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Da Valle Ossola.
COMUNITÀ MONTANA VALLE OSSOLA (PIEMONTE)
I. INTRODUZIONE
I.1. La Comunità Montana: ruolo e funzioni
Le Comunità Montane sono enti locali costituiti con legge regionale tra comuni montani e parzialmente montani della stessa provincia, allo scopo di promuovere la valorizzazione delle zone montane, l'esercizio associato delle funzioni comunali, nonché la fusione di tutti o di parte dei comuni associati (Arte. 28 comma I L. 8 giugno 1990 n° 142 "Ordinamento delle autonomie locali"). In passato le Comunità Montane avevano i connotati di un semplice consorzio amministrativo; con la L. 1102/71 diventano enti di diritto pubblico cui i comuni devono aderire obbligatoriamente; infine, sono diventate Enti locali con la L. 142/90 che recita: "Le Comunità Montane sono enti locali costituiti con legge regionale tra comuni montani e parzialmente montani della stessa provincia, allo scopo di promuovere la valorizzazione delle zone montane, l'esercizio associato delle funzioni comunali, nonché la fusione di tutti o di parte dei comuni associati (Arte. 28 comma I L. 8 giugno 1990 n° 142 ”Ordinamento delle autonomie locali”).
Competenze ed attività espletate L'Art. 29 della L. 142/90 e l’Art. 6 della L.R. 28/92 individuano le finalità e le funzioni della Comunità Montana: 1. La Comunità Montana, attraverso l'attuazione di piani pluriennali e di progetti speciali integrati e nel quadro della programmazione di sviluppo provinciale e regionale, promuove lo sviluppo socioeconomico del proprio territorio; persegue l'armonico riequilibrio delle condizioni di esistenza delle popolazioni montane anche garantendo, d'intesa con gli altri Enti operanti sul territorio, adeguati servizi capaci di incidere positivamente sulla qualità della vita. 2. La Comunità Montana concorre alla difesa del suolo ed alla difesa ambientale; tutela e valorizza la cultura locale e favorisce l'elevazione culturale e professionale delle popolazioni montane anche attraverso una adeguata formazione professionale. 3. Spettano alle Comunità Montane le funzioni attribuite dalla legge nazionale e regionale, quelle ad essa delegate da Regione, provincia e Comuni ed in particolare: • Gestisce gli interventi speciali per la montagna stabiliti dalla Comunità economica europea o dalle leggi statali e regionali (in particolare quanto O stabilito in materia di salvaguardia del territorio montano nella L.R 72/95); • Esercita le funzioni proprie dei Comuni o a questi delegate, che i Comuni non riescono ad espletare in proprio o per le quali decidano di esercitare in forma associata; • Realizza le proprie finalità attraverso programmi operativi annuali di attuazione del piano pluriennale di sviluppo socioeconomico; • Concorre alla formazione del Piano territoriale Provinciale anche attraverso le indicazioni urbanistiche del piano pluriennale di sviluppo; 4. Le Comunità Montane hanno ruolo e le funzioni di Consorzio di bonifica montana ai sensi della L.R. 4/75. 5. Sono attribuite alle Comunità Montane tutte le deleghe predisposte per gli Enti Locali dal D.L. 112/98 "Conferimento di funzioni e compiti dello stato alle regioni ed agli Enti Locali in attuazione del capo I della Legge 15.3.97 n° 59"; riferiti, in particolare ai seguenti ambiti: • sviluppo economico e attività produttive • territorio, ambiente ed infrastrutture • servizi alla persona e alla comunità • polizia amministrativa.
I.2. Il PSSE: obiettivi e linee guida
I.3. La struttura
Il Piano di sviluppo socio-economico costituisce il principale strumento per la programmazione degli interventi delle Comunità Montane, con i requisiti definiti dalla Legge Regionale n°16/99. Ha durata quinquennale e viene adottato, con una deliberazione programmatica, dal consiglio della Comunità Montana, successivamente approvato dalla Provincia territorialmente competente (art.26). Deve essere sintetico, chiaro e deve fissare gli obiettivi che effettivamente possono essere raggiunti con i mezzi finanziari che realisticamente potranno essere disponibili. È articolato in due parti: • la prima conoscitiva che consente, anche se redatta in forma breve ed essenziale, di analizzare le caratteristiche socio-economiche e territoriali; • la seconda propositiva degli interventi ritenuti necessari, redatta secondo i seguenti principi: 1. valutazione complessiva delle principali problematiche (punti di forza e debolezza) e delle prospettive che consentono di individuare gli obiettivi generali del piano. 2. definizione degli obiettivi operativi per aree di intervento che rappresentano i settori nell’ambito dei quali la Comunità Montana opererà attivamente: gli interventi concreti costituiscono i programmi d’azione. L’individuazione e la collocazione cartografica delle opere e degli interventi previsti nel piano costituiscono indicazioni urbanistiche, le quali concorrono alla formazione del piano territoriale provinciale. Alle suddette indicazioni i Comuni adeguano i propri strumenti urbanistici. Il piano è corredato da una tavola denominata "carta di destinazione d’uso del suolo" che individua le aree di interesse agro – silvo - forestale e di particolare pregio ambientale e paesistico, le linee di uso delle risorse primarie e dello sviluppo residenziale, produttivo, terziario, turistico, e la rete di infrastrutture aventi rilevanza territoriale. La redazione del Piano di Sviluppo richiede che si presti particolare attenzione alla fase di analisi della situazione attuale evitando che questa diventi un’aggregazione di dati statistici che non consentono di individuare qualitativamente le tendenze reali in corso. È necessario, quindi, cercare di interpretare i dati statistici in modo tale da identificare gli scenari evolutivi che, nel medio periodo, caratterizzano il territorio in esame. Nella fase propositiva si è reso indispensabile il coinvolgimento degli attori presenti sul territorio (le Amministrazioni Comunali, gli Enti di Gestione dei Parchi e delle Riserve Naturali, le Associazioni di Categoria) per svolgere un’azione di prospezione dello sviluppo possibile ed un’anticipazione degli scenari che producano tale sviluppo. La partecipazione e la consultazione degli attori coinvolti, è indispensabile perché tale piano possa essere considerato uno strumento utile a favorire lo sviluppo. Alla luce delle considerazioni sopra esposte, la fase conoscitiva si articola secondo i seguenti settori ed argomenti: • Analisi ambientale e delle caratteristiche geografiche, geologiche, geomorfologiche e di utilizzo del suolo. • Analisi demografica e sua dinamica. • Analisi delle dotazioni di servizi, infrastrutture e situazione abitativa. • Analisi dei settori produttivi cercando di individuare i problemi strutturali ed infrastrutturali di base.
I.4. La metodologia
II. IL QUADRO NORMATIVO-ISTITUZIONALE
II.1. Il quadro legislativo di riferimento
L’art. 44 della Costituzione Italiana (1948) recita "Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, ... promuove ed impone la bonifica delle terre...La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane" . La prima legge nazionale che recepisce queste direttive è la L.n° 991 del 1952 che dispone provvedimenti a favore dei territori montani attraverso sussidi economici che interessano i settori silvo pastorali, artigianato e turismo. I piano di sviluppo socioeconomico sono regolati dalla seguente normativa nazionale e regionale: • L. 1102 del 3.12.1971, Nuove norme per lo sviluppo della montagna (artt. 4, 6, 8); • L. 142 dell’8.6.1990, Ordinamento delle autonomie locali (art. 29) • L. R. 16 del 2.7.1999, Testo unico delle leggi sulla montagna (artt. 26, 27, 28, 29) La legge 1102 del 3/12/1971, si pone l’obiettivo della "valorizzazione delle zone montane, favorendo la partecipazione delle popolazioni attraverso le Comunità Montane"; si crea quindi un nuovo organismo avente i seguenti ruoli: 1- concorrere all’eliminazione degli squilibri di natura sociale ed economica fra le zone montane; 2 - concorrere alla difesa del suolo ed alla protezione della natura. Tutto ciò mediante una serie d’interventi intesi a: a. dotare i territori montani, con l’esecuzione di opere pubbliche e di bonifica montana, delle infrastrutture e dei servizi civili idonei a consentire migliori condizioni di abitazione ed a costitu ire la base di un adeguato sviluppo economico; b. sostenere, attraverso opportuni incentivi, nel quadro di una nuova economia montana integrata, le iniziative di natura economica idonee alla valorizzazione di ogni tipo di riserve attuali e potenziali. c. fornire alle popolazioni residenti nelle zone montane, riconoscendo alle stesse la funzione di presidio del territorio, gli strumenti necessari ed idonei a compensare le condizioni di disagio derivanti dall’ambiente montano. d. favorire la promozione culturale e professionale delle popolazioni montane. e. Realizzare gli interventi suddetti attraverso piano zonali di sviluppo, da redigersi e attuarsi dalle Comunità Montane, e da coordinarsi nell’ambito dei piani regionali di sviluppo. L’istituzione delle Comunità Montane è demandata alle regioni: la Regione Piemonte recepisce le indicazioni della 1102 con la L.R. 17 del 1973, l’Ossola fu suddivisa in 5 piccole comunità. Secondo l’analisi del Brocca (1975) si tratta di un grave limite in quanto il compito primario di programmare lo sviluppo deve essere concepito a livello territoriale cercando di spezzare le resistenze campanilistiche che sono in contrasto al processo di sviluppo comunitario. La Legge Regionale n° 72 del 1995 "Provvedimenti per la salvaguardia del territorio e per lo sviluppo socio-economico delle zone montane" definisce meglio i compiti delle Comunità Montane: questa legge è stata abrogata con l’entrata in vigore del "Testo unico delle Leggi Sulla Montagna"
La Legge Regionale n°16 del 2 Luglio 1999 La Legge Regionale 2 luglio 1999 n° 16 “Testo unico delle leggi della Montagna” promuove la salvaguardia del territorio con particolare attenzione all’ambiente naturale e la valorizzazione delle risorse umane, culturali e delle attività economiche delle zone montane. La stessa legge ridelimita le comunità montane esistenti "in base a criteri di unità territoriale, economica e sociale". La Comunità Montana Valle Ossola assume una nuova fisionomia e viene ridotta da 18 a 11 comuni: Anzola, Beura Cardezza, Bognanco, Domodossola, Masera, Mergozzo, Ornavasso, Pallanzeno, Premosello Chiovenda, Trontano, Vogogna. Questa ridefinizione dei confini amministrativi ha posto la Comunità Montana nelle condizioni di dover completare e adeguare i propri strumenti di programmazione. Gli articoli 26, 27, 28 capo IV di detta legge sono dedicati al piano di sviluppo socio economico che le comunità montane sono tenute a predisporre. Detto piano è lo strumento attraverso il quale le comunità montane concorrono alla formazione del piano territoriale di coordinamento. Il suo ruolo nella pianificazione territoriale provinciale è di grande rilievo sia come fonte di informazione, che come strumento di governo dell’amministrazione locale. Le finalità ricalcano le leggi precedenti e sono: "La Comunità montana, attraverso l’attuazione dei piani pluriennali di sviluppo, dei programmi annuali operativi e di progetti integrati di intervento speciale per la montagna e nel quadro della programmazione di sviluppo provinciale e regionale, promuove lo sviluppo socio-economico del proprio territorio, persegue l’armonico riequilibrio delle condizioni di esistenza delle popolazioni montane, anche garantendo, d’intesa con altri enti operanti sul territorio, adeguati servizi capaci di incidere positivamente sulla qualità della vita. La Comunità Montana concorre, nell’ambito della legislazione vigente, alla difesa del suolo ed alla difesa ambientale, tutela e valorizza la cultura locale e favorisce l’elevazione culturale e pro fessionale delle popolazioni montane anche attraverso un’adeguata formazione pro fessionale che tenga conto, nei suoi moduli organizzativi, delle peculiarità delle realtà montane Gestisce gli interventi speciali per la montagna .... esercita le funzioni proprie dei Comuni che i Comuni sono tenuti o decidono di esercitare in forma associativa. .... realizza le proprie finalità istituzionali attraverso programmi operativi annuali di attuazione del piano pluriennale di sviluppo socio-economico." Grande rilievo viene posto al Piano di sviluppo socio- economico che deve essere predisposto "tenendo conto delle previsioni degli strumenti urbanistici esistenti a livello comunale ed intercomunale, della pianificazione territoriale e di settore vigenti, nonché delle indicazioni derivanti dalla consultazione dei Comuni interessati" Le richieste di finanziamento regionale devono essere richieste attraverso i "Progetti integrati" presentati coerentemente con il contenuto del piano pluriennale di sviluppo socio-economico, tenuto conto degli aspetti di ricaduta di tali progetti sul tessuto socio-economico e territoriale.
Di seguito viene riportato in allegato la Legislazione regionale, nazionale e comunitaria vigente
II.2. La programmazione e pianificazione territoriale: sovraordinata, nazionale e locale
II.3. Lo sviluppo sostenibile
III. IL TERRITORIO
III.1. Analisi delle risorse
III.1.1. Le Risorse naturali e ambientali
INQUADRAMENTO GEOGRAFICO La Val d’Ossola Il territorio della Comunità Montana Valle Ossola comprende la porzione centrale del territorio della Provincia del Verbano-Cusio-Ossola; nella Errore. L'origine riferimento non è stata trovata., in cui viene rappresentata la suddivisione delle Comunità Montane provinciali, si osserva come la Comunità Ossola sia la seconda per estensione dopo l’Antigorio, Divedro, Formazza ma rappresenta quella con la maggiore popolazione residente. Con l’emanazione della Legge Regionale n° 16 del 2 Luglio 1999 i confini delle Comunità Montane sono state ridefiniti "in base a criteri di unità territoriale, economica e sociale". La Comunità Montana Valle Ossola è stata così ridotta da 18 a 11 comuni.
La Val d’Ossola è la valle alpina percorsa dal fiume Toce che nasce a Riale di Formazza (1720 m) e, dopo una corsa di 80 km, sfocia nel Lago Maggiore. Strettamente incuneata nella Svizzera (Vallese a ovest e Ticino a est), l’Ossola ha la forma di una foglia d’acero i cui lobi definiscono le sette valli laterali: Anzasca, Antrona, Bognanco, Divedro, Antigorio-Formazza, Isorno e Vigezzo.
Al centro della valle si situa il territorio degli 11 comuni amministrati dalla CMVO. Dal punto di vista geografico il territorio presenta tre ambienti distinti:
• L’ambiente di fondovalle dove sono situati la maggioranza dei centri abitati e il 90 % della popolazione (9 capoluoghi di comune su 11).
• L’ambiente collinare pedemontano, intermedio tra la piana alluvionale e la montagna, dove si incontra un capoluogo di comune (Trontano) e molte frazioni (Colloro, Rivoira, Monteossolano, Bracchio, ecc.).
• L’ambiente montano corrispondente al comune di Bognanco e alla valle omonima; l’unica di dimensioni prettamente alpine.
Da Domodossola, centro fisico e amministrativo del sistema di valli dell’Ossola, due strade portano in Svizzera: ad ovest la SS 33 (posto di confine di Iselle-Paglino in Val Divedro) e a est la SS 337 (posto di confine di Ponte Ribellasca in Val Vigezzo).
L’ambiente dominante è quello della piana alluvionale del Toce con i paesi disposti sui coni di deiezione dei torrenti affluenti (Domodossola sul conoide del Bogna, Ornavasso su quello del San Carlo, ecc.). Attorno ai paesi, i prati da sfalcio e i campi, i boschi misti di latifoglie a prevalenza di castagno. Storicamente si insediarono i villaggi agglomerati, con le case di pietra strette le une alle altre per risparmiare terreno produttivo.
La Val Bognanco La Val Bognanco è la valle di Domodossola perché si apre alle spalle del capoluogo ossolano; per la sua posizione geografica è una valle anomala in Ossola in quanto è incassata tra le catene secondarie delle Alpi: a sud la Valle Antrona, a ovest la Val Vaira o Zwischbergental, a nord la Val Divedro. La valle è percorsa dal torrente Bogna; la forte pendenza e la presenza sui versanti di estese coperture detritiche facilmente erodibili determinano una grande capacità di trasporto testimoniato dal gigantesco conoide di deiezione di oltre 4 km che si estende da Caddo al Monte Calvario. Un potente muraglione lungo 1300 m, il muraccio, fu costruito nel XVIII secolo per proteggere la città di Domodossola dalle piene disastrose del torrente. L’ambiente della Val Bognanco sono determinati dall’acqua: quella di 21 laghetti naturali alla testata della valle e quella curativa delle terme di Bognanco Fonti, le più importanti dell’Ossola. Anche qui lo spopolamento della valle e l'abbandono della montagna corrono di pari passo e anche lo sviluppo di Bognanco come centro termale non ha potuto frenare il fenomeno. Dal 1861 ad oggi, Bognanco ha visto ridursi di quattro volte i suoi abitanti: erano 1206 nel 1861 e sono 352 oggi. Ciò che permise per secoli la sostanziale tenuta di elevati livelli di popolamento in Val Bognanco fu l'alpicoltura e una modesta agricoltura che arrivava fino a San Lorenzo, attuale capoluogo del comune; la vite era coltivata fino a Monteossolano. La vera ricchezza della valle erano i pascoli e i circa 35 alpeggi distribuiti sui dossi e sui vasti ripiani dei circhi morenici alla testata (la distesa quasi continua di pascoli che correva da Gattascosa a Variola, oppure agli anfiteatri di Oriaccia e di Campo).
I paesi della Comunità Montana Anzola d’Ossola Ai piedi di una ripida montagna il paese (m 210, ab. 448) è un modello puro di abitato di fondovalle costruito agglomerato sul conoide di un torrente. Anzola vive la peculiarità di una dimensione rurale ancora viva e percepibile e una vivace imprenditoria che si esprime in piccole aziende fortemente innovative che attraggono manodopera dai paesi vicini. Beura Cardezza Il paese (m 257, ab. 1.370) è distribuito nei tre nuclei rurali di Beura, Cardezza (su un terrazzo esposto al sole) e Cuzzego. Beura è il regno della beola, le rocce gneissiche che danno lastre di pietra (piode) utilizzate da secoli per la copertura dei tetti, per pavimentazione ma anche per separare i poderi e delimitare i pascoli. Bognanco Bognanco (m 980, ab. 321) è nome collettivo per un gruppo di minuscoli villaggi concentrati lungo la strada provinciale (Bognanco Fonti, San Lorenzo, Graniga), ma un tempo erano oltre venti, sparsi sui terrazzi morenici e sugli speroni. Oggi la valle vive di turismo termale a cui offre boschi salubri, belle e facili escursioni, piccoli tesori d'arte popolare e religiosa conservati nelle chiese e negli oratori (“valle santa" era detta la Bognanco). Domodossola È da sempre la capitale civile e religiosa delle valli ossolane. La città (m 272, ab. 18.506) sorge sul conoide del torrente Bogna, ai margini della piana alluvionale dove confluiscono cinque valli: Bognanco, Divedro, Antigorio-Formazza, Isorno e Vigezzo. Da qui passavano le antiche vie di transito per il Passo del Sempione e per i valichi alpini della Val Formazza. Questa vocazione di città mercantile di frontiera, oggi fortemente terziarizzata, è confermata dai collegamenti stradali e ferroviari con il Vallese ed il Canton Ticino. Masera Il paese (m 297, ab. 1.404), costruito sulla conoide del Melezzo, è diventato zona residenziale di Domodossola attorno cui gravitano le attività economiche. Le pendici della montagna, tutte terrazzate e coltivate a vigneti, ospitano ville signorili (la più insigne è Villa Cioia) costruite degli emigranti vigezzini di ritorno in patria. Mergozzo Il paese (m 204, ab. 2.055) si affaccia sulle rive dell’omonimo lago con le case di pietra addossate le une alle altre e penetrate da stretti viottoli. Il territorio comunale comprende le frazioni di Bracchio e Montorfano (su terrazzi soleggiati) e Candoglia, Albo, Bettola, Nibbio (lungo l’asta del Toce). Ornavasso Ornavasso (m 215, ab. 3.294) è paese di origini walser costruito sul conoide del torrente San Carlo. Il paese, il secondo della CMVO per numero di abitanti, è animato da una vivace vita associativa e da un’economia caratterizzata da artigianato e piccole imprese collocate in una moderna zona industriale. Pallanzeno Lo sviluppo edilizio del paese (m 230, ab. 1.219) è legato al centro industriale di Villadossola. La parrocchiale di S. Pietro (XVII sec.) è il perno attorno cui è avvenuto lo sviluppo urbano. Premosello Chiovenda Premosello (m 222, ab. 2.074), con le frazioni di Cuzzago (un villaggio rurale fra i boschi) e Colloro (su un terrazzo soleggiato sopra il paese), conserva una schietta cultura contadino¬montanara proiettata verso la selvaggia Val Grande, luogo di infinite transumanze estive delle mandrie e di lunghi mesi di solitudine sugli alpeggi. Trontano Il paese (m 520, ab. 1.712) è terra di pietra (beola) e di vino (il Prunent, un vino brioso che esprime i sapori della montagna). Il capoluogo è alto sulla montagna, ma altre frazioni sono ai margini della piana alluvionale. Vogogna Il borgo (m 226, ab. 1.730) ha conservato un prezioso centro storico entro la cinta muraria medievale; il Castello Visconteo, la soprastante Rocca e diversi edifici residenziali di grande prestigio ne costituiscono il segno distintivo. Storicamente rappresentava la capitale dell’Ossola Inferiore. Una periferia moderna si stende verso la piana del Toce.
Il fiume Toce Il territorio della Comunità Montana Valle Ossola comprende una porzione occidentale del bacino imbrifero del Lago Maggiore. Tale unità geografica, importante per comprendere il clima e l’orografia del territorio, non corrisponde ad unità amministrative o politiche. Il bacino imbrifero del Lago Maggiore è compreso in due stati (Italia e Svizzera) e per la parte italiana suddiviso amministrativamente in tre province (VCO, Novara e Varese). Lo stesso sub-bacino del Toce presenta un’area, la Valle del Sempione, che appartiene politicamente al Vallese svizzero. La Val d’Ossola è la valle alpina percorsa dal fiume Toce che nasce a Riale di Formazza (1720 m) e, dopo una corsa di 80 km, sfocia nel Lago Maggiore. Il suo corso può essere suddiviso in tre parti: • dalla sorgente a Pontemaglio ha carattere torrentizio con una pendenza del 5,6 %; • da Pontemaglio a Vogogna inizia a perdere il carattere torrentizio per assumerne uno più regolare, il torrente diventa fiume con una pendenza ridotta (0,50%). In questo tratto riceve le acque dei suoi maggiori affluenti: Diveria, Bogna, Ovesca e Anza da destra, Isorno e Melezzo da sinistra; • da Vogogna al Lago Maggiore (foce ad estuario nei pressi di Feriolo), il Toce scorre in un letto regolare e stretto tra solidi argini artificiali con una pendenza regolare (0,12 %) formando numerose anse. La valle del Toce, sul piano di fondovalle, è molto regolare (85 m di dislivello tra Crevoladossola e il Lago Maggiore). Il piano alluvionale presenta uno spessore di oltre 200 m ed ha rafforzato la sua coltre nel corso dei secoli (Domodossola si è alzata di 4 m dal 1627 ad oggi). La piana ossolana è lunga 40 km con una larghezza media di 1500 m (max. 4 km tra Mocogna e Masera, min. 700 m tra la Punta di Migiandone e i Corni di Nibbio).
Il Torrente Bogna Il torrente Bogna rappresenta uno degli affluenti in destra idrografica del Fiume Toce. Per lunghezza e dimensioni del Bacino idrografico è il secondo corso d’acqua del territorio della Comunità Montana Valle Ossola. Il corso d’acqua scorre quasi sempre in una gola piuttosto incassata, soprattutto nella parte bassa; solo la parte più settentrionale del bacino idrografico, da San Bernardo al Passo di Monscera, presenta una morfologia meno accidentata. Con metodi di calcolo statistici è stata stimata una portata (T=500 anni) di massima piena con trasporto solido pari a circa 1000 mc in corrispondenza della foce. Il bacino è interessato da numerosi fenomeni di dissesto che interessano sia la copertura detritica che il substrato roccioso, legati alla presenza di un importante lineamento tettonico a carattere regionale (Linea Sempione-Centovalli). Tabella 2: principali parametri fisiografici del T. Bogna Area Bacino Idrografico (kmq) 90 Lunghezza asta (km) 15 Quota massima del bacino (mslm) 2713 Quota minima del bacino (mslm) 270 Quota media del bacino (mslm) 1555
Il Lago di Mergozzo Il Lago di Mergozzo faceva parte un tempo del Lago Maggiore. La separazione è avvenuta in seguito al progressivo accumulo di materiale alluvionale trasportato dal suo immissario, il Fiume Toce, fino a provocare una vera e propria chiusura. L'isolamento del lago di Mergozzo può essere collocato tra l'XI e il XIV secolo.
Tabella 3: principali parametri morfometrici del Lago di Mergozzo PARAMETRI MORFOMETRICI Area del lago 1,9 kmq Area bacino imbrifero 8,6 kmq Altitudine 194 mslm Volume del lago 0,08 kmc Prof ondità media 45,4 m Prof ondità massima 73 m Lunghezza 2,3 km Larghezza media 0,8 km Perimetro 5,9km
INQUADRAMENTO CLIMATICO
L'intero territorio ossolano presenta caratteristiche climatiche molto differenziate nelle diverse fasce altimetriche. Estremamente caratterizzante per il territorio in oggetto è l'asta del fiume Toce, con direzione complessivamente Nord-Sud e la sua ampia valle, che costituisce una via di risalita delle correnti umide dell'insubria.
Questo determina condizioni di relativamente alta piovosità, con valori annui di precipitazioni compresi tra 1.500 e 2.000 mm d'acqua fino ad altezza di Domodossola. Le correnti tendono successivamente a scaricarsi gradualmente e determinano condizioni di minor piovosità più a Nord, oltre il territorio della Comunità Montana Ossola, in corrispondenza della Valle Antigorio e Formazza (valori annui tra 1.250 e 1.500 mm).
Temperature
Le temperature, considerando le escursioni termiche annuali, hanno la caratteristica di essere più rigide nei fondovalle che sulle pendici; Domodossola ha un'escursione termica annua di 20,2 gradi centigradi con una temperatura media annuale di 11,9 gradi (gennaio 1,8 gradi e luglio 22 gradi). L'escursione cala con l'aumentare della quota: a 650 metri di altitudine è di 19°C, a 1.250 è di 18 gradi, mentre verso i 2.000-2.200 metri scende a 17 gradi.
Per il comprensorio ossolano la temperatura media annua è attestata sui 10°C a 500 metri, 7°C a 1000 metri, 3,5°C a 1.500 metri, mentre a 2.000 metri scende a 0,5°C.
I valori medi mensili delle temperature massime e minime di Domodossola risultano compresi tra -2 e +6 °C anche nei più freddi mesi di dicembre e gennaio, mentre i massimi, compresi tra 15 e 28°C si determinano nel mesi di luglio.
Precipitazioni
Le precipitazioni in Ossola si possono quindi considerare complessivamente abbondanti, perché i monti, ed in particolare quelli che segnano la linea di spartiacque con il Canton Ticino ed il Verbano, costituiscono, con i rilievi della Val Strona e del bacino del Lago d'Orta i primi ostacoli che le masse d'aria umida di provenienza mediterranea incontrano dopo l'attraversamento della Pianura Padana. Le masse d'aria, innalzandosi e raffreddandosi dopo l'incontro con i rilievi alpini, determinano precipitazioni di intensità variabile a seconda delle perturbazioni. Si hanno così precipitazioni medie annuali molto abbondanti, con massimi di 2600 mm/anno per l'area del Lago d'Orta e per la Val Grande, tra Ossola e Verbano.
Si può parlare nel complesso di un clima di transizione tra quello insubrico (di tipo atlantico, temperato quasi caldo) e quello endoalpino, di impronta continentale.
Il ritmo delle precipitazioni registra un periodo piovoso principale a primavera ma con notevoli afflussi anche durante il periodo estivo, e un secondo massimo in autunno. Il mese che presenta precipitazioni massime è maggio, ma il trimestre estivo difficilmente scende sotto i 300/350 mm. L'inverno è secco (meno di 200 mm nel trimestre), con un minimo a febbraio.
La fisiografia del Piemonte è ordinata in tre archi concentrici aperti verso Ovest: le Alpi Occidentali, la testata della Pianura Padana e le alture della Collina di Torino, delle Langhe e del Monferrato. La parte montuosa occupa il 73 % del territorio, alle piane spetta il 27%. I forti dislivelli impongono alle masse d'aria dirette verso Nord-Ovest, e provenienti da Sud e da Est, improvvisi movimenti ascensionali. L'espansione adiabatica provoca condensazione e precipitazioni: la fascia pedemontana è irrorata da piogge abbondanti e frequenti. A Pogaio (Val Grande, nella regione insubrica) EREDIA (1925) segnala nel decennio 1921-1930 la più alta piovosità media annua dell'area alpina (3141 mm), seguita da quelle dei siti vicino di Ornavasso e di S. Bernardino. Nel trentennio 1921-1950 a Pogallo il valore medio è di 2885 mm distribuiti in 97 giorni piovosi, che salgono a 125 a S. Bernardino.
Agli alti valori medi, nelle stesse zone corrispondono episodi di piogge brevi ed intense in proporzione anche più elevati. E' nota, e ricostruita di recente (BIANCOTTI, MOTTA M. & MOTTA L., 1998), la ricorrenza dei dissesti idrogeologici nell'Ossolano, all'estremo Est del territorio, ai piedi delle Alpi Pennine.
Distribuzione delle precipitazioni annue
Se si analizzano sinteticamente i rapporti tra precipitazioni e rilievo in Piemonte si può notare come i profili delle pioggie medie annue presentano valori minimi sulle aree di pianura e massimi sulle Alpi e sugli Appenini. I massimi assoluti si verificano in corrispondenza dell'interfaccia con la zona pianeggiante; via via che ci si addentra nelle aree montane i valori diminuiscono.
Nella comparazione tra i profili nord-sud e est-ovest risalta la differenza tra la sezione orientata secondo i meridiani e quella orientata sui paralleli; i valori massimi di precipitazione stanno fra loro in un rapporto di circa 1: 2. I valori più bassi sono collocati nelle aree di pianura sul fianco settentrionale dei rilievi appenninici. L'isoieta dei 1000 mm segue con buona approssimazione il limite tra la pianura e la montagna nel Piemonte occidentale e meridionale, mentre nel Piemonte settentrionale l'isolinea comprende anche le aree di pianura più prossime alle montagne.
Tra Le zone di maggiore piovosità in Piemonte, la più importante per entità di apporti ed estensione spaziale si allunga, con asse orientato NE - SW, dal Lago Maggiore alle Valli di Lanzo; in quest'area si ha il massimo valore annuo pari a 2350 mm nella località di Cicogna (VB).
Le aree meno piovose coincidono con la pianura alessandrina, dove annualmente si misurano in media meno di 700 millimetri. I settori montuosi in cui si hanno scarse precipitazioni comprendono le aree più interne delle valli alpine occidentali - valli Susa, Varaita e Maira - dove la precipitazione media annua è inferiore a 900 mm; nell'alta Valle Susa tale valore non supera gli 800 mm. La progressiva diminuzione delle precipitazioni via via che ci si inoltra nell'arco alpino è evidente anche nelle vallate alpine settentrionali dove anzi è più marcato: nella Val d'Ossola il decremento delle precipitazioni tra media e alta valle è dell'ordine dei 1000 mm (da 2300 mm a poco più di 1200). Negli altri bacini invece il decremento è molto meno vistoso (200 - 300 mm).
È necessario considerare che esiste una forte variabilità interannuale. Il pedemonte è zona di importanti oscillazioni irregolari e di eventi estremi negli anni critici. La variabilità pit) elevata si ha nelle aree maggiormente piovose: in provincia di Verbania, dove si registra il massimo di piovosità annua, si hanno un minimo di circa 1600 mm contro un massimo di oltre 3200 mm. Nelle zone meno piovose della pianura alessandrina e del Monferrato invece si hanno un minimo inferiore a 600 mm contro un massimo di poco inferiore a 1000 mm.
In ogni caso il valore minimo è pari a circa la metà del valore massimo, a conferma dell'elevata variabilità interannuale.
Numero medio annuo di giorni di pioggia e intensità medie
Il numero medio annuo di giorni di pioggia in Piemonte varia da un minimo tipico dell'ambiente mediterraneo (circa 50) a un massimo di tipo più continentale (circa 140). La zona con il minor numero di giorni di pioggia (meno di 70 per anno) comprende tutto il Monferrato e parte delle Langhe. Nelle aree di pianura si hanno in media da 70 a 90 giorni per anno. Sull'Appennino alessandrino i 90 giorni/anno vengono superati soltanto in zone limitate. Per le aree alpine la situazione varia a seconda del settore; così sulle Alpi Liguri e sulle Cozie si hanno in media da 70 a 90 giorni l'anno; sulle Alpi Marittime si superano i 90 giorni/anno; nelle Alpi Graie e nella maggior parte delle Alpi Pennine e Lepontine si hanno da 90 a 110 giorni/anno; soltanto in una ristretta zona settentrionale del bacino del Toce si superano ampiamente i 110 giorni/anno.
I valori di precipitazione media giornaliera, ottenuti dalla divisione del valore medio annuo per il numero annuo di giorni piovosi, variano in Piemonte da 8 a 24 mm/giorno. Sulla maggior parte del territorio regionale il valore di densità media è compreso tra 10 e 15 mm/giorno. Le aree in cui la densità di precipitazione media è bassa (inferiore a 10 mm/giorno) sono di estensione limitata: alcune piccole isole nella pianura, una piccola area in alta valle Toce, e due aree più importanti nella valle Susa e nelle testate delle valli Maira e Varaita.
I valori pit) elevati (maggiori di 15 mm/giorno) si hanno su alcune aree montane: Appennino, Alpi Liguri e Marittime, piccole zone delle Alpi Cozie e Graie, valli Sesia e Toce. In queste ultime valli si verificano i valori pit) elevati del Piemonte (superiori a 20 mm/giorno). La maggior piovosità del Piemonte settentrionale deve essere attribuita in misura maggiore alla elevata densità delle precipitazioni in quest'area piuttosto che al numero di giorni piovosi.
Regimi pluviometrici
La distribuzione annuale delle precipitazioni in Piemonte presenta un andamento bimodale, con due massimi, uno primaverile ed uno autunnale, e due minimi, uno invernale ed uno estivo. In base alla collocazione nell'anno del minimo principale, del massimo principale e del massimo secondario si possono distinguere in Piemonte quattro tipi di regime pluviometrico; di questi, tre sono di tipo continentale - (minimo principale in inverno) mentre il quarto è di tipo mediterraneo (minimo principale in estate):
prealpino: con minimo principale in inverno, massimo principale in primavera e secondario in autunno;
sublitoraneo: con un minimo principale in estate, massimo principale in autunno e secondario in primavera;
subalpino: con minimo principale in inverno, massimo principale in autunno e secondario in primavera;
subcontinentale: con minimo principale in inverno, massimo principale in autunno e secondario in estate.
Per il territorio ossolano si pone attenzione sul regime subalpino, che si estende sull'alta pianura novarese e vercellese, la valle Sesia e buona parte della valle Toce.
Il mese più piovoso è maggio, in cui cade quasi il 12% del totale annuo, seguito da ottobre con l'11% e da giugno e novembre con il 10%; il mese meno piovoso è invece gennaio con il 4%, seguito da dicembre e febbraio con il 5%; il mese estivo meno piovoso è luglio in cui cade il 7% del totale annuo. A marzo e settembre cade l'8%, mentre a agosto e novembre la percentuale è del 9%. La densità media ha valori compresi tra 10-15 mm/giorno in inverno, in primavera e in estate; in autunno supera i 20 mm/giorno.
Il numero di giorni piovosi è pari a 20 in inverno, a 25 in autunno e a 30-35 in primavera e in estate. Il 30-35% delle piogge invernali, primaverili e estive ed il 20% di quelle autunnali cadono con un'intensità inferiore a 20 mm; in inverno, in primavera e in estate il 40-45%, e in autunno il 65% delle precipitazioni ha un'intensità superiore a 40 mm/giorno.
La distribuzione delle quantità di precipitazione a Domodossola mostra un andamento bimodale, con massimi in tarda primavera ( a maggio con 171 mm) e in autunno (a ottobre con 201 mm); i valori più bassi sono misurati in inverno, con valori compresi tra 60 e 70 mm in dicembre e gennaio. La quantità media di precipitazione annuale risulta essere (dati 1973-1997) di 1408 mm.
L 'elevata intensità di precipitazione, che caratterizza il Piemonte settentrionale, O correlabile alla loro elevata propensione al dissesto.
Distribuzione delle precipitazioni nell'anno
Suddividendo la regione in base a raggruppamenti di bacini idrografici si osserva che piovono oltre 1500 mm solo nel gruppo di bacini Toce - Lago Maggiore, tra 1000 mm e 1500 mm, in ordine decrescente, nei gruppi Sesia - Agogna - Terdoppio, Stura di Lanzo, Orco, Pellice - Chisone, Dora Baltea e Bormida - Scrivia; nei rimanenti si registra una quantità di pioggia compresa tra 900 e 1000 mm, solo nel bacino della Dora Riparia si hanno meno di 900 mm di pioggia all'anno.
Per quanto riguarda il numero di giorni piovosi, se ne hanno più di 110 solo nel raggruppamento Toce - Lago Maggiore, tra 100 e 110 nei bacini della Stura di Lanzo, del Pellice e del Sesia Agogna - Terdoppio, tra 90 e 100 negli altri, fatta eccezione per i bacini della Dora Baltea, del Po e del Bormida - Scrivia (meno di 90).
Dove si hanno le stazioni di osservazione distribuite alle diverse altitudini si assiste ad un aumento della quantità di pioggia a quote intermedie (Toce, Sesia, Orco, Stura di Lanzo, Maira - Varaita e Tanaro) come già evidenziato nella descrizione della distribuzione delle precipitazioni. Il numero dei giorni piovosi ha una variabilità indipendente dalla quota.
Precipitazioni di massima intensità di durata 24 ore
La distribuzione delle precipitazioni di massima intensità segue abbastanza fedelmente quella delle precipitazioni medie annue. I massimi si coiocano sempre nella provincia di Verbania per tutti i tempi di ritorno esaminati: 2, 5, 10, 20, 50, 100 anni. Più precisamente i valori massimi sono raggiunti in Valle Strona rispettivamente con 200 mm, 280 mm, 340 mm, 400 mm, 490 mm e 560 mm in 24 ore.
La zona con elevate intensità di precipitazione interessa tutto il margine pedementano e i primi rilievi montuosi e contrasta abbastanza fortemente con la situazione delle pianure; le intensità di precipitazione sulle 24 ore possono superare quelle della pianura di 50 o 100 mm.
Nella zona più interna dei rilievi alpini le intensità diminuiscono raggiungendo, nei pressi dello spartiacque, valori prossimi a quelli della pianura.
Eventi particolarmente intensi
Aspetto importante è costituito dagli eventi eccezionale, che hanno frequentemente assunto proporzioni disastrose. Le alluvioni in particolare sono state flagelli che hanno funestato le popolazioni ossolane, causando lutti e distruzione e colpendo una economia delicata e, specie nei secoli scorsi, al limite della sopravvivenza.
L'analisi degli eventi più recenti (dagli anni cinquanta) a livello regionale hanno evidenziato tutti la riconducibilità a una situazione caratterizzata dalla presenza di un minimo depressionario sul bacino del Mediterraneo o da una saccatura sull'Europa occidentale, che determinano l'ingresso di masse di aria polare sull'Europa meridionale, associate a una situazione di blocco determinata da una vasta area anticiclonica posizionata sull'Europa Orientale.
Serie storica delle Piene in Ossola dal XIII° secolo a oggi
Dati tratti da:
AAVV (1996) - Gli eventi alluvionali del settembre-ottobre 1993 in Piemonte, Regione Piemonte, Torino, 1996
Bertamini T. (1975) - Storia delle alluvioni nell’Ossola. Oscellana, 3, 145-1 63, 4, 201-223. Bertamini T. (1978) - Alluvione in Ossola: 7 agosto 1978. Oscellana, anno 8, N° 3.
Tropeano D., Govi M., Mortara G., Turitto O., Sorzana P., Negrini G., Arattano M. (1999) - Eventi alluvionali e frane nellitalia Settentrionale, CNR - Istituto Ricerca per la Protezione Idrogeologica del Bacino Padano - Gruppo Nazionale per la Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche
1250-51- Il Torrente Marmazza investe il Borgo Vergonte, di cui non risparmia che poche case. 1297 - Piena disastrosa nell'Ossola.
1328 (16 marzo) - Per svuotamento di un temporaneo invaso causato da ostruzione dell'alveo, il Torrente Anza disalvea e distrugge il borgo di Pietrasanta, edificato nel sito ove già esisteva Borgo Vergonte.
1493 - Il Bogna alluviona il fossato esistente a nord delle mura del Borgo di Domo (attuale Domodossola).
1519 (maggio) - Gravi danni per straripamento dei corsi d'acqua, in particolare il Bogna che, rotto il riparo, deposita alluvioni grossolane sul piano.
1526 (l' maggio) e 1531 "Il Borgo di Domo è minacciato di completa distruzione e ne è devastata la campagna"
1531 Un "riale" straripato presso Vogogna distrugge una frazione abitata provocando vittime. 1532
1568 - "Altra terribile piena del Bogna, la quale cambiò l'aspetto di tutto il piano".
1588 - "Generale inondazione... che finì di rovinare il piano, minacciando di abbattere le mura del borgo verso la porta Briona" di Domodossola.
1600 - "E' nuovamente minacciato il borgo di Domo".
1610 (16-17 ottobre) - "Li fiumi dell'Anza, Toce et altri riali in Vogogna, Prata, Cardezza et Premosello vennero grossissimi et molto violenti" (42). Una frana sbarra l'alveo del riale presso Vogogna; lo sbarramento cede ed è investito l'abitato, anche per straripamento del Toce. Nove case crollano, sei sono danneggiate gravemente, tra cui la Chiesa, 28 sono alluvionate con ghiaie. Si contano 13 vittime. A Dresio, ove i danni son pure gravi, le vittime sono 18. "Molti guasti sofferse anche la terra di Prata; a Cardezza furono distrutti tutti i molini".
1612 (4 ottobre) - Il borgo di Domo è circondato dalle acque straripate del Bogna. Si intraprende, nella primavera che segue, la costruzione di un canale diversivo.
1613 (giugno) - A seguito di una nuova piena del Bogna, il lavoro è vanificato per sovralluvionamento dello scavo.
1640 (10-11 settembre) - "Vene il più grande diluvio et inondazione d'acqua che a memoria sia mai venuto". Una grossa piena distrugge chiesa e convento del borgo di Domo; il Diveria abbatte il ponte nuovo di Divedro e quello di Crevola. L'inondazione "portò via la chiesa di Santo Pietro di Schiaranco e molini et case et rovinò tutto il piano di Villa". In Valle Anzasca il torrente Anza spazzò via quasi tutti i ponti e molte case. A Macugnaga il T. Tairnbach creò un nuovo conoide e alluvionò la chiesa di Santa Maria. Tutta la pianura di Macugnaga fu inghiaiata
1642 (27 luglio) - Per il crollo del Monte Pozzoli è distrutto l'abitato di Antronapiana ove si contano più di 150 vittime. Il T. Troncone per rigurgito creato dallo sbarramento vallivo forma un lago.
1654 - Il Bogna invade gran parte di territorio e semidistrugge le opere di difesa.
1657 - Altra gran piena del Bogna "come non erasi più vista dall'anno 1640 in poi" abbatte interamente i ripari innalzati (26).
1663 (ottobre) - Gravi inondazioni colpiscono gli abitati di Vogogna, Pallanzeno, Vergonte dove si hanno vittime. 1670 - Il riale di Vogogna alluviona e distrugge molte abitazioni.
1709 - "Piovendo per più di quaranta giorni, e notti, la Toce schiantò terre intere".
1755 - Una serie di eventi piovosi iniziati il 10 ottobre e conclusisi con un nubifragio la notte del giomo 14 si abbattè sul bacino del Lago Maggiore e "passò poi velocemente nell'Ossola, che tutta la desolò... talmente che rovinati ne rimasero tutti i Ponti, per fin quelli, che contavano più di mille anni, spiantando eziandio vigne, campagne, boschi, case, tutti gl'edifizi d'acqua, e Terre intere, con morti innumerabili, che in un sol luogo se ne trovarono 23...
Il borgo di Duomodossola restò distrutto per la metà", il Convento di S. Francesco fu in parte distrutto.
A Vogogna "un picciol fiume, che passa appresso della Chiesa Parrocchiale fe' nocumento sì all'abitato, che alle campagne... Sulle campagne si diffuse anche la Toce, per allagarle a considerabile altezza d'acqua, e coprirle d'arena minuta in molta quantità... Il che è pure avvenuto in altri luoghi ben molti... La Terra di Cosa, principio del Territorio di Trontano oltre a cinque miglia lungi da Vogogna, provò anch'essa molti danni per la mentovata Toce nelle sue pianure, e parimente per un altro picciol fiume vicino... L'acque guastarono molti Mulini nello stesso Territorio, ed anche una casa".
Nel territorio di Masera "il fiume Amplezzo (Melezzo)... ampliandosi colla imoderata sua piena il letto, portò seco a rovina vari prati, e vignazzi vicini. Alcuni Mulini... sono stati onninamente devastati. La sola valle di Vigezzo non soggiacque a danni notabili, a riserva di pochi prati levati da fiumi... Ma assai più deplorabili furono le desolazioni della Valle d'Antigorio... Avvegnachè il Territorio di Crodo da quel fiume (Toce) ne riportasse detrimento, maggiore tuttavia ne riportò il Territorio di S. Rocco, ove la fiumana fece effetti veramente lagrimevoli, perciocchè essendo da un monte già precipitata una massa di materia nel suo canale, rivolse la piena verso le abitazioni, e atterrò varie case, ponendo in totale desolazione la campagna".
In Val Diveria "alcuni fondi, e le regie strade dovettero soccombere alla rovina... Il massiccio ponte sulla Diveira fu levato dal medesimo fiume, con gran parte della muraglia... Il Territorio, e Borgo di Domo d'Ossola... soffrì assai più d'ogni altro luogo sì nell'abitato, che nella campagna devastata dal torrente Bogna... Questo torrente dopo d'aver molto rovinata la sua Valle, e resala piena per la strabocchevole quantità d'arena, sassi... e levati pure tre ponti... venne furiosamente nell'Ossola colla torbida piena", entrò nell'abitato per la Porta Briona arrecandovi gravissimi danni. "La Valle d'Antrona, essa pure molto maltrattata coll'altre, nelle praterie per lo torrente Ovesca. Ravvisansi per non dissimili le triste conseguenze dello stesso fiume sul piano di Villa. Il torrente Anza maltrattò la Valle Anzasca rovinando quasi tutti i vicini fondi, massimamente nel Territorio di Macugnaga, e di più verso il ponte grande levò di botto cinque case, e così pure altre sei nel distretto di Calasca... Fece pure la fiumana nel piano di Piemulera altro letto... nella prateria verso la Terra di Pallanzeno... scorse all'insù per circa due miglia dal primiero letto, e sboccò nella Toce. Quest'ultimo, e noto fiume... dilatossi fino appiè de' monti... ed allagò tutta la pianura della Valle d'Ossola, cosichè tutti i Borghi, Terre, e Villaggi della medesima furono sottoposti a danni... La Valle Antrona, non provò detrimento alcuno di rilievo... sebbene accadde la morte di otto persone coll'atterramento di sei case abitate dalle medesime, e dell'Osteria, e del gran ponte, tutto effetto dell'Antrona, stesasi ancora a pregiudizio di buona parte della campagna di Gravellona"
1773 - Il Bogna alluviona parte delle campagne attorno a Domo, quindi devasta campi e vigne di Mocogna e Caddo, ove abbatte la chiesa, case e cascine.
1774 (settembre) - Altra piena distrugge tutte le case del piano di Caddo.
1777 (fine maggio) - Il Torrente Bogna devasta le campagne a nord del borgo di Domo.
1818 (26 agosto) - Si lamentano "nella provincia dell'alto novarese danni di sommo rilievo", in particolare in Val Strona di Omegna.
1821 (23 settembre) - Gran parte delle opere di difesa lungo i torrenti Marmazza e Anza sono distrutte, nei territori di Rumianca, Fomarco e Vogogna.
1827 (autunno) - Nei territori di Trontano e Masera le opere di difesa lungo il Melezzo e l'Isorno sono in vari tratti distrutte.
1828 (9 luglio) - La strada reale del Sempione presso Domodossola è interrotta "dagli straordinari straripamenti delle acque" (P 16).
1834 (27 agosto) - Per improvviso cedimento di un'ostruzione d'alveo, l'Alfenza si abbatte su Crodo e vi distrugge 46 case e 28 stalle "in meno di dieci minuti", facendo 12 vittime (197). In territorio di Montescheno il T. Brevettola e vari riali devastano campi e strade comunali. Il T. Rì o Rio distrugge 17 mulini con 3 case a Varzo; si contano diverse vittime. Il T. Cairasca rovina parecchie case del borgo di Varzo. A Macugnaga alcune case sono distrutte dall'Anza.
L'Ovesca travolge stalle e armenti (197); a Seppiana I'Ovesca travolge un mulino sotto S. Rocco, il Riale del Bosciolo devasta la strada comunale dai confini di Montescheno a quelli di Viganella. A Villadossola, un riale sotto la chiesa di Tappia "cagionò una smossa di terreno che atterrò nove case trasportando tutta la campagna". A Domodossola, come a Masera, Beura, Calice, Cardezza "restarono devastate in gran parte le campagne e brughiere che sono vicine ai torrenti Toce e Bogna". Il Bogna disalvea in destra oltre il borgo a danno di prati e campi; tutta la pianura ossolana è allagata. "La Frera... fino ai confini di Schieranco innondò tutta la prateria per la lunghezza di diecimila spazza ossolani e più". Sono asportati tre ponti in legno e il ponte grande sull'Ovesca. "A Villa le case e le campagne devastate; a Preglia abitazioni, e terreni allagati, e portati via"; la strada del Sempione è a tratti distrutta. L'Anza devasta i coltivi in territorio di Piedimulera. Crolla il ponte alla Masone.
Straripa il T. Marmazza a Pieve Vergonte. "La Toce tanto s'innalzò che un grosso ramo di essa passava per borgo di Mergozzo"; sono asportati quasi tutti i ponti da Formazza a Pontemaglio, il fondovalle è devastato. I danni causati da questo evento alluvionale superano quelli del 1755 .
1839 (15-16 settembre ' 4-5 ottobre, 6-7 ottobre) - Una serie di nubifragi investe buona parte del Piemonte. In Val Toce, ne è colpita "la città di Domodossola... tutta la sua pianura è divenuta un vasto lago"; gravi danni sono apportati dal Bogna ai terreni posti sulla destra. E' asportato il ponte di Crevola e si hanno 3 vittime. "Da Isella in giù non vi è più strada". Ovesca, Diveria, Toce abbattono ponti, stalle, asportano poderi.
E' investito dal Riale di S. Carlo l'abitato di Ornavasso, con distruzione parziale di case. I terreni sono alluvionati dal Toce. Nei giomi 14-15 settembre il T. Brevettola distrugge in vari punti la strada Montescheno-Villadossola; è distrutta la strada comunale da Seppiana a Montescheno; il T. Ovesca danneggia praterie e la strada del Sempione. L'Anza devasta i coltivi a Piedimulera.
1840 (autunno) - Il Bogna straripa dividendosi in più rami, tre dei quali intercettano la strada del Sempione presso l'abitato di Domodossola, le cui prime case sono allagate. L'Anza provoca nuove devastazioni a Piedimulera e intercetta in vari tratti la Regia Strada del Sempione.
Il Toce apporta gravissimi danni ai terreni di Rumianca.
1841 - Una Relazione diretta il 21 settembre all'Intendenza Provinciale di Pallanza menziona i "gravissimi danni causati nel Comune di Pallanzeno dall'irruzione dei torrenti Casella, Majona e Colleria, i quali... si scaricarono sulle campagne, sull'abitato, rovinando parte delle case".
1846 (autunno) - Piene del Toce recano gravi danni alle arginature in territorio di Vogogna. 1850 (primavera) - Piena del T. Cairasca, che asporta il ponte lungo la strada del Sempione.
1850 (11-12 agosto) - Esondazione di torrenti presso Domodossola (P 16). Straripa il Bogna. La strada del Sempione è interrotta per crollo del ponte provvisorio in legno sul T. Cairasca e per straripamento del Diveria presso Crevoladossola. Il Toce si apre un nuovo alveo in territorio di Pallanzeno.
1852 (18-19 agosto) - Danni vari sono causati da torrenti presso Varzo e Domodossola.
1852 (9-11 settembre) - Una Relazione del Corpo Reale del Genio Civile informa sui danni arrecati da un'altra piena: "Nuovamente ricominciate le pioggie... il passo alla Masone per l'ingrossamento del Toce rimase interrotto per quasi 24 ore, a Pallanzeno si ebbe l'acqua del Rivo Caselle sulla strada... questo Rivo co' suoi depositi ha rialzato il suo letto". La strada per la Val Divedro è interrotta all'attraversamento del Bogna, straripato sulla destra precludendo l'accesso al ponte. Più oltre, "al Gabbio di Moniate, alla rampa a destra del Ponte Santino si ebbero sulla strada grossi massi di pietra franati".
1863 (giugno) - Il Toce abbatte il ponte presso Masera.
1863 (3 settembre) - "I torrenti della Valle Cannobina strariparono (compreso lo stesso Cannobino) recando gravi danni e facendo vittime"
1863 (18 ottobre) - Straripa il Toce nella bassa vallata
1864 - Il Bogna, travolte le arginature, straripa nella piana di Mocogna e di Domodossola 1868 (2 ottobre) - Il T. San Carlo distrugge alcune abitazioni a Omavasso, e provoca vittime
1868 (15 ottobre) - Per le piogge, pressoché ininterrotte, iniziate il 20 settembre, il Toce e altri torrenti "allagarono le terre fino al lago Maggiore... strade e ponti rovinati... frane e rovine dovunque e alcune vittime"
Per l'ingente rilascio di acque dal Ghiacciaio del Belvedere, l'Anza in gran piena minaccia Macugnaga Gravi danni sono arrecati dal Melezzo Orientale
1872 (maggio e ottobre) - "Periodi di piogge intense accompagnate da particolari danni... l'Osservatorio Meteorologico ("Rosmini" di Domodossola), che proprio in quell'anno fu impiantato segnalò 497 mm in maggio e 857 mm in ottobre"
1882 (9 luglio) - Grande piena del Rio Ri, presso Bannio Anzino (attestata da un'iscrizione lapidea esistente in sponda sinistra poco a valle di una chiesetta).
1896 - Gravi danni sono causati dalla piena del Melezzo Orientale
1900 (23-24 agosto) - "Cadde un furioso temporale durato parecchie ore con violenza non mai veduta". Premosello è gravemente minacciato, moltissime case sono rovinate del tutto o in parte. A Cuzzego, una grande frana per crollo staccatasi sotto l'alpe Verinasca abbatte case, facendo sette vittime; il materiale accumulato al fondo della valle Panatera "aveva più di venti metri di spessore su un fronte di oltre cento metri e la lunghezza di quasi mezzo chilometro"
Il nubifragio investe tutta la sponda sinistra del Toce e la valle del Melezzo. E il Rio Cui, disalveato in conoide, riversa parte delle sue acque nel Rio Riana e parte nel rio Ragno, con gravi danni alle colture e a cascine
1900 (26-27 agosto) - Altro nubifragio provoca una nuova e violenta piena dei torrenti. A Beura il T. Ogliana irrompe contro la riva destra e distrugge 14 edifici nell'abitato, compreso il palazzo comunale. L'Ovesca distrugge il ponte in legno tra Prato e Rugimenta (Viganella). A Vogogna, il Rio Dresio, il Rio della Chiesa e il Riale Prato danneggiano le arginature e straripano. A Premosello Chiovenda il T. Crotto e il Riale Vallone (o del Ponte) provocano danni vari a opere stradali e di difesa; quest'ultimo lesiona più o meno gravemente una decina di case.
In territorio di Druogno, è distrutto il ponte in muratura sul Rio di Albogno, come pure quello sul Rio di Orcesco; il Rio Cui straripa nella sua area di conoide. L'Isomo in piena reca danni alle arginature; è distrutto il ponte in legno in Reg. Bettola di Conico. In tutta la Val Vigezzo, sono interrotte le strade, abbattuti i mulini; sono distrutti, tra il ponte di Crana e S. Maria Maggiore-Prestinone, terreni coltivi e cascinali. Il Melezzo demolisce il ponte in pietra di Cutredo asportandone una spalla e due arcate, nonchè i ponti in legname di Craveggia, Vocogno e Malesco, ampliando la sezione d'alveo con esportazione di un tratto di strada.
Il pelo d'acqua al ponte sulla Maggia, in territorio svizzero, supera l'altezza di 6 m.
1902 - Piena del Melezzo Orientale, col rinnovarsi di danni imprecisati lungo il suo corso.
1906 (novembre) - Piena dell'Anza a Macugnaga.
Le opere di difesa dell'abitato di Masera sono danneggiate dalla piena del Melezzo
1907 (ottobre) - All'Osservatorio "Rosmini" si registrano nel mese 854 mm di pioggia. Una nuova piena provoca un accumulo di depositi nell'alveo del Melezzo, per cui si rende necessario sopraelevare un tratto d'arginatura a difesa degli abitati di Masera e Trontano. Negli anni successivi, si proporrà un sopralzo d'argine anche in corrispondenza dell'abitato di Carrale (Masera), poichè anche qui "l'alveo (del Melezzo) si va gradatamente alzando per effetto delle materie trasportate dalla corrente". L'inondazione del Toce pari, se non superiore, a quella del 1868
1914 (ottobre) - Piene rilevanti dei corsi d'acqua. "A Omavasso caddero in un sol giomo 304 mm di pioggia"
1917 (luglio) - "Caddero in val Divedro 355 mm di pioggia in un sol giorno e la Diveria distrusse il villaggio di Balmalonesca", sorto in appoggio ai cantieri del traforo del Sempione
1918 - Straripa il piccolo Rio del Motto in Comune di Re (Val Vigezzo)
1919 (1-2 ottobre) - A Domodossola cadono in 16 ore 161 mm di pioggia. Straripa il Toce, con deviazione d'alveo verso destra a minaccia del terrapieno ferroviario verso Beura
1920 (24 settembre) - Il Bogna, ostruito il ponte ferroviario, straripa a monte di Domodossola (219). In Val Toce, la maggior parte dei ponti crollano, molte case sono allagate, la strada principale è interrotta
1921 (agosto) - Piene dei corsi d'acqua ossolani
1923 (30 maggio) - Piena del Toce, che nella bassa vallata "asportò ponti e strade e danneggiò intere campagne". Forte piena del Rio del Ponte a Premosello, con danni all'abitato
1924 (24 settembre) - Piena del T. Cannobino, del Rio del Motto, presso Re (che richiederà successivi interventi sistematori), e del Melezzo Orientale, con distruzione del ponte di Cutredo. L'evento ha conseguenze disastrose in territorio svizzero.
1925 - Piene di corsi d'acqua in Val Toce.
1928 (fine ottobre) - Il Toce straripa a Beura e Villadossola, è in piena il Melezzo Orientale.
1932 (settembre) - A seguito di prolungate piogge il Rio del Motto alluviona con detriti anche grossolani la strada provinciale di Val Vigezzo e minaccia alcune case di Re.
1934 - "Nella seconda decade di agosto caddero a Domodossola 485 mm di pioggia, dei quali 205 solamente nel giorno 12 agosto". Si ebbero danni un po' ovunque e soprattutto a Crodo.
1937 (18 settembre) - Straripa il Cannobino .
1939 (6 agosto) - Straripa il Toce in tutta la bassa vallata
1942 (31 ottobre-2 novembre) - Il Toce straripa in tutta la campagna tra Omavasso e Gravellona, fino a Mergozzo, allagando anche la strada del Sempione. Vari frammenti in Val Bognanco interrompono in più punti le strade e minacciano lo stesso abitato del Capoluogo.
1945 (ottobre) - Piena del Toce a Masera. Alcuni anni dopo, si ripropone il problema del trasporto solido di fondo: "il cono terminale del T. Melezzo dal ponte di Masera allo sbocco nel fiume Toce da vari anni va rialzandosi a causa del continuo deposito di materie"; si renderà nuovamente necessario sopraelevare e prolungare l'argine sinistro a protezione della campagna e delle fattorie.
1948 (4-5 settembre) - Per la piena di corsi d'acqua, tra cui l'Ovesca, gravi danni a opere stradali e ad arginature nel Comune di Antrona. Il giorno 4 in località Cantalupo di Villadossola I'Ovesca rompe l'argine in muratura e allaga terreni circostanti. In Val Bognanco si hanno danni più limitati per lo straripamento di alcuni riali.
1951 (27 maggio) - Rotto l'argine sinistro, il Melezzo disalvea presso Masera, alluvionando 3 kmq di terreni coltivi, investendo sei abitazioni e interrompendo un tratto della ferrovia vigezzina.
1951 (8 agosto) - A causa di un'altra piena, è distrutto un nuovo tratto d'argine e il Melezzo esonda nell'abitato della Fraz. Ronco di Masera.
1951 (12 novembre) - "Una gran parte del monte Marghino all'inizio della val Divedro, di fronte alla frazione S. Giovanni di Crevola, rovinò nella valle sottostante", intercettando la valle del Rio Burra, con l'abbattimento di 400 m di terrapieno ferroviario e causando 4 vittime. Il Bogna lesiona l'arginatura a protezione dell'abitato di Domodossola. Nella Fraz. Coimo, a Druogno, per piena torrentizia è rotto il riparo a protezione dell'abitato, le cui vie sono alluvionate come pure i prati sottostanti. Presso Masera, si aggravano i danni all'argine del Melezzo, ed è asportato un tratto della difesa in sinistra dell'Isomo. In Comune di Druogno sono danneggiate le opere regimatorie da poco costruite lungo il Rio Bardogna e il Rio Lupo.
La strada provinciale di Valle Anzasca è alluvionata in un tratto dai rivi Valle e Valle Rosa. Anche la Val Strona di Omegna è colpita da alluvione
1953 (28 settembre) - In località S. Giovanni (Crevola d'Ossola) il Diveria sporta per alcune decine di metri un tratto di rilevato della S.S. n. 33
1953 (15 novembre) - Per un franamento di detriti rocciosi (circa 1000 M3) è asportato un tratto di 40 m della strada provinciale presso Masera.
1954 (21-22 agosto) ~ Nel Toce e affluenti, compreso il Melezzo, "eccezionali piene hanno mutato, in alcuni tratti, gli alvei ed hanno provocato erosioni e interrimenti alle sponde".
Il T. Crotto straripa a Premosello invadendo un'area di circa 20 ettari. La S.S. "del Sempione" è interrotta per 600 m con altezza d'acqua sino a 3 m.
1957 (16 aprile) - In sinistra del Melezzo, 3 km a monte dell'abitato di Masera, una frana di circa 6000 m3 ostruisce l'alveo con minaccia per la strada provinciale sulla sponda opposta.
1958 (19-20 agosto) - Il giomo 19 si registra la caduta di 348 mm di pioggia in 24 ore alla stazione pluviometrica di Bognanco S. Lorenzo. Nella zona compresa tra la Val Bognanco e la Val Divedro vengono superati i 400 mm di pioggia cumulata, con "danni rilevantissimi e parecchie vittime umane". "Il Bogna si alzò di 13 a 15 m" e minacciò gli argini nella piana di Domodossola. "La Val Bognanco fu completamente arata dai torrentelli" e interessata da numerose piccole frane.
In Val Divedro si ebbero gravi danni per straripamento dei torrenti a Gebbo e nelle varie frazioni di Varzo, con numerosi ponti distrutti, tra cui quello sul Rio Fresaia e quello sul T. Cairasca a Gebbo. Nell'alveo del Rio Burra (sede della frana di S. Giovanni del novembre 1951) si forma un lago temporaneo, con successivo cedimento dell'invaso e trasferimento della massa di detriti nel Diveria, che a sua volta forma un lago: parte della frazione S. Giovanni è sommersa, con un lungo tratto della ferrovia e della strada del Sempione. Si contano almeno 13 vittime.
Lungo la S.P. di Valle Antrona il T. Val Frizza ostruisce il ponte ed esonda con ingente deposito solido a grossi blocchi, asportando per 150 m la strada; divisosi in più rami, minaccia il vicino abitato di Prato (Viganella).
Piena dell'Anza in alta valle, con minaccia per la frazioni di Borca e Pecetto (Macugnaga). Presso la Fraz. S. Carlo (Vanzone) i detriti trascinati dal Rio Crotto Rosso ne ingombrano l'alveo.
In Val Strona "numerose frane, sia pur di piccola entità, hanno invaso la sede della strada provinciale interrompendola".
1961 - Un documento datato 22 feb. 1961 fa riferimento a una recente piena del Melezzo, il cui "notevole apporto di materie solide... presso Masera provoca l'inefficienza di una briglia".
1961 (12-13 luglio) - A Domodossola cadono 114 mm di pioggia, di cui 110 mm in 9 ore e mezza. In Val Vigezzo tra le 17 e le 02:30 (stesso arco di tempo) cadono 515 mm, di cui 404 mm in 2 ore e mezza. Tutta la zona presso Druogno e S. Maria Maggiore è allagata da torrenti (in particolare il T. Ragno), con alluvionarnento di terreni prativi. Il Melezzo provoca erosioni di sponda, lesiona il ponte di Craveggia, distrugge quello di Zornasco.
I detriti trasportati in massa dal T. Loana abbattono un elettrodotto e una casa. Il Melezzo abbatte il ponte sospeso presso Re. Numerosi debris flow invadono la strada provinciale e la ferrovia vigezzina fra Malesco e Re. A Vogogna è sovralluvionato l'alveo del Rio Dresio, con notevoli danni alla frazione omonima; a Premosello i detriti trascinati dal Rio del Ponte causano l'alluvionamento della località Pra' Collaro e ostruiscono le luci di due ponti nell'abitato; anche l'alveo del T. Riale è ricolmo di detriti.
1961 (7-8 ottobre) - Per l'apporto di ulteriore materiale in alveo a seguito di un violento acquazzone, il T. Riale straripa nel centro urbano di Premosello, con minaccia per le abitazioni.
1965 (22 e 23 agosto) - Si hanno franamento in Val Vigezzo e allagamenti lungo il Melezzo. "Un violento nubifragio... ha determinato un movimento franoso di materiali rocciosi lungo il pendio montano a ridosso dell'abitato della frazione Fornero del Comune di Valstrona". Tra Gravellona e Feriolo è interrotta la S.S. n. 33 per franamento.
1965 (27 settembre) - Il Toce straripa in più punti presso Domodossola; si segnalano vari franamento lungo la statale vigezzina.
1965 (1° ottobre) - Il Toce provoca allagamenti tra Ornavasso e Gravellona.
1968 (fine maggio) - Danni vari per alluvionamenti, anche ad abitazioni, nelle frazioni del Comune di Valstrona.
1968 (2-3 novembre)
Questo evento colpì soprattutto il bacino del fiume Sesia e dei suoi affluenti, il Verbano Cusio-Ossola ed il bacino del torrente Belbo.
Fu l'evento più catastrofico verificatosi nell'ultimo secolo per il Biellese, in particolare per la Valle Strona, la Valle Mosso e la Val Sessera.
L'area venne interessata da migliaia di frane per colata, e da eccezionali fenomeni di trasporto solido lungo i corsi da acqua di ogni ordine e grado.
Anche nei bacini ossolani si verificarono danni diffusi, seppur non confrontabili con quelli registrati nel biellese e nella pianura vercellese, sia per processi fluviali (Toce) sia per trasporti in massa, sia per frane (bacini dell'Anza del Bogna, zona del lago d'Orta). Un trasporto in massa a Piedimulera causò la morte di otto persone. Danni si registrarono anche per l'esondazione dei laghi Maggiore e d'Orta e, nella pianura novarese, dei torrenti Agogna e Terdoppio.
I danni in Val d'Ossola:
Frane sulla strada statale "Vigezzina" presso Re (crollo di 40 mc) , Gagnone, Paiesco. A Druogno, l'alveo del rio Sasso è sovralluvionato. A Domodossola straripano i rii a sud ovest della città e nella piana della Fraz. Calice, con allagamenti estesi su circa 20 ha e ingente alluvionamento. A Vanzone il rio Crotto Rosso straripa in località S. Carlo. A Calasca Castiglione si segnalano danni alla viabilità lungo le strade frazionali in Val Bianca e Val Segnara, con la piena dei torrenti Vigino, Possetto, Vallar, Morandone, Pianezzo, Cangì e Valleggia. Sono danneggiate, nel tronco terminale del T. Inferno (Pieve Vergonte), le difese spondali e le opere di inalveamento. A Premosello è sovralluvionato l'alveo del Rio del Ponte. A Vogogna i rii Dresio e della Chiesa trascinano detriti e straripano; il Toce asporta la passerella collegante Prata con il Capoluogo.
La bassa Ossola è completamente allagata dal Toce, che straripa a Candoglia e Piedimulera. Una frana incanalata si abbatte su quell'abitato e vi distrugge una casa, facendo 8 vittime.
La strada provinciale di Valstrona è interrotta da frammenti, in particolare tra le progr. 15+570 e 19+100 in 10 punti. Lo Strona a Gravellona abbatte alcune case e asporta il ponte sulla statale del Sempione. Il Toce distrugge il ponte tra Gravellona e Verbania.
1975 (metà ottobre) - Danni da piena localizzati e di modesta entità lungo il Toce e in Val Vigezzo.
6 - 8 ottobre 1977
Precipitazioni eccezionalmente intense si abbatterono in particolare sull'Alessandrino meridionale, all'inizio, per poi spostarsi sul Canavese e alcuni settori del bacino del Sesia e del Toce.
In Val d'Ossola, Iselle (Val Divedro) fu alluvionata da un piccolo affluente di sinistra del Diveria. I materiali si accumularono sul piazzale dopo un salto di 200 metri. Più a Valle la SS del Sempione fu in parte asportata con la morte di un automobilista. In Valle Cairasca il Rio Fresaia alluvionò la strada per Trasquera e si ebbero frane sparse. In località Enso di Crevoladossola, il Rio Burra, incidendo i materiali di accumulo della frana di San Giovanni (verificatasi nel novembre 1951 e responsabile della morte di 4 persone, rimossasi nell'agosto 1958 proprio a cusa dell'azione erosiva del Rio Burra, con altre 13 vittime) alluvionò la ferrovia del Sempione. La SS del Sempione fu interrotta presso Crevoladossola (km 129+300)per frana di crollo. In Val Bognanco il T. Bogna asportò 30 metri della strada provinciale. Anche in Valle Anzasca e Valle Antrona si ebbero fenomeni di alluvionamento torrentizio: alcune case dell'abitato di Castiglione (Valle Anzasca) furono investite da una frana.
Numerosi furono gli allagamenti e gli alluvionamenti lungo il Toce. Segni di intense attività torrentizie con esondazioni si osservarono sul conoide dell'Ovesca e su quello del Rio di Cuzzego (Beura Cardezza); più a valle gli stessi effetti si produssero nell'area di conoide dell'Anza. La passerella sul Toce tra Vogogna e Pieve Vergonte fu asportata. Crollò nella stessa località il ponte ferroviario e stessa sorte ebbe quello stradale di Resiga. Ampi allagamenti delle campagne di Rumianca seguirono a diverse rotture degli argini. A Migiandone le acque di piena raggiunsero l'altezza del secondo piano delle case. In prossimità della foce, subirono lesioni gravissime il ponte ferroviario di Verbania e il ponte della SS 33bis tra Feriolo e Fondotoce. Il Lago Maggiore allagò le parti basse dei paesi rivieraschi.
7 - 8 agosto 1978
Si verificò uno degli eventi alluvionali più gravi di questo secolo per le valli ossolane.
Il 7 agosto si registrarono precipitazioni abbondanti, a carattere temporalesco, che causarono l'innescarsi di processi di instabilità diffusi e gravi. I bacini maggiormente coinvolti furono i bacini ossolani del Melezzo Orientale ed Occidentale, dell'Isorno e dell'Anza e, secondariamente venne coinvolto l'alto Bacino del Sesia. La durata del fenomeno fu inferiore alle 12 ore e le intensità raggiunte furono molto elevate; Ambrosetti & alii (1980) citano il caso di Camedo, dove su 318 mm totali, 250 caddero in 11 ore, il caso di Palagnedra, dove su un totale di 314 mm, 118 caddero in 3 ore e Locarno-Magadino, dove 148 mm dei 180 complessivi caddero in 6 ore.
Nell'ossolano i fenomeni di dissesto causarono anche la morte di 15 persone (a cui vanno aggiunti diversi dispersi). La valle più colpita fu la Val Vigezzo (Bacino del Melezzo Occidentale ed Orientale) dove i processi maggiormente diffusi furono i trasporti in massa e, più in generale le piene torrentizie lungo i tributari di ordine inferiore e le riattivazioni di conoidi, cui sono associabili i danni più gravi ai centri edificati.
Il Melezzo Orientale ampliò notevolmente il proprio alveo causando la distruzione di alcuni edifici e di opere di attraversamento e, più in genere viarie.
Anche il settentrionale bacino dell'Isorno venne interessato da numerosi trasporti in massa e dalla piena dell'Isorno, ma se si escludono i danni alla strada di fondovalle, a tratti completamente asportata, i danni furono più limitati grazie alla scarsa presenza antropica e interessarono solo isolati edifici.
A Cosasca di Trontano una frana causò la distruzione di un edificio e la morte di due persone.
Ultimo bacino diffusamente colpito fu il bacino del torrente Anza, ove i danni furono causati sia dalla piena del corso d'acqua sia da trasporti in massa. A Pontegrande di Bannio Anzino, per un trasporto in massa lungo un affluente sinistro dell'Anza, si registrò una vittima.
Nel resto dell'Ossola si segnalarono danni isolati nella Val Bogna, in Valle Antigorio e lungo la valle principale. Nel bacino del Sesia i danni gravi furono associati soprattutto a piene lungo i fondovalle più sviluppati, in particolare per la piena del Sesia e, subordinatamente del Mastallone.
14 ottobre 1979
Eventi alluvionali interessano media Val d'Ossola (e parte del bacino del Sesia). Lungo il Toce si verificarono esondazioni nelle località già alluvionate nel 1978 (Beura, Pieve Vergonte, Ponte Migiandone). I torrenti Isorno e Melezzo Occidentale, pur caratterizzati da una piena più modesta rispetto all'anno precedente, distrussero alcuni manufatti ricostruiti dopo quell'evento. In Valle Vigezzo crollò il ponte di Zornasco, cedettero numerosi guadi provvisori, crollarono tratti della SS. 337 tra Gagnone e Masera. Su questa statale ci furono anche tre vittime. Il ponte tra Malesco e Re crollò. A Premosello Ch. si verificarono allagamenti sulla Strada del Sempione. A Pallanzeno fu interrotta la strada da un allagamento di oltree un metro d'acqua; gran parte dell'abitato fu allagato e si ebbe una vittima. In Valle Anzasca il Rio Valcrosa straripò sulla strada statale. A Gravellona Toce il Torrente Valguerra staripò allagando case in numerosi quartieri.. La Valle Antrona restò isolata per interruzioni stradali in località San Pietro. A Bognanco, in località Pianetto, una frana superficiale di terriccio e detriti investì un'abitazione e fece una vittima. L'ammontare complessivo dei danni in Val d'Ossola fu stimato in circa 3,5 miliardi di lire per i soli primi interventi di soccorso.
22 settembre 1980
Si replicano la piena del Toce e dei torrenti Melezzo (Orientale e Occidentale), Isorno, Anza, Diveria e Bogna, che comportò talora la rimobilizzazione di detriti accumulati per le notevoli piene degli anni precedenti. Nel Verbano, l'abitato di Suna fu alluvionato da due torrentelli e si ebbe la piena del Torrente San Bernardino.
28 marzo - 3 aprile 1981
Dopo quattro mesi di notevole siccità, la pioggia caduta in grande quantità in questi giorni provocò fenomeni di piena nei corsi d'acqua della fascia Prealpina compresi tra Tanaro e Val d'Ossola. La SS 549 della Valle Anzasca poco oltre Vanzone San Carlo venne ostruita da un franamento di massi e terriccio; a Piedimulera alcune rogge causarono locali allagamenti.
settembre 1981
Il 22 e 23 settembre si verificarono piogge di notevole intensità che si abbatterono su Liguria, Piemonte, Lombardia ed Emilia. Il Piemonte fu la regione più colpita, anche se in settori limitati di alcune valli alpine, tra Valchiusella e bassa Val d'Ossola. Il Toce straripò sulla sponda sinistra tra Prata e Vogogna.
Tra il 26 e il 28 settembre mediamente caddero tra i 140 e i 200 mm di pioggia in 48 ore in Alta Val d'Ossola. Il giorno 26 si ripetè l'allagamento da parte del Toce alla Masone: fu valutata una velocità media di risalita di 16-17 cm/ora, con massima altezza d'acqua fuori alveo di 1,5m.
Sempre a fine settembre tutte le vallate ossolane subirono interruzioni per franamenti ed allagamenti. La SS del Sempione fu interrotta presso Premosello Ch. e la SS Vigezzina al km 4 e km 11. A Cuzzego il Rio della Chiesa invase la piazza principale allagando l'edificio parrocchiale. Sul Lago Maggiore, per raggiunti livelli eccezionali di piena, si ebbero estesi allagamenti nelle parti basse dei paesi rivieraschi, in particolare a Verbania,. Baveno, Arona, Fondotoce, Feriolo, Laveno.
agosto 1987
Tra il 13 e il 26 agosto una serie di violenti nubifragi colpì le valli alpine comprese tra la Valle dell'Orco e le valli ossolane, determinando l'innesco di ingenti piene torrentizie lungo i corsi d'acqua. Tra i comuni più colpiti è da segnalare il comune di Crodo.
22 - 25 settembre 1993
Si verificò un evento alluvionale di elevata intensità che colpì ampie aree del Piemonte centro settentrionale e sud orientale. I danni nascevano soprattutto da intense attività erosive torrentizie, mentre i fenomeni franosi restavano nel complesso limitati. Nelle valli ossolane si segnalano danni di entità variabile, anche notevole alla viabilità, agli acquedotti e ad altre infrastrutture. In Valle Antrona molte furono le interruzioni stradali per erosione torrentizia.
I danni maggiori in Ossola si ebbero in Valle Divedro e Valle Anzasca.
Valle Divedro: I fenomeni principali erano riferibili principalmente all'attività erosiva lungo l'alveo principale. I danni erano soprattutto a carico della viabilità, in molti punti; quelli di maggiore entità erano rappresentati dall'asportazione di quasi 200 metri di scogliera in località Spagna e di tutte le infrastrutture difese da quest'ultimo, con minaccia ad un edificio in sponda sinistra.
Valle Anzasca: i danni di maggior entità, legati alla dinamica del Torrente Anza, si sono verificati nel tratto d'asta compreso fra i centri abitati di Macugnaga e Bannio Anzino, con distruzione o danneggiamento per erosione di fondo
• di sponda di numerose opere di difesa spondale, ponti ed infrastrutture. Le precipitazioni hanno avuto carattere piovoso fin oltre i 3000 metri di quota.
Le forti precipitazioni provocarono nei Laghi Maggiore, Orta e Mergozzo piene di notevole portata, con esondazioni persistenti, che hanno fatto risalire il loro livello fino a quote mai raggiunte precedentemente nel XX° secolo.
13-15 ottobre 2000
Le ingenti precipitazioni sono state prodotte essenzialmente dal continuo e massiccio apporto di umidità dal Mediterraneo verso il pendio Sudalpino. Le correnti meridionali in quota si sono formate tra una profonda depressione con centro sulle Isole Britanniche e un anticiclone sui Balcani. Anche a quote basse correnti da sud o sudest hanno ulteriormente convogliato aria umida verso le Alpi. In particolare venerdì, vi è pure stata una vistosa precipitazione colorata, cioè la presenza di polvere sahariana nella pioggia. Le masse d'aria che hanno toccato le Alpi sono risultate piuttosto miti e il limite della neve, inizialmente attorno a 2000 metri, è salito fin verso 3000 m, contribuendo ulteriormente a ingrossare i fiumi.
I massimi di precipitazione cumulata sull’intero evento registrati nel settore Ossola Occidentale sono:
• stazione di Bognanco Pizzanco 740 mm;
• stazione di Bognanco Lago Paioni 732 mm;
• stazione di Antrona Alpe Cheggio 632 mm;
• stazione di Varzo San Domenico 610 mm.
L’intensità, la persistenza e l’ampia distribuzione spaziale delle precipitazioni hanno generato significative onde di piena sui principali corsi d’acqua del reticolo idrografico piemontese, che hanno raggiunto carattere di eccezionalità in tutto il settore settentrionale del bacino del Po, interessando tutti gli affluenti di sinistra sino al Ticino.
Le abbondanti precipitazioni hanno portato a un rapido aumento del deflusso dei fiumi, in particolare del Toce, e alla crescita del livello del Verbano che verso mezzanotte di venerdì ha superato la soglia di guardia. Con un accrescimento a tratti anche di 5-6 cm all'ora, il livello è salito fino al massimo di circa 197.55 m (verso le ore 01 di martedì), superando il massimo di questo secolo stabilito il 14 ottobre 1993 (197.24 m).
È la seconda volta in meno di un decennio che il Verbano supera la soglia di 197 m slm, mentre dal 1873 al 1992 ciò non è successo che una sola volta (1907) e bisogna risalire al 1868 per trovare una quota più alta dell'attuale.
PATRIMONIO NATURALISTICO Il territorio della comunità montana Valle Ossola appartiene per la maggior parte della sua estensione al bacino imbrifero del fiume Toce (tra il comune di Masera a monte e il comune di Mergozzo a valle), e per una parte minore, a quello del Torrente San Bernardino, limitatamente ai territori valgrandini. Nel complesso è rappresentato dal fondovalle ossolano propriamente detto, la fascia pianeggiante tipica del modellamento glaciale, con l'intera serie di versanti di delimitazione verso est (da Trontano a Mergozzo) e da una parte dei versanti di delimitazione verso occidente (limitatamente ai comuni di Domodossola, Pallanzeno, Anzola, Ornavasso), dall'intera Valle Bognanco, e da parte della Val Grande, con gli ambiti territoriali dei comuni di Trontano, Beura Cardezza e Premosello Chiovenda. Un ampio territorio quindi che dal piano basale della basse valle del Toce si spinge alle ampie praterie alpine dell'alta Valle Bognanco, al cospetto dei ghiacciai dei "piccoli 4000" del Sempione (gruppo della Weismeis - 4024m) Si tratta di un territorio che, al pari delle limitrofe valli ossolane, è senza dubbio contraddistinto da importanti punti di forza che ne motivano uno straordinario valore naturalistico-ambientale: > la distribuzione su di un ampio range altitudinale, comprendente la completa seriazione delle fasce vegetazionali: piano basale, piano collinare, piano montano, piano subalpino, piano alpino, piano nivale; > la particolare posizione geografica che dal distretto floristico insubrico (tipico dei grandi laghi, con presenza, nel territorio del Comune di Mergozzo, di interessanti elementi floristici di tipo mediterraneo), si spinge nel pieno del distretto alpino, e più precisamente nel settore alpino occidentale (dove sono ampiamente rappresentate un grande numero di specie endemiche alpine e alpine occidentali); > grande varietà geologica e morfologica, e conseguentemente di substrati e di suoli; > grande varietà di tipi forestali rappresentati; > notevole ricchezza in ambienti umidi naturali (in particolare gli ambienti fluviali di fondovalle, i laghi naturali e le torbiere di alta quota); Vegetazione Nella trattazione degli aspetti vegetazionali, per necessità di trattazione sintetica, si porrà l'attenzione sulle principali formazioni forestali, sulla vegetazione erbacea seminaturale (praterie di pascolo e di sfalcio, e sulla vegetazione degli ambienti umidi, con limitazione al canneto e alle torbiere.
A - ASSOCIAZIONI FORESTALI
Saliceto arbustivo di greto
Il saliceto arbustivo di greto costituisce frammentarie formazioni lungo alcuni tratti del fiume Toce. E' una vegetazione arbustiva adattata a vivere nei greti ciottolosi di fiumi e torrenti, ove periodicamente si verificano piene con intesa azione di trasporto e di deposizione di materiale ciottoloso. Questa formazione forestale è composta principalmente dal salice rosso (Salix purpurea) e dal salice ripaiolo (Salix eleagnos) che a volte si ibridano tra loro. Insieme a questa specie possiamo trovare il salice bianco (Salix alba), il salice da ceste (Salix triandra) e il pioppo nero (Populus nigra).
Saliceto ripario di salice bianco
Il saliceto ripario di salice bianco si trova lungo le ripe del fiume Toce, a partire dalla conca di Domodossola sino alla foce del corso d’acqua. E’ un bosco tipicamente legato ai suoli alluvionali, umidi o con falda acquifera superficiale, di solito sabbiosi o limosi, spesso periodicamente sommersi. Il salice bianco (Salix alba) è la specie arborea che caratterizza questa formazione forestale in cui compaiono abbastanza facilmente anche il salice da ceste (Salix triandra), l’ontano nero (Alnus glutinosa), il pioppo nero (Populus nigra) e più raramente l’ontano bianco (Alnus incana).
Comuni di: Domodossola, Pallanzeno, Vogogna, Premosello Chiovenda, Anzola d’Ossola, Ornavasso e Mergozzo.
NOTA: Lungo i fossi, i piccoli corsi d’acqua o i con fini dei campi erano abbastanza diffusi dei filari di salici bianchi che venivano capitozzati. Le cosiddette “teste di salice” venivano tagliate ad intervalli di 1 o di 3-4 anni a seconda dell’utilizzo che di essi si faceva (i rami più giovani erano impiegati come legacci nei vigneti, nei frutteti e nel fare le fascine). Si tratta di pratiche agricole le cui preservazioni hanno un pro fondo significato anche culturale e tradizionale
Alneto di ontano bianco
L’alneto di ontano bianco si trova lungo le ripe del fiume Toce e dei numerosi torrenti suoi tributari, compare anche in aree di fondovalle e di versante, con esposizioni varie, tra 400 e 1400 m di quota. E’ un bosco legato alle ripe dei torrenti e dei fiumi, con greti di ciottoli e massi. A volte si afferma anche su prati umidi abbandonati come bosco di carattere pioniero. L'albero che caratterizza questo bosco è l'ontano bianco (Alnus incana). Esso cresce in purezza o misto con altre specie tra cui le più frequenti sono il frassino (Fraxinus excelsior) e l'acero di monte (Acer pseudoplatanus).
Sono boschi che hanno un prezioso ruolo di protezione delle ripe.
Lo ritroviamo in particolare nei comuni di: Premosello Chiovenda, Beura Cardezza, Trontano, Bognanco.
Bosco misto di latifoglie
Il bosco misto di latifoglie è ancora presente nel fondovalle principale, in due aree pianeggianti vicine al fiume Toce: nei pressi del Prà Michelaccio (197 m s.l.m.), in Comune di Mergozzo e nel Comune di Premosello Chiovenda, ove costituisce il noto "Bosco Tenso" (212 m s.l.m.), oggetto di tutela come Oasi Naturale gestita dal WWF. Al di fuori di queste due formazioni si trovano solo dei frammentari boschetti. Si ritiene che anticamente il fondovalle ossolano ospitava un bosco di latifoglie simile al querco-carpineto che formava la grande foresta della pianura padana. Nel corso dei secoli questo bosco è stato eliminato per far posto a coltivi ed insediamenti vari. L’attuale bosco misto può essere considerato una forma impoverita dell’antico querco-carpineto, in cui l’essenza arborea più frequente è il frassino (Fraxinus excelsior). Le altre principali specie presenti nel piano arboreo sono la farnia (Quercus robur), il tiglio cordato (Tilia cordata), l'acero campestre (Acer campestre), l'olmo montano (Ulmus glabra), l'olmo campestre (Ulmus minor), il ciliegio selvatico (Prunus avium), la robinia (Robinia pseudoacacia) e vicino alla Toce il pioppo nero (Populus nigra), il salice bianco (Salix alba) e l'ontano bianco (Alnus incana).
Querceto di rovere
Il querceto di rovere si trova in quasi tutte le valli ossolane, su versanti con esposizioni prevalentemente calde, tra 250 e 1500 m di quota. E' un tipico bosco del piano collinare e montano. A volte è ridotto a piccoli boschetti ma costituisce anche formazioni piuttosto estese. Nella sua forma più tipica è un bosco di carattere stabile ove la rovere (Quercus petraea) è l'albero nettamente dominante. Di solito il querceto cresce su ripidi versanti con affioramenti rocciosi e suoli poco profondi, di modesta fertilità. In passato era più diffuso, ma per opera dell'uomo nelle aree più favorevoli è stato sostituito dal castagneto, dai coltivi e dagli insediamenti.
Castagneto da frutto
Nel Comune di Trontano (518 m s.l.m.) si trovano gli esempi meglio conservati di questa peculiare coltivazione arborea. Altrove nell' Ossola vi sono solo piccoli e frammentari castagneti da frutto localizzati su bassi versanti, tra 500 e 900 m di quota, nei pressi degli abitati. Nell'insieme si tratta di coltivazioni in cui le tradizionali pratiche agricole sono ormai abbandonate. Il castagno (Castanea sativa) è una specie rustica ma esige terreni acidi e trova le sue migliori condizioni di crescita su suoli profondi, freschi, e ben dotati di nutrienti. Com'è noto questa specie, a partire dall'epoca romana, è stata diffusa dall'uomo a scapito del bosco originario. Il castagneto da frutto era un vero e proprio frutteto che veniva impiantato sui terreni meglio rispondenti alle esigenze del castagno.
Il castagneto da frutto si mantiene stabilmente se è sottoposto a tutte le necessarie pratiche colturali, altrimenti tende ad evolvere verso un bosco misto di latifoglie che rappresenta il primo stadio con cui l' originaria foresta tenta di ritornare (querceto di rovere, querco-tiglieto, acero¬frassineto o faggeta).
Gli antichi castagneti da frutto rappresentano un patrimonio di grande importanza culturale e tradizionale che esigono interventi appositi di manteniumento, cura, e valorizzazione.
Castagneto
Il castagneto ceduo e ad alto fusto è presente in quasi tutte le valli ossolane, su versanti con esposizioni varie, da 200 m sino al massimo a 1150 m di quota. E' particolarmente diffuso nella valle principale, a sud di Domodossola e comunque in tutti i comuni della Comunità Montana Valle Ossola. Nei secoli passati il castagneto è stato favorito dall'uomo a scapito della foresta originaria. In questo bosco il castagno (Castanea sativa) cresce in purezza o misto con altre essenze arboree la cui distribuzione riflette le condizioni ecologiche locali.
Le selve castanili erano in genere governate a ceduo. Negli ultimi decenni si è avuto un forte abbandono di queste pratiche e pertanto oggi molti castagneti cedui si presentano "invecchiati".
Querco-tiglieto
Il querco-tiglieto si trova in molte valli ossolane, su versanti con esposizioni varie, tra 250 e 1000 m di quota, ove che costituisce piccoli boschetti e anche formazioni abbastanza estese (stupendi esempi estesi in Val Bognanco). E’ un bosco di carattere stabile che si adatta a crescere su differenti tipi di suoli: da quelli piuttosto asciutti, superficiali e poco fertili dei versanti ripidi e rocciosi a quelli profondi, freschi e fertili delle aree con pendenze moderate. In passato, ove conveniva, è stato sostituito dall'uomo con il castagneto, i coltivi e gli insediamenti. Le due essenze arboree che caratterizzano questo bosco sono la rovere (Quercus petraea) ed il tiglio selvatico (Tilia cordata); di solito quest'ultimo tende a prevalere.
Acero-frassineto
L’acero-frassineto si trova in diverse valli dell'Ossola, in aree di fondovalle e su versanti con esposizioni varie, tra 200 e 1200 m di quota. E’ un tipico bosco delle forre e dei versanti umidi, con suoli ricchi di humus e di nutrienti provenienti dai sovrastanti versanti. Nella sua veste più tipica questo bosco è rappresentato principalmente dall'acero di monte (Acer pseudoplatanus) e dal frassino (Fraxinus excelsior) a cui si affiancano il tiglio selvatico (Tilia cordata), l'olmo montano (Ulmus glabra), sporadicamente il tiglio nostrano (Tilia platyphyllos) e sui suoli più umidi l'ontano bianco (Alnus incana). Nella Comunità montana lo ritroviamo in particolare nei comuni di Mergozzo, Ornavasso, Vogogna, Bognanco, Trontano.
Betuleto
Il betuleto è presente in tutte le valli ossolane e in tutti i comuni della Comunità Montana. Costituisce boschetti o formazioni di una certa estensione, ubicate su versanti con esposizioni varie, da 200 a 1500 m di quota. E’ un bosco puro o misto di betulla (Betula pendula), con carattere transitorio. Nella maggior parte dei casi ha origine piuttosto recente poiché si è affermato su prati-pascoli abbandonati negli ultimi decenni o in boschi cedui particolarmente radi. Il bosco definitivo che, secondo le dinamiche naturali, dovrebbe succedere al betuleto è costituito dal querceto di rovere, dalla faggeta e più raramente dalla pecceta e dall’abetina.
Essi costituiscono boschi preziosi, grazie ai quali è in corso una riforestazione spontanea del territorio che beneficia così di una efficace protezione contro l'erosione ed i dissesti.
Faggeta
La faggeta è un bosco diffuso, su versanti con esposizioni varie, tendendo però a privilegiare quelli esposti a nord, da 400 a 1500 m di quota, nei territori di tutti i Comuni dell'Ossola con la sola eccezione di Mergozzo. Il faggio (Fagus sylvatica) è l'albero nettamente dominante in questo bosco che si presenta sovente puro o misto per la presenza di varie specie di conifere e latifoglie. La faggeta è un bosco montano di carattere stabile. Però parte delle attuali faggete in origine erano quasi certamente dei boschi misti di faggio, abete rosso ed abete bianco che sono stati trasformati in boschi puri di faggio, più adatti a soddisfare le locali richieste di legname per usi energetici. Oggi le faggete non sono più sfruttate come in passato. Le carbonaie sono solo un ricordo. Nei Comuni di Domodossola e Bognanco esistono tracce di grande interesse e degne di valorizzazione in relazione all'antico uso delle carbonaie
Abetina L'abetina è diffusa in molte valli ossolane, ove costituisce formazioni anche estese su versanti con esposizioni prevalentemente rivolte a nord, tra 550 e 1600 m di quota. E’ un bosco di carattere stabile, puro o misto, caratterizzato dalla dominanza dell' abete bianco (Abies alba). Abbastanza sovente all'abete si affiancano il faggio (Fagus sylvatica) ed in minor misura il peccio (Picea abies). L'abetina è ritrovabile nei territori dei Comuni di Ornavasso, Anzola d'Ossola, Premosello Chiovenda, Beura Cardezza, Trontano, Masera. L'abetina, oltre a valore prettamente colturale, ha rilevanti valenze ambientali, protettive, paesaggistiche e ricreative. Pecceta montana L'Ossola è il territorio montano più ricco di peccete di tutto il Piemonte. Il bosco montano di peccio (Picea abies) si trova in tutte le valli ossolane, su versanti con esposizioni varie tra 650 e 1500 m di quota. La pecceta è un bosco di carattere stabile, puro o misto per la modesta presenza di altre conifere e latifoglie. Di solito la specie più frequente è il larice (Larix decidua). Ritroviamo questo bosco nei territori dei Comuni di Domodossola, Bognanco, Trontano, Masera. La pecceta, oltre a valore prettamente colturale, ha rileva nti valenze ambientali, protettive, paesaggistiche e ricreative. Alneto di ontano verde L'alneto di ontano verde è una formazione arbustiva diffusa nel territorio, su versanti e canali di valanghe, con prevalenti esposizioni fresche (soprattutto rivolti a nord), tra 1000 e 2100 m di quota. È un arbusteto stabile corrispondente all’associazione vegetale Alnetum viridis, legato ad aree del piano subalpino e montano ove il bosco non riesce ad insediarsi a causa di vari fattori limitanti: valanghe ricorrenti, suoli umidi, superficiali e poco evoluti, persistenti coltri nevose che riducono il periodo vegetativo utile. Vi sono anche alneti di ontano verde insediatisi su pascoli abbandonati con suoli umidi o freschi ed in boschi pesantemente disbocati (ad es. lariceto, pecceta, abetina). Lo ritroviamo nei territori di tutti i Comuni della Comunità Montana Valle Ossola ad esclusione di Mergozzo e Pallanzeno Pineta di pino montano La pineta di pino montano (Pinus montana in senso lato) compare in modo frammentario nelle vallate ossolane, e per il territorio della Comunità in Val Bognanco. È tipica di versanti esposti prevalentemente a nord, tra 1000 e 1900 m di quota. E’ una formazione forestale cespugliosa o arborea di carattere stabile, ove il pino montano è nettamente dominante. E’ legata a suoli acidi derivati da rocce cristalline, in genere superficiali o poco profondi, di solito poveri di nutrienti. Si può senza dubbio affermare che i popolamenti di pino montano in forma arborea, ritrovabili in Val Bognanco sono formati dal pino uncinato (Pinus uncinata), Pecceta subalpina La pecceta subalpina si trova alle testate delle valli su versanti con prevalenti esposizioni calde, tra 1500 e 2000 m di quota. E’ un bosco puro o misto di peccio (Picea abies), legato ad aree con clima continentale. Esso si differenzia dalla pecceta montana poiché cresce a quote più elevate (al di sopra dei 1500-1600 m) ove i rigori del clima sono più forti. La pecceta subalpina è un bosco stabile che anticamente in Ossola era più diffuso. Si trova in particolare, per il territorio della CMVO nel Comuni di Bognanco. La pecceta, oltre a valore prettamente colturale, ha rilevanti valenze ambientali, protettive, paesaggistiche e ricreative. Lariceto montano Il lariceto montano si trova prevalentemente alle testate delle valli, tra 800 e 1500 m di quota. E’ un bosco puro o misto di larice (Larix decidua) originato con rimboschimenti (ad es. in Val Bognanco), oppure affermatosi spontaneamente su prati-pascoli in gran parte abbandonati, in aree pesantemente disboscate e su antichi accumuli di detriti di vario genere, con suoli poveri e poco evoluti. Ritroviampo queste aree boscate nei Comuni di Domodossola, Bognanco, Masera. Il lariceto (sia montano che subalpino), oltre ad un elevato valore economico colturale, ha preziose valenze ambientali, protettive, paesaggistiche e ricreative. Lariceto su rodoreto-vaccinieto Il lariceto su rodoreto-vaccinieto si trova in tutte le valli ossolane ma, ad esclusione di qualche piccola eccezione, è assente nella bassa Ossola. E’ un tipico bosco di carattere stabile del piano subalpino (compreso tra 1500 e 2100 m di quota) ove nella maggior parte dei casi costituisce il limite superiore della foresta. A queste quote in passato il lariceto è stato inoltre favorito dall’uomo poiché, mantenuto un po’ rado e privo di cespugli, ospitava una preziosa vegetazione erbacea che veniva regolarmente pascolata dal bestiame. Il lariceto su rodoreto¬vaccinieto sovente è una formazione pura di larice (Larix decidua) nel cui sottobosco sono diffusi il rododendro (Rhododendron ferrugineum) ed il mirtillo nero (Vaccinium myrtillus). La costante convivenza di queste tre specie da origine alla associazione vegetale che di solito i botanici chiamano Rhododendro-Vaccinietum laricetosum. Il lariceto su rodoreto-vaccinieto si trova nei territori dei Comuni di Anzola d’Ossola, Vogogna, Beura Cardezza, Trontano, Domodossola, Bognanco, Masera. Il lariceto (sia montano che subalpino), oltre ad un elevato valore economico colturale, ha preziose valenze ambientali, protettive, paesaggistiche e ricreative. Si segnalano per la particolare ricchezza naturalistica le laricete dell'alta Val Bognanco, ed in particolare il percorso sentieristico San Bernardo-Alpe Gattascosa, meritevole di importanti interventi di valorizzazione, dettati anche dalla presenza di altri importanti elementi naturali di valore, come alcune importanti torbiere e una notevole ricchezza ornitologica.
B - VEGETAZIONE DEGLI AMBIENTI UMIDI
Canneto (lago di Mergozzo) Il canneto di cannuccia di palude (Phragmites australis) forma popolamenti di una certa consistenza sulla sponda sud-orientale del Lago di Mergozzo. E' una vegetazione palustre diffusa lungo le rive dei laghi, degli stagni (anche salmastri) e dei corsi d'acqua, su fondali permanentemente o periodicamente sommersi e su terreni umidi. In queste aree il canneto forma un'associazione vegetale (Phragmitetum australis) in cui la cannuccia di palude è nettamente dominante. Il canneto costituisce un ambiente particolarmente ricco di vita che offre rifugio e nutrimento a numerose specie di uccelli e di pesci. In passato la cannuccia di palude era tagliata durante l'inverno per fabbricare stuoie e coperture usate nelle serre e nella costruzione dei soffitti. Oggi questa pianta viene utilizzata in interventi di ingegneria naturalistica e nella realizzazione di impianti di fitodepurazione.
Torbiere Le torbiere rappresentano un ambiente naturale di grande importanza, oggetto di grandi attenzioni di salvaguardia a tutti i livelli: grande rilievo assumono ad esempio nella direttiva habitat della Comunità Europea. Gli ambienti di torbiera rappresentano la naturale evoluzione degli specchi lacustri, per progressivo processo di interrimento e successiva colonizzazione vegetale. In questi habitat, estremamente minacciati e ormai sempre più rari, trovano spazio specie vegetali e animali estremamente specializzate, molte delle quali ormai rare o in via di estinzione. La loro protezione O da ritenersi prioritaria. Si segnalano, per il grande valore di diversità biologica, le numerose torbiere dell'alta Valle Bognanco, che dovrebbero essere oggetto di specifiche misure di tutela (ad esempio dalla minaccia di calpestamento) e di valorizzazione, nonché di interventi educazione. C – ASSOCIAZIONI SEMINATURALI Prati e pascoli Prati falciati e pascoli rappresentano un aspetto estremamente importante dal punto di vista naturalistico per un territorio tradizionalmente sfruttato da un'economia agricola di tipo estensivo. L'utilizzo della pratica dello sfalcio e del pascolamento hanno determinato l'esistenza di ambienti di alta diversità biologica, di grande ricchezza floristica e biologica, la cui esistenza è legata alla conservazione di queste pratiche, e la cui conservazione e valorizzazione è estremamente importante. L'abbandono del territorio rurale montano determina a carico di queste superfici, a basse quote l'invasione da arbusti e alberi e la ritrasformazione in aree boscate, mentre in zone di quota maggiore la trasformazione in una vegetazione povera di fiori e dominata da graminacee.
I laghi delle aree remote: i laghetti alpini I laghi alpini hanno assunto, soprattutto in tempi recenti, una posizione di grande interesse da parte della ricerca scientifica, e quelli della Valle Ossola (con quelli della Valsesia) sono tra i più estesamente studiati in Italia. I laghi dell'alta Val Bognanco sono monitorati e oggetto di ricerca scientifica sin dagli anni '40 ad opera dell'Istituto Idrobiologico Italiano. Oltre all'alto valore biologico evidenziato dagli studi, l'interesse scientifico negli ultimi decenni si è concentrato in particolare sugli aspetti chimici, dopo la constatazione che anche ambienti remoti come i laghi alpini sono suscettibili al fenomeno dell'acidificazione. Grazie all'intervento del sostegno economico del C.N.R. e della Comunità Europea, dall'inizio degli anni '90 la indagini limnologiche (chimiche e biologiche) svolte in questi laghi si sono estese dai laghi alpini ai laghi di altre aree remote europee, come le Alpi Scandinave, i Pirenei, i Monti Tatra, le Highlands scozzesi e, in tempi recenti, all'Antartide e alle vallate Himalayane. In questo complesso programma di ricerche sulle acque delle aree remote (caratterizzate dall'essere collocati in aree relativamente non disturbate e di ricevere sostanze derivanti dall'attività umana solo attraverso le deposizioni atmosferiche), le aree campione individuate sul versante italiano delle Alpi sono costituite dai laghi di Paione (Val Bognanco) e dal Lago Lungo (Bolzano). Aspetti faunistici L'elevata diversità biologica di tutto il territorio provinciale si riflette anche nel patrimonio faunistico. I dati disponibili e aggiornati oggi sono quelli delle specie di interesse venatorio (censimenti faunistici) e delle specie ornitologiche (è oggi in fase di avanzata realizzazione l 'atlante ornitolog ico del VCO). Specie di interesse venatorio Il cervo Un tempo diffuso in tutta la penisola italiana, nell'immediato dopoguerra il cervo (Cervus elaphus) era sopravvissuto nelle province di Bolzano e Trieste, alle foci del Po (Gran Bosco della Mesola) ed in Sardegna. Il generale miglioramento delle condizioni ambientali, determinato dallo spopolamento delle zone meno produttive della penisola, ha consentito l'espansione della popolazione alpina. Animale originario degli ambienti aperti, in buona parte del proprio areale di distribuzione la sua presenza é però strettamente legata ad ambienti forestali, dove trova tranquillità e protezione. La ricomparsa del cervo sul territorio provinciale risale all'inizio degli anni 70 ed é da ricondursi ad immigrazione spontanea da parte di animali provenienti dai cantoni svizzeri. Attualmente il cervo é presente su circa il 40% del territorio provinciale con una popolazione (in espansione) stimata in circa 500 capi. Il capriolo Il capriolo europeo (Capreolus capreolus ssp. capreolus) é distribuito in quasi tutta Europa, dall'Italia meridionale (calabria) al circolo polare artico. Manca solamente in Irlanda e nelle isole mediterranee. Specie tipica degli ambienti ecotonali, estremamente adattabile, lo incontriamo dalla pianura coltivata (purchè siano presenti piccole zone boscate) al limite superiore della foresta. Agli inizi del secolo il capriolo era praticamente scomparso dal territorio provinciale. A partire dagli anni 50-60 ha avuto inizio la colonizzazione da parte di animali provenienti dal Canton Vallese. Attualmente la specie é ben distribuita, occupando circa l'80% dell'intero territorio provinciale. E' presente dai fondivalle sino al limite superiore delle foreste. A causa dell'ambiente frequentato e delle caratteristiche comportamentali viene considerata una specie impossibile da censire, ed é quindi prematuro, allo stato attuale delle conoscenze, indicare delle stime di consistenze numeriche. Il camoscio Il camoscio (Rupicapra rupicapra) é un ungulato diffuso in tutte le catene montuose dell'Europa meridionale. La specie é attualmente ben insediata in tutte le valli ossolane e nel verbano, mentre solo nel Cusio non ha ancora raggiunto un soddisfacente grado di stabilità. Il suo areale di distribuzione attuale ricade su circa 1192 kmq, poco più della metà del territorio provinciale. La specie viene censita annualmente dai Comitati di Gestione dei Comparti Alpini e si stima che la popolazione provinciale sia com posta da circa 6000 capi. Lo stambecco Lo stambecco é un grosso mammifero ruminante caratterizzato da uno spiccato dimorfismo sessuale: il maschio adulto si riconosce facilmente dalla femmina per le dimensioni corporee e la forma del trofeo. Nei maschi infatti le corna sono lunghe, arquate, dotate di numerosi nodi molto evidenti, e possono raggiungere il metro di lunghezza, mentre quelle dellle femmine sono più corte (25-30 cm.) e prive di nodi. Si suppone che già nel Medioevo la specie fosse ormai prossima all'estinzione in molti regioni delli Alpi. Risalgono al 1300 i primi editti che ne vietavano la caccia nei pochi settori alpini dove era ancora presente. Agli inizi dell'800 la specie sopravviveva, con una sola popolazione di poche decine di individui, sul massiccio del Gran Paradiso. Con l'istituzione della Riserva Reale di Caccia (divenuta nel 1922 Parco Nazionale) essa aumentò sino a raggiungere alcune migliaia di capi. Da lì lo stambecco ha potuto ritornare su tutto l'arco alpino, con una popolazione attualmente stimata in 25-30.000 capi. Le principali colonie nel territorio provinciale le ritroviamo in Valle Anzasca, nel Parco Veglia Devero, in Valle Formazza, ed in Valle Antrona¬alta Valle Bognanco. Il cinghiale: il problema delle immissioni Il cinghiale si estinse in Piemonte nel 1820, mentre per la Val d’Ossola non esistono informazioni: non viene citato nemmeno in una pubblicazione sui mammiferi ossolani da A. Bazzetta (1905). La recente comparsa del cinghiale su territorio provinciale è da imputarsi essenzialmente ad immissioni compiute in modo scriteriato dai cacciatori per scopi venatori. L’origine centroeuropea degli animali utilizzati per le immissioni ha permesso a questa specie di colonizzare aree più fredde (le Alpi) di quanto non fossero in grado di fare gli originari cinghiali mediterranei. Inoltre, l’incrocio con razze domestiche ha consentito un aumento della fertilità, tanto che in zone molto produttive sono possibili parti durante tutto il corso dell’anno. Il cinghiale è un onnivoro, si nutre soprattutto di vegetali mentre gli alimenti di origine animale compongono una frazione minoritaria (ma non trascurabile) della dieta. Il cinghiale è autore della maggior parte dei danni (85%) alle colture agricole indennizzati dalla regione Piemonte sul proprio territorio. Questa specie è in grado di esercitare un impatto notevole nei confronti dei prati stabili (il 60% delle colture danneggiate dalla specie in Piemonte), mais, frumento e patate e soia. Nel comprensorio di caccia VCO2 (dove la presenza è sporadica) è comunque responsabile del 50% dei danni alle colture agricole. Inoltre un pesantissimo impatto sulle specie che nidificano al suolo è stato provato in Piemonte sul fagiano di monte. In una ricerca condotta sulle Alpi Marittime, sono stati predati da cinghiale sino all’80% dei nidi artificiali posizionati simulando nidi naturali!!). Specie ornitologiche È in fase di avanzata elaborazione il censimento delle specie ornitologiche nidificanti nel territorio dell'Ossola e della Provincia. Si tratta di un lavoro estremamente dettagliato e in corso da alcuni anni, che sta evidenziando una grande ricchezza in specie presenti, conseguenza certamente della grande diversità ambientale che contraddistingue il territorio dell'intera provincia del VCO. Nello studio in corso, dai dati gentilmente messi a disposizione dai ricercatori, viene dato ampio risalto alla straordinaria importanza dal questo punto di vista che assume il fondovalle ossolano. Per la presenza di ambienti sempre più minacciati da una parte (dagli stessi ambienti agricoli agli ambienti xerici legati alla presenza del Toce) per la particolare conformazione e posizione geografica della valle, che ne fa una rotta migratoria di grande importanza, vi risultano presenti specie di grande rarità la cui conservazione (attraverso la conservazione degli ambienti che ne determinano la presenza) è certamente prioritaria. Il ritorno dei grandi preda tori L'abbandono dell'ambiente rurale con lo spopolamento delle aree più remote ha paradossalmente favorito il ritorno di condizioni ecologiche favorevoli al ritorno dei grandi predatori, sicuramente permesso da una nuyova coscienza ecologica collettiva. Di fatto oggi stiamo vivendo, sulla catena alpina, il momento di massima ricchezza faunistica degli ultimi 5- 600 anni. Le popolazioni di lupo, lince ed orso si stanno espandendo sia a nord che a sud del continente europeo e le Alpi sono la regione europea dove questo fenomeno é probabilmente più intenso. La popolazione appenninica di lupi ha iniziato, a partire dagli anni 70, una rapida espansione che l'ha portata a colonizzare le Alpi italiane e francesi. Diverse sono state le segnalazioni recenti nel territorio del Canton Vallese (CH) in prossimità del confine (Sempione). A partire dai siti di reintroduzione della Svizzera e della Slovenia la lince ha raggiunto il settore orientale e nord occidentale delle Alpi italiane: molte sono state le segnalazioni confermate di tracce di presenza o gli avvistamenti diretti nel territorio ossolano. La loro ricomparsa comporta problemi di non facile soluzione nei rapporti con le attività agricole che necessariamente dovranno essere oggetto di una attiva gestione da parte delle autorità competenti. Caccia Il territorio della Comunità Montana Valle Ossola risulta essere compresa nei comparti caccia VCO2 e VCO3. Le Oasi faunistiche individuate dal Piano Faunistico Venatorio della Provincia VCO sono le seguenti: > OASI FAUNISTICA N. 15 "DOMODOSSOLA" - Superficie 605 ettari > OASI FAUNISTICA N. 16 "BOGNANCO 1A ZONA" - Superficie 1215 ettari > OASI FAUNISTICA N. 17 "BOGNANCO 2 ZONA" - Superficie 1317 ettari > OASI FAUNISTICA N. 24 "ANZOLA D'OSSOLA" - Superficie 502 ettari Si tratta di aree destinate a rifugio nella pianificazione venatoria, in cui quindi i possibili interventi impattanti devono essere oggetto di limitazione e di apposite attenzioni valutative. Alcuni interventi volti al recupero e al miglioramento dei pascoli degli alpeggi (Eliminazione del rododendro invasivo e recupero dello strato erbaceo) oltre ad avere un effetto estremamente positivo dal punto di vista ecologico, determinando un miglioramento di questi habitat dal punto di vista della diversità biologica, hanno conseguenze positive sulle popolazioni di alcune specie di grande valore naturalistico e di interesse venatorio. Interventi di questo genere avviati per esempio nelle Alpi Francesi, hanno dimostrato un miglioramento delle condizioni ecologiche per la riproduzione del gallo forcello (Tetrao tetrix). Oggi tali sperimentazioni sono in fase di studio e realizzazione nella Provincia del VCO, nelle valli Antigorio e Formazza, e potrebbero costituire esempi da riproporre anche nel territorio della Comunità Montana. La pesca ed i pescatori nel VCO La pesca sportiva nella provincia di Verbania (dati Piano Ittico - Provincia VCO - GRAIA s.r.l.) è un fenomeno che riguarda circa 6500 persone residenti alle quali si aggiungono i non residenti stimabili in circa 3000 persone, per un totale compreso fra 9000 e 10000 praticanti. Purtroppo non sono disponibili molti dati riguardanti lo sforzo di pesca ed il prelievo effettuato, poiché non è ancora stato istituito un tesserino segnacatture obbligatorio sull’intero territorio provinciale. A titolo esemplificativo vengono di seguito presentati i dati rilevati da un campione di 2340 tesserini segnacatture del tipo adottato dalla FIPSAS nelle proprie acque che, nel 1997, è stato rilasciato a 3419 pescatori residenti e 2150 non residenti.
Pescatori Media giorni di pesca / anno Media trote catturate/anno Residenti 9.6 27.9 Non Residenti 3.3 7.1
Rapportando i dati esposti al totale dei tesserati, è possibile stimare un prelievo di trote nelle acque FIPSAS nell’ordine delle 1 10.000/anno. La pesca è da considerarsi come una effettiva risorsa dai risvolti economici da non sottovalutare, come elemento da valorizzare nell'ambito di forme di turismo di qualità. È un segnale importante la constatazione del fatto che delle due sole attività di agriturismo presenti nel territorio della Comunità Montana Valle Ossola una è rappresentata da una azienda di pescicoltura! L'osservazione e l'incentivazione delle pianificazioni individuate dal piano ittico risultano di grande importanza anche nell'ambito dei processi di valorizzazione dell'asta del fiume Toce, nonché di riqualificazione della Valle Bognanco. Bacino della Val d’Ossola Comprende il Fiume Toce da Crevoladossola fino al Lago Maggiore ed i relativi affluenti minori. Reticolo idrografico vocazionale e piano di semina L’asta principale del Fiume Toce in Val d’Ossola è interamente vocazionale per la trota marmorata ed il temolo; dal ponte di Migiandone la vocazionalità diviene mista, con il progressivo aumento dei Ciprinidi reofili. A valle della foce del Torrente Strona, alla comunità ittica si aggiungono anche alcune specie tipiche di acque lentiche (Ciprinidi limnofili, persici, bottatrici, anguille ecc.). È quindi necessario evitare ripopolamenti con trota fario, che risulta peraltro presente in quantità assai esigue, concentrando invece gli sforzi sulla riproduzione artificiale delle marmorate pure autoctone per ridurre progressivamente l’entità del fenomeno di ibridazione. Nel tratto di Fiume Toce a valle della traversa di Prata e soprattutto nel Canale Megolo, che risulta particolarmente attirante per la portata d’acqua che lo caratterizza, si verifica inoltre la risalita autunnale di riproduttori di trota lacustre provenienti dal Verbano; tale fatto, che riguarda una forma in gravissimo declino, richiede che siano intrapresi opportuni provvedimenti di tutela. Zone di accrescimento Esistenti: Lanca del Croppo (Comune di Trontano); Lanca della Siberia (Comune di Domodossola); Lanca di Calice (Comune di Domodossola e Villadossola); Lanca Tocetta (Comune di Anzola); Proposte: Rio Bacenetto Zone di Tutela Proposte: Fiume Toce dalla traversa di Prata fino alla confluenza con il Torrente Anza. Questa proposta tiene conto sia dell’attuale necessità di tutelare i riproduttori di marmorata che si addensano sotto la traversa invalicabile durante la migrazione riproduttiva, sia della necessità, in prospettiva, di proteggere il transito dei pesci verso monte quando verrà realizzata la prevista scala di risalita. Tratti «No Kill» (pesca e rilascio delle catture) Proposte: Fiume Toce dal ponte della Mizzoccola al nuovo ponte ferroviario della linea che arriva allo scalo “Domo 2”, posto circa 50 m a valle del vecchio ponte ferroviario detto «delle sei arcate». Bacino della Valle Bognanco Bacino del torrente Bogna ed affluenti. Reticolo idrografico vocazionale e piano di semina Il tratto alto e medio del Torrente Bogna e tutti gli affluenti sono da considerarsi vocazionali alla trota fario. Il tratto terminale è potenzialmente vocazionale per la trota marmorata; a causa però della sottrazione d’acqua cui è soggetto, esso non si presta più ad ospitare in modo stabile tale Salmonide, che trova inoltre difficoltà a risalire dal Fiume Toce. Zone di Tutela Esistenti: Torrente Bogna tra la presa centrale ENEL a Gabi e la briglia del Torno, Torrente Bogna a Pecciola dal ponte a valle per 200 m, Rio Rasiga a S. Bernardo dal ponte a valle per 200 m (Bognanco). Zone turistiche Proposte: Lago Ragozza. La proposta di istituire una zona turistica sul Lago Ragozza, un bacino naturale, trova giustificazione nel fatto che la profondità modesta della conca lacustre non consente la sopravvivenza delle trote negli inverni più rigidi, mentre d’altro canto la zona è soggetta ad elevata fruizione turistica.
LA TUTELA DEL TERRITORIO E LE AREE PROTETTE
Il moderno concetto di Area Protetta e protezione
Sotto il nome generico di Parchi, sono comprese una serie di aree protette, tipologicamente molto diversificate.
Nel corso degli ultimi venti anni le aree protette europee hanno registrato una crescita importante, che le ha portate a coprire circa il 5% della superficie territoriale europea complessiva, e in Italia, quasi il 10% del territorio, limite indicato come obiettivo ideale a livello internazionale.
Quindi una parte rilevante del territorio europeo risulta oggi protetto, pur con forme di protezione molto diverse, e si è assistito ad una rilevante diversificazione dei tipi di ambienti protetti.
La legge q