in cui occorre recuperare l'equilibrio psicofisico messo a dura prova in un ambiente urbano ormai a livello di invivibilità. • un miglioramento della viabilità e dei parcheggi nei pressi della stazione ferroviaria, con realizzazione di un centro di interscambio tra i diversi modi di trasporto pubblico - privato facilitando il trasbordo da un mezzo all'altro; • potenziamento del servizio di trasporto pubblico con utilizzo di pulmini di piccole dimensioni attuabili “su richiesta”; • un rinnovamento delle fermate degli autobus in modo da avere un aspetto estetico oltre che gradevole e funzionale anche ben riconoscibile e soprattutto univoco sul territorio. I tal senso sarebbe auspicabile che alcuni elementi grafici o estetici fossero riconoscibili anche sul versante elvetico, in modo da rivelare l’unicità del progetto e la volontà del comprensorio Vallese - Ossola - Ticino di presentarsi con un immagine coordinata. • la realizzazione, in corrispondenza degli ingressi al territorio provinciale del VCO, di veri e propri “portali d’accesso” con un immagine coordinata. • La realizzazione di un sistema informativo in rete che consenta l'accesso al patrimonio di informazioni relative alla viabilità, ai trasporti, alle offerte turistiche e al patrimonio ambientale del comprensorio Vallese - Ossola – Ticino.
OBIETTIVO 5 Costru ire un' economia integrata “...Alla base della concertazione tra le parti sociali e come griglia di selezione dei singoli progetti che costituiscono il “Patto Territoriale” vi O la presenza di “un'idea-forza” di sviluppo del territorio. L'idea-forza deve essere resa possibile dalla presenza di imprenditori che la rendano credibile, rischiando risorse finanziarie proprie ed innervando filiere imprenditoriali locali. Il patto O dunque un insieme di progetti che si rafforzano reciprocamente, tendendo ad una dimensione di sviluppo integrato. La dimensione territoriale deve essere contenuta, e le attività proposte devono essere caratterizzate da una rapida eseguibilità. Il “Patto” ha come filosofia quella di mobilitare il megio dell'imprenditoria locale, a cui deve corrispondere un impegno delle forze sociali, al fine di garantire il successo dello sforzo collettivo per lo sviluppo dell'area...” (dalle deliberazioni del CIPE 10 maggio 1995 e 20 novembre 1995); La filosofia di base dei Patti territoriali sintetizza il concetto di sviluppo economico congeniale per la valle. Qualsiasi prospettiva di sviluppo futuro è possibile solo con un rilancio economico in cui gli imprenditori privati sono i protagonisti e l’ente pubblico garantisce e incentiva i servizi connessi. E necessario quindi assicurare nel tempo una economia solida alla Valle, proiettata verso il futuro, che faccia leva su attività diversificate e trainanti (industria, artigianato, energia, attività estrattiva, turismo, commercio, agricoltura), per rafforzarle e potenziarle, e insieme per sviluppare economie di scala attraverso una sempre maggiore integrazione, una interdipendenza, una razionalizzazione di aree, di infrastrutture e di servizi di comune interesse. Gli obiettivi a cui tendere sono: • promuovere l'espansione delle imprese esistenti; • incentivare il formarsi di nuova imprenditorialità e di nuove professioni, particolarmente aprendo gli orizzonti del lavoro creativo, che viene incontro al mondo in cambiamento. • dare corso alla rilocalizzazione di imprese già presenti in Valle, che devono effettuare questa operazione per esigenze urbanistiche o di compatibilità ambientale, per espansione o per adeguamenti qualitativi. • rafforzare le potenzialità dei singoli settori, promuovendo servizi innovativi per le imprese locali ed attraendo dall'esterno nuove imprese dello stesso comparto; • valutare la situazione delle "piccole e medie imprese" e delle imprese artigiane in Valle, considerandole come l'asse portante e diffuso dell'economia Ossolana, per definire programmi di intervento mirati: v' alla innovazione di prodotti e di processi produttivi; v' alla innovazione organizzativa, finanziaria e commerciale; v' alla integrazione con le altre realtà di Valle (quali, ad esempio: l'artigianato di produzione a supporto delle altre imprese di servizio); • costruire integrazioni o filiere o cicli produttivi, settoriali o territoriali integrati fra le diverse attività presenti in Valle, e favorire la presenza dall'esterno di imprese o iniziative complementari; • monitorare l'economia della Valle e delle realtà territoriali esterne (Svizzera, Zona dei Laghi, area metropolitana) per gli aspetti direttamente interdipendenti con la Valle stessa, anche in ottica di previsione; • rivalutare la filiera agro-zootecnica e la filiera legno come nuove opportunità di reddito, di occupazione e di salvaguardia dell'ambiente; • considerare che “la qualità dei servizi e dei prodotti” deve essere la chiave di lettura e la connotazione di tutta l'economia della Valle. Tale obiettivo diventa prioritario per garantire la competitività non solo delle singole imprese ma della stessa Val d’Ossola in futuro. • promuovere “servizi reali” alle imprese, agli enti e, più in generale, all'economia della Valle; • promuovere le condizioni di “attrattività della Valle” per imprese e per investimenti. La programmazione non può che orientarsi verso iniziative diversificate come attività e come opportunità occupazionale, in un'ottica di collegamento o interdipendenza con le altre attività presenti, orientate all'innovazione e alla internazionalizzazione, compatibili con l'ambiente ed a basso utilizzo di territorio. • analizzare, rimuovere o creare alternative ai “fattori critici” che limitano il successo, cioè la carenza di manodopera specializzata in termini quali-quantitativi rispetto alla domanda delle imprese e l'individualismo, che rende difficili le iniziative di collaborazione fra imprese, di cooperazione, di consorziamento. Come detto in precedenza un Piano centrato sulle risorse significa un Piano radicato, che consente alla gente di vivere meglio e di affrontare il futuro con fiducia sempre maggiore, e nel contempo di rendere fortemente attrattiva e competitiva la Valle con l'esterno. L’obiettivo del Piano è quello di dimostrare in concreto che lo "sviluppo integrato" del territorio passa attraverso la valorizzazione delle risorse e dei punti di forza in logica di “filiera”: AMBIENTE E NATURA intesi qui come attività economica, caratterizzanti fortemente tutto il territorio della Comunità, con mille sfaccettature, dal Lago di Mergozzo al Passo del Monscera. Proprio l'ambiente, nella sua interezza, ma anche nella sua delicatezza e fragilità, è da considerare la risorsa ed insieme il contenitore di ogni attività e di ogni prospettiva di sviluppo, sia essa a valenza turistica, o ricreativa, o d'impresa in genere. STORIA, ARTE, CULTURA E TRADIZIONI La ricchezza del territorio deve essere finalizzata alla creazione di un polo museale ossolano basato sulla creazione di importanti strutture museali collegati in rete anche con altre realtà internazionali. A queste strutture si affiancano “musei diffusi” sul territorio, legati per esempio al tema della civiltà rurale e della pietra. Collegati a queste realtà si prevedono anche interventi di: • restauro e conservazione delle borgate tradizionali e dei centri storici; • aiuti per la creazione e la diffusione culturale; • coinvolgimento e sostegno del mondo dell’associazionismo; • valorizzazione delle tradizioni popolari e del dialetto locale; • promozione e sostegno di iniziative socioculturali, rappresentazioni teatrali, incontri musicali, tornei di giochi tradizionali, animazione culturale; • sostegno e promozione dell’attività sportiva e in particolare di quella più legata al territorio, come l’escursionismo, l’arrampicata sportiva, il canottaggio, il ciclismo, lo sci, la corsa. • Sostegno e promozione di scuole di danze e musiche tradizionali e di canto corale. TURISMO Il turismo rappresenta un'attività produttiva assolutamente congeniale per la Valle ma richiede un forte ripensamento strutturale e soprattutto la presa di coscienza da parte delle amministrazioni e della popolazione residente sull’importanza di questo settore. • Il turismo è da intendersi come differenziato, diffuso, e soprattutto integrato, capace di unire proposte turistiche diverse, giocare sulla “diversità” della zona del lago e della montagna e capace di coinvolgere differenti target di turisti; • L’elevata qualità territoriale e ambientale costituisce la risorsa alla base di qualsiasi progetto di sviluppo turistico, capace di attrarre finanziamenti di istituzioni di livello superiore, provinciale, regionale, nazionale e comunitario. A tal proposito si evidenzia l’importanza rappresentata dal Parco Nazionale della Valgrande come occasione di finanziamenti privilegiati. • Il nuovo modo di intendere lo sviluppo turistico supera il concetto di flusso stagionale e si basa sull’esperienza del turismo di nicchia, turismo di qualità; • Si propone, anche grazie all'ausilio di tecnologie innovative, di tematizzare il territorio, innervandolo di itinerari tematici (la natura e l’ambiente, l’acqua, la pietra, la cultura materiale, la storia, l’arte, la fede...) proposti all'ospite nell'ottica di un comprensorio dinamico di risorse fruibili. Questa azione è in grado di fare interagire la pluralità delle risorse presenti ed operanti sul territorio, generando in tal mondo una sinergia di intenti, di capitali e di azioni. • Il turismo deve necessariamente legarsi alle altre attività economiche del territorio: non c’è turismo senza agricoltura (enogastronomia e sentieri del gusto), senza prodotti tipici, senza artigianato e commercio. • Occorre creazione di un vero e proprio “marketing di Valle”, che diffonda anche “offerte turistiche strutturate e integrate”, sia ancora una rete diffusa di punti di informazione. • L'accoglienza turistico-ricettiva diviene in tale prospettiva l'occasione mirata e professionale di fare dell'ospite l'attore di un'azione reale di cultura integrata del territorio. • A tal scopo la formazione professionale risulta pertanto indispensabile. • Per quanto riguarda le strutture ricettive, nell’ottica di un rilancio del settore turistico occorre rimarcare in numero del tutto insufficiente di posti letto. Il comparto ricettivo necessita di: riqualificazione e riammodernamento delle strutture esistenti; realizzazione di nuove strutture alberghiere di qualità; realizzazione di strutture polivalenti per il turismo congressuale realizzazione di strutture idonee ad accogliere a costi contenuti gruppi giovanili, scout, associazioni, a sostegno del turismo giovanile, scolastico, sociale; forte incremento di forme di ospitalità extralberghiere (albergo diffuso, Bed & Brekfast) molto adatto al tipo di territorio rurale che contraddistingue la Val d’Ossola. Questo tipo di intervento è finalizzato alla creazione di un sistema di alloggi turistici ristrutturando edifici situati in zone rurali, borgate, frazioni o centri storici; può comprendere sia strutture di media qualità ma anche strutture di pregio, di elevata qualità. Questo tipo di azione si traduce anche nella tutela del patrimonio naturale, culturale e architettonico. PICCOLA E MEDIA IMPRESA Costituisce la base dell’economia del territorio. Una sua incentivazione prevede interventi final izzati a: • attrezzare e infrastrutturare apposite aree; • favorire l’accesso delle piccole imprese ai servizi (consulenza, studi di mercato, trasferimento di tecnologie, innovazione, formazione professionale); • favorire gli investimenti innovativi, soprattutto se valorizzano le risorse naturali locali; • agevolare il telelavoro; • promuovere l’adesione volontaria a sistemi comunitari di ecogestione e audit (sul modello di ISO 14000 e EMAS, Eco-Mangement and Audit Scheme), con introduzione di politiche e programmi ambientali certificati, valutazioni sistematiche e periodiche dell’efficienza dei programmi e dei sistemi di gestione ambientale, informazione al pubblico riguardo l’efficienza dell’impresa nella tutela dell’ambiente; • aiutare la creazione di imprese (anche con incentivi economici) • favorire la sinergia pubblico/privato. TRASPORTO MERCI Il potenziamento in corso della linea del Lötschberg - Sempione, linea internazionale attraverso le Alpi, rappresenta l’occasione di rilancio futuro dell’economia Ossolana e Provinciale. Da parte Svizzera è in fase di realizzazione il progetto Alptransit del Tunnel di Base del Lötschberg che verrà ultimato nel 2007. L’altro tunnel di base, quello di Gottardo, sarà terminato solo nel 2014. Questi sette anni di differenza saranno tutti a vantaggio dell’asse Lötschberg-Sempione, con un grande aumento del traffico merci. La scommessa per il futuro consiste nel saper cogliere questa occasione con il rilancio dello scalo Domo Due in un ottica internazionale di collegamento Italia e nord Europa in relazione anche con il CIM (Centro Inter Modale) di Novara Boschetto, il Tecnoparco del Lago Maggiore, il Tecnopolo di Visp, l’aeroporto intercontinentale di Milano Malpensa. ARTIGIANATO I settori dell'artigianato artistico e delle produzioni tipiche di qualità si presentano come elementi strategici di una linea di sviluppo che voglia essere fedele interprete delle peculiarità del territorio montano rurale. Sono infatti queste le "punte da valorizzare" in vista di una più generale rivitalizzazione dei comparti artigianale ed agricolo. Di particolare interesse appare l’incentivazione, anche mediante appositi marchi di qualità, dell’artigianato edile e del restauro mediante l’impiego della pietra naturale, finalizzato al recupero degli edifici di interesse storico e rurale. L’azione deve essere quindi finalizzata a: • recupero delle attività tradizionali; • introduzione anche di lavorazioni nuove basate sulla valorizzazione delle risorse e delle peculiarità locali; • realizzazione di un Artigianato artistico di “stile Ossolano” con produzioni tipiche di qualità; • aiuti agli investimenti innovativi; • sensibilizzazione della popolazione, compresi gli scolari, alle identità e alle prospettive del loro territorio e alla necessità di innovare; • formazione specifica con creazione di apposite scuole – laboratori artistici; • inventari delle case caratteristiche riconvertibili in laboratori che possono essere acquistati, affittati o prestati agli artigiani; • creazione di marchi di qualità. ATTIVITÀ ESTRATTIVA, autentica connotazione della Valle, che è possibile sviluppare non offendendo l'ambiente; per quanto riguarda la pietra occorre ripensare alla attivazione di un ciclo economico-produttivo completo: • Estrazione con tecnologie sempre più avanzate; • Formazione di personale qualificato preposto alla lavorazione in loco del materiale lapideo, • Incentivazione alla creazione di veri e propri laboratori artigianali operanti nel settore; • Creazione di comuni azioni di Marketing e di stabili strutture preposte alla commercializzazione dei lavorati; • Realizzazione di studi e di interventi miranti al riutilizzo degli scarti di lavorazione ed al mascheramento delle cave inattive. • Realizzazione sul territorio di un “Ecomuseo” della pietra, con ripercussioni quindi sul settore turistico e soprattutto come occasione di promuovere a tutto campo il prodotto “pietra ossolana”. AGRICOLTURA Occorre reinventare un nuovo ruolo come elemento motore dello sviluppo locale, superandone la valutazione esclusivamente economica per una valutazione che tenga conto, nell'analisi Costi-Benefici, anche del “recupero e del "mantenimento" degli equilibri ambientali e dell'apporto reale dato alla costituzione di ricchezze collettive quali il paesaggio, la fruibilità turistico ricreativa, la cultura...; Per l’agricoltura assumono importanza primaria, oltre a qualche sistema per ricomporre sia pure gradualmente la proprietà fondiaria, tra l'altro: • la difesa e la qualificazione della superficie foraggiera; • la rivalorizzazione dell'alpeggio in un'ottica di forte integrazione tra l'attività di fondovalle e quella di monte; • la riscoperta del castagneto come risorsa; • la diffusione razionale e sempre controllata dell'attività ovicaprina; • la creazione di un “centro fieristico”, realizzabile a Domodossola come riqualificazione ed ampliamento della struttura esistente del polo agricolo della Comunità Montana, dove sviluppare grandi eventi fieristici a carattere internazionale e dove collocare servizi e strutture al servizio delle attività agricole integrative di reddito (celle frigorifere, essicatoi per erbe officinali, per funghi...), • la ripresa di attività di “sperimentazione in agricoltura di valle e di montagna” (integrazione di reddito e presidio del territorio). • il sostegno alle imprese e alle attività (anche part time) agrituristiche, sia di valle che di montagna; • Il sostegno e il rilancio dell’enogastronomia. SELVICOLTURA In ambienti montani come quelli della Comunità Montana Valle Ossola, esiste la necessità di superare la valutazione esclusivamente "economica produttiva" del patrimonio forestale del territorio, operando contemporaneamente necessarie valutazioni quali: • Necessità di mantenere gli equilibri ambientali • Necessità di dare adeguata importanza alle funzioni di protezione in ambienti delicati dal punto di vista idrogeologico • Rispettare funzioni di tipo sociale del patrimonio forestale, riconosciute dall'opinione pubblica e dalla legislazione (valenze paesistico-ambientali, naturalistiche, faunistiche, scientifiche, didattiche, ricreative), non monetizzabili, ma comunque produttrici di benessere. In quest’ambito si propongono azioni miranti a: • realizzare strumenti di programmazione e pianificazione che oltre alle indicazioni selvicolturali, dovranno anche dare indicazioni dettagliate sull'accessibilità ai boschi, garantendo, nel caso particolare di piste forestali, la massima accuratezza nelle valutazioni sia di impatto sull'ambiente e sul fragile equilibrio idrogeologico che dei cosi-benefici delle opere, comprese le sinergie con l'uso dell'alpicoltura e della prevenzione degli incendi; • Creare una struttura tecnica di gestione forestale in grado di assicurarne le corrette applicazioni; • Incentivare le imprese forestali locali; • Incentivare (anche economicamente) le imprese forestali locali per il rinnovo e l 'adeguamento anti nfortu nistico del le attrezzature; • Realizzare interventi selvicolturali; • Favorire la costituzione di consorzi tra proprietari forestali; • Promuovere la ricomposizione fondiaria (L 97/94 e L.R. 72/95) COMMERCIO E SERVIZI La via di sviluppo e potenziamento del settore e delle attività commerciali è rappresentata dalla vantaggiosa posizione geografica del territorio, incuneato in terra elvetica, punto di collegamento tra i mercati dell’area milanese e quelli della svizzera interna e in generale del Nord Europa. In particolare lo sviluppo del commercio minuto comporta che il potenziale bacino d'utenti vada necessariamente ricercato e ampliato in un ambito transnazionale è legato alla comunicazione transfrontaliera, proponendosi alle popolazioni del versante elvetico, le quali storicamente sono inoltre attratte dall'Italia per condizioni meteorologiche, calore umano, benessere, enogastronomia, gusto storico-artistico. Gli interventi previsti sono finalizzati a: • riqualificare le piccole botteghe e i negozietti di paese con la vendita di prodotti tipici di qualità; • incentivare lo sviluppo sul territorio delle piccole botteghe con il massimo di efficienza e di capillarità; • promuovere la conservazione degli ultimi esercizi pubblico nei comuni, come Bognanco, che rischiano di perderli. Ci si prefigge di promuovere “esercizi rurali multipli”, tipi di negozi che offrono l’insieme dei servizi necessari alla popolazione locale (alimentari, rivendita di pane, giornali, tabacchi, ecc.); • studi di mercato locali e regionali e analisi dei circuiti di distribuzione; • promuovere i prodotti locali e regionali di qualità, mediante la creazione di marchi di qualità e stabilendo una relazione fra i prodotti e il territorio; • ampliare la commercializzazione mediante strutture di vendita, partecipazione a fiere, contatti con le reti di vendita, telemarketing; • incentivare, anche tramite forme di partenariato pubblico/privato, la nascita di centri di servizi per la commercializzazione dei prodotti e la creazione di reti telematiche.
OBIETTIVO 6 Integrare la Val d’Ossola con le realtà esterne La specificità del territorio della Val d’Ossola è quella di essere una "Valle aperta all’esterno”, fondata particolarmente sulle sue tradizion i storico-cultural i e socio-economiche. Questa caratteristica deve essere consolidata, e considerata come vero e proprio fattore di competitività. In quest’ottica considerando che ogni ciclo della Valle, sia esso economico o sociale, culturale o storico, non si chiude e conclude mai nella Valle stessa, è sempre più importante orientare attività ed attenzioni nella direzione di una sua sempre più ampia e solida integrazione, di sempre più intensi scambi con le realtà a lei esterne, a partire dalla relativa rete istituzionale: dal Verbano al Cusio, dall'area metropolitana milanese al novarese, dal Piemonte alla Lombardia e all’Italia, dalla vicina Svizzera (il Canton Berna, il Canton Vallese ed il Canton Ticino) all'Europa e alla realtà internazionale in genere. L’obbiettivo è quello di favorire l'inserimento della società e dell'economia della Valle in più ampi contesti nazionali e internazionali, in un processo di reciproco arricchimento culturale, sociale ed economico. Ad ogni livello di integrazione deve corrispondere una valutazione specifica, insieme con l'attivazione di appropriata iniziative, promosse e coordinate dalla Comunità Montana, in sintonia con le forze sociali, economiche, culturali della Valle. L’Obbiettivo richiama allora linee di intervento di diversa natura, quali: • rapporti inter-istituzionali, cioè di collaborazione e di collegamenti fra enti, istituzioni, organismi, per realizzare scambi o programmi comuni, quali possono essere gli "accordi di programma", i programmi INTERREG, i progetti comuni nell’ambito di Regio Insubrica e Regio Sempione. • interscambi e collaborazioni fra le diverse componenti (popolazione, scuola, imprese, associazioni e gruppi, governi locali) e le realtà esterne, sia quelle con le quali il rapporto è ormai consolidato (Area milanese, Cantoni svizzeri confinanti), sia, in particolare, con le nuove realtà del Paese e internazionali; • rapporti economici, relativamente ai settori a cui la Valle è maggiormente interessata o perché costituiscono suoi "punti di forza" (come l'ambiente, il turismo, i prodotti agro¬alimentari), o perché la qualificano particolarmente (come certi prodotti dell'artigianato) o perché interessata ad acquisire presenze ed attenzioni; • rapporti occupazionali e professionali (manodopera, tecnici, operatori sociali, imprenditori, consulenti ... ) e per studi (scuole superiori, corsi di specializzazione e università); • rapporti infrastrutturali, particolarmente per quanto riguarda i trasporti e le comunicazioni; A tal fine possono riscuotere un'attenzione prioritaria alcune iniziative in corso di attuazione: • le iniziative per lo sviluppo locale legate ai Programmi Leader, attualmente in corso e gestite dal GAL Ossola per quanto riguarda Leader II e Leader Plus; • la predisposizione di una strategia di progressivo inserimento della Val d’Ossola nei Programmi e nei "Progetti pilota" dell'Unione Europea, soprattutto di quelli che favoriscono opportunità di partenariato, di esperienze internazionali per i giovani, la scuola, le imprese e gli enti locali. Sono molto importanti, a tale scopo, il rafforzamento della partecipazione della Val d’Ossola al "Programma INTERREG" della Comunità Europea e della Regione Piemonte, per la collaborazione con la Svizzera, e per dare un nuovo significato ai rapporti transfrontal ieri; Tra le possibili ipotesi di lavoro nell’ambito di questo Obbiettivo, è da valutare la possibilità di creare – inventare - promuovere un grande evento, un fatto cioè, una manifestazione, che sia tipico e proprio della Valle, e che abbia una risonanza amplissima, possibilmente europea, sul modello del Festival Internazionale del Cinema di Locarno, il Film Festival della Montagna di Trento, il Carnevale di Ivrea, la Sagra del tartufo di Alba, la Fiera del Bitto in Valtellina, la Fiera Agricola di Verona. La costruzione di un simile evento necessita di azioni coordinate e di collaborazioni interistituzionali (Enti locali, Camera di Commercio, ATL...). Deve essere fortemente rappresentativo delle caratteristiche del territorio, deve costituire la carta di presentazione del territorio stesso, evidenziandone il carattere rurale e montano. Un evento che possa conciliare: • ambienti naturali di grande pregio • ricchezza di parchi ed aree protette • storia e cultura millenaria • sapori e prodotti tipici tradizionali • rapporti storici con la vicina svizzera e con l’area del milanese Un’ipotesi da percorrere potrebbe essere quella di costruire un evento importante di incontro e confronto internazionale partendo dall’asse di collegamento transfrontaliero del Sempione. A questo evento potrebbe essere connesso anche un momento fieristico - espositivo sul modello dell’Expo Italo Svizzero del 2000 con cadenza annuale o biennale. In tal caso è da prevedere la costituzione di una apposita struttura organizzativa. Un’altra occasione sembra rappresentata dal gemellaggio delle città. L’idea del gemellaggio è nata dopo la seconda guerra mondiale, quando si è visto che l’unico modo per progredire consiste nel cooperare strettamente con i propri vicini. L’obiettivo iniziale era quello di scambiare esperienze in tutti i settori della vita locale tra le città di paesi diversi dell’Europa. Il programma della Commissione europea per il gemellaggio di città esiste dal 1989. Tramite la concessione di sovvenzioni mirate con grande cura, esso mira a rafforzare i legami di amicizia tra gli abitanti dei vari Stati membri, a migliorare le loro conoscenze di altri paesi europei e a sensibilizzarli tramite incontri tra città e comuni gemellati, sui punti forti già acquisiti e sulle sfide future della costruzione europea. Il programma incoraggia in particolare gli accordi di gemellaggio nelle zone in cui essi sono ancora scarsi. La Commissione europea conferisce il suo appoggio nei seguenti settori:
• incoraggia gli scambi tra città degli Stati membri dell’Unione europea, nonché i progetti che implicano uno Stato membro dell’Unione europea e paesi dell’Europa centrale e orientale (compresi gli Stati baltici), Cipro e Malta. • scambi fra cittadini di città gemellate o da gemellare; • conferenze e riunioni su temi europei e attività destinate ad animare il concetto di partenariato; • seminari di formazione per i responsabili di gemellaggi di città. • Concessione di premi annuali, le “Stelle d’oro del gemellaggio”, destinati a ricompensare le città che grazie alle sovvenzioni ricevute nel corso dell’anno precedente hanno meglio contribuito all’integrazione europea rafforzando i legami fra i loro rispettivi cittadini. In Val d’Ossola particolarmente proficui appaiono i rapporti tra il paese Walser di Ornavasso e il paese walser di Naters (Svizzera). Il comune di Vogogna, con il castello e il borgo medioevale, si è recentemente (estate 2000) gemellata con la cittadina medioevale di Lançon de Provence (Francia). La città di Domodossola ha in corso di realizzazione un gemellaggio con una cittadina spagnola caratterizzata da un economia basata sull’attività di estrazione e lavorazione della pietra. Inoltre di particolare interesse appaiono le possibilità di gemellaggio con la capitale del Peru, Lima, in virtù dell’eroica e contemporaneamente tragica impresa di Geo Chavez, primo trasvolatore delle Alpi, precipitato con il suo aereo proprio nella piana domese. Anche il Comune di Premosello appare interessato a gemellarsi con un paese europeo contraddistinto dalla presenza di un Parco Nazionale che possa essere comparato con il Parco della Valgrande.
Azione 6.1: Promuovere il territorio Come azione conclusiva, ma non per questo meno importante, risulta indispensabile una forte azione di marketing territoriale. Attualmente si assiste a forme di promozione scoordinate, effettuate in modo singolo da ciascun Ente, associazione di categoria, Consorzio, singolo imprenditore. Un’adeguata azione di marketing deve essere concertata tra tutti gli enti interessata e rivolgendosi ad un panorama internazionale occorre superare i campanilismi e le ristrettezze territoriali. Un serio piano promozionale deve essere affrontato con specifici incarichi a esperti del settore e coinvolgere tutto il territorio provinciale. La caratteristica territoriale riassunta dallo slogan “dai laghi ai ghiacciai” sintetizza perfettamente il punto centrale su cui impostare una campagna promozionale. In questo ambito rientrano in modo coordinato e integrato tutte le possibili forme di turismo che il territorio è capace di esprimere. Questa unione di intenti e di forze, oltre a consentire una sensibile riduzione dei costi, consente una diffusione più capillare, raggiungendo un pubblico sempre più vasto e differenziato. L’azione di marketing deve essere struttura in modo da: • individuare e vagliare tutte le possibili nicchie di mercato; • individuare le modalità di commercializzazione • ideare un logo, o un marchio di qualità, identificativo dell’iniziativa che contraddistingua sia gli strumenti informativi (pieghevoli pubblicitari, pubblicazioni, pannelli informativi, cartelli segnaletici, ecc.) sia la linea dei prodotti derivati (alimentari, artigianali ecc.) in modo che risalti immediatamente un’immagine coordinata del progetto. • ideare manifestazioni specifiche con il coinvolgimento della popolazione locale e dei gruppi folcloristici; • ideare eventi importanti a cadenza annuale di forte richiamo per pubblicizzare e valorizzare le iniziative, i progetti, le strutture, i luoghi e i prodotti locali. • Coinvolgere giornali del settore food, con le rubriche “agende/appuntamenti” delle testate di viaggio e delle testate di attualità, le rubriche week end e i supplementi dei quotidiani, le rubriche dedicate ai bambini, con i media locali, con radio e televisioni. • Svolgere un servizio di ufficio stampa come importante strumento di comunicazione dell’immagine. L’ufficio stampa è lo strumento preposto all’attività di relazione con i media finalizzata a promuovere, sollecitare e creare sempre nuove occasioni e spunti per la trattazione redazionale, e quindi gratuita, degli argomenti a cui si intende dare risalto, attivando così un flusso di comunicazione teso ad aumentare la conoscenza e la visibilità del progetto e dei suoi prodotti. Obiettivo dell’ufficio stampa è suscitare l’interesse della stampa nei confronti del progetto, delle zone coinvolte, dei prodotti derivati e creare un canale di comunicazione privilegiato con alcuni giornalisti delle testate di maggior interesse. L’attività dell’ufficio stampa comprende: v' redazione della documentazione stampa, completa ed esauriente; v' contatti e visite nelle redazioni delle testate con cui si intende collaborare alle quali, da un lato si fornisce assistenza e collaborazione per la realizzazione dei servizi, dall’altro si stimola la creazione di servizi ad hoc; v' invio cartella stampa e recall; v' rilevazione dei risultati e tempestiva segnalazione al cliente; v' allestimento di un press book con i redazionali. • Ricercare un ambito di promozione anche internazionale. Svizzera, Germania, Olanda, sono classiche zone di provenienza del turista straniero che frequenta l’Ossola e in questi paesi è particolarmente apprezzato il prodotto locale di qualità. • Promuovere attraverso INTERNET, con l’ideazione di pagine WEB dedicate; • Ideare gadgets per pubblicizzare il progetto e i prodotti • Predisporre materiale informativo contraddistinti da correttezza di informazioni (necessario quindi il controllo locale) ma da grande uso delle tecniche di comunicazione di massa. Oltre ai più moderni mezzi di informazione si ritiene fondamentale la predisposizione anche di un supporto cartaceo (opuscoli informativi, cartine, guide...) che rappresenta uno strumento informativo più collaudato e famigliare, ad uso soprattutto di un’utenza meno giovane, che ha minore dimestichezza con i moderni mezzi comunicativi. • La campagna promozionale deve prevedere anche la messa in risalto di tutto ciò che il territorio offre in modo che, anche per il turista occasionale di passaggio, sia subito percepibile la ricchezza e l’interesse dei luoghi. Quindi sono da prevedere una serie di interventi di posizionamento in punti strategici del territorio (punti di maggiore afflusso dei turisti, stazioni ferroviarie, fermate autobus, piazze principali, in corrispondenza di testimonianza storiche, edifici importanti, ville, torri, caseforti, edifici rurali, siti naturalistici, alberi monumentali, punti panoramici) di strutture informative (touch screen, bacheche informative, segnaletica, cartine, pannelli didattici) che offrano al visitatore opportune e precise informazioni della zona, i percorsi consigliati, le informazioni utili e i servizi atti a consentire la fruizione turistica del territorio. Tali pannelli devono garantire una efficace “visibilità” delle peculiarità del territorio e possono essere anche concepiti sotto forma di percorsi autoguidati, da effettuare a piedi, in macchina o in bicicletta. • Nell’ambito di una campagna promozionale riveste un ruolo fondamentale anche quello che viene definito “marketing interno”. Si tratta di un’operazione di sensibilizzazione rivolta alla popolazione residente finalizzato a rimuovere quello atavico senso di diffidenza nei confronti del turista, spesso visto ancora come possibile “invasore” e “sfruttatore”.
IV.4. Gli strumenti di intervento
Il modello di sviluppo locale
Negli ultimi anni anche a livello di Comunità Europea molto si è discusso circa il concetto di sviluppo locale. I risultati degli ultimi dieci anni, derivanti dalle politiche strutturali disegnano un quadro europeo, e nazionale in particolare, ricco di potenzialità. Il concetto che ormai si è affermato è quello dell'approccio integrato allo sviluppo locale: l'enfasi è stata posta sulla necessità di realizzare una ((programmazione unitaria e integrata che assuma il territorio quale riferimento delle politiche di sviluppo)). Ma come nasce l'idea di utilizzare un approccio integrato allo sviluppo? Le radici affondano nella sostanziale revisione che ha caratterizzato le teorie di sviluppo economico negli ultimi venti anni, a partire dal termine stesso di sviluppo. Il significato da ((semplice)) crescita economica si è ampliato fino a comprendere una serie di altri elementi, come i fattori materiali ed immateriali, la capacità di valorizzare le risorse locali, o di incentivare e favorire, qualora l'area non possieda tali risorse, l'integrazione delle risorse locali esistenti con apporti esterni. Il contesto locale e la sua composizione divengono oggetto di indagine e il ((territorio)) viene assunto come una variabile esplicativa dei processi di sviluppo. Esso viene considerato nella sua complessità, come ((spazio sistemico e relazionale)) in cui interagiscono elementi economici sociali e culturali (Becattini, Rullani, 1993). L'idea che il centro e il fulcro dello sviluppo non è l'apparato produttivo di per sé, isolato dal contesto, ma il sistema produttivo completo, capace di riprodurre il capitale, il lavoro, le istituzioni, la cultura ed i valori, altera in modo sostanziale la prospettiva di politica. In realtà con questa posizione cambiano il destinatario e l'obiettivo delle politiche, che non sono più dirette alle imprese come singoli riferimenti ma alla comunità. In più, la diversità dei modelli produttivi, delle culture e più in generale dei luoghi, viene assunta come base dei nuovi vantaggi competitivi (Porter, 1989), e quindi la globalizzazione non conduce a un'omologazione della domanda e dell'offerta, ma a un confronto delle specificità locali in un ambito molto più ampio. <<Ciò significa il passaggio, come elemento centrale di una politica economica a scala regionale, dalla politica dei grandi settori (quelli in crisi e quelli in sviluppo) e dalla politica dei fattori (la ricerca della omogenea disponibilità) a quella basata sull’individuazione di politiche di sviluppo integrate a scala locale , volte a rendere queste realtà più caratterizzate e, quindi più competitive perché maggiormente visibili in quanto tali sul mercato globale>> (Grassi Cavalieri, 1997). Il carattere innovativo dell'approccio integrato consiste così nella capacità del territorio di creare un sistema tra le risorse locali - materiali e non materiali - e tra queste e quelle esterne al fine di aumentare l'impatto e gli effetti degli interventi e di rendere il processo di sviluppo dell'area duraturo, autonomo e governabile dagli attori locali. In termini di obiettivo finale lo sviluppo locale deve cercare di migliorare lo standard e la qualità della vita della popolazione locale. Ci sono alcuni esempi concreti di strumenti politici (LEADER, Patti territoriali, contratti d'area, ecc.) che, laddove sono stati implementati attraverso buone pratiche, hanno segnato una rottura, in certi casi radicale, con il passato, favorendo processi di modernizzazione attraverso la valorizzazione e l'utilizzo delle cosiddette risorse collettive o dei fattori determinanti e strategici dello sviluppo globale ed integrato del territorio, quale appunto il capitale sociale, umano, politico e finanziario. Le Pubbliche Amministrazioni possono svolgere un ruolo importante a sostegno dello sviluppo locale nel momento in cui si superano i canoni tradizionali che prevedevano di assecondare lo sviluppo spontaneo e ne diventano invece promotori, fornendo assistenza diretta tramite per esempio: v' la creazione di consorzi pubblico-privati; v' la pian ificazione di infrastrutture locali; v' il supporto per le attività artigianali; v' facilitando e migliorando il sistema dei trasporti; v' incentivando il sistema educativo, il sistema sanitario e socio-assistenziale Il supporto istituzionale aiuta cosi la modernizzazione, incoraggiando anche l'integrazione sociale attraverso la riduzione delle differenze, degli svantaggi e delle possibili fonti di conflitto. E impossibile oggi proporre azioni durevoli atte a favorire lo sviluppo locale se non si promuove il processo d'innovazione sociale, l’integrazione tra economie in grado di favorire il soddisfacimento dei bisogni, un'efficiente rete di servizi, ma soprattutto se non si promuove una rete di interscambio di competenze e di solidarietà di cui ogni territorio è ricco se capace di valorizzare le proprie risorse. Un altro fattore importante per lo sviluppo locale è la presenza di risorse storiche, culturali, naturalistiche, ambientali. Questo grande patrimonio oltre a costituire la base per costruire nuove figure professionali ha anche favorito lo svilupparsi di specializzazioni del sapere locale. Un ruolo significativo viene inoltre svolto dai processi di innovazione tecnologica che non sono più patrimonio esclusivo delle grandi imprese, ma anche delle piccolo e medie imprese, localizzate sul territorio. Per poter sfruttare i vantaggi derivanti dalla rinnovazione tecnologica è necessario disporre di risorse umane opportunamente formate. Lo sviluppo delle competenze e del know-how richiede interventi attivi da parte delle Autorità pubbliche e delle agenzie formative che individueranno un percorso formativo ad hoc. La presenza di efficaci canali di comunicazione e di informazione all’interno di un territorio e verso l'esterno costituisce un ulteriore fattore decisivo per lo sviluppo locale.
V. GLI INTERVENTI PROPOSTI
Di seguito si fornisce la serie completa delle Schede descrittive degli interventi. In questo capitolo forniamo alcune linee guida per leggere in “maniera trasversale” collegando tra loro le schede d’intervento. Tali schede sono il frutto dei puntuali incontri svolti con le amministrazioni comunali, le associazioni di categoria, gli enti parco del territorio. Tali incontri, unitamente alle conoscenze dedotte dall’analisi territoriale effettuata e l’esperienza personale, hanno permesso di identicare quelli che possono essere identificati come nodi centrali dello sviluppo integrato del territorio. Università del turismo alpino Il grande progetto di costituzione della “Università del turismo alpino”, che si intende avviare a Domodossola in collaborazione con l’Università degli studi di Milano Bicocca e l’Università degli Studi del Piemonte Orientale, rappresenta un’occasione di sviluppo grandiosa per il territorio ossolano e provinciale. La valenza di tale progetto direttamente proporzionale alla capacità di allargare il più possibile l’ambito territoriale di riferimento: tutti i progetti presenti nel Piano che tendono alla valorizzazione del territorio, dell’ambiente, dei beni culturali e storici, delle strutture museali, sono connessi a questo progetto, in quanto costituiscono delle “aule decentrate” sul territorio: una valle che diventa grande laboratorio didattico al servizio della struttura didattica. Il progetto inoltre costituisce un’importante occasione formativa per la popolazione residente su temi estremamente calati nella realtà territoriale ossolana e provinciale. In questo modo sarà possibile progettare il territorio in modo responsabile. Rilancio della Val Bognanco Dall’analisi effettuate nella prima parte del Piano emerge una situazione disastrosa per la Val Bognanco, contraddistinta da un grave dissesto idrogeologico, da un elevato tasso di spopolamento (dai 1206 abitanti nel 1861 ai 321 del 1999, di cui circa un centinaio ultra sessantacinquenne), dalla mancanza completa di strutture scolastiche (i ragazzi residenti usufruiscono delle scuole di Domodossola), dalla drastica riduzione delle presenze turistiche tradizionalmente legate al turismo termale costituito ormai da strutture obsolete e non in linea con strutture turistiche più moderne, dallo stato fatiscente di alcune strutture anche in centro paese, dalla drastica riduzione della monticazione estiva e in genere delle attività agricole, dall’assenza di strutture produttive, dalla riduzione degli esercizi pubblico (nessuno a San Lorenzo, sede comunale, e due a Bognanco Fonti). Sulla base di questo quadro si impone la necessità di porre un freno a tale situazione e rilanciare una valle che si contraddistingue invece per un elevato pregio naturalistico e una storia ricca di testimonianze. I progetti che vengono presentati sono rivolti a rilanciare la valle sotto una luce diversa: la Val Bognanco come “valle del vivere sano”. Questo concetto prevede interventi differenziati: • rilancio delle strutture termali e della industria di imbottigliamento anche favorendo e incentivando forme di partenariato tra pubblico e privato per realizzare una sorta di “casa della salute” in grado di offrire prestazioni specialistiche ma anche di offrire ospitalità per periodi anche prolungati al di fuori delle prestazioni mediche (per esempio per convalescenze e riabilitazioni di lungo periodo, cure dimagranti). A questo genere di prestazioni più tradizionali si dovrebbero accompagnare anche forme legate al mondo del “naturale” e della medicina alternativa (salute, alimentazione, bellezza, massaggio, meditazione, relax, contemplazione, spiritualità...) che trovano in Val Bognanco una componente naturale e paesaggistica assolutamente rafforzativa. Questo settore può potenzialmente coinvolgere ampie fette di mercato ed è in sintonia con le tendenze del momento di ricerca di nuove forme di spiritualità e di cura fisica e psichica che contradd istingua la società moderna. • L’opera di rilancio della Val Bognanco deve necessariamente passare anche attraverso il mantenimento dei servizi essenziali. Da qui la necessità di promuovere e sostenere la conservazione dell’ultimo esercizio pubblico con il carattere di “esercizio rurale multiplo”, che offra l’insieme dei servizi necessari alla popolazione locale (alimentari, rivendita di pane, giornali, tabacchi, ecc.); naturalmente si deve puntare anche e soprattutto su prodotti di qualità, legati al territorio. • Si rende necessario un’opera di riammodernamento delle strutture ricettive, anche mediante realizzazione di strutture idonee ad accogliere a costi contenuti gruppi giovanili, scout, associazioni, a sostegno del turismo giovanile, scolastico, sociale. La valle Bognanco si presta molto anche all’incremento di forme di ospitalità extralberghiera con creazione di un sistema di alloggi turistici ristrutturando edifici rurali e baite di alpeggio, previo opportuno censimento degli edifici. • Questo tipo di strutture ricettive “alternative” potrebbe essere ulteriormente differenziato e specializzato offrendo la possibilità di “dormire nella paglia”. In svizzera esiste una rete nazionale di strutture ricettive tipo agriturismo in cui si dorme direttamente nella paglia dei fienili. Questo tipo di struttura ricettiva potrebbe trovare ulteriore rafforzamento dalla fitotermoterapia, cioè la terapia termale attraverso l’immersione nell’erba in fermentazione. Questa terapia che in Trentino, e in particolare nell’area del Monte Bondone, trova una buona diffusione, può diventare un esempio di economia identitaria e di sviluppo sostenibile. A questo si collega anche l’utilizzo razionale del fieno di montagna. • Creazione di itinerari tematici naturalistici e culturali. In particolare si identifica la risorsa acqua come tema centrale: la Val Bognanco è conosciuta anche come la valle delle Cento Cascate, presenta una grande quantità di laghetti alpini che tra l’altro sono da quasi 60 anni studiati dal CNR Istituto Idrobiologico di Pallanza. In particolare i laghi di Paione costituiscono l’unica area campione le aree campione individuata sul versante italiano delle Alpi nell’ambito di una ricerca limnologica internazionale in cui le altre aree di studio sono laghi di altre aree remote europee, come le Alpi Scandinave, i Pirenei, i Monti Tatra, le Highlands scozzesi e, in tempi recenti, l'Antartide e le vallate Himalayane. • In tal senso appare scontato il forte rilancio dell’itinerario escursionistico denominato “Sentiero dei Laghi” che collega il Lago di Ragozza (in prossimità di un ottimo rifugio escursionistico), il lago di Monscera, il lago di Agro, i laghi di Paione, i Laghi di Variola e il lago di Andromia (con un nuovo rifugio escursionistico). Nell’ambito di questo progetto rientrerebbe anche il recupero di un grande edificio rurale in località Ca’ Nova con annesse strutture di consultazione e di ricerca. • Forte rilancio della Via del Monscera, sentiero transfrontaliero lungo l’antica via commerciale che attraverso il passo di Monscera consentiva il collegamento Domodossola – Briga, Ossola - Vallese, e che si collega in territorio elvetico con il Sentiero Stockalper. Questo carattere internazionale rappresenta l’ulteriore valore per il rilancio della Val Bognanco. Oltre infatti a costituire un reale filo conduttore capace di attivare finanziamenti comunitari Interreg, permette il naturale collegamento con l’area del Passo del Sempione dove è recentemente nata la “Fondazione Sempione” che ha portato la costituzione in territorio elvetico dell’Ecomuseo del Sempione. • Un’ipotesi che appare concretamente perseguibile è quindi la valorizzazione di tutta la parte alta della Val Bognanco mediante l’istituzione dell’Ecomuseo Internazionale del Sempione, finanziabile sia con fondi comunitari, sia con fondi regionali legati alla Legge Regionale n. 31/1995. • Sarà inoltre opportuno valutare attentamente se non sia il caso di proporre quest’area come Parco Internazionale. I Parchi nazionali rappresentano infatti dei canali privilegiati di risorse economiche e contribuiscono fortemente al rilancio anche economico di aree marginali Rilancio del Lusentino (Domo Bianca) Il Moncucco è la montagna per eccellenza di Domodossola. Sul suo versante orientale sorgono gli impianti sciistici di Domobianca, gli unici impianti di sci del territorio della Comunità Montana. Tale stazione negli ultimi anni ha registrato diversi problemi per la scarsità di neve legati alla bassa quota (da 1000 a 1700 m circa). Per inquadrare la situazione si riporta un articolo del Sole 24 Ore di Domenica 23 Aprile 2000 di Andrea Macchiavelli e Claudio Visentin da titolo “Turismo: addio monti?” <<La stagione ormai quasi conclusa non lascerà un buon ricordo nelle località interessate al turismo invernale. I primi dati, ancora provvisori, mostrano un significativo calo di presenze in tutte le principali stazioni dell'arco alpino, italiane ed estere. Come spiegare la crisi? Sentiremo le consuete lamentele per i capricci della neve, scarsa o giunta troppo tardi, o sulla Pasqua troppo alta. Ragioni di breve respiro, che spiegano poco o nulla. Al contrario, le origini della crisi sono strutturali, e rimandano a motivazioni diverse - ambientali, economiche e sociali - strettamente intrecciate tra loro. Questo è l’orizzonte delineato dalle relazioni dei maggiori esperti e operatori di 26 Paesi, raccolti a convegno dall'Organizzazione mondiale del turismo, in occasione del II Con gresso mondiale del turismo della neve e degli sport invernali, tenutosi nel Principato di Andorra dal 6 al 9 aprile. La scarsità della neve, ad esempio, è dovuta anche all'innalzamento della temperatura media, provocato dai noti mutamenti cimatici su scala mondiale. La sua incidenza è ancora ridotta, ma in futuro potrebbe accorciare sensibilmente la durata della stagione. Secondo uno studio del Centre Études de la Neige l'incremento della temperatura, valutato a 1,8 °C nella stagione invernale 2030, produrrà una riduzione delle giorn ate di innevamento del 25% nelle Alpi meridionali, riducendole da 120 a 90 per stazioni che si, collocano sui 1.500, metri di altitudine, come la maggior parte delle nostre. Solo a quote superiori ai 2.000 metri il riscaldamento avrà scarsi effetti. I possibili rimedi (piste meno esposte al sole, sistemi di trasporto verso quote pit) elevate, pit) accurato trattamento della neve naturale, maggiore produzione di innevamento artificiale) richiederanno cospicui investimenti e, tuttavia potranno soltanto limitare i danni, non evitarli. Occorre poi temere in conto che la vacanza sulla neve risulta sempre pit) costosa per le famiglie, in rapporto ad altre possibilità. Considerati i costi di abbigliamento, attrezzature, trasporti, alberghi, ski-pass, una famiglia potrebbe sostituire alla settimana bianca un vacanza nei mari tropicali, il cui prezzo è in costante riduzione per effetto della concorrenza in un mercato turistico ormai globale. Difficile invece ipotizzare che turisti di altri continenti possano sostituire i clienti abituali, anche in considerazione della breve durata della vacanza invernale, che scoraggia lunghi spostamenti. Né appare più probabile che la pratica degli sport invernali si estenda ulteriormente. Il numero degli sciatori europei da anni cresce a ritmi debolissimi, mentre quello degli sciatori americani è stabile da circa vent'anni intorno ai 52 milioni. Saranno i nuovi mercati dell'Europa orientale a sostenere le stazioni alpine? Difficile crederlo: le modeste possibilità di spesa e la disponibilità di montagne adatte fanno semmai temere la concorrenza di nuove stazioni a basso costo. Sebbene raramente se ne tenga conto, anche le trasformazioni demografiche giocheranno un ruolo di rilievo. I tradizionali sport invernali, che costituiscono l'offerta prevalente delle nostre stazioni, saranno sempre meno praticabili da una popolazione mediamente pit) vecchia. I giovani poi sembrano sempre meno interessati ai tradizionali sport invernali, in favore di nuovi sport (lo snowboard o il carving) e divertimento. Secondo la Compagnie des Alpes, la pit) importante società di gestione di impianti sciistici d'Europa, gli anziani frequenteranno in numero crescente le montagne, ma in forme diverse da quelle attuali: chiederanno alberghi pit) con fortevoli e alle piste da sci preferiranno attività ricreative quali passe ggiate sulla neve, shopping, ristoranti, terme, casinò. Per far fronte a queste nuove richieste le nostre stazioni alpine dovrebbero però cambiare volto, sino a immaginare veri e propri snow park, con un prezzo d'entrata comprensivo delle diverse attrattive. Insomma: l'epoca delle tradizionali settimane bianche sugli sci volge al tramonto. Per competere nel nuovo mercato accorreranno investimenti e interventi di considerevole portata. Le nostre stazioni maggiori potranno probabilmente affrontarli, ed entrare tra le 80-100 stazioni europee che, secondo la Compagnie des Alpes, si aggiudicheranno la maggior quota del mercato rappresentato dai 32 miioni di sciatori europei. La vicenda degli Stati Uniti, dove le stazioni si sono ridotte da 700 a 500 in vent'anni, fa prevedere che anche in Europa la concorrenza tra le stazioni ne ridurrà il numero, in favore di quelle megio attrezzate e organizzate. Sarà allora fondamentale offrire un migliore qualità e una maggiore varietà dei servizi, a prezzi contenuti, attraverso economie di scala; offrire trasporti pit) rapidi e pacchetti sempre pit) integrati; rafforzare l'immagine e commercializzarla attraverso nuovi canali (ad esempio Internet). Molte stazioni alpine di media o piccola dimensione anziché insistere a tenere in vita (per lo pit) con contributi pubblici) modesti impianti su demani sciabili limitati potrebbero invece investire con migior fortuna sui loro punti di forza dei quali non sempre sembrano consapevoli. Il minor interesse per gli sport invernali tradizionali non significa disinteresse per la montagna: il paesaggio, l'ambiente naturale, la comunità locale, con la sua storia, le sue tradizioni, la sua cultura, eserciteranno un'attrattiva sempre maggiore sui potenziali turisti. E proprio le stazioni alpine italiane - tanto pit) autentiche di quelle francesi, ad esempio - potranno attirarli. I nostri piccoli villaggi alpini potrebbero insomma controbilanciare la disponibilità di strutture ricettive di grandi dimensioni e la pit) efficiente organizzazione delle "artificiali" stazioni d'oltralpe. Qualunque sia la via prescelta, tutte le stazioni invernali sono chiamate ad affrontare le impegnative sfide che si pro filano all’orizzonte con consapevolezza e responsabilità, coin volgendo tutti i soggetti interessati: dai pubblici poteri alle comunità locali. Per interesse, ma anche per amore della montagna>>. Alla luce di queste considerazioni e prospettive si evidenzia come sia necessario prevedere e provvedere ad un rilancio della stazione turistica di Domobianca in un ottica diversa, che tenga in considerazione il funzionamento degli impianti di risalita anche in estate e con uno sviluppo ricettivo/ricreativo. La soluzione di questo problema si ritiene che debba essere demandato a un apposito tavolo di concertazione che affronti il problema nel modo più ampio possibile. In questa sede si propongono solo alcune possibilità realizzabili da subito e con impegni finanziari modesti ma si ritiene che per interventi più consistenti sia necessario uno studio più approfondito. Tra queste possibilità si segnala: • Potenziamento del turismo sportivo e in particolare della mountain bike. Dal momento che è possibile salire con la seggiovia si offre la possibilità di effettuare una discesa emozionante, addirittura fino a Domodossola, se un necessario servizio di collegamento Domodossola Lusentino si strutturasse con un porta biciclette, sul modello dei postali elvetici. • Creazione di appositi pacchetti turistici Treno + bici. In questo modo si partirebbe direttamente dalla Stazione FS di Domodossola con il bus navetta. • Creazione di un collegamento ciclopedonale tra l’alpe Torcelli e Bei in Val Bognanco. • Recupero dello stallone di Casaravera, ormai inutilizzato e con il tetto sfondato, per realizzare una struttura ricettiva a basso costo per quanto riguarda l’alloggio, idoneo per soggiorni e campi estivi di gruppi giovanili, scolastici, scout, sportivi. Questa struttura potrebbe anche funzionare come punto di degustazione di prodotti locali. • Realizzare percorsi attrezzati legati all’ambiente bosco e in particolare all’impiego economico della risorsa legno. Tra l’altro in prossimità dell’alpe Foppiano e dell’alpe Torcelli esistono le tracce di antiche carbonaie che potrebbero essere ripristinate e valorizzate. Questa antico utilizzo è rimasto anche nella toponomastica locale (Alpe Carbone). Data la morfologia poco accidentata dell’area tali percorsi possono essere strutturati in modo che possano essere utilizzabili anche da portatori di handicap e da non vedenti. • Realizzazione di un parcheggio sommitale all’alpe Lusentino a miglioramento dell’attuale sterrato che durante i mesi primaverili, con lo scioglimento delle nevi, si trasforma in un campo di fango. Tale parcheggio deve essere dotato anche di servizi igienici pubblici.
Polo museale ossolano Questo macro progetto, partendo dalla constatazione della ricchezza storica, culturale, tradizionale, naturalistica e ambientale del territorio, si prefigge di favorire la ricerca, la conoscenza, il recupero, la salvaguardia, la valorizzazione e la fruibilità di questo patrimonio, che deve essere considerato: • come elemento di identificazione per la popolazione della Valle; • come forza attrattiva per l'esterno alla Valle. L’idea è di creare un polo museale costituito dalla messa in rete di strutture diversificate e ubicati in luoghi strategici sul territorio, e assolutamente tematici, cioè capaci di descrivere e raccontare un solo tematismo forte ma realizzato secondo le più moderne tecniche di comunicazione visiva e multimediale e con l’impiego di scenografie di elevato effetto “emozionale”. Queste strutture museali devono cioè diventare una vera e propria meta turistica, un motivo in più per il turista per scegliere di venire in Val d’Ossola. Le strutture che sono state individuate sono: • Castello di Vogogna: la storia raccontata Si ritiene che il castello visconteo di Vogogna rappresenti la struttura ideale per accogliere un grande museo multimediale che racconti la storia del territorio provinciale, dalla preistoria fino ai tempi moderni. Il Castello stesso e la Rocca sarebbero il “pezzo forte“ del museo. Tale struttura troverebbe un occasione di lancio internazionale anche grazie alla presenza del Parco Nazionale della Valgrande, capace di attrarre su di sé l’attenzione di un vasto pu bbl ico. • Pallanzeno: Museo degli arredi sacri • Domodossola: Palazzo Silva Il palazzo, attualmente aperto solo su richiesta, costituisce una “ricostruzione" di una dimora nobiliare del XVII secolo. • Domodossola: Palazzo San Francesco Attualmente in fase di restauro questa struttura dovrebbe diventare un museo "territoriale" che illustra in particolare il patrimonio naturalistico dell'Ossola. • Museo dell’Acqua e dell’energia idroelettrica Un museo dedicato all’acqua trova le giuste motivazioni nella grande abbondanza di questa risorsa nell’ambiente, nella natura, nell’economia, nella storia del territorio ossolano e provinciale. Tale struttura potrebbe essere realizzata anche in collaborazione con l’Istituto Idrobiologico del CNR di Pallanza, che da anni compie studi e ricerche limnologiche sui lag hi e sulle acque della provincia. v' L’acqua come risorsa naturale; v' L’acqua allo stato solido: la neve e i ghiacciai v' L’acqua come pericolo: le alluvioni e il dissesto idrogeologico v' La vita nell’acqua v' La forza idraulica ed economia rurale: mulini, torni, magli... v' Le dighe e le centrali idroelettriche v' L’acqua come via di comunicazione v' Le acque termali v' L’industria dell’imbottigliamento v' I laghi alpini v' Il lago di Mergozzo v' Il lago Maggiore v' Il lago d’Orta: storia di una rinascita Questa struttura museale rappresenta il cuore del progetto generale che vede la “risorsa acqua” al centro di un grande progetto generale che coinvolge tutto il territorio della Comunità e più in generale della Provincia. Per la realizzazione di questo museo territoriale dedicato all’acqua si intende ricercare la collaborazione di partners privati quali la Società Girola, il cui nome è indissolubilmente legato ai grandi lavori di costruzione delle dighe ossolane e l’ENEL. • Museo del trasporto lungo il Sempione Si intende realizzare a Domodossola una struttura museale di grande effetto avente come tema “Il Sempione”. Tale struttura rappresenta il cuore del progetto generale di cui al punto 4.2. denominato “Ecomuseo Internazionale del Sempione”. In prima approssimazione la parte espositiva deve ripercorrere tutte le tappe dell’utilizzo di questa via di comunicazione, dall’antichità fino agli sviluppi futuri, e potrebbe sinteticamente comprendere le seguenti sezioni: v' Sempione: grande via alpina d’Europa v' Tracce e documenti di storia del Sempione v' la strada di epoca romana v' la via Stockalper; v' La strada napoleonica del Sempione v' Il Sempione nei viaggi e nella letteratura v' Viaggio pittorico lungo il Sempione v' Aspetti geologici v' Il Tunnel del Sempione v' Geo Chavez, il trasvolatore delle Alpi Collegamenti in rete: sono previsti collegamenti in rete con le realtà museali di Simplondorf, Briga, Museo dei Trasporti di Lucerna, Museo del Gottardo, altri... Camminare per conoscere: i percorsi tematici Il sentiero: la principale attrezzatura turistica della montagna. In base alle nuove statistiche in campo turistico decine di milioni di persone in Europa praticano l'escursionismo a vari livelli, e sempre di più il sentiero diventa l’attrezzatura turistica più ricercata come mezzo di scoperta della natura, dei territori e delle popolazioni che vi vivono. Camminare per conoscere: questa è la filosofia che anima l'escursionista che percorre un itinerario alla scoperta delle bellezze della natura, di ritmi di vita antichi e dimenticati, a volte lenti e faticosi, assai diversi dalla realtà che si vive quotidianamente. La domanda di escursionismo ha spinto molti paesi a promuovere politiche di salvaguardia della rete di sentieri e di commercializzazione del prodotto "turismo escursionistico": è la Svizzera, con 50.000 km di sentieri e percorsi, a guidare (densità rispetto alla superficie) la classifica dei paesi che dispongono di una simile offerta turistica. Recentemente poi, soprattutto in Austria e Svizzera, camminare è diventata un'attività fondamentale anche in inverno, con passeggiate nel silenzio, nei paesaggi da fiaba dei boschi innevati. In Austria per esempio esistono attualmente 14.000 km di sentieri e percorsi mantenuti aperti e battuti anche in inverno: non esiste più il complesso del "non saper sciare". Le inchieste condotte in Austria parlano chiaro: tra la clientela delle località invernali, il 20% pratica lo sci alpino, il 40% lo sci di fondo e il 40 % l'escursionismo o altre attività legate alla scoperta della natura. Negli ultimi anni sta sempre più diventando evidente che lo sviluppo di forme di turismo ecocompatibile si dimostra straordinario volano di riqualificazione e sviluppo di diverse potenzialità economiche presenti sul territorio. Questa peculiare prerogativa del turismo assume una capitale importanza in ambiti a rischio d’abbandono come la montagna, dove le necessità particolari ma spesso irrinunciabili dei valligiani sono state spesso dimenticate dalle amministrazioni centrali. La disattenzione e la disaffezione nei confronti della montagna ha provocato processi d’impoverimento e abbandono con conseguenze talora catastrofiche in termini di equilibrio ambientale. Lo sviluppo del turismo riveste così duplice valenza: da un lato crea nuove opportunità di occupazione e di fonti di reddito convogliando verso l’economia di valle capitali non prodotti in loco, dall’altro obbliga i residenti alla manutenzione e alla valorizzazione dell’identità del territorio. Le strade turistiche Tra le molte strade percorse dal turismo nel tentativo d’organizzare le offerte del territorio in prodotti vendibili, particolare successo da qualche tempo incontra la creazione d’itinerari turistici. Si tratta in genere di percorsi a tema (es.: la strada dei vini nell’Alto Adige, le vie Francigene, la via dell’Amore in Liguria, la strada delle ville Palladiane in Veneto, la strada dei castelli nella Loira, la strada delle fiabe in Germania, ecc.) lungo i quali, in linea di massima, oltre allo sviluppo del tema centrale, si cerca di porre in valore il complesso dei prodotti offerti dal territorio, quindi sia turistici che sportivi, ambientali, agricoli, salutistici, gastronomici, artistici, culturali, antropologici. Tali percorsi, pur non essendone rigidamente vincolati, traggono notevole valore aggiunto nel caso possiedano effettiva valenza storica. La loro messa a punto può esser fatta a vari livelli. Se, in linea teorica, per partire basterebbe un tracciato, l’offerta d’itinerari ha fatto sì che la richiesta abbia già subito un’evoluzione. Infatti da parte dei fruitori si richiedono ormai vengono richiesti opuscoli-guida in lingua, cartine e pannelli didattico-informativi in prossimità dei punti più rilevanti lungo il percorso contenenti spiegazioni e indicazioni sulle attività praticabili, aree sosta attrezzate. Infine, vista la varietà di offerte d’itinerari a tema presenti sul mercato turistico, si rivela indispensabile una forte ed efficace campagna promozionale.
Il fruitore Il tipo di fruizione proposto per tali itinerari è in genere molteplice proprio per consentire di attirarvi le utenze più diversificate. Il nucleo di partenza è spesso il turismo di tipo escursionistico che negli ultimi anni ha tratto anche in Italia notevole impulso dallo sviluppo del turismo naturalistico ed ecologico. Questo tipo di turista ama muoversi alla ricerca delle bellezze della natura e d’un genuino rapporto uomo-natura. Le esigenze di questo tipo di turista non sono in genere economicamente esose: oltre a percorsi ben conservati e ben segnalati, chiede di tanto in tanto per pasti e pernottamenti ospitalità non di lusso ma genuina e tradizionale, così come punta ad ottenere da parte del residente un rapporto fraterno e sincero. Chiede inoltre che le emergenze presenti lungo i percorsi siano in effetti fruibili e corrispondenti alle aspettative. In genere, oltre alla fruizione in loco del territorio, questo tipo di turista tende a portar via, acquistandoli, i beni più tipici (prodotti agricoli, artigianali, artistici). Non di rado tale tipo di turista viaggia con la famiglia o con amici. Al turismo escursionistico da qualche anno si affianca un turismo a carattere sportivo non competitivo, rivolto in particolare a appassionati di trekking a piedi, cavallo o mountain-bike. Questo tipo di turista è in genere abbastanza simile all’escursionista descritto in precedenza. Differisce essenzialmente nel fatto che cerca tracciati più impegnativi (che possono facilmente diventare varianti dell’altro percorso) e un minimo di attenzione rispetto a problematiche tecniche riguardanti lo sport praticato (es.: stalle e cibo per cavalli, attrezzature e ricambi per biciclette, carte e guide per i trekkers). La sua fruizione in genere si rivela meno attenta all’offerta del territorio ma, al contrario, più propensa a spendere in qualità dell’ospitalità, sia a tavola che in albergo. Raramente tale turista viaggia con la famiglia, più spesso in gruppetti di poche unità. Pur non essendo direttamente coinvolti, anche tipi di turismo sportivo a carattere stanziale, quali quelli che si servono di piste da sci, campi di golf, percorsi di canoa o rafting, traggono benefici di riflesso dall’entrata in funzione di itinerari tematici. Infatti, nell’obiettivo di valorizzazione complessiva delle potenzialità dell’itinerario, la promozione della strada comporta la messa in valore tanto degli elementi d’interesse itinerante quanto di attività che viceversa inducono all’approfondimento e al soggiorno locale. Il varo d’un itinerario a tema può inoltre riscuotere consenso presso un altro tipo di turismo escursionistico legato alla crescita d’interessi ecologici e di contatto con la natura. Si tratta del turismo plein-air derivante dall’uso di camper, roulottes e tende. Questo tipo di turismo ha, rispetto ai modelli di turismo sopra esaminati, un approccio più tranquillo ma necessita d’indispensabili elementi quali aree sosta ad hoc, ampie a sufficienza, attrezzate e dotate di servizi, e, più in generale, di uno spirito di disponibilità da parte dei residenti che in realtà non così generalizzato. I possessori di campers e roulottes non sono in genere identificati come amanti dei sentieri ma sono al contrario grandi fruitori di tour a tema. La creazione d’un itinerario automobilistico che s’unisca in più punti all’omologo itinerario pedestre consente pertanto facilità d’accesso e deflusso per l’escursionista pedestre quanto possibilità per il turista da veicolo ricreazionale di praticare sentieri per piccoli tratti o anelli consentendogli un contatto assai più profondo con la natura e il territorio. L’apertura di un itinerario automobilistico attrezzato schiude la fruibilità anche al turismo automobilistico “tout court” che in genere porta soggiorni giornalieri o della durata di pochi giorni. Questo tipo di pubblico, solitamente piuttosto superficiale, è però quantitativamente assai numeroso. La possibilità d’attirarlo è insita nella capacità di identificazione e di promozione di pochi ma assai efficaci punti forte. Raramente questo tipo di pubblico utilizzerà i sentieri mentre viceversa assai richieste saranno le emergenze poste in coincidenza con la strada asfaltata e i servizi d’appoggio, quali divertimenti e bar, spacci e ristoranti, soprattutto qualora sappiano darsi un’immagine di tipicità. Questo tipo di turista é solito viaggiare sia individualmente che in famiglia che in gruppo. Altro possibile utente di un itinerario a tema, soprattutto se vanta importanti peculiarità ambientali, è il turista naturalistico. Anche questo tipo di turista è in genere simile all’escursionista descritto in precedenza. Differisce essenzialmente nel fatto che cerca percorsi più specialistici (che possono facilmente diventare varianti dell’altro percorso) e un maggiore approfondimento di tematiche ambientali, magari connesse ad attività di conoscenza, quali bird-watching, sentieri glaciologici, sentieri botanici, ecc. La sua fruizione è generalmente assai attenta in corrispondenza ai suoi interessi mentre scema notevolmente appena se ne allontana. Ama fare soggiorni piuttosto spartani concedendosi abbondanza solo nel cibo purché sia tradizionale. È spesso un turista solitario, raramente viaggia con la famiglia (anche se negli ultimi anni la situazione è in via di miglioramento), più spesso in gruppetti di poche unità. Come si può facilmente desumere la creazione di un itinerario a tema è di per sé in grado di attrarre un pubblico assai vasto e composito. Ogni fascia di pubblico deve però potervi veder sufficientemente sviluppata la propria sfera d’interesse, pena la caduta d’attrazione. Cosa fare sul territorio Questa ampia premessa consente di definire l’importanza di tematizzare il territorio, innervandolo di itinerari tematici (la natura e l’ambiente, l’acqua, la pietra, la cultura materiale, la storia, l’arte, la fede...) proposti all'ospite nell'ottica di un comprensorio dinamico di risorse fruibili. Tutto ciò però necessita di una grande coordinazione di sforzi tra tutti coloro che si occupano di ”sentieri”. Proprio per porre rimedio alla generale disorganizzazione recentemente è nato il progetto di Catasto dei Sentieri del Verbano Cusio Ossola, uno strumento per conoscere, amministrare, proteggere e promuovere la viabilità pedestre del territorio provinciale. Nato per iniziativa della Sezione del Club Alpino Italiano EST Monterosa, il progetto è stato fortemente sostenuto (anche finanziariamente) dalla Provincia del VCO – Assessorato al Turismo.{PRI VATE "TYPE=PICT;ALT=Scalinata tra la Colletta e Sogno in Valle Antrona. Foto del sig. Bruno Pavesi"} In 8 anni di impegno, sia progettuale che di attività di rilevamento e segnalazione dei percorsi, da parte delle 17 Sezioni locali del C.A.I. sono state individuate le linee guida sulle quali svolgere l'intero lavoro: • Sono stati censiti i sentieri ufficiali dell’intero territorio suddiviso in Zone catastali, identificate ciascuna con una lettera maiuscola. • Ogni Zona è stata identificata su base morfologica e storica, così che ognuna di esse risulta attraversata da una importante Via Storica che ne costituisce la spina dorsale viaria. • In ogni Zona i sentieri sono stati numerati, a partire dallo 0 che identifica la Via Storica, usando un metodo già usato per le strade urbane, numeri pari per un versante e dispari per quello opposto. • Sono identificati come "sentiero" tutte le vie pedestri e i punti di partenza e di arrivo vengono scelti tra i centri abitati, gli alpeggi e i passi. • Di ogni sentiero vengono individuate le località che presentano particolarità di interesse storico, architettonico, naturalistico o paesaggistico. • Per ogni sentiero viene realizzata una scheda a cura di un volontario che ne diviene il Referente. Nella scheda vengono riportate le coordinate cartografiche, i tempi di percorrenza, la tipologia e lo stato del fondo, la presenza d'acqua, la tipologia ambientale delle zone attraversate, nonché alcune brevi note a proposito di particolari evidenze storiche, paesaggistiche, ecc. • Il Referente del Sentiero si assume il compito di monitorare lo stato di manutenzione del fondo e della segnaletica e tramite il Referente della Zona, segnalare all'Amministrazione territorial mente com petente gl i eventual i interventi da adottare. • La cartografia di lavoro prodotta si basa sulla C.T.R. del Piemonte (ortofotocarte 1:10.000), "tagliata" e talvolta riscalata (1:13.000 - 1:18.000) in modo da comprendere su un'unica cartina le unità sentieristiche. La mole di dati raccolti e uniformati secondo standard predefiniti costituiscono al momento un efficace strumento di lavoro per gli addetti del settore. Una volta completato questo catasto (termine previsto primavera 2001) nasce l’esigenza di completare la segnaletica escursionistica mediante opportuna tabellazione secondo gli standard qualitativi del CAI, i modo da garantire l’uniformità su tutto il territorio provinciale. Per questo occorre uno sforzo di coordinamento da parte delle comunità montane, che si identificano come gli enti maggiormente coinvolti da questo progetto, in quanto generalmente i sentieri sono delle entità che iniziano nel fondovalle determinano in corrispondenza di passi o cime ricalcando antiche vie di monticazione e vie di collegamento delle borgate e quindi generalmente superano i limiti amministrativi dei comuni e delle Comunità montane. Oltre al completamento della segnaletica si deve realizzare una serie di prodotti agevoli, di facile consultazione, a disposizione del turista e di chiunque, attraverso la rete escursionistica, voglia riscoprire la storia, la cultura, la natura, l’ambiente e le tradizioni del territorio del VCO. Tra questi si individua: • cartine turistiche • cartine escursionistiche • pieghevoli informativi • guide escursionistiche • CD-Rom di approfondimento • Libri fotografici La risorsa storia, arte, cultura Nuove forme di turismo si affacciano oggi alla ribalta, tendenze d'impronta culturale che apprezzano il senso e il significato delle memorie storiche diffuse sul territorio, le ricchezze naturali e paesaggistiche. Appare di particolare interesse per il nostro territorio lo sviluppo di itinerari tematici che evidenzino le tracce delle diverse epoche storiche. A questi si accompagnano anche alcuni interventi infrastrutturali quali: • interventi di riqualificazione dei centri storici; • Ristrutturazione edificio monastico Ca d’la Bugnanca ad Anzola per realizzare sede della Fondazione Monti; • Ristrutturazione edificio monastico a Pallanzeno con funzione ricettiva. • Trasformare la scuola media di Ornavasso in museo con raccolta dei reperti Bianchetti • Realizzazione ad Anzola di un archivio informatizzato ed di un’esposizione delle fotografie di Paolo Monti • Recupero e valorizzazione della strada romana tra Vogogna e Beura • Contribuzioni per la realizzazione di tetti in pioda • Completamento sala polivalente a Ornavasso a scopo congressuale L’anno giubilare ha messo in evidenza il forte sviluppo che il turismo religioso e i percorsi dell’arte e della fede incontrano anche nel nostro territorio, caratterizzato dalla presenza di due realtà storico-culturali molto affermate, il Sacro Monte Calvario di Domodossola e il Santuario del Boden di Ornavasso. Grande importanza rivestono anche la Chiesa di San Quirico a Domodossola, di Santa Marta a Mergozzo, di San Giovanni a Mont’Orfano, di Sant’Abbondio a Masera, di Santa Maria a Trontano. Oltre a queste esiste tutto un patrimonio architettonico meno conosciuto ma ugualmente di grande interesse, chiese, oratori, viae crucis, fino alle piccole cappellette votive nascoste nel folto del bosco, vere testimonianze di fede e che raccontano storie di ordinaria miseria. Si ritiene che il turismo religioso costituisca quindi una grande potenzialità di questo territorio. Qualsiasi progetto e promozione deve essere però fatta ad un livello superiore rispetto ai confini amministrativi della comunità montana in quanto è necessario coinvolgere tutte le importanti realtà che non sono comprese tra i comuni della Comunità Montana Valle Ossola: il Sacro Monte di Orta, il Sacro Monte di Ghiffa, il Santuario di Re, la chiesa di Baceno, di Croveo, di Crevoladossola, di Montecrestese, di Villadossola, di Verbania Pallanza e inoltre le tradizionali Autani, caratteristiche processioni sulle montagne della valle Antrona. Tra gli interventi finalizzati ad una migliore e più consona fruizioni di queste oasi di pace e tranquillità segnaliamo: • allargamento della strada di accesso al Santuario del Boden (Ornavasso); • creazione di un parcheggio terminale interrato al Santuario del Boden (Ornavasso); • Ripristino dei sentieri di collegamento tra le vie Crucis di Migiandone, il Santuario della Madonna del Boden e la Linea Cadorna (Ornavasso); • Completamento di un’area turistico-ricreativa e ricettiva a Ornavasso da utilizzarsi in occasioni di grandi manifestazioni; • Realizzazione del Museo degli arredi sacri a Pallanzeno con annessa struttura turistico¬ricettiva; • Restauro conservativo della chiesa di Sant’Abbondio a Masera; • realizzazione di una nuova strada di accesso al Sacro Monte Calvario di Domodossola per creare un percorso circolare a senso unico e valorizzare l’area dell’ex Convento dei Cappuccini; • redigere un progetto di recupero dell’ex Convento dei Cappuccini (Caserma Chiossi), che ne definisca nel dettaglio le possibili destinazioni d’uso e le modalità di gestione; • Realizzare dei parcheggi alla base e alla sommità dell’area del Sacro Monte Calvario; • Continuare nella preziosa opera di restauro del patrimonio artistico e architettonico del Sacro Monte compresa l’illuminazione artistica; • Restaurare la piazza di partenza della Via Sacra; • Restaurare l’edificio dell’attuale circolo ACLI da adibire a nuova sede della riserva del Carvario; • Restauro della Casa Stockalper con creazione di servizi igienici pubblici; • Restauro dell’ex municipio di Calice con creazione di uno spazio museale; • Promuovere uno studio finalizzato a definire una nuova perimetrazione della Riserva Naturale Speciale del Sacro Monte Calvario di Domodossola per un suo allargamento; • Realizzare a Domodossola, in colaborazione con il centro universitario di Domodossola, un Osservatorio del Turismo religioso. La risorsa acqua Come già più volte rimarcato l’acqua è un elemento che caratterizza fortemente il territorio ossolano. Intorno a tale risorsa possono gravitare tutta una serie di progetti, anche molto diversificati tra loro, ma con lo stesso comune denominatore. L’idea è quella di legare insieme tutti questi progetti che nel complesso vanno a costituire un’unica realtà distribuita sul territorio. Il concetto potrebbe essere quello dell’ecomuseo o del museo diffuso, cioè di una struttura istituzionalizzata e riconosciuta nell’ambito della L.R. 31/95. Questa possibilità andrebbe perseguita con un ambito territoriale superiore rispetto a quello della Comunità Montana Valle Ossola. Infatti nell’ambito di un simile progetto non dovrebbero mancare le Valli Antigorio, Formazza, Divedro e Antrona, le valli dove sono più evidenti le testimonianza legate all’industria idroelettrica e dove esistono ancora industrie di imbottigliamento e stabilimenti termali in fase di realizzazione. Del resto il concetto di ecomuseo legato alla risorsa “acqua” è presente anche nel Piano di Sviluppo Socio Economico della Comunità Montana Valle Antigorio, Divedro, Formazza. Questo interesse comune p